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venerdì 31 maggio 2013

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE IN TURCHIA

Foto Alumbis / Flickr
L'intervista a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia TMNews e collaboratrice del La Stampa e di Avvenire, per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda ieri a Radio Radicale.
Un punto sulla attuale situazione politica interna della Turchia e il conflitto in Siria, il problema dei profughi, il recente attentato di Reyhanli, gli errori del premier Erdogan, la sua recente visita a Washington e il colloquio con il presidente Obama, gli sviluppi della trattativa con il Pkk per risolvere la questione curda, il possibile rilancio del negoziato per l'adesione all'Unione Europea.



Aggiornamento del 4 giugno: l'intervista è stata realizzata mercoledì 29 maggio e quindi prima dello scoppio delle proteste per il parco Gezi di Istanbul poi dilagate in molte altre città.

sabato 13 aprile 2013

RACCONTA L'EUROPA ALL'EUROPA: TURCHIA

Undicesima puntata del ciclo di Speciali di Passaggio a Sud Est che fanno parte del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso



La penultima puntata del ciclo di Speciali realizzati nell'ambito del progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso per raccontare la realtà politica dell'Europa sud orientale e il suo percorso di integrazione nell'UE, è dedicata alla Turchia: la realtà del Paese dopo un decennio di governo dell'Akp, il partito islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan; il presunto rischio islamista e i pericoli di un'involuzione autoritaria del potere; il processo di pace con i curdi e la crisi siriana; la politica estera turca nei Balcani; le relazioni con l'Unione Europea e i negoziati di adesione.

Con Fazila Mat, Alberto Tetta e Rodolfo Toè, collaboratori e corrispondenti di Osservatorio Balcani e Caucaso, e un intervento di Emma Bonino tratto dalla presentazione del secondo rapporto della Independent Commission on Turkey.

Ascolta lo Speciale




venerdì 5 aprile 2013

TURCHIA: I PASSI AVANTI DEL PROCESSO DI PACE CON IL PKK


Sembra fare nuovi passi avanti il processo di pace tra la Turchia e il Pkk. Mercoledì il vicepremier, Bulent Arinc, ha annunciato che è pronta la commissione che avrà il compito di promuovere il processo di pace presso l'opinione pubblica. La commissione, composta da 63 persone fra le quali figurano note e apprezzate personalità del mondo industriale, dell'associazionismo, della cultura e dello spettacolo è stata divisa in gruppi di lavoro che saranno impegnati nelle prossime settimane a presentare in tutta la Turchia il progetto di pace. Sempre l'altro ieri, il leader storico del Pkk, Abdullah Ocalan, ha assicurato che i suoi uomini si ritireranno della Turchia disarmati, "dopo aver seppellito le loro armi". Lo hanno riferito i media turchi riportando il contenuto di una conversazione che Ocalan avrebbe avuto con il capo dell'intelligence di Ankara, Hakan Fidan, venerdi' scorso.  Queste notizie sembrerebbero smentire le voci di una "crisi" in cui si troverebbe il processo di pace a causa della mancata intesa sulle modalita' del ritiro dei guerriglieri. Per la dirigenza del Pkk, ma anche per il Bdp, il partito curdo che siede nel parlamento turco, serve un provvedimento parlamentare, mentre il governo ritiene che ciò non sia necessario. Ocalan si dice comunque ottimista sull'esito del processo di pace. In un messaggio rivolto alle migliaia di sostenitori in occasione del suo compleanno che si è festeggiato ieri, Ocalan ha scritto: "Le probabilità di una pace onorevole sono cresciute davvero molto", aggiungendo che la pace porterà ad una "rinascita di un popolo", quello curdo, che rappresenta circa un quinto della popolazione della Turchia. Dopo lo storico messaggio del 21 marzo, in occasione del Newroz, il capodanno curdo, in cui Ocalan ha chiesto ai guerriglieri del Pkk di deporre le armi e ritirarsi oltre frontiera in attesa della fine definitiva del conflitto che in trent'anni ha provocato 40mila morti, il leader storico del Pkk ha fatto appello al suo popolo, povero o ricco, giovane o vecchio, uomini e donne, di partecipare al processo di pace: "Io spero che non ci sarà una sola goccia di sangue nell'evolversi del processo di pace" ha scritto tra l'altro. Da segnalare che per la prima volta la polizia turca non è intervenuta contro i sostenitori del leader curdo che si sono radunati a Omerli, suo paese natale nel sud-est del Paese, scandendo slogan in cui hanno chiesto "libertà per Ocalan".

Il governo turco sta intanto elaborando gli scenari per giungere alla pace con il Pkk. Nei giorni seguenti l'annuncio del cessate il fuoco da parte di Ocalan, il quotidiano Hurriyet citava una fonte autorevole del governo secondo cui la prima fase del piano prevederebbe il ritiro dei guerriglieri curdi dal territorio turco verso le basi in nord Iraq, che il governo vorrebbe completare entro il prossimo autunno. In parallelo al ritiro verrebbe istituita una commissione parlamentare ad hoc. Per il momento sembrerebbero esclusi provvedimenti mirati per favorire il ritiro del militanti curdi, mentre si pensa a iniziative per facilitare in futuro il reintegro nelle società turca dei guerriglieri che deporranno le armi. Per quelli che non hanno commesso reati problemi non ce ne saranno. Per quelli soggetti a procedimenti penali, ma che non hanno avuto posizioni di comando nell'organizzazione militare, si starebbe pensando ad una modifica delle leggi. Complicata invece la posizione dei comandanti della guerriglia: Erdogan ha parlato più volte della possibilità dell'esilio in "Paesi terzi"che potrebbero concedere loro uno status speciale. Ci saranno poi da ricollocare le 70mila "guardie di villaggio", di etnia curda, impiegate in questi anni come milizia contro il Pkk. Il governo sta lavorando anche sulla questione dei diritti umani per armonizzare la normativa turca alla Convenzione europea. Nella seconda metà dell'anno il governo potrebbe anche sospendere il provvedimento con cui a suo tempo il parlamento lo autorizzava ad ordinare le operazioni fuori confine delle forze armate in nord Iraq. Un altro passo molto importante in questa fase sarebbe quello di abolire la legge antiterrorismo, che ha portato in carcere migliaia di simpatizzanti del Pkk, e di modificare radicalmente il codice penale.


giovedì 21 marzo 2013

OCALAN ANNUNCIA IL 'CESSATE IL FUOCO': STORICO NEWROZ PER I CURDI E LA TURCHIA


"Oggi inizia una nuova era per passare dalla lotta armata alla lotta democratica"

Newroz storico per i curdi e anche per la Turchia: atteso da alcuni giorni è infatti arrivato oggi l'annuncio del “cessate il fuoco” da parte del Pkk, il Partito curdo dei lavoratori. Il suo leader storico, Abdullah Ocalan, detenuto dal 1999 nel carcere di massima sicurezza sull'isola di Imrali, ha fatto diffondere questa mattina il documento nel quale annuncia la sospensione dell'operazioni armate e invita i combattenti del Pkk a ritirarsi oltre i confini della Turchia, nel Kurdistan iracheno.
Il documento di Ocalan è stato letto a Diyarbakir, nel sud est della Turchia, da due deputati del Bdp, il partito curdo che siede nel parlamento di Ankara, davanti ad una folla enorme: si parla di almeno 200mila persone) con striscioni, bandiere e immagini del leader del Pkk.
"E' il tempo della politica, non delle armi", afferma il messaggio. "Una nuova era inizia oggi, la porta si apre per passare dalla lotta armata alla lotta democratica", dice Ocalan nel messaggio letto in curdo, ma anche in turco. "Facciamo tacere le armi, lasciamo parlare la politica. E' ora che le nostre forze armate si ritirino oltre i confini. Non è la fine, e l'inizio di una nuova era".
Solo le prossime settimane e mesi ci diranno se sarà davvero così: se il capodanno curdo del 2013 segnerà l'inizio di una fase nuova in un conflitto che va avanti da oltre 30 anni e che ha provocato oltre 40mila morti.
Di sicuro oggi è cominciata la primavera e non poteva farlo in modo migliore.


mercoledì 16 gennaio 2013

CURDI: LA STRAGE DI PARIGI POTREBBE ESSERE OPERA DELL'IRAN

(AP Photo/Thibault Camus)
Mentre Ankara attende informazioni da Parigi sulle tre militanti curde uccise la settimana scorsa (fra le quali figurava Sakine Cansiz, tra i fondatori del Pkk), e rassicura che l'accaduto non avrà ripercussioni sulle relazioni fra i due Paesi, compare l'ipotesi che dietro il triplice omicidio potrebbe esserci la mano dell'Iran. Questo, almeno, è quanto propone Ahmet Turk, deputato del Partito della Pace e della Democrazia (Bdp), l'unica formazione curda presente nel parlamento turco. "Non credo che questa volta ci sia la mano dello stato turco", ha affermato il parlamentare definendo i presunti mandanti iraniani delle tre uccisioni come "forze internazionali" che vogliono impedire alla Turchia di diventare una potenza internazionale nella regione. Turk, che nelle scorse settimane ha incontrato in carcere il leader del Pkk, Abdullah Ocalan, con il quale ha fatto il punto sui negoziati in corso con il governo di Ankara per trovare una soluzione alla questione curda. "Trovare una soluzione alla questione curda farebbe della Turchia l'unica vera potenza nella regione e per questo l'Iran potrebbe essere il responsabile [delle uccisioni] e non sarebbe la prima volta", ha detto Turk precisando però di non avere prove a sostegno della sua ipotesi.

Sabato scorso il premier turco Recep Tayyip Erdogan aveva chiesto alla Francia di fornire immediati chiarimenti su quanto avvenuto nella notte fra il 9 a il 10 gennaio, invitando anche il presidente francese Francois Hollande a spiegare la natura delle relazioni dopo che questi aveva dichiarato di conoscere una delle tre donne assassinate. I rapporti fra Ankara e Parigi, che nel corso degli ultimi anni hanno attraversato diverse crisi – tra l'altro a proposito della questione del genocidio armeno – si erano recentemente rasserenati proprio a seguito dell'elezione di Hollande.Il portavoce del ministero degli Esteri, Selcuk Unal, ha rassicurato che le relazioni turche con la Francia proseguiranno su tutti i piani: “Esiste una volontà reciproca di sviluppare i rapporti con la nuova amministrazione francese", ha dichiarato Unal sottolineando che la prevista visita di Hollande in Turchia nel 2013 non è in discussione. Quanto alle indagini in corso in Francia sul triplice omicidio, Unal ha assicurato che Ankara sta monitorando il caso da vicino: “Abbiamo chiesto alle autorità francesi di comunicarci informazioni dettagliate sui fatti”, ma i chiarimenti non possono essere chiarimenti immediati perché l'inchiesta è tutt'ora in corso. “Aspettiamo che le indagini finiscano”, ha detto Unal ai giornalisti.


martedì 8 gennaio 2013

TURCHIA: IL PREDICATORE GULEN APPROVA LA TRATTATIVA DI ERDOGAN CON IL PKK

Fetullah Gulen, il filosofo islamico turco che da anni vive in autoesilio negli Stati Uniti, ma che è sempre molto influente nella politica turca al punto da essere considerato da molti l'eminenza grigia del governo Erdogan, ha dato la sua approvazione alla trattativa tra Ankara e il Partito dei lavoratori del Kurdistan che lotta per l'indipendenza curda. Lo riporta il sito Herkul.org, vicino al movimento guidato da Gulen. "La pace è bene e la generosità deriva dalla pace. Si può baciare la mano o il lembo della veste finché non si manca di rispetto all'orgoglio nazionale", ha affermato il filosofo durante un incontro con alcuni suoi seguaci aggiungendo che deve essere fatto tutto il necessario perché vengano cancellate le fratture del passato: "Non dovremmo permettere che il Paese venga diviso".

La scorsa settimana due deputati curdi e un avvocato hanno ricevuto il permesso di visitare Abdullah Ocalan, fondatore del Pkk, detenuto nel carcere di massima sicurezza sull'isola di Imrali, in mezzo al Mar di Marmara, dove sta scontando l'ergastolo. Il ministro della Giustizia, Sadullah Ergin, ha confermato l'autorizzazione alle visite, aggiungendo che ce ne saranno altre in futuro, ma sottolineando che "questo processo non continuerà se se ne abuserà". Il Bdp, il partito della minoranza curda rappresentato in parlamento, sta cercando, senza però grandi successi fino a questo momento, di fare inserire il riconoscimento della minoranza nella nuova Costituzione, che avrebbe dovuto vedere al luce entro il 2012.

Il Pkk lotta dal 1984 per la creazione di uno Stato curdo indipendente: una guerra che fino ad oggi ha provocato circa 45mila vittime. Le ultime oggi: almeno 12 guerriglieri del Pkk sono rimasti uccisi nel sudest del Paese nello scontro con i militari turchi che hanno subito un morto e alcuni feriti. Secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa Dogan, i combattimenti sono iniziati quando un gruppo di guerriglieri, che sarebbero penetrati nella notte in territorio turco dal nord dell'Iraq, ha tentato di assaltare una stazione di polizia nei pressi della città di Cukurca, nella provincia di Hakkari, provocando la reazione delle forze di sicurezza.


mercoledì 31 ottobre 2012

TURCHIA: CENTINAIA DI DETENUTI CURDI IN SCIOPERO DELLA FAME NEL SILENZIO DEI MEDIA

Nel quasi totale disinteresse della grande stampa internazionale centinaia di detenuti curdi stanno conducendo uno sciopero della fame, alcuni sin dal 12 settembre, in decine di carceri della Turchia Chiedono al governo di avviare trattative con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), di potersi difendere nella propria lingua madre, il diritto all’istruzione in lingua curda e che il loro leader Abdullah Ocalan (che dal 1999 è detenuto sull'isola di Imrali, in mezzo al Mar di Marmara) posssa finalmente incontrare i suoi avvocati mettendo così fine all'isolamento che dura ormai da più di 14 mesi. Fra i detenuti in sciopero ci sono anche alcuni dirigenti del Bdp, il Partito curdo per la democrazia e la pace e che in questo momento conta dietro le sbarre 30 sindaci, 6 deputati e 56 membri del consiglio direttivo, accusati di essere fiancheggiatori dei guerriglieri del Pkk.

Amnesty International è intervenuta dopo che nei giorni scorsi erano circolate notizie secondo le quali i detenuti in sciopero della fame nelle carceri di Silivri e Sakran erano stati posti in isolamento e che in quella di Tekirdag le guardie carcerarie avrebbero sottoposto a maltrattamenti quelli che stanno prendendo parte alla protesta. Secondo le denunce, le autorità penitenziarie avrebbero inoltre, in alcuni casi, limitato l'accesso all'acqua, allo zucchero e alle vitamine con cui i prigionieri si garantiscono la sopravvivenza. Lo sciopero della fame, ha ricordato Amnesty, è una protesta pacifica e le autorità turche devono rispettare il diritto alla libertà d'espressione dei prigionieri, compreso quelli di avvalersi di questa forma di lotta. Per questo chiede che non vengano prese sanzioni nei confronti dei detenuti in sciopero della fame e che sia rispettato il divieto assoluto di tortura e di altri maltrattamenti. Amnesty chiede inoltre che i detenuti abbiano accesso a cure mediche qualificate e che siano avviate indagini approfondite ed imparziali su punizioni e maltrattamenti che sarebbero stati inflitti ai detenuti in sciopero della fame.

Il governo turco, da parte sua, ha chiesti ai detenuti curdi di interrompere la loro protesta, senza però indicare l'intenzione di discutere le loro richieste. Il ministro della Giustizia, Sadullah Ergin, si è recato in visita al carcere di Sincan, alla periferia di Ankara, incontrando i detenuti in sciopero della fame. Il ministro ha poi dichiarato che il governo è al lavoro per "fare in modo che questo genere di azioni non siano più necessarie in Turchia", ma senza spiegare se intende rispondere alle rivendicazioni. Intanto, sabato scorso si sono aggravate le condizioni di quattro detenute in sciopero della fame da oltre un mese e mezzo: il loro corpo comincia a rifiutare ora anche i liquidi. Nonostante ciò hanno dichiarato di voler continuare la protesta, una scelta che potrebbe diventare senza ritorno. Per questo intellettuali, scrittori e attori come Sezen Aksu, Yasar Kemal, Rakel Dink e Ipek Çalisar chiedono alle autorità di rispondere prima che sia troppo tardi.


giovedì 27 settembre 2012

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 27 settembre. La trasmissione è riascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.

mercoledì 26 settembre 2012

LA CRISI SIRIANA METTE LA TURCHIA IN DIFFICOLTA'

Frontiera Turchia-Siria nel 2009 (pillandia.blogspot.it)
La Turchia si sente lasciata sola dalla comunità internazionale nella gestione del problema dei profughi siriani, senza che si profilino soluzioni concrete ad una situazione che si aggrava di giorno in giorno. Al momento i rifugiati siriani arrivati nei campi allestiti dalle autorità turche sono 90mila, a fronte di una capienza che secondo i media locali può arrivare a 120mila unità, ben superiore, quindi, a quella soglia psicologica di 100mila indicata dal ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu. Lo scriveva ieri Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia TMNews, in una serie di lanci in cui spiegava che, anche se la situazione dovesse rimanere invariata, la Turchia si trova già ora a fare i conti con tre problemi: la gestione dell'emergenza lasciata tutta sulle sue spalle, questo almeno è quanto denuncia Ankara, il fallimento di una politica estera regionale che aveva fatto della Siria il Paese di riferimento e l'eccessiva e prematura opposizione al regime di Assad che per il momento ha prodotto solo la recrudescenza della guerriglia separatista curda.

Ankara, dopo aver chiesto un contributo economico per la gestione dell'emergenza da condividere con l'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr), sostiene che quei soldi vengono ora bloccati dai Paesi occidentali. "C'è una crescente sensazione in Turchia che, avendo fatto sacrifici e gestito autonomamente questa situazione, il risultato sia di portare la Comunità internazionale alla noncuranza e alla mancanza di azione", ha detto Davutoglu. Il quotidiano Hurriyet, tuttavia, sostiene che fu la Turchia un anno fa a rifiutare l'assistenza internazionale, mentre adesso si ritrova nella situazione di dover fare pressioni per ottenere un intervento esterno: “Ma le cose non funzionano così. Preferiamo dare assistenza tramite le Nazioni Unite”, ha detto un dirigente europeo al quotidiano. Il problema è che però le autorità di Ankara non sono intenzionate a cedere il controllo dei campi profughi all'Unhcr. Intanto i profughi aumentano e i costi lievitano.

Il governo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan, nota ancora Marta Ottaviani, deve fare i conti anche con la propria immagine di attore protagonista regionale e con il rischio che la crisi siriana finisca per compromettere seriamente l'ambizione di diventare un grande attore in Medio oriente. C'è poi la recrudescenza degli attacchi dei separatisti curdi, che sono aumentati in parallelo all'escalation del conflitto siriano, tanto che Ankara accusa apertamente Damasco di fomentare e finanziare la guerriglia curda nel sud est della Turchia. Il governo Erdogan, che da anni nutre l'ambizione di diventare il Paese chiave della geopolitica regionale, secondo le teorie dell'attuale ministro degli Esteri, messa alla prova dalla crisi siriana si sia ritrovata scoperta e troppo esposta a conseguenze non previste anche all'interno dei suoi confini. E in questa situazione non aiuta il difficile rapporto con gli alleati occidentali e con gli Usa che non appoggiano concretamente la richiesta di creare una zona di protezione che metta la Turchia al riparo dal rischio terrorismo.

Per il momento, concludeva Marta Ottaviani, la Turchia si trova dunque ad essere il Paese più esposto avendo puntato sulla caduta di Assad, ma che nella attuale situazione ha più da perdere. Oltre all'emergenza profughi, infatti, il governo deve fare i conti con un'opinione pubblica che, soprattutto nel sud est, è sempre più critica riguardo alla politica nei confronti della Siria, visti anche i rapporti economici privilegiati con Damasco che ormai sono un lontano ricordo.


lunedì 6 agosto 2012

TURCHIA: IL PKK ALL'ATTACCO SFRUTTA LA CRISI SIRIANA

The Turkish military deploys a number of tanks and other vehicles around a military post, which has been attacked by the outlawed PKK militants in Hakkari’s Çukurca district. Nearly 130 militants were killed in the ongoing operations, a minister says. DHA photo
Militari turchi contro i guerriglieri curdi del Pkk (Foto DHA)


La crisi siriana sembra avere le conseguenze sulla questione curda che la Turchia ha sempre temuto. La vasta offensiva contro il Pkk, lanciata dalle forze armate di Ankara fra il 23 e il 24 luglio scorsi, che ha provocato oltre un centinaio di vittime fra i guerriglieri del Pkk, e che non ha precedenti per quanto riguarda le operazioni all'interno dei confini turchi, avrebbe come scopo di fermare il tentativo dei guerriglieri separatisti di conquistare territorio. Epicentro dei combattimenti la località di Semdinli, cittadina a maggioranza curda situata nella parte della Turchia incastrata fra l'Iraq e l'Iran. I principali organi di stampa ignorano e venerdì scorso il quotidiano filo-governativo Zaman ha pubblicato un articolo dove si sosteneva che nonostante le azioni dell'esercito nella zona, in città la vita continua a scorrere tranquilla, ma altri quotidiani turchi minori ne parlano da giorni. 

Secondo quanto spiega oggi l'agenzia TMNews, in una serie di lanci della corrispondente da Istanbul, Marta Ottaviani, il timore di Ankara è che la crisi siriana porti alla creazione di un territorio controllato dai curdi nel nord della Siria, che agirebbe da nuova retrovia per la guerriglia del Pkk che, a quel punto, con l'appoggio dei curdi iracheni e di quelli iraniani, potrebbe ottenere il controllo di alcune città del Sud-Est, ponendo fine all'unità nazionale del Paese. Le autorità di Ankara sono allarmate per la situazione sul confine con la Siria, dove il Partito per l'unione democratica, in pratica il braccio politico siriano del Pkk, controlla cinque città. Una situazione del genere cambierebbe i rapporti di forza tra il governo di Ankara e il Pkk mettendo i 15 milioni di curdi turchi, che da anni lottano per avere maggiori diritti, in una posizione inedita.


Secondo quanto hanno riportato i quotidiani Birgun e Gunes, la battaglia per il controllo della regione va avanti da 15 giorni. Centinaia di guerriglieri del Pkk avrebbero già attraversato il confine dal Nord Iraq e altri rinforzi starebbero affluendo in questi giorni. Secondo Hurriyet, il Pkk avrebbe iniziato ad attaccare anche la città di Çukurca, a due passi dal confine con il Nord Iraq. La settimana scorsa il premier Recep Tayyip Erdogan ha detto che la Turchia non esiterà a colpire oltre il confine siriano se lo riterrà necessario, ma il timore è che il conflitto si possa estendere e il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, si è recato a Irbil per incontrare il presidente della Regione autonoma curda del Nord Iraq, Massoud Barzani. La zona intanto resta vietata ai giornalisti e dagli ambienti governativi di Ankara non trapelano indiscrezioni. Per questo il leader dell'opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha chiesto a Erdogan di fornire "chiarimenti ufficiali e urgenti".

venerdì 20 aprile 2012

TURCHIA: IL SISTEMA GIUDIZIARIO DI FRONTE AL CASO DI PINAR SELEK

"Il caso Pinar Selek e i problemi della giustizia in Turchia": questo il semplice ma significativo titolo di un dibattito internazionale che si è svolto a Strasburgo il 18 aprile. L'incontro è stato organizzato per iniziativa della Turkey origin Citizens' Union of Associations (RACORT) e delle sue componenti Intercultural Citizens' Movement at Strasbourg (ASTU), Turkey origin Citizens' Association at Paris, Turkish Workers Association etz'de Moselle e L'ACORT. Sono intervenuti l'avvocato di Pınar Selek, Akın Atalay, il padre di Pınar Selek, anche lui avvocato, Alp Selek, i giornalisti e scrittori Oral Calislar e Karin Karakaşlı, il professore di filosofia e saggista Zeynep Direk, l'avvocato Martin Pradel della Fédération Internationale des Droits de l'Homme, la presidente del Comitato Diritti umani del Parlamento europeo Barbara Lauchbihler e il president della Commissione parlamentare congiunta P.E-Turchia Hélène Flautre.

Leggi qui l'articolo sul dibattito pubblicato sul sito di Bianet (in inglese)



Pinar Selek, sociologa e scrittrice, fu arrestata una prima volta nel 1998 con l'accusa di complicità con il Pkk e per questo anche torturata dicono i suoi sostenitori. Prosciolta nel 2000 e liberata, è stata nuovamente incriminata e processata nel 2006 e 2011 e ogni volta prosciolta. Ora è nuovamente sotto processo, Come ho già scritto in un precedente post sul suo caso, indipendentemente da come la si pensi sulla questione curda, sul Pkk e sulla politica dell'attuale governo Erdogan, è importante ragionare sullo stato della democrazia in Turchia, sulla situazione del suo sistema giudiziario e sulla tutela dei diritti fondamentali. Soprattutto se, come noi, si è a favore con convizione della sua adesione all'Unione europea.

mercoledì 7 marzo 2012

TURCHIA: IL PROCESSO A PINAR SELEK


Riporto il seguente testo così come pubblicato sul sito www.pinarselek.com perché indipendentemente da come la si pensi sulla questione curda, sull'attuale governo e sulla condizione della democrazia in Turchia è importante sapere cosa succede e cercare di farsi una propria opinione. Soprattutto se si ama questo grande Paese e se si è a favore del suo ingresso nell'Unione Europea.

Il processo del 7 marzo: le prospettive non sono buone
Il prossimo 7 marzo, la sociologa e scrttrice femminista Pinar Selek deve nuovamente passare in giudizio davanti alla Corte d’Assise di Istanbul.
Questo processo doveva aver luogo in Settembre ; ufficialmente, è stato rimandato a marzo per ragioni « tecniche » di procedure. Ci fa riflettere questa nuova peripezia alla luce degli arresti fatti in Turchia, in ottobre, dicembre e gennaio scorsi.
Ricordiamo che Pinar Selek è stata arrestata nel 1998 in seguito ai suoi lavori sociologici sull’impegno di attivisti nel PKK. Torturata per rivelare i nomi delle persone che aveva intervistato, lei non ha parlato. E’ stato montato contro di lei una accusa di complicità in un attentato con bomba ( processo del , luglio 1998) e richiede una pena pepetua in prigione. E’ stata prosciolta nel 2000, liberata, poi nuovamente incolpata e giudicata nel 2006 e 2011, ed ogni volta prosciolta. Ogni volta, il pubblico ministero rilancia la macchina giudiziaria facendo appello.

Un nuovo processo doveva aver luogo nel settembre 2011; è stato rinviato per ragioni , il dossier non era stato trasmesso alla Corte di Cassazione. E’ quindi il 7 marzo 2012, che Pinar Selek sarà nuovamente giudicata.
Pinar Selek, dopo aver subito la tortura e la prigione, subisce una tortura psicologica da più di tredici anni. E’ vittima di un accanimento giudiziario, a dispetto della Convenzione europea dei diritti umani di cui la Turchia è firmataria. Minacciata di arresto, ha dovuto sciegliere l’esilio.
Le autorità giudiziarie rifiutano di prendere in considerazione i tre proscioglimenti successivi e rifiutano di prendere in considerazione gli esperti che sollevano Pinar Selek dalle accuse di terrorismo.

Per il processo del 7 marzo, le prospettive non sono buone.
Da settembre, le ondate di arresti si sono succedute, toccando centinaia di persone : studenti, ricercatori, giornalisti, editori, univrsitari. La guerra nel sud-est del paese serve da pretesto a una repressione di un’ampiezza mai vista dal colpo di Stato del 1980.
E’ possibile che nuove accuse – immaginarie – siano utilizzate contro la sociologa, per prolungare indefinitamente l’accanimento giudiziario.

Perchè un tale accanimento?
Noi pensiamo che il potere giudiziario voglia dare l’esempio. Pinar Selek è un’intellettuale e una militante che non si è mai conformata; ha sempre scelto di lottare e di lavorare sui e con i diseredati, gli oppressi, gli oppositori.
Lei è emblematica di una ricerca libera e indipendente, che non si piega alle ingiunzioni del potere.
Nella caccia senza fine, nella costrizione all’esilio per le minacce di arresto sempre reali, si cerca non solo di scoraggiarla, ma anche di scoraggiare ogni velleità di lavoro intellettuale e di prese di posizione che rimetterebbe in causa il falso consenso cimentato da un nazionalismo esacerbato.
Ogni società ha le sue tecniche di controllo sociale. Nel < modello turco> che è proposto ai paesi arabi, gli oppositori sono stigmatizzati come e , avendo l’effetto di gettarli fuori dalla comunità, e di creare un’atmosfera di vendetta proprizia alla calunnia, all’aggressione fisica, o addirittura all’assassinio, come ne è stato vittima Hrant Dink nel 2007.

Pinar Selek non ha ceduto sotto totura fisica, e tiene testa alla tortura psicologica.
Per lei stessa, per la libertà di pensiero e di opinione in Turchia, per tutti gli altri imprigionati, dobbiamo sostenerla !

Collettivo di Solidarietà con Pınar Selek- Francia



mercoledì 19 ottobre 2011

IL PKK ATTACCA LA TURCHIA: RISCHIO DI ESCALATION E FINE DELLE APERTURE?

In Turchia era prevista la prima riunione della commissione che deve elaborare la nuova Costituzione, che dovrebbe uniformarsi alle richieste dell'Unione Europea ed estendere le garanzie democratiche anche per le minoranze, prefigurando la possibilità di avviare finalmente verso una conclusione civile la “questione curda”. Invece è tornata la confusione e la paura del terrorismo separatista. I guerriglieri del Pkk sono infatti tornati a colpire, provocando una trentina di morti: militari, soprattutto, ma anche alcuni civili. Un attacco di dimensioni tali che non si vedevano da molti anni e con un bilancio così pesante fa farne il quarto in assoluto nella triste classifica degli atti terroristici più sanguinosi. La reazione del governo non si è fatta attendere: l'aviazione turca ha compiuto bombardamenti in territorio nord iracheno, mentre un contingente di truppe scelte (da 600 a 1000 uomini, secondo la stampa) ha passato il confine via terra provocando molti morti fra i guerriglieri.

Il premier Recep Tayyip Erdogan ha giurato di non abbassare la guardia: “Voglio che tutti lo capiscano bene, amici e nemici della Turchia: la Turchia non cederà mai a nessun attacco, non farà mai un passo indietro e non sacrificherà mai neppure la minima parte del suo territorio”. Erdogan ha parlato di “forze oscure” di cui il Pkk è strumento, e ha invitato i turchi a non cedere alle provocazioni: “Se qualcuno non riesce a controllare la rabbia davanti a questo doloroso incidente, i terroristi raggiungeranno il loro obiettivo, ma noi manterremo la calma. Sappiamo che la lotta al terrorismo è lunga, sappiamo che l'antidoto al terrore sono i diritti umani e la democrazia”, ha concluso il premier che ha anche fatto appello all'opposizione perché collabori in questo momento. La minoranza però non ha raccolto l'invito. Kemal Kilicdaroglu, capo del Chp, il Partito repubblicano del popolo, principale formazione dell'opposizione, ha parlato di “incapacità del governo di fronteggiare la situazione” chiedendone le dimissioni. Il segretario del Bdp, il partito curdo, Nurettin Demirtas, ha dichiarato: “Questo fuoco colpisce tutti noi, è ora di dire basta ai morti, ma la guerra contro il Pkk deve finire”.

L'orientamento del governo sembra però essere opposto. Il presidente Abdullah Gul ha parlato apertamente di “vendetta” dicendo che la Turchia “ricorrerà a ogni mezzo per fermare questa situazione”, mentre il premier ha annunciato che le operazioni oltre confine andranno avanti “fino a quando sarà necessario”. Così facendo, però, la Turchia si espone al rischio di essere colpita ancora “più forte”, almeno stando a quanto dichiarato da Ahmed Denis, portavoce del Pkk. Il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, ha telefonato a Erdogan per esprimergli la sua solidarietà e per affermare che gli attacchi dei separatisti curdi del Pkk mirano a mettere in crisi le relazioni fraterne tra curdi e turchi.

Gli Stati Uniti, per bocca del presidente Obama, hanno condannato con forza “l'oltraggioso attentato terrorista”. Il presidente ha offerto, “a nome del popolo americano”, le sue condoglianze alle famiglie delle vittime e a tutto il popolo turco, garantendo che gli Usa “continueranno la forte cooperazione [...] per sconfiggere la minaccia terrorista del Pkk e per portare pace, stabilità e prosperità a tutto il popolo della Turchia sudorientale”. Solidarietà ad Ankara nella lotta al terrorismo è stata espressa anche dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, secondo il quale “non c'è giustificazione per questi atti di violenza”. Anche l'Unione Europea “sta al fianco della Turchia nella sua determinazione per combattere il terrorismo”, come ha detto l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton, che ha condannato “nei termini più duri” i “vergognosi attacchi del Pkk”. Proprio a Bruxelles, si è però rivolto il ministro per i rapporti con l'Europa, Egemen Bagis, dichiarando che “l'Unione Europea non può più rimanere inerte davanti a così tanti morti”.

La situazione è tesa e delicata e c'è il rischio di un'escalation militare: il Pkk, dopo un periodo di calma, a partire dalla scorsa estate ha inasprito gli attacchi. Il governo, e lo ha fatto vedere in queste ore, non intende restare inerte. Ma oltre che ad una ripresa del conflitto su vasta scala, Erdogan rischia anche di vedere sconfitta la politica di “doppio binario” portata avanti in questi anni: riforme democratiche e progressivo riconoscimento dei diritti dei curdi da una parte, tolleranza zero e pugno di ferro contro la lotta armata dall'altra. Se così fosse la Turchia rischierebbe di dover fronteggiare un pericoloso e sanguinoso fronte interno, proprio quando deve affrontare la delicatissima situazione del Medio Oriente proprio mentre sta costruendo il suo ruolo di potenza regionale. Con il rischio di trovarsi sostanzialmente sola, al di là delle dichiarazioni di circostanza. [RS]

sabato 3 settembre 2011

TURCHIA: COSA SUCCEDE TRA GOVERNO E MILITARI?

Intervista a Alberto Tetta, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso

Foto Alexei Klyukin / Flickr

Le clamorose dichiarazioni dell'ex capo di stato maggiore turco, Isik Kosaner, registrate di nascosto e finite su Internet, segnano un nuovo capitolo nel contrastato confronto tra l'establishment militare ed il governo islamico-moderato di Recep Tayyp Erdogan, all'indomani del cambio dei comandanti delle forze armate che ha portato al vertice ufficiali più disponibili nei confronti di Erdogan e dell'Akp. Tutto questo nel pieno della nuova escalation del conflitto con i guerriglieri curdi del Pkk. Capire chi ha registrato le parole di Kosaner e le ha poi fatte finire in rete, potrebbe sicuramente aiutare a capire meglio cosa sta accadendo tra governo e militari.
Nell'intervista si parla anche dell'iniziativa turca nei confronti della crisi siriana e dei difficili rapporti con Israele (Attenzione: l'intervista è stata realizzata il 31 agosto, quando ancora non erano noti i contenuti e le conclusioni del "Rapporto Palmer" sulla vicenda della Mavi Marmara).

Ascolta qui l'intervista



Leggi sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso gli articoli di Alberto Tetta

giovedì 1 settembre 2011

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Argomenti della trasmissione

Turchia: le clamorose dichiarazioni dell'ex capo di stato maggiore generale, Isik Kosaner, sul conflitto con il Pkk, il governo Erdogan e l'inchiesta sul tentativo di colpo di stato che ha portato in carcere molti ufficiali, aggiungono un nuovo capitolo nei rapporti tra politici e militari, un mese dopo le dimissioni dello stesso Kosaner e dei vertici militari e proprio nel bel mezzo della nuova escalation del conflitto con i guerriglieri curdi; sintesi dell'intervisa a Alberto Tetta corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso.

Ex-Jugoslavia: le dichiarazioni della premier croata Jadranka Kosor, legate alle prossime elezioni politiche in Croazia, raffreddano le relazioni tra Zagabria e Belgrado, e mettono in difficoltà il presidente Ivo Josipovic (che domani vedrà il suo omologo serbo, Boris Tadic, a margine del vertice dei capi di Stato dell'Europa centro-orientale).

Kosovo: i serbi del nord respingono le raccomandazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel che nella sua recente visita a Belgrado ha ammonito le due parti a trovare una soluzione politica alla questione kosovara; intanto il parlamento di Pristina vota contro l'insegnamento religioso a scuola e contro la costruzione di una moschea a Pristina, mentre Ankara chiede di "correggere le offese alla Turchia" contenute nei testi scolastici.

Albania: la discussione sui vari progetti di riforma della legge elettorale; i problemi posti dal prossimo censimento; il finanziamento delle scuole albanesi all'estero.

Macedonia: si annuncia una nuova iniziativa per cercare di risolvere l'annosa controversia con le Grecia sul nome dell'ex-repubblica jugoslava; il 6 settembre visita ufficiale del premier turco Recep Tayyip Erdogan a Skopje.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura e può essere riascoltata qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche

martedì 30 agosto 2011

TURCHIA: LE CLAMOROSE DICHIARAZIONI DELL'EX CAPO DI STATO MAGGIORE

Nella lotta al Pkk l'esercito ha commesso errori che sono costati la vita ai soldati

L'ex capo di stato maggiore
generale turco Isik Kosaner
Clamorose dichiarazioni dell'ex capo di stato maggiore turco, Isik Kosaner: nella lotta contro i guerriglieri separatisti curdi del Pkk l'esercito ha commesso errori che sono costati la vita ai soldati. Il coordinamento e il comando delle forze di terra viene gestito in modo poco sicuro ed efficace, l'addestramento dei soldati è pieno di lacune, i militari non sono più in grado di tracciare con precisione i territori minati negli ultimi 20 anni. In poche parole, giovani innocenti sono morti per colpa dell'esercito. Dichiarazioni eclatanti - prese all'insaputa dell'interessato, ma poi confermate - che fanno molto discutere in un Paese abituato a considerare le forze armate un pilastro della nazione.

Le affermazioni sono state registrate di nascosto nel corso di conversazioni che Kosaner ha avuto negli ultimi mesi, in occasione di sue visite a varie unità militari. Le registrazioni audio sono comparse su internet la scorsa settimana pochi giorni dopo l'attentato del 17 agosto, che ha provocato la morte di dodici soldati per mano del Pkk, l'organizzazione guerrigliera che si batte per l'indipendenza del Kurdistan. E tre settimane dopo le improvvise dimissioni di Kosaner e dei vertici militari in polemica con il governo di Recep Tayyip Erdogan. Dopo una settimana di silenzio l'ex numero uno delle forze armate turche ha confermato le rivelazioni con un comunicato stampa.

“Confermo tutto quello che ho detto; la voce nelle registrazioni è la mia, ma è triste vedere come le mie parole siano state alterate quando rivolte al pubblico”. Così si legge nella nota in cui Kosaner spiega di aver voluto chiarire la sua posizione per evitare che alcune sue parole possano danneggiare la memoria dei soldati caduti e che si tratta di “un'autocritica per avvisare i suoi uomini e motivarli”. Al di là delle spiegazioni, anche chi non è esperto delle dinamiche interne alle forze armate turche e dei loro rapporti con il potere politico, non fa fatica a capire che si tratta dell'ennesima prova delle tensioni che attraversano anche il potente esercito turco, uno dei più numerosi della Nato, attore politico (ed economico) di primo piano, capace di intervenire pesantemente nella vita del Paese, come testimoniano i quattro colpi di stato in meno di trent'anni.

Leggi qui il comunicato di Kosaner pubblicato da Hurriyet Daily News

Le parole di Kosaner rimandano, inevitabilmente, al braccio di ferro in corso da anni tra il governo islamico-moderato e i militari, con questi ultimi capaci, fino ad un certo punto, di costituire un'opposizione anche più forte di quella parlamentare, ma che negli ultimi tempi hanno subito una serie di sconfitte. L'ultima poche settimane fa: alla fine di luglio, i comandanti delle forze armate si erano dimessi in blocco per protestare contro le mancate promozioni degli ufficiali finiti in carcere nei mesi scorsi perché sospettati di aver preso parte nel 2003 all'operazione “Balyoz”, il presunto tentativo di golpe, oggetto di una controversa indagine. Una prova di forza in vista della riunione del Consiglio supremo militare che, a inizio agosto, doveva procedere alla nomina dei nuovi vertici. Ma il Consiglio si è concluso con una soluzione di compromesso, che ha visto i militari per la prima volta fare un passo indietro rispetto al governo, cosa che ha spinto diversi osservatori a parlare di inizio di una “seconda repubblica” in Turchia.

Seconda repubblica o no, è evidente che è iniziato un nuovo corso nei rapporti tra militari e politica, come dimostra anche il fatto che le congratulazioni per l'anniversario della vittoria nella guerra d'indipendenza del 1922, su proposta del nuovo capo delle forze armate Necdet Ozel, verranno rivolte al presidente della repubblica Abdullah Gul e non, com'è sempre avvenuto fin'ora, allo stesso capo di stato maggiore. Le parole di Kosaner segnalano che tra i militari c'è malcontento, forse anche sfiducia, che le forze armate non sono più un blocco monolitico (o che almeno ormai non riescono più a mostrarsi come tali) e che le grandi trasformazioni sociali e politiche che la Turchia vive da un decennio (con l'arrivo al potere del governo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan) non hanno lasciato indenne nemmeno il baluardo dello Stato laico fondato da Mustafa Kemal Ataturk. [RS]

Le registrazioni delle affermazioni di Kosaner le potete ascoltare qui