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venerdì 6 febbraio 2015

DEBITO GRECO: I NODI DELLA QUESTIONE

A due settimane dalla vittoria elettorale che ha portato Syriza al governo in Grecia, con i primi passi compiuti dal neo premier Alexis Tsipras e dal suo ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis, si sono delineati con precisione le questioni che oppongono Atene alle istituzioni europee e agli altri partner comunitari. Un utile promemoria compilato dall’agenzia Askanews li mette in fila con ordine e permette di aver chiari i termini della questione.

Primo problema: il "prestito ponte". Atene lo chiede per poter fronteggiare le esigenze di finanziamento fino a quando si potrà chiudere un accordo complessivo: il mese di maggio, secondo quanto ha dichiarato Varoufakis. Il problema è che la Banca centrale europea ha fatto chiaramente capire di non pensarci nemmeno. Dall’Eurotower di Francoforte hanno fatto sapere, informalmente, che Draghi ha spiegato al ministro greco che alla Bce è vietato il finanziamento dei debiti pubblici. L'idea di costruire il "prestito ponte" emettendo titoli di Stato a breve scadenza da far comprare alla Bce sembra dunque impraticabile e occorre trovare in fretta un'altra strada visto che il 28 febbraio scade il programma di sostegno europeo.

Il secondo problema è la Troika. L'organismo formato da Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale, e che finora ha avuto un ruolo centrale in questa vicenda, è il principale bersaglio di Syriza e dei movimenti politici che contestano le politiche economiche dell'UE e di tutti i governi dell’area Euro. Ora che è arrivata al governo sull’onda di un vasto consenso popolare, Syriza deve rispettare le sue promesse elettorali rifiutando di trattare con la Troika. L'Unione Europea su questo non è pregiudizialmente ostile, ma una riforma dell'organismo richiede tempi lunghi che la Grecia non si può permettere. Dunque, o Atene ammorbidisce le sue richieste oppure sarà difficile anche solo avviare una discussione.

La terza questione riguarda la necessità di trovare dei punti su cui trattare o quanto meno un terreno comune su cui avviare il negoziato. Il taglio netto e consistente del debito greco, su cui insiste il nuovo esecutivo di Atene, è una prospettiva che le istituzioni europee e i maggiori partner, che sono ormai creditori diretti della Grecia, non possono accettare in questi termini. I Paesi creditori possono accettare una proroga delle scadenze dei pagamenti e di rivedere i tassi di interesse, ma non certo la riduzione richiesta dai greci. Anche qui, a meno di un ammorbidimento delle posizioni da una parte o dall'altra, è difficile capire come si possa trovare un compromesso.

C'è poi il problema che la questione va ben oltre l'ambito dell'unione monetaria. Gli investitori che hanno accettato di scommettere sul recente ritorno sul mercato della Grecia dopo anni, si sono trovati in mano titoli di Stato triennali con un valore diminuito di circa un terzo rispetto a quello di acquisto. Penalizzarli ulteriormente rischia di far cadere la reputazione della Grecia così in basso da impedirle per molti anni di finanziarsi sul mercato e allungherebbe il tempo necessario per ricorrere agli aiuti dell'Unione.

Infine c'è il problema del rapporto con il Fondo monetario internazionale. Se da una parte il Fmi ha fatto
qualche autocritica sulle politiche imposte alla Grecia, ora non può non pretendere la restituzione di quanto erogato e dunque potrebbe mostrarsi più intransigente anche degli stessi tedeschi. Un diverso trattamento per la Grecia costiutirebbe infatti un precedente dalle conseguenze imprevedibili per tutti i programmi di aiuto presenti e futuri con altri Paesi. Le dichiarazioni di Cristine Lagarde nei giorni delle elezioni greche sono state eloquenti a questo proposito, così come la netta smentita che da New York è arrivata alle affermazioni di Varoufakis sull'avvio di negoziati.

L'11 febbraio è prevista un riunione straordinaria dei Paesi dell'area Euro sulla situazione della Grecia. Lo ha annunciato la portavoce del presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem. La data limite per trovare un'intesa resta il 28 febbraio, quando scade il programma di assistenza finanziaria.

[Fonte Agenzia Askanews]

martedì 20 gennaio 2015

LE GRECIA, L'EUROPA E LA DEMOCRAZIA

Ecco perché un radicale liberista si augura la vittoria di Tsipras
di Marco Cappato, Consigliere del Gruppo Radi­cale fede­ra­li­sta euro­peo al Comune di Milano, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
Il Manifesto - 20 gennaio 2015

L'eventuale suc­cesso di Tsi­pras sarebbe (a titolo per­so­na­lis­simo) una buona noti­zia anche per me, radi­cale e libe­ri­sta, per­ché segna­le­rebbe l’esigenza di demo­cra­tiz­za­zione fede­ra­li­sta della poli­tica eco­no­mica euro­pea e rap­pre­sen­te­rebbe una spe­ranza per­sino per obiet­tivi anti­sta­ta­li­sti e libe­rali estra­nei a Tsipras.

Prima il metodo: la “gover­nance” eco­no­mica euro­pea non è “governo” per­ché è il risul­tato di una selva di trat­tati tec­ni­ca­mente com­pli­ca­tis­simi cre­sciuti attorno al fiscal com­pact e sot­tratti ad un pro­cesso democratico. Non vale obiet­tare che la respon­sa­bi­lità è comun­que di governi demo­cra­tici, per­ché il fil­tro della governance è opaco e tec­ni­ci­stico al punto da non tol­le­rare inte­ra­zione con l’opinione pub­blica. Una vit­to­ria di Tsipras impe­di­rebbe ai pro­ta­go­ni­sti della gover­nance euro­pea di ope­rare pre­scin­dendo dall’opinione pub­blica di un paese euro­peo che rac­co­glie ampi riscon­tri anche in altri paesi. I Greci pos­sono avere torto, ma l’ostilità con­tro Bru­xel­les e Ber­lino è pro­blema euro­peo prima che greco. La demo­cra­tiz­za­zione fede­ra­li­sta delle politi­che eco­no­mi­che euro­pee è obiet­tivo non più rin­via­bile, e il sem­plice fatto che Tsi­pras sia favo­rito sta obbligando l’Unione euro­pea (e la Ger­ma­nia nell’Ue) a trat­tare la que­stione più seria­mente, a par­tire dalle trattative sull’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca cen­trale europea.

Se vince Tsi­pras, infatti, la linea Dra­ghi esce raf­for­zata nella richie­sta di riforme isti­tu­zio­nali nella dire­zione fede­ra­li­sta, per tra­sfor­mare l’acquisto di debito pub­blico da misura d’emergenza a solu­zione strut­tu­rale di governo euro­peo dei debiti sovrani; si raf­forza la pro­po­sta di Michel Rocard che la Banca cen­trale euro­pea possa pre­stare diret­ta­mente a tasso zero ai paesi in avanzo pri­ma­rio, atti­vando il ciclo vir­tuoso della diminuzione del costo del debito.

Solo così esi­ste una spe­ranza di arri­vare a ridurre gra­dual­mente debiti con­si­stenti, magari riu­scendo, parados­sal­mente, ad evi­tare ciò che Tsi­pras pro­pone: la ristrut­tu­ra­zione dei debiti nazio­nali, che potrebbe comunque essere neces­sa­ria in paesi come l’Italia, come lo è stata per la Gre­cia (ma la Ger­ma­nia è riu­scita a scaricare il costo sul fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale invece che sulla ban­che tede­sche) o come lo fu nel ’53 per la Ger­ma­nia, quando la comu­nità inter­na­zio­nale evitò di ripe­tere l’errore dell’umiliazione del debito che dopo la prima guerra mon­diale spianò la strada al nazismo.

Pas­sando dal metodo al merito, la spe­ranza “libe­ri­sta” in Tsi­pras è cer­ta­mente meno scon­tata, ma è fon­data. Fin­ché un paese come il nostro è sof­fo­cato dagli 80 miliardi di inte­ressi sul debito pub­blico, l’ostacolo a politi­che libe­rali è immenso per­ché l’effetto delle riforme fini­rebbe inghiot­tito dal pozzo senza fondo del debito e degli inte­ressi, come acca­duto per le riforme delle pen­sioni o per le pri­va­tiz­za­zioni. Schiac­ciati dal debito, non rimane spa­zio per ricen­trare la spesa dall’assistenzialismo al wel­fare, per disin­ve­stire da aziende par­te­ci­pate inef­fi­cienti e inve­stire nella con­ver­sione eco­lo­gica e con­tro il dis­se­sto idro­geo­lo­gico. La popo­la­rità di una rivo­lu­zione libe­rale, ancora neces­sa­ria, era forte negli anni ’90 ma, dopo il boi­cot­tag­gio anti-costituzionale dei refe­ren­dum radi­cali, è oggi inde­bo­lita sia da 20 anni di pro­messe non man­te­nute da parte di chi ha usato i ves­silli libe­rali per sven­dere pri­vi­legi mono­po­li­stici, sia dalla sen­sa­zione che ogni “sacri­fi­cio” sia vano di fronte ai vin­coli di debito e defi­cit. Non è un caso se due eco­no­mi­sti libe­ri­sti come Ale­sina e Gia­vazzi pro­pon­gono di pas­sare per lo sfon­da­mento del vin­colo del 3% del rap­porto tra defi­cit e debito pub­blico per rea­liz­zare riforme pur molto diverse o oppo­ste da quelle di Tsipras.

Cono­scendo gli epi­goni ita­liani di Tsi­pras, dove la “sua” lista è ser­vita da scia­luppa di sal­va­tag­gio per gli spez­zoni della sini­stra con­ser­va­trice ita­liota, c’è cer­ta­mente il rischio che sia usato o si lasci usare per riproporre solu­zioni sta­ta­li­ste, cor­po­ra­ti­vi­ste e di difesa di ciò che rimane dell’iniquo wel­fare dei garan­titi (che sono sem­pre di meno) con­tro gli ultimi (che sono sem­pre di più). Il rischio c’è, ma è meglio cor­rerlo, per­ché l’alternativa è la cer­tezza depres­siva e anti­de­mo­cra­tica della “gover­nance” euro­pea. Una boc­cata di ossi­geno fede­ra­li­sta euro­peo, e magari per­sino libe­rale, può essere una delle con­se­guenze della even­tuale vit­to­ria di Tsi­pras.