A due settimane dalla vittoria elettorale che ha portato Syriza al governo in Grecia, con i primi passi compiuti dal neo premier Alexis Tsipras e dal suo ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis, si sono delineati con precisione le questioni che oppongono Atene alle istituzioni europee e agli altri partner comunitari. Un utile promemoria compilato dall’agenzia Askanews li mette in fila con ordine e permette di aver chiari i termini della questione.
Primo problema: il "prestito ponte". Atene lo chiede per poter fronteggiare le esigenze di finanziamento fino a quando si potrà chiudere un accordo complessivo: il mese di maggio, secondo quanto ha dichiarato Varoufakis. Il problema è che la Banca centrale europea ha fatto chiaramente capire di non pensarci nemmeno. Dall’Eurotower di Francoforte hanno fatto sapere, informalmente, che Draghi ha spiegato al ministro greco che alla Bce è vietato il finanziamento dei debiti pubblici. L'idea di costruire il "prestito ponte" emettendo titoli di Stato a breve scadenza da far comprare alla Bce sembra dunque impraticabile e occorre trovare in fretta un'altra strada visto che il 28 febbraio scade il programma di sostegno europeo.
Il secondo problema è la Troika. L'organismo formato da Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale, e che finora ha avuto un ruolo centrale in questa vicenda, è il principale bersaglio di Syriza e dei movimenti politici che contestano le politiche economiche dell'UE e di tutti i governi dell’area Euro. Ora che è arrivata al governo sull’onda di un vasto consenso popolare, Syriza deve rispettare le sue promesse elettorali rifiutando di trattare con la Troika. L'Unione Europea su questo non è pregiudizialmente ostile, ma una riforma dell'organismo richiede tempi lunghi che la Grecia non si può permettere. Dunque, o Atene ammorbidisce le sue richieste oppure sarà difficile anche solo avviare una discussione.
La terza questione riguarda la necessità di trovare dei punti su cui trattare o quanto meno un terreno comune su cui avviare il negoziato. Il taglio netto e consistente del debito greco, su cui insiste il nuovo esecutivo di Atene, è una prospettiva che le istituzioni europee e i maggiori partner, che sono ormai creditori diretti della Grecia, non possono accettare in questi termini. I Paesi creditori possono accettare una proroga delle scadenze dei pagamenti e di rivedere i tassi di interesse, ma non certo la riduzione richiesta dai greci. Anche qui, a meno di un ammorbidimento delle posizioni da una parte o dall'altra, è difficile capire come si possa trovare un compromesso.
C'è poi il problema che la questione va ben oltre l'ambito dell'unione monetaria. Gli investitori che hanno accettato di scommettere sul recente ritorno sul mercato della Grecia dopo anni, si sono trovati in mano titoli di Stato triennali con un valore diminuito di circa un terzo rispetto a quello di acquisto. Penalizzarli ulteriormente rischia di far cadere la reputazione della Grecia così in basso da impedirle per molti anni di finanziarsi sul mercato e allungherebbe il tempo necessario per ricorrere agli aiuti dell'Unione.
Infine c'è il problema del rapporto con il Fondo monetario internazionale. Se da una parte il Fmi ha fatto
qualche autocritica sulle politiche imposte alla Grecia, ora non può non pretendere la restituzione di quanto erogato e dunque potrebbe mostrarsi più intransigente anche degli stessi tedeschi. Un diverso trattamento per la Grecia costiutirebbe infatti un precedente dalle conseguenze imprevedibili per tutti i programmi di aiuto presenti e futuri con altri Paesi. Le dichiarazioni di Cristine Lagarde nei giorni delle elezioni greche sono state eloquenti a questo proposito, così come la netta smentita che da New York è arrivata alle affermazioni di Varoufakis sull'avvio di negoziati.
L'11 febbraio è prevista un riunione straordinaria dei Paesi dell'area Euro sulla situazione della Grecia. Lo ha annunciato la portavoce del presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem. La data limite per trovare un'intesa resta il 28 febbraio, quando scade il programma di assistenza finanziaria.
[Fonte Agenzia Askanews]
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venerdì 6 febbraio 2015
martedì 20 gennaio 2015
LE GRECIA, L'EUROPA E LA DEMOCRAZIA
Ecco perché un radicale liberista si augura la vittoria di Tsipras
di Marco Cappato, Consigliere del Gruppo Radicale federalista europeo al Comune di Milano, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
Il Manifesto - 20 gennaio 2015
L'eventuale successo di Tsipras sarebbe (a titolo personalissimo) una buona notizia anche per me, radicale e liberista, perché segnalerebbe l’esigenza di democratizzazione federalista della politica economica europea e rappresenterebbe una speranza persino per obiettivi antistatalisti e liberali estranei a Tsipras.
Prima il metodo: la “governance” economica europea non è “governo” perché è il risultato di una selva di trattati tecnicamente complicatissimi cresciuti attorno al fiscal compact e sottratti ad un processo democratico. Non vale obiettare che la responsabilità è comunque di governi democratici, perché il filtro della governance è opaco e tecnicistico al punto da non tollerare interazione con l’opinione pubblica. Una vittoria di Tsipras impedirebbe ai protagonisti della governance europea di operare prescindendo dall’opinione pubblica di un paese europeo che raccoglie ampi riscontri anche in altri paesi. I Greci possono avere torto, ma l’ostilità contro Bruxelles e Berlino è problema europeo prima che greco. La democratizzazione federalista delle politiche economiche europee è obiettivo non più rinviabile, e il semplice fatto che Tsipras sia favorito sta obbligando l’Unione europea (e la Germania nell’Ue) a trattare la questione più seriamente, a partire dalle trattative sull’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea.
Se vince Tsipras, infatti, la linea Draghi esce rafforzata nella richiesta di riforme istituzionali nella direzione federalista, per trasformare l’acquisto di debito pubblico da misura d’emergenza a soluzione strutturale di governo europeo dei debiti sovrani; si rafforza la proposta di Michel Rocard che la Banca centrale europea possa prestare direttamente a tasso zero ai paesi in avanzo primario, attivando il ciclo virtuoso della diminuzione del costo del debito.
Solo così esiste una speranza di arrivare a ridurre gradualmente debiti consistenti, magari riuscendo, paradossalmente, ad evitare ciò che Tsipras propone: la ristrutturazione dei debiti nazionali, che potrebbe comunque essere necessaria in paesi come l’Italia, come lo è stata per la Grecia (ma la Germania è riuscita a scaricare il costo sul fondo monetario internazionale invece che sulla banche tedesche) o come lo fu nel ’53 per la Germania, quando la comunità internazionale evitò di ripetere l’errore dell’umiliazione del debito che dopo la prima guerra mondiale spianò la strada al nazismo.
Passando dal metodo al merito, la speranza “liberista” in Tsipras è certamente meno scontata, ma è fondata. Finché un paese come il nostro è soffocato dagli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico, l’ostacolo a politiche liberali è immenso perché l’effetto delle riforme finirebbe inghiottito dal pozzo senza fondo del debito e degli interessi, come accaduto per le riforme delle pensioni o per le privatizzazioni. Schiacciati dal debito, non rimane spazio per ricentrare la spesa dall’assistenzialismo al welfare, per disinvestire da aziende partecipate inefficienti e investire nella conversione ecologica e contro il dissesto idrogeologico. La popolarità di una rivoluzione liberale, ancora necessaria, era forte negli anni ’90 ma, dopo il boicottaggio anti-costituzionale dei referendum radicali, è oggi indebolita sia da 20 anni di promesse non mantenute da parte di chi ha usato i vessilli liberali per svendere privilegi monopolistici, sia dalla sensazione che ogni “sacrificio” sia vano di fronte ai vincoli di debito e deficit. Non è un caso se due economisti liberisti come Alesina e Giavazzi propongono di passare per lo sfondamento del vincolo del 3% del rapporto tra deficit e debito pubblico per realizzare riforme pur molto diverse o opposte da quelle di Tsipras.
Conoscendo gli epigoni italiani di Tsipras, dove la “sua” lista è servita da scialuppa di salvataggio per gli spezzoni della sinistra conservatrice italiota, c’è certamente il rischio che sia usato o si lasci usare per riproporre soluzioni stataliste, corporativiste e di difesa di ciò che rimane dell’iniquo welfare dei garantiti (che sono sempre di meno) contro gli ultimi (che sono sempre di più). Il rischio c’è, ma è meglio correrlo, perché l’alternativa è la certezza depressiva e antidemocratica della “governance” europea. Una boccata di ossigeno federalista europeo, e magari persino liberale, può essere una delle conseguenze della eventuale vittoria di Tsipras.
di Marco Cappato, Consigliere del Gruppo Radicale federalista europeo al Comune di Milano, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
Il Manifesto - 20 gennaio 2015
L'eventuale successo di Tsipras sarebbe (a titolo personalissimo) una buona notizia anche per me, radicale e liberista, perché segnalerebbe l’esigenza di democratizzazione federalista della politica economica europea e rappresenterebbe una speranza persino per obiettivi antistatalisti e liberali estranei a Tsipras.
Prima il metodo: la “governance” economica europea non è “governo” perché è il risultato di una selva di trattati tecnicamente complicatissimi cresciuti attorno al fiscal compact e sottratti ad un processo democratico. Non vale obiettare che la responsabilità è comunque di governi democratici, perché il filtro della governance è opaco e tecnicistico al punto da non tollerare interazione con l’opinione pubblica. Una vittoria di Tsipras impedirebbe ai protagonisti della governance europea di operare prescindendo dall’opinione pubblica di un paese europeo che raccoglie ampi riscontri anche in altri paesi. I Greci possono avere torto, ma l’ostilità contro Bruxelles e Berlino è problema europeo prima che greco. La democratizzazione federalista delle politiche economiche europee è obiettivo non più rinviabile, e il semplice fatto che Tsipras sia favorito sta obbligando l’Unione europea (e la Germania nell’Ue) a trattare la questione più seriamente, a partire dalle trattative sull’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea.
Se vince Tsipras, infatti, la linea Draghi esce rafforzata nella richiesta di riforme istituzionali nella direzione federalista, per trasformare l’acquisto di debito pubblico da misura d’emergenza a soluzione strutturale di governo europeo dei debiti sovrani; si rafforza la proposta di Michel Rocard che la Banca centrale europea possa prestare direttamente a tasso zero ai paesi in avanzo primario, attivando il ciclo virtuoso della diminuzione del costo del debito.
Solo così esiste una speranza di arrivare a ridurre gradualmente debiti consistenti, magari riuscendo, paradossalmente, ad evitare ciò che Tsipras propone: la ristrutturazione dei debiti nazionali, che potrebbe comunque essere necessaria in paesi come l’Italia, come lo è stata per la Grecia (ma la Germania è riuscita a scaricare il costo sul fondo monetario internazionale invece che sulla banche tedesche) o come lo fu nel ’53 per la Germania, quando la comunità internazionale evitò di ripetere l’errore dell’umiliazione del debito che dopo la prima guerra mondiale spianò la strada al nazismo.
Passando dal metodo al merito, la speranza “liberista” in Tsipras è certamente meno scontata, ma è fondata. Finché un paese come il nostro è soffocato dagli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico, l’ostacolo a politiche liberali è immenso perché l’effetto delle riforme finirebbe inghiottito dal pozzo senza fondo del debito e degli interessi, come accaduto per le riforme delle pensioni o per le privatizzazioni. Schiacciati dal debito, non rimane spazio per ricentrare la spesa dall’assistenzialismo al welfare, per disinvestire da aziende partecipate inefficienti e investire nella conversione ecologica e contro il dissesto idrogeologico. La popolarità di una rivoluzione liberale, ancora necessaria, era forte negli anni ’90 ma, dopo il boicottaggio anti-costituzionale dei referendum radicali, è oggi indebolita sia da 20 anni di promesse non mantenute da parte di chi ha usato i vessilli liberali per svendere privilegi monopolistici, sia dalla sensazione che ogni “sacrificio” sia vano di fronte ai vincoli di debito e deficit. Non è un caso se due economisti liberisti come Alesina e Giavazzi propongono di passare per lo sfondamento del vincolo del 3% del rapporto tra deficit e debito pubblico per realizzare riforme pur molto diverse o opposte da quelle di Tsipras.
Conoscendo gli epigoni italiani di Tsipras, dove la “sua” lista è servita da scialuppa di salvataggio per gli spezzoni della sinistra conservatrice italiota, c’è certamente il rischio che sia usato o si lasci usare per riproporre soluzioni stataliste, corporativiste e di difesa di ciò che rimane dell’iniquo welfare dei garantiti (che sono sempre di meno) contro gli ultimi (che sono sempre di più). Il rischio c’è, ma è meglio correrlo, perché l’alternativa è la certezza depressiva e antidemocratica della “governance” europea. Una boccata di ossigeno federalista europeo, e magari persino liberale, può essere una delle conseguenze della eventuale vittoria di Tsipras.
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