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mercoledì 10 febbraio 2016

BONINO E LA CHIUSURA DELLE FRONTIERE: "UN'EUROPA CHE NON AVREMMO VOLUTO VEDERE".

"Sei paesi che di fronte a questa situazione chiudono le frontiere è un'immagine dell'Europa che francamente non avremmo mai voluto vedere". Così Emma Bonino ospite della puntata di Ballarò del 9 febbraio in collegamento da Gaziantep al confine tra Turchia e Siria.
Solo a gennaio 369 migranti sono morti nel tentativo di raggiungere l'Europa attraversando il Mediterraneo. In 5 mesi 330 bambini sono annegati nel braccio di mare tra la Turchia e la Grecia.

"In Siria c'è una guerra. Continueranno a scappare finché non ci sarà una soluzione a casa loro. Dalle bombe si scappa, come è umano. E noi che facciamo? Li vogliamo affogare nel Mediterraneo? Francamente non mi pareva che fosse per questo che ci eravamo messi insieme come europei".

Nel corso della trasmissione Emma Bonino ha parlato anche della morte di Giulio Regeni, del dibattito sulle unioni civili in corso in Parlamento e degli apprezzamenti che le sono stati rivolti da papa Francesco.

lunedì 9 settembre 2013

DOMENICO QUIRICO E' LIBERO

Domenico Quirico, l'inviato della Stampa rapito 5 mesi fa in Siria, è stato liberato ed è rientrato nella tarda serata di ieri in Italia, su un Falcon dell'Aeronautica militare atterrato a Ciampino poco dopo la mezzanotte. Oltre a Quirico è stato liberato il cittadino belga Pier Piccinin, che era stato sequestrato con il giornalista italiano. A dare la notizia è stato il direttore del quotidiano torinese, Mario Calabresi, con un tweet postato verso le 21 e 25: "Domenico Quirico è un uomo libero". Ad accoglierlo a Ciampino c'era il ministro degli Esteri Emma Bonino. Quirico, che è apparso provato, ma in buone condizioni ha concesso qualche minuto ai giornalisti presenti dicendo di essere stato trattato "non bene" e ammettendo di aver avuto paura per la sua sorte. "Ho cercato di raccontare la rivoluzione siriana e le sue sofferenze. Può essere che questa mi abbia tradito. Non è più la rivoluzione laica di Aleppo, è diventata un'altra cosa, molto complessa, molto pericolosa", ha detto ancora l'inviato della Stampa. Le due figlie Eleonora e Metella, lo scorso 1 giugno, avevano diffuso un appello video per chiedere il rilascio del padre che era stato trasmesse dalle televisioni del mondo arabo. Qualche giorni dopo, il 6 giugno, Quirico aveva fatto una breve telefonata alla famiglia e aveva detto di star bene, ma poi i contatti si erano interrotti. A chi gli chiedeva se avesse saputo della veglia di digiuno del Papa per la Siria, Quirico ha detto di aver vissuto in questi 153 giorni "come su Marte". A malapena ha detto di aver saputo che in Italia Giorgio Napolitano era stato eletto di nuovo presidente della Repubblica.

La dichiarazione ufficiale del ministro degli Esteri, Emma Bonino
"La notizia della liberazione di Domenico Quirico mi riempie di grande gioia e di soddisfazione. Il mio pensiero va prima di tutto ai parenti che potranno finalmente riabbracciare Quirico dopo tanti mesi e numerosi momenti di ansia". Lo afferma il ministro degli Esteri Emma Bonino.
"Il mio ringraziamento va a chi ha contribuito sostanzialmente al felice esito della vicenda: la Farnesina e la sua Unita' di Crisi, gli altri apparati dello Stato che insieme hanno con grande determinazione seguito ogni possibile canale per portare a soluzione un caso particolarmente complicato in un contesto ambientale cosi difficile come quello siriano", aggiunge Bonino.
"La liberazione del giornalista e' anche una bellissima notizia per tutti i rappresentanti dei media che rischiano la vita sui fronti di guerra per raccontare la verita' in situazioni estreme", conclude il ministro.

Da RadioRadicale.It: l'arrivo di Domenico Quirico a Ciampino accolto dal ministro Emma Bonino e le prime dichiarazioni (riprese di Stefano Marrella)

venerdì 28 giugno 2013

GRECIA, TURCHIA ED UE, SIRIA, I NUOVI SCENARI DEL MEDIO ORIENTE

Intervista a Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera

Il nuovo governo greco dopo la chiusura forzata della radio-televisione pubblica Ert; la crisi del "modello turco" dopo Gezi Park e le scelte autoritarie di Erdogan, la decisione dell'Unione Europea di non bloccare i negoziati di adesione; la crisi siriana, i suoi riflessi sul Medio Oriente, lo scontro tra sunniti e sciiti in tutto il mondo arabo; il nuovo presidente iraniano.

Sono i temi dell'intervista a Antonio Ferrari andata in onda a Radio Radicale e che potete ascoltare direttamente qui



domenica 23 giugno 2013

CONFERENZA STAMPA DI EMMA BONINO DOPO LA VISITA IN SERBIA E KOSOVO

Sull'aereo che la riportava in Italia dopo la visita di due giorni a Belgrado e a Pristina, il 18 e 19 giugno, il ministro degli Esteri Emma Bonino ha risposto alle domande dei giornalisti che hanno seguito la sua missione. Un bilancio della due giorni nei Balcani e le prospettive dell'integrazione europea della Serbia e del Kosovo in vista del Consiglio europeo del 27 e 28 giugno; il ragazzo italiano convertito all'Islam e morto combattendo in Siria; il G8, la crisi siriana e le prospettive della conferenza di pace; le ultime novità dall'Afghanistan; la situazione in Turchia e i riflessi sul negoziato di adesione all'Ue, sono i temi dell'intervista. Nell'ultima parte, Emma Bonino parla del suo legame personale con i Balcani e la ex Jugoslavia dall'iniziativa transnazionale dei Radicali negli anni '80 e 90, al suo impegno di commissaria europea agli Aiuti umanitari nel periodo drammatico dei conflitti in Bosnia e Kosovo.



N.B.: La conferenza stampa si è tenuta prima del vertice di Doha deli "Amici della Siria" del 22 giugno.

Video di Stefano Marrella per Radio Radicale / Radioradicale.it

venerdì 31 maggio 2013

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE IN TURCHIA

Foto Alumbis / Flickr
L'intervista a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia TMNews e collaboratrice del La Stampa e di Avvenire, per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda ieri a Radio Radicale.
Un punto sulla attuale situazione politica interna della Turchia e il conflitto in Siria, il problema dei profughi, il recente attentato di Reyhanli, gli errori del premier Erdogan, la sua recente visita a Washington e il colloquio con il presidente Obama, gli sviluppi della trattativa con il Pkk per risolvere la questione curda, il possibile rilancio del negoziato per l'adesione all'Unione Europea.



Aggiornamento del 4 giugno: l'intervista è stata realizzata mercoledì 29 maggio e quindi prima dello scoppio delle proteste per il parco Gezi di Istanbul poi dilagate in molte altre città.

giovedì 23 maggio 2013

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 23 maggio. La trasmissione è ascoltabile qui sotto oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale. 

Gli argomenti della puntata

Albania: i vescovi cattolici per la prima volta intervengono nella situazione politica e in vista delle elezioni del 23 giugno fanno appello alla responsabilità dei partiti, invitando i propri fedeli a non svendere il voto e auspicando che le elezioni si svolgano secondo gli standard internazionali. 

Albania: è arrivato a Tirana il primo gruppo di rifugiati appartenenti al gruppo dei Mujaheddin del popolo iraniano, organizzazione di opposizione al regime degli ayatollah considerata terrorista da molti Paesi occidentali. 

Croazia: il primo turno delle elezioni locali punisce il partito socialdemocratico del premier Zoran Milanovic mentre l'Hdz mantiene le sue roccaforti e il controllo di molti consigli regionali. 

Macedonia: le autorità di Skopje temono che le tensioni politiche e la situazione generale del Paese rafforzi la posizione della Grecia (sostentuta dalla Bulgaria) che blocca l'apertura dei negoziati di adesione all'Ue a causa della disputa sul nome della repubblica ex jugoslava. 

Turchia: Ankara pone condizioni in vista della seconda conferenza internazionale sulla Siria mentre scoppia un durissimo scontro tra il premier Erdogan e il leader del Chp Kilicdaroglu. 

Kosovo: il nuovo round negoziale tra il premier serbo Dacic e quello kosovaro Thaci a Bruxelles per l'implementazione dell'accordo di aprile tra Belgrado e Pristina (la trasmissione è stata chiusa prima della chiusura del vertice). Intanto le autorità di Pristina cercano di promuovere la tolleranza e la convivenza religiosa. 

Serbia: malumori a Belgrado per il documento approvato dall'assemblea della Vojvodina in favore del rafforzamento della propria autonomia amministrativa che molti giudicano come una minaccia separatista.

La registrazione integrale trasmissione è ascoltabile direttamente qui

 

giovedì 2 maggio 2013

UN FIOCCO GIALLO PER DOMENICO QUIRICO E TUTTI I REPORTER RAPITI O RECLUSI

Da oggi anche questo blog espone il fiocco giallo per ricordare Domenico Quirico, l'inviato de “La Stampa” scomparso in Siria

Dal 6 aprile è in Siria per una serie di reportage dalla zona di Homs. Vi e' entrato dalla frontiera con il Libano lo stesso giorno del rapimento del gruppo di reporter della Rai, poi rilasciati nella zona di Idlib, rassicurando però la famiglia e i colleghi che il suo percorso sarebbe stato tutt'altro. L'ultimo contatto risale al 9 aprile quando ha informato un collega di essere sulla strada per Homs. Poi più nulla. Dopo una decina di giorni di attesa il suo giornale, d'accordo con la famiglia, ha deciso di rendere nota la scomparsa del suo inviato. La regione nella quale si stava muovendo Quirico e' una delle piu' difficili della Siria in cui zone saldamente in mano alle forze del regime si alternano a quelle controllate dagli insorti e ad altre in cui operano gruppi armati schierati al fianco del regime di Assad. Una zona complicata e pericolosa dove gli scontri sono all'ordine del giorno.

Vorrei che questo fiocco giallo, insieme agli altri che stanno comparendo in questi giorni su tanti siti e blog, serva a mantenere l'attenzione su Domenico Quirico e su tutti i reporter che in questo momento sono rapiti o detenuti per impedire loro di continuare il loro lavoro. Perché, come ha scrittoil 30 aprile Mimmo Càndito, un altro grande reporter di guerra anche lui della Stampa, 
 “il reporter di guerra è un mestiere che muore, soffocato e umiliato dalla vanagloria delle nuove tecnologie e dalla egemonia riduttiva della televisione. Muore, ma ancora non è morto. È come il giornalismo, il vecchio giornalismo, che tira le cuoia però costruendo con mille affanni e mille paure una identità nuova, fatta sì di velocizzazione cieca, d’immediatezza cialtrona, di spettacolarizzazione canaglia, ma anche di forme nuove di produzione dell’informazione […] Il punto di rottura sta nell’equilibrio obbligato e però faticoso tra questa nuova prateria – tutta virtuale - che la Rete spalanca alle scorribande del lavoro di redazione e la realtà concreta, sfuggente, spesso ingannevole e imbellettata – ma tutta materiale – che invece il giornalismo deve indagare e rivelare con il proprio lavoro testimoniale sul campo, del cronista che fruga le strade della città come del reporter che s’intrufola a spalle basse nelle terre lontane insanguinate da morte e distruzione”.
Dedicato a tutti quelli che parlano e straparlano di casta dei giornalisti senza sapere e senza capire. Con la speranza che Quirico e tutti gli altri siano presto liberi e salvi.

venerdì 23 novembre 2012

TURCHIA: LA POLITICA "NEO OTTOMANA" ALLA PROVA DELLA REALTA'

Uno Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda oggi a Radio Radicale per fare il punto sulla situazione della Turchia: sulla politica interna, ma soprattutto sull'evoluzione della sua politica internazionale di fronte agli avvenimenti degli ultimi due anni. La dottrina della "profondità strategica", elaborata dall'attuale ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, che ha ispirato la diplomazia di Ankara, rassunta con lo slogan "zero problemi con i nostri vicini", sono messe alla prova dalle primavere arabe, dalla crisi dei rapporti con Israele e soprattutto dalla crisi siriana che rilancia anche la questione curda e ha rimesso al centro la definizione delle relazioni con gli alleati occidentali della Turchia, Usa prima di tutto, e il ruolo della Nato. Solo sullo sfondo, al momento, vista l'attuale crisi economico-politica che agita l'Europa, ma pur sempre aspetto da considerare, la questione del negoziato per l'adesione all'UE in grave crisi e praticamente fermo. 

La trasmissione cerca quindi di offrire alcuni spunti, considerazioni e analisi per orientarsi in una situazione complessa e costentemente in evoluzione con le interviste a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia TMNews e collaboratrice dei quotidiani La Stampa e Avvenire, Alberto Tetta, giornalista freelance e corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso, e Nathalie Tocci, vicedirettore dell'Istituo Affari Internazionali. Nel programma, inoltre, la testimonianza del deputato radicale Matteo Mecacci, tratta dall'intervista di Ada Pagliarulo, sulla visita al campi profughi siriani di Akcakale di una missione dell'Osce. Conclude Emma Bonino, componente dell'Independent Commission on Turkey, con una carrellata delle principali questioni internazionali che coinvolgono la Turchia, a partire dal processo di adesione all'Unione Europea, ma anche le preoccupazioni sollevate da problemi interni, come le incarcerazioni di giornalisti, e alcune possibili iniziative del governo Erdogan come la reintroiduzione della pena di morte.

Ascolta direttamente qui lo Speciale di Passaggio a Sud Est





SIRIA, MECACCI: SUPERARE I VETI DI CINA E RUSSIA ALL'ONU

Per sostenere i profughi siriani la Turchia compie un grande sforzo con pochissimi aiuti internazionali

Bambini siriani rifugiati in Turchia (Mustafa Ozer/Afp)
“La Turchia sta compiendo un grande sforzo, con pochissimi aiuti internazionali, per sostenere i profughi della guerra siriana, ma questo purtroppo non basta per superare lo sconforto di chi è esule dal proprio Paese ed è costretto a vivere da mesi in una tenda. Ritengo positivo che il nostro Governo abbia dato un segno tangibile di solidarietà ai rifugiati siriani stanziando 20 milioni di euro".
E' l'opinione di Matteo Mecacci, deputato radicale eletto nel Pd, presidente del Comitato democrazia e diritti umani dell'Osce, che in questi giorni è stato in Turchia con una missione assieme Riccardo Migliori, presidente dell’Assemblea parlamentare dell'Organizzazione. Mecacci ha incontrato lunedì scorso ad Ankara il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, e si è poi recato nella zona di confine tra Siria e Turchia dove ha visitato il campo di Akcakale che ospita i rifugiati siriani.
“La nostra presenza come Osce vuole sottolineare una solidarietà politica che non può non estendersi a paesi come la Giordania e il Libano, che stanno fronteggiando anch’essi questa crisi umanitaria”, ha detto Mecacci, secondo il quale sul conflitto siriano “è ormai chiaro che il veto che Cina e Russia pongono alle risoluzioni ONU, che mirano a proteggere concretamente i civili siriani, va denunciato da tutti i Paesi democratici, per essere superato, con la massima forza politica”. Non farlo, secondo Mecacci, “significherebbe essere corresponsabili di un conflitto che miete migliaia di vittime da oltre un anno, e che continuerà a farlo”.

Intervista di Ada Pagliarulo a Matteo Mecacci per Radio Radicale sulla missione Osce in Turchia e l'incontro con il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu



giovedì 27 settembre 2012

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 27 settembre. La trasmissione è riascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.

mercoledì 26 settembre 2012

LA CRISI SIRIANA METTE LA TURCHIA IN DIFFICOLTA'

Frontiera Turchia-Siria nel 2009 (pillandia.blogspot.it)
La Turchia si sente lasciata sola dalla comunità internazionale nella gestione del problema dei profughi siriani, senza che si profilino soluzioni concrete ad una situazione che si aggrava di giorno in giorno. Al momento i rifugiati siriani arrivati nei campi allestiti dalle autorità turche sono 90mila, a fronte di una capienza che secondo i media locali può arrivare a 120mila unità, ben superiore, quindi, a quella soglia psicologica di 100mila indicata dal ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu. Lo scriveva ieri Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia TMNews, in una serie di lanci in cui spiegava che, anche se la situazione dovesse rimanere invariata, la Turchia si trova già ora a fare i conti con tre problemi: la gestione dell'emergenza lasciata tutta sulle sue spalle, questo almeno è quanto denuncia Ankara, il fallimento di una politica estera regionale che aveva fatto della Siria il Paese di riferimento e l'eccessiva e prematura opposizione al regime di Assad che per il momento ha prodotto solo la recrudescenza della guerriglia separatista curda.

Ankara, dopo aver chiesto un contributo economico per la gestione dell'emergenza da condividere con l'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr), sostiene che quei soldi vengono ora bloccati dai Paesi occidentali. "C'è una crescente sensazione in Turchia che, avendo fatto sacrifici e gestito autonomamente questa situazione, il risultato sia di portare la Comunità internazionale alla noncuranza e alla mancanza di azione", ha detto Davutoglu. Il quotidiano Hurriyet, tuttavia, sostiene che fu la Turchia un anno fa a rifiutare l'assistenza internazionale, mentre adesso si ritrova nella situazione di dover fare pressioni per ottenere un intervento esterno: “Ma le cose non funzionano così. Preferiamo dare assistenza tramite le Nazioni Unite”, ha detto un dirigente europeo al quotidiano. Il problema è che però le autorità di Ankara non sono intenzionate a cedere il controllo dei campi profughi all'Unhcr. Intanto i profughi aumentano e i costi lievitano.

Il governo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan, nota ancora Marta Ottaviani, deve fare i conti anche con la propria immagine di attore protagonista regionale e con il rischio che la crisi siriana finisca per compromettere seriamente l'ambizione di diventare un grande attore in Medio oriente. C'è poi la recrudescenza degli attacchi dei separatisti curdi, che sono aumentati in parallelo all'escalation del conflitto siriano, tanto che Ankara accusa apertamente Damasco di fomentare e finanziare la guerriglia curda nel sud est della Turchia. Il governo Erdogan, che da anni nutre l'ambizione di diventare il Paese chiave della geopolitica regionale, secondo le teorie dell'attuale ministro degli Esteri, messa alla prova dalla crisi siriana si sia ritrovata scoperta e troppo esposta a conseguenze non previste anche all'interno dei suoi confini. E in questa situazione non aiuta il difficile rapporto con gli alleati occidentali e con gli Usa che non appoggiano concretamente la richiesta di creare una zona di protezione che metta la Turchia al riparo dal rischio terrorismo.

Per il momento, concludeva Marta Ottaviani, la Turchia si trova dunque ad essere il Paese più esposto avendo puntato sulla caduta di Assad, ma che nella attuale situazione ha più da perdere. Oltre all'emergenza profughi, infatti, il governo deve fare i conti con un'opinione pubblica che, soprattutto nel sud est, è sempre più critica riguardo alla politica nei confronti della Siria, visti anche i rapporti economici privilegiati con Damasco che ormai sono un lontano ricordo.


sabato 8 settembre 2012

LA TURCHIA E LA CRISI SIRIANA

Campo profughi di Boyunyogun - Foto di Francesca Tosarelli
Sono ormai oltre 80 mila i profughi siriani ospitati nei campi allestiti dalla Turchia e altre migliaia sono sul confine in attesa di poter entrare nel Paese della Mezzaluna che è stato il primo e il più disponibile ad offirire rifugio a chi fugge dal regime di Bashar Al Assad. La situazione, però, sta ora allarmando le autorità di Ankara che recentemente hanno fatto sapere di non essere in grado di accogliere oltre 100 mila persone e hanno chiesto all'Onu di intervenire creando una "zona cuscinetto" lungo la frontiera in territorio siriano. Le aree al confine tra Turchia e Siria sono però anche zone in cui la popolazione curda è maggioritaria e in queste ultime settimane i guerriglieri separatisti del Pkk hanno intensificato le loro incursioni seguite da analoghe operazioni dell'esercito turco. Secondo Ankara, i guerriglieri curdi agirebbero con l'appoggio e in collaborazione con le forze del regime siriano che tentano in questo modo di creare ulteriori difficoltà ad Ankara che teme il formarsi di zone autonome curde che potrebbero saldarsi con il Kurdistan iracheno creando di fatto una enclave curda indipendente. Si tratta dunque di una situazione estremamente complessa, in cui giocano diversi fattori, in una delle aree più instabili e più esplosive del mondo.

Di questo si parla in una mia intervista per Radio Radicale ad Alberto Tetta, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso, che con la fotografa Francesca Tosarelli è stato tra i pochi reporter autorizzati ad entrare nei campi dei profughi siriani in territorio turco. Nell'intervista si parla anche della situazione in Libano, dove Alberto si trovava al momento della registrazione, mercoledì 5 settembre, in particolare a Tripoli, nel nord del Paese dei cedri, che è ormai diventato il secondo fronte del conflitto siriano.

L'intervista è ascoltabile direttamente qui




Leggi gli articoli di Alberto Tetta sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso

Guarda i reportage fotografici di Francesca Tosarelli sui campi dei profughi siriani in Turchia e sulla situazione a Tripoli del Libano


lunedì 6 agosto 2012

TURCHIA: IL PKK ALL'ATTACCO SFRUTTA LA CRISI SIRIANA

The Turkish military deploys a number of tanks and other vehicles around a military post, which has been attacked by the outlawed PKK militants in Hakkari’s Çukurca district. Nearly 130 militants were killed in the ongoing operations, a minister says. DHA photo
Militari turchi contro i guerriglieri curdi del Pkk (Foto DHA)


La crisi siriana sembra avere le conseguenze sulla questione curda che la Turchia ha sempre temuto. La vasta offensiva contro il Pkk, lanciata dalle forze armate di Ankara fra il 23 e il 24 luglio scorsi, che ha provocato oltre un centinaio di vittime fra i guerriglieri del Pkk, e che non ha precedenti per quanto riguarda le operazioni all'interno dei confini turchi, avrebbe come scopo di fermare il tentativo dei guerriglieri separatisti di conquistare territorio. Epicentro dei combattimenti la località di Semdinli, cittadina a maggioranza curda situata nella parte della Turchia incastrata fra l'Iraq e l'Iran. I principali organi di stampa ignorano e venerdì scorso il quotidiano filo-governativo Zaman ha pubblicato un articolo dove si sosteneva che nonostante le azioni dell'esercito nella zona, in città la vita continua a scorrere tranquilla, ma altri quotidiani turchi minori ne parlano da giorni. 

Secondo quanto spiega oggi l'agenzia TMNews, in una serie di lanci della corrispondente da Istanbul, Marta Ottaviani, il timore di Ankara è che la crisi siriana porti alla creazione di un territorio controllato dai curdi nel nord della Siria, che agirebbe da nuova retrovia per la guerriglia del Pkk che, a quel punto, con l'appoggio dei curdi iracheni e di quelli iraniani, potrebbe ottenere il controllo di alcune città del Sud-Est, ponendo fine all'unità nazionale del Paese. Le autorità di Ankara sono allarmate per la situazione sul confine con la Siria, dove il Partito per l'unione democratica, in pratica il braccio politico siriano del Pkk, controlla cinque città. Una situazione del genere cambierebbe i rapporti di forza tra il governo di Ankara e il Pkk mettendo i 15 milioni di curdi turchi, che da anni lottano per avere maggiori diritti, in una posizione inedita.


Secondo quanto hanno riportato i quotidiani Birgun e Gunes, la battaglia per il controllo della regione va avanti da 15 giorni. Centinaia di guerriglieri del Pkk avrebbero già attraversato il confine dal Nord Iraq e altri rinforzi starebbero affluendo in questi giorni. Secondo Hurriyet, il Pkk avrebbe iniziato ad attaccare anche la città di Çukurca, a due passi dal confine con il Nord Iraq. La settimana scorsa il premier Recep Tayyip Erdogan ha detto che la Turchia non esiterà a colpire oltre il confine siriano se lo riterrà necessario, ma il timore è che il conflitto si possa estendere e il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, si è recato a Irbil per incontrare il presidente della Regione autonoma curda del Nord Iraq, Massoud Barzani. La zona intanto resta vietata ai giornalisti e dagli ambienti governativi di Ankara non trapelano indiscrezioni. Per questo il leader dell'opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha chiesto a Erdogan di fornire "chiarimenti ufficiali e urgenti".

lunedì 16 aprile 2012

SIRIA: L'ONU RICORDI LA LEZIONE JUGOSLAVA

Assad non può essere parte della soluzione così come non poteva esserlo Milosevic

"Questo è ciò che chiamo un lavoro pulito"
(Michel Kichka, 2012 / http://en.kichka.com)

Dichiarazione di Marco Perduca, senatore Radicale eletto nelle liste del Pd

"Sono passati quasi vent'anni ma pare che la storia dell'inazione politica internazionale di fronte ai massacri di civili sia destinata a ripetersi. I negoziati e le aperture di credito al regime di Assad ricordano sempre di piu' quanto fu concesso, in termini di fiducia e di reazioni rallentate se non in alcuni casi di spudorata vicinanza politica come quella dei comunisti e leghisti italiani, al sanguinario Milosevic. La stessa ricerca del consenso all'interno del Consiglio di Sicurezza che caratterizzo' gli anni Novanta sui Balcani rischia di produrre altrettante migliai di morti in Siria. Le proteste dei siriani iniziate oltre un anno fa hanno avuto, proprio come in Tunisia, una caratterizzazione sinceramente e spiccatamente nonviolenta, solo l'inerzia colla quale la comunita' internazionale ha risposto alle brutali repressioni delle armate di Assad hanno favorito la creazione di un esercito di liberazione che, chiaramente, ha "autorizzato" un ulteriore inasprimento della repressione da parte del regime di Damasco.

Oggi il Consiglio di Sicurezza deve votare l'invio di una missione di osservatori da inviare in Siria, proprio come varie missioni furono inviate dall'Onu nei Balcani 15-20 anni fa - buon ultima quella che in Kosovo non s'accorse dell'eccidio di Rachak nel gennaio del 1999, a cui fece seguito la convocazione di una conferenza di pace con Milosevic a Rambouillet, salvo di li' a qualche settimana dar ordine alla NATO di bombardare la Serbia.

In occasione della Libia, e per repressioni molto minori, si e' voluto praticare la cosiddetta "responsabilita' di proteggere" i civili dai loro governi; anche in Siria occorre ri-prendere in considerazione l'applicazione di questo principio che e' universale e che, se ben articolato, puo; riuscire a mettere Russia e Cina di fronte alle loro responsabilita' di connivenza con quel regime sanguinario il cui capo non puo' essere seriamente preso in considerazione come attore della ricerca della soluzione essendo la causa della tirannia che gli Assad hanno istaurato in Siria da quasi mezzo secolo.

martedì 29 novembre 2011

LA TURCHIA VUOLE ISOLARE LA SIRIA?

La Turchia potrebbe decidere di imporre una zona cuscinetto al confine con la Siria, in accordo con la comunità internazionale, se si dovesse trovare a fronteggiare un afflusso massiccio di rifugiati un fuga dalla repressione del regime di Damasco. Lo ha detto il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, in un'intervista ad un'emittente tv nella quale ha ribadito che Ankara resta contraria all'opzione militare contro Damasco. Dopo anni di ottime relazioni, costruite proprio dall'attuale governo islamico moderato, Ankara continua nella presa di distanza dal regime di Bashar Al Assad che non accenna a voler fermare la sanguinosa repressione dell'opposizione. “Il governo siriano non può sopravvivere se non fa la pace con il suo popolo”, ha detto il ministro Davutoglu nella stessa intervista.
Se le condizioni peggiorano la Turchia potrebbe anche decidere di escludere la Siria dai percorsi commerciali regionali. La Siria, già colpita dalle sanzioni internazionali, è un importante paese di transito per i trasporti su strada della merci turche verso i paesi del vicino e medio Oriente. Secondo quanto dichiarato dal ministro dei Trasporti, Binali Yildirim, la Turchia potrebbe prevedere “di orientare i trasporti su strada attraverso l'Iraq, aprendo nuovi posti di frontiera, se le condizioni peggioreranno”. Il ministro ha precisato che la Turchia sostiene nel suo complesso le sanzioni economiche decise domenica scorsa dalla Lega araba pur garantendo la massima attenzione per non “causare mai pregiudizio al popolo siriano”.

lunedì 7 novembre 2011

LA TURCHIA APPOGGIA L'OPPOSIZIONE ANCHE ARMATA AL REGIME DI DAMASCO

“Siamo il futuro esercito della nuova Siria, non siamo in combutta con nessun partito politico, religione o gruppo. Crediamo nella difesa di tutta la società siriana nel suo insieme”. Lo ha detto il colonnello Riyad al-Asad, comandante dell'Esercito della Siria libera (Fsa), in un'intervista pubblicata nei giorni scorsi dal Daily Telegraph. L'organizzazione armata, “ala militare dell'opposizione popolare siriana al regime”, composta da disertori delle forze armate del regime di Damasco, conterebbe già 15 mila uomini e starebbe già conducendo “operazioni di alto livello contro soldati del governo e agenti di sicurezza”, come ha detto il suo comandante nei giorni scorsi al New York Times, assicurando la volontà di combattere il regime fino a quando non cadrà per poi creare “un nuovo periodo di stabilità e sicurezza per la Siria”. La scorsa settimana, l'Fsa ha rivendicato l'uccisione di nove soldati siriani in scontri avvenuti nel centro del Paese, mentre venerdì scorso, ricorda il Telegraph, altri 17 soldati sono stati uccisi in combattimenti a Homs. La cosa interessante – o inquietante a seconda di come la si veda – è che la formazione dell'esercito ribelle è stata sostenuta e coordinata dalla Turchia. Ankara, dunque, non solo vuole giocare un ruolo di primo piano nell'attuale crisi siriana, anche a costo di compromettere i tentativi di mediazione internazionale (in primis quello, per altro per ora fallimentare, della Lega araba) e di rompere in modo definitivo e irrimediabile con l'ex amico Bashar el Assad.

Nei mesi scorsi il governo di Erdogan aveva tentato di proporsi come mediatore facendo affidamento sugli ottimi rapporti con Assad costruiti negli ultimi anni dopo che in passato i due Paesi avevano rischiato più volte il conflitto armato. Era stato proprio Bashar al Assad a incoraggiare il dialogo con Ankara, in un processo che lo scorso anno aveva portato all'abolizione dei visti di ingresso fra i due Paesi. Lo stesso Erdogan aveva più volte definito Assad “un caro amico”. Quei tempi ora sembrano però molto lontani. Ankara ha mantenuto evidentemente la certezza di poter cambiare le situazione influendo positivamente su Damasco, ma di fronte all'inutilità di visite ufficiali e contatti ad alto livelli, conditi di inviti, appelli e ammonimenti, l'atteggiamento è andato progressivamente cambiando fino a diventare aperta opposizione e pur continuando ad auspicare una soluzione pacifica, la pazienza sembra essere arrivata al limite. A complicare ulteriormente la situazione ci sono anche le accuse della stampa turca alla Siria di fiancheggiare i guerriglieri curdi del Pkk. Nonostante le critiche dell'opposizione (il Chp, il Partito repubblicano del popolo, di orientamento laico e repubblicano, ha parlato di “spaventosa inversione a U nell'atteggiamento del governo verso Assad”), i rapporti con il leader siriano sembrano ormai definitivamente compromessi e a nulla sembra essere servito il riavvicinamento tentato da Assad con l'invio di aiuti nel sud-est turco colpito dal terremoto.

E' dal giugno scorso che la Turchia ha accolto migliaia di profughi in fuga dalle persecuzioni del regime siriano. In questi mesi il governo di Ankara ha cercato a più riprese di convincere Assad a introdurre le riforme più volte promesse, ma poi sempre regolarmente smentite da nuove sanguinose repressioni. Proprio alla luce della crescente violenta repressione, il governo turco ha deciso di favorire la formazione di un vero e proprio esercito di liberazione. Del resto, Ankara ha più volte manifestato il suo sostegno alle “primavere arabe”, anche con il recente, trionfale viaggio del premier Erdogan in Egitto e in altri Paesi dell'area, evidentemente parte del disegno di fare della Turchia la nuova, vera potenza regionale. La Siria è un Paese chiave dell'area: la decisione di Ankara di addestrare una forza armata che possa condurre operazioni contro l'esercito governativo e le forze di sicurezza siriane e che possa diventare anche il braccio armato del Consiglio nazionale siriano, ovvero il coordinamento della resistenza che si è riunito per la prima volta proprio a Istanbul, mostra che Ankara vuole giocare un ruolo di primo piano nella crisi, prendendo la guida della regione e ponendosi come interlocutore ineludibile per qualunque eventuale intrvento internazionale, politico e/o militare, per cercare di risolvere la questione siriana. Resta da vedere se Ankara ha fatto bene i suoi conti, visto che aveva scommesso sulla caduta di Assad in poche settimane, ma ciò non è avvenuto.

domenica 26 giugno 2011

NERVI TESI TRA TURCHIA E SIRIA

Immagine tratta da scoopat.net
Turchia a Siria sono legate da un destino comune e nonostante le tensioni di questo ultimo periodo i contatti tra le due capitali continuano. Lo ha detto due giorni fa il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, dopo che truppe e mezzi blindati siriani, giovedì scorso si sono spinti fino a poche centinaia di metri dal confine con la provincia turca di Hatay (quella con capoluogo Antiochia) dove hanno esploso colpi di arma da fuoco spingendo centinaia di profughi accampati in territorio siriano ad entrare in Turchia per dirigersi vero i campi allestiti dalla Mezzaluna Rossa. L'incursione ha provocato grande irritazione ad Ankara. Davutoglu ha dapprima chiamato il suo omologo siriano Walid Al Muallim per esprimergli le preoccupazioni e i punti di vista turchi e poi ha fatto convocare il rappresentante di Damasco ad Ankara, Abdullah Dardari. Davutoglu ha spiegato che i profughi siriani “non vengono considerati come un gruppo di rifugiati” ma come “ospiti”.

Ankara sembra non voler comunque alimentare gratuitamente una tensione che potrebbe esplodere con conseguenze incontrollabili e pericolose per tutta la regione. Dopo che recentemente il premier Erdogan aveva più volte esortato Assad a fermare la repressione della protesta popolare e avviare le riforme, il ministero degli Esteri Davutoglu ha affermato che “la Turchia farà del suo meglio per assistere la Siria” nell'attuazione di riforme che la rinnovino nella stabilità per renderla più forte. E nonostante il presidente turco Abdullah Gul l'avesse definito insufficiente, Davutoglu ha voluto cogliere nel recente discorso del presidente siriano “elementi” che “rappresentano segnali di riforma”, anche se “è importante la loro attuazione attraverso passi concreti”. Rispondendo ad una domanda dell'agenzia Anadolu sulle tensioni tra i due paesi, il ministro si è limitato a notare che “le relazioni fra Turchia e Siria sono molto migliorate negli ultimi dieci anni”.

Che la situazione tra i due paesi non sia tranquilla lo dimostra il fatto che gli Stati Uniti sono “molto preoccupati” per i movimenti di truppe siriane lungo la frontiera con la Turchia. Il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha detto chiaramente che “se le forze siriane non cessano immediatamente i loro attacchi e le loro provocazioni, che non solo colpiscono i loro connazionali ma mettono a rischio di potenziali scontri di confine, vi sarà una escalation del conflitto nella regione”. Una valutazione condivisa dal governo turco, almeno stando a quanto scrive il quotidiano israeliano Haaretz che cita una fonte turca “di alto livello” secondo la quale il primo ministro Erdogan starebbe esaminando lo scenario di possibili operazioni militari siriane in territorio turco con i capi dell'esercito, i servizi segreti e il ministero degli Esteri.

La preoccupazione di Ankara è che i siriani possano cercare di colpire i campi profughi allestiti in territorio turco dove continuano ad affluire civili siriani si in fuga dalla repressione scatenata dal regime di Damasco nel nord del paese. E che i nervi siano piuttosto tesi lo dimostrano anche fatti marginali come la scaramuccia simbolica tra i due eserciti: una bandiera turca, che era stata issata dai profughi su un edificio in territorio siriano per manifestare gratitudine alla Turchia che ha già accolto oltre 12 mila rifugiati, è stata rimpiazzata con un vessillo siriano. Una postazione militare turca ha reagito allora facendo sventolare una gigantesca bandiera nazionale dalla sommità di una collina per ribadire, qualora non fosse chiaro abbastanza chiaro, che le forze armate turche non tollereranno alcun sconfinamento.