di Stefano Lusa, Capodistria 3 dicembre 2014
Pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso
Dopo giorni e giorni di gogna mediatica si è suicidato. E’ finita così la storia del preside di un istituto tecnico di Maribor e di un'insegnante di matematica. I due erano stati filmati in un‘aula scolastica. Lei seduta su un banco senza pantaloni e mutandine e lui con la testa infilata tra le sue cosce. Il video amatoriale, di una ventina di secondi, realizzato da uno studente, postato sui social-network, è subito balzato agli onori della cronaca. Da quel momento la loro esistenza è cambiata. Due illustri sconosciuti sono finiti alla ribalta della cronaca e le conseguenze per loro e le loro famiglie sono state devastanti. Radio, televisioni e giornali hanno versato fiumi di inchiostro per narrare l’accaduto e per prendersi gioco dei due amanti. La notizia è presto rimbalzata nel resto dei Balcani ed anche più in là. I due hanno tentato di difendersi negando; hanno gridato al falso, ma alla fine non sono potuti sfuggire al pubblico ludibrio. Tutto è finito quando il preside ha deciso di togliersi la vita.
Un simile epilogo era, in realtà, nell’aria. Era solo questione di tempo prima che ci scappasse il morto. Il compassato, austero e noioso stile che aveva caratterizzato il giornalismo nazionale sino agli anni novanta da tempo è stato soppiantato da una nuova forma di informazione molto più rampante ed aggressiva, che vuole inseguire la notizia senza troppi scrupoli e senza farsi troppe domande di carattere etico o morale. I modelli sono quelli del giornalismo d’inchiesta e soprattutto scandalistico americano, senza lo stesso talento, lo stesso stile e soprattutto senza avere mostri reali di cui occuparsi. L’obiettivo è quello di racimolare un click più degli altri, di avere più spettatori o ascoltatori, o di vendere una copia di giornale in più. Logiche normali, ti dicono, per chi ogni giorno deve battere la concorrenza per restare su un piccolo e difficile mercato. Bisogna dare al pubblico quello che desidera, trovare lo scandalo, raccontarlo, andare ad indagare nelle questioni più pruriginose dei protagonisti della vita politica, economica e sociale, ma anche di singoli cittadini.
La professione in Slovenia
Ad inseguire queste notizie una nuova specie di cani da guardia della società, fatta molto spesso da precari, più o meno giovani, a caccia di fama e premi. La professione in Slovenia è dura. E’ da anni che nei giornali non si fa che tagliare, le redazioni sono sempre più piccole, i tempi molto stretti, i compensi non sempre adeguati, mentre il prestigio sociale del giornalista è immensamente inferiore rispetto all’Italia. Il mestiere, comunque, conserva il suo fascino anche perché consente di esercitare il potere che in tutto il mondo regalano penna, microfono e soprattutto telecamera. In realtà, questa, come altre storie che sono salite alla ribalta della cronaca nazionale, non avrebbe meritato di essere messe all’attenzione dell’opinione pubblica e non sarebbe accaduto in passato, quando la cronaca veniva liquidata con poche righe a bordo pagina; ma da tempo oramai non è più così.
In Slovenia il quotidiano più venduto è un tabloid, mentre i programmi radiofonici e televisivi di maggior successo sono proprio quelli che propongono questo tipo di giornalismo. Era chiaro che su una vicenda del genere ci sarebbero andati a nozze. Così la notizia ha continuato a tenere banco e ha continuato ad interessare maledettamente gli sloveni, talmente tanto da essere una tra le più seguite e più cliccate della settimana. Il pubblico voleva sapere tutto di quella storia e chi la raccontava era convinto che bisognasse continuare a parlarne: era necessario mettere in luce tutti i dettagli. Bisognava spiegare che la professoressa di matematica poteva anche negare di essere lei, visto che nel filmato non si vedeva la sua faccia, ma gli anelli che aveva al dito erano simili a quelli che apparivano in una sua fotografia fatta durante una gita scolastica. In parole povere lo stile e la delicatezza era lo stessa che certi media italiani hanno usato per raccontare il delitto di Garlasco o altri fatti di cronaca nera.
E ora?
Se non ci fosse stato di mezzo il suicidio si sarebbe proseguito ancora per settimane e poi la faccenda sarebbe rimasta negli annali degli scandali a sfondo sessuale che hanno attraversato la Slovenia in questi anni e sarebbe stata tirata fuori ogni volta che si sarebbe riproposta una vicenda simile. Oggi la Slovenia sembra interrogarsi sull’accaduto. Qualcuno parla di un errore di percorso, delle derive giornalistiche e della necessità di arrivare ad una maggiore autoregolamentazione della categoria. Finito il polverone non si tornerà però indietro e tutto continuerà come prima. Grandi penne, moralisti ed esperti dalla loro torre d’avorio pontificano sulla necessità di conservare la dimensione etica della professione. Le loro parole saranno dimenticate non appena all’orizzonte apparirà un nuovo scandalo. Il giornalismo sloveno è cambiato da tempo ed in questi giorni non ha fatto che raggiungere la sua più importante vittoria.
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giovedì 4 dicembre 2014
martedì 3 agosto 2010
KOSOVO, CORTE DI GIUSTIZIA: RASSEGNA STAMPA
Il parere della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sulla legittimità dell'indipendenza kosovara ha prodotto, com'è giusto e naturale, una montagna di reazioni e anche la stampa italiana ha dato il suo contributo alla pubblicazione delle opinioni di molti analisti ed esperti (o presunti tali) . Ve ne propongo alcuni tra quelli che ho potuto leggere, altri mi sono sicuramente sfuggiti.
Premessa: lo stesso giorno della pubblicazione del parere della Corte, Tomas Miglierina, sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, faceva notare che i giudici hanno stabilito a maggioranza che l'indipendenza del Kosovo non è illegale (perché non contrasta con le norme del diritto internazionale, né con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza), ma "questo non significa che sia anche legittima". Una sottigliezza dovuta alla scelta dei giudici "di dare l'interpretazione più stretta e tecnica possibile al quesito che l'Assemblea, su iniziativa della Serbia, aveva rivolto loro".
Nei titoli dei quotidiani italiani del giorno dopo i due termini finiscono per equivalersi. Alcuni esempi: La Stampa, "Legale il kosovo indipendente"; Il Messaggero, "La corte dell'Aja: legittima l'indipendenza del Kosovo"; Corriere della Sera, "Indipendenza del Kosovo legittima"; Il Riformista, "L'Aja dice che l'indipendenza del Kosovo è legale".
E veniamo ai commenti che, nel bene e nel male, mi sono sembrati degni di nota e sui quali mi permetto qualche osservazione personale.
Elena Ragusin a pag. 7 del Sole 24 Ore di venerdì 23 luglio (titolo, "L'Aja: sì all'indipendenza del Kosovo"), scrive che gli scenari aperti dal pronunciamento della Corte sono tre, "anche se la perentorietà del parere dell'Icj di fatto riduce ad uno solo il possibile percorso per la stabilizzazione del Kosovo e dell'intera area balcanica: vale a dire l'avvio di nuove trattative, con la mediazione dell'Unione Europea, per la concessione di larghe autonomie al nord del Kosovo [...] sul modello dell'Alto Adige". Gli altri due scenari, che però "da ieri di fatto non sembrano più realistici", sono la spartizione o la creazione di una divisione tipo quella di Cipro.
Sempre il 23 luglio, sulla prima del Riformista ("L'Aja dice che l'indipendenza del Kosovo è legale") Luigi Spinola, dopo aver realisticamente ricordato che "a Belgrado sanno da tempo che il Kosovo è perduto ma nessuno è pronto ad ammetterlo", scrive che "la partizione teoricamente potrebbe risolversi lungo il fiume Ibar, che spacca in due la città di Mitrovica [...] La frontiera de facto del nuovo Stato è già qui. La spartizione certo non risolverebbe i problemi dei serbi rinchiusi nelle enclave. Ma un eventuale accordo potrebbe convincere Belgrado a smantellare le istituzioni parallele che tiene in piedi in Kosovo". Tuttavia, l'ipotesi "è destinata a rimanere sulla carta" per vari motivi.
Anche Marina Verna sulla Stampa del 23 ("Legale il kosovo indipendente"), dopo aver esordito constatando che il parere della Corte "era previsto e così è stato", nota opportunamente che "i prossimi giorni non saranno facili" perché "Pristina ha aspettative precise" ma la Serbia non ha intenzione di concedere nulla.
Questi tre articoli, tra quelli che ho potuto leggere, in qualche modo si pongono pacatamente il problema del dopo, di quello che potrà accadere dopo il parere dell'Icj e dopo le eventuali decisioni che potranno seguire la discussione prevista per settembre all'Assemblea generale dell'Onu, senza lasciarsi andare a disegnare scenari catastrofici.
Molti altri commenti pubblicati "a caldo" mi sono sembrati invece essere più attirati dalle possibili conseguenze che il "precedente" costituito dal parere dell'Icj sul Kosovo potrebbe provocare in altre aree dell'Europa e del resto del mondo alle prese con spinte separatiste e movimenti indipendentisti più o meno violenti. Scontata la citazione dei casi di Abkhazia e Ossezia, gli esempi citati vanno dai serbo-bosniaci ai còrsi, dai curdi agli albanesi di Macedonia, dagli abkhazi agli uiguri, dal Tibet ai Paesi Baschi, da Cipro Nord alla Transdnistria e via discorrendo fino ai "lumbard" di casa nostra.
Marco Berti, sul Messaggero del 23 luglio ("La corte dell'Aja: legittima l'indipendenza del Kosovo"), scrive che "ora il timore della comunità internazionale è che nella ex provincia kosovara si crei nuovamente tensione fra serbi e albanesi". Anche Lamberto Zannier, inviato speciale del segretario generale dell'Onu per la regione, nell'intervista pubblicata da Repubblica lo stesso giorno, ammette che "c'è sempre il rischio che una scintilla possa innescare un processo di crisi sul terreno difficilmente gestibile da parte della comunità internazionale", ma si mostra scettico sulla possibilità che questi attriti possano degenerare auspicando un dialogo diretto tra Belgrado e Pristina come "prossimo passo verso la normalizzazione del Kosovo".
C'è invece chi vede nero, nerissimo: "Il Kosovo indipendente è una bomba ad orologeria piazzata nel cuore dell'Europa. Guai a dimenticarlo", ammonisce Alan J. Kuperman, sentito da Francesco Carella per Libero (articolo del 25 luglio intitolato "La Serbia presenterà il conto per il Kosovo indipendente"). Kuperman viene definito scienziato della politica, esperto di conflitti etnici e nientepopodimenoche massima autorità nel campo degli studi sui Balcani. Dunque, secondo la massima autorità, "la Corte, di fatto, ha avallato un principio ad alto rischio: l'indipendenza di un paese si ottiene con la ribellione", (ah sì?) la qual cosa, dice sempre la massima autorità, "può dare la stura ad altre rivendicazioni pericolose e non solo nell'area balcanica. Pensi solo ai Paesi Baschi, alla Corsica, ai turco-ciprioti e a tante altre realtà difficili". Insomma, dice il professore, "la verità è che si sta scherzando con il fuoco" e si chiede: "Chi, allo stato delle cose, potrebbe vietare alla Republika Srpska di dichiarare la propria indipendenza"? A quel punto, prosegue inperterrito, "il rischio di una nuova guerra serbo-bosniaca diventerebbe concreto". Parola della massima autorità nel campo degli studi sui Balcani che, a mio modesto parere, se invece di seguire l'evoluzione della vicenda dal suo studio all'università del Texas, come scrive Carella, andasse un po' più "nel campo" eviterebbe di fare affermazioni che hanno scarsa aderenza alla realtà.
Il che non impedirebbe purtroppo a Libero di pubblicarne altrettante, come quelle del professor Luca Galantini che il 23 luglio (titolo "L'avamposto cristiano terra di conquista dell'estremismo islamico"), teneva diligentemente a informare i suoi lettori di quanto sia "risaputo nelle cancellerie occidentali che da tempo, nell'area balcanica, il fondamentalismo islamico ha dato avvio ad un 'jihad bianco', ovverossia una silente quanto efficacissima opera di conquista delle istituzioni politiche, delle leve di governo, dei centri economici e dell'opinione pubblica attraverso gli ingentissimi finanziamenti provenienti da paesi come l'Arabia Saudita gli Emirati, l'Iran e la Turchia". E naturalmente "questa opera invasiva si coniuga alla martellante propaganda religiosa islamica di profilo fondamentalista che tali governi sostengono attraverso le numerose comunità musulmane presenti nei Balcani". Insomma, il "cinico pragmatismo" e la "debolezza intrinseca" dell'Ue rischiano di fare del Kosovo il monumento alla memoria dell'identità cristiana dei Balcani. Nonostante sia docente universitario di diritto internazionale, Galantini nel suo articolo mostra una certa confusione sulla storia dei Balcani e una discreta non conoscenza della attuale situazione della regione unita ad una lettura distorta della realtà politica di paesi assai differenti fra di loro come Arabia Saudita, Turchia e Iran che si possono spiegare solo con il furore ideologico anti-islamico.
Continua...
Premessa: lo stesso giorno della pubblicazione del parere della Corte, Tomas Miglierina, sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, faceva notare che i giudici hanno stabilito a maggioranza che l'indipendenza del Kosovo non è illegale (perché non contrasta con le norme del diritto internazionale, né con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza), ma "questo non significa che sia anche legittima". Una sottigliezza dovuta alla scelta dei giudici "di dare l'interpretazione più stretta e tecnica possibile al quesito che l'Assemblea, su iniziativa della Serbia, aveva rivolto loro".
Nei titoli dei quotidiani italiani del giorno dopo i due termini finiscono per equivalersi. Alcuni esempi: La Stampa, "Legale il kosovo indipendente"; Il Messaggero, "La corte dell'Aja: legittima l'indipendenza del Kosovo"; Corriere della Sera, "Indipendenza del Kosovo legittima"; Il Riformista, "L'Aja dice che l'indipendenza del Kosovo è legale".
E veniamo ai commenti che, nel bene e nel male, mi sono sembrati degni di nota e sui quali mi permetto qualche osservazione personale.
Elena Ragusin a pag. 7 del Sole 24 Ore di venerdì 23 luglio (titolo, "L'Aja: sì all'indipendenza del Kosovo"), scrive che gli scenari aperti dal pronunciamento della Corte sono tre, "anche se la perentorietà del parere dell'Icj di fatto riduce ad uno solo il possibile percorso per la stabilizzazione del Kosovo e dell'intera area balcanica: vale a dire l'avvio di nuove trattative, con la mediazione dell'Unione Europea, per la concessione di larghe autonomie al nord del Kosovo [...] sul modello dell'Alto Adige". Gli altri due scenari, che però "da ieri di fatto non sembrano più realistici", sono la spartizione o la creazione di una divisione tipo quella di Cipro.
Sempre il 23 luglio, sulla prima del Riformista ("L'Aja dice che l'indipendenza del Kosovo è legale") Luigi Spinola, dopo aver realisticamente ricordato che "a Belgrado sanno da tempo che il Kosovo è perduto ma nessuno è pronto ad ammetterlo", scrive che "la partizione teoricamente potrebbe risolversi lungo il fiume Ibar, che spacca in due la città di Mitrovica [...] La frontiera de facto del nuovo Stato è già qui. La spartizione certo non risolverebbe i problemi dei serbi rinchiusi nelle enclave. Ma un eventuale accordo potrebbe convincere Belgrado a smantellare le istituzioni parallele che tiene in piedi in Kosovo". Tuttavia, l'ipotesi "è destinata a rimanere sulla carta" per vari motivi.
Anche Marina Verna sulla Stampa del 23 ("Legale il kosovo indipendente"), dopo aver esordito constatando che il parere della Corte "era previsto e così è stato", nota opportunamente che "i prossimi giorni non saranno facili" perché "Pristina ha aspettative precise" ma la Serbia non ha intenzione di concedere nulla.
Questi tre articoli, tra quelli che ho potuto leggere, in qualche modo si pongono pacatamente il problema del dopo, di quello che potrà accadere dopo il parere dell'Icj e dopo le eventuali decisioni che potranno seguire la discussione prevista per settembre all'Assemblea generale dell'Onu, senza lasciarsi andare a disegnare scenari catastrofici.
Molti altri commenti pubblicati "a caldo" mi sono sembrati invece essere più attirati dalle possibili conseguenze che il "precedente" costituito dal parere dell'Icj sul Kosovo potrebbe provocare in altre aree dell'Europa e del resto del mondo alle prese con spinte separatiste e movimenti indipendentisti più o meno violenti. Scontata la citazione dei casi di Abkhazia e Ossezia, gli esempi citati vanno dai serbo-bosniaci ai còrsi, dai curdi agli albanesi di Macedonia, dagli abkhazi agli uiguri, dal Tibet ai Paesi Baschi, da Cipro Nord alla Transdnistria e via discorrendo fino ai "lumbard" di casa nostra.
Marco Berti, sul Messaggero del 23 luglio ("La corte dell'Aja: legittima l'indipendenza del Kosovo"), scrive che "ora il timore della comunità internazionale è che nella ex provincia kosovara si crei nuovamente tensione fra serbi e albanesi". Anche Lamberto Zannier, inviato speciale del segretario generale dell'Onu per la regione, nell'intervista pubblicata da Repubblica lo stesso giorno, ammette che "c'è sempre il rischio che una scintilla possa innescare un processo di crisi sul terreno difficilmente gestibile da parte della comunità internazionale", ma si mostra scettico sulla possibilità che questi attriti possano degenerare auspicando un dialogo diretto tra Belgrado e Pristina come "prossimo passo verso la normalizzazione del Kosovo".
C'è invece chi vede nero, nerissimo: "Il Kosovo indipendente è una bomba ad orologeria piazzata nel cuore dell'Europa. Guai a dimenticarlo", ammonisce Alan J. Kuperman, sentito da Francesco Carella per Libero (articolo del 25 luglio intitolato "La Serbia presenterà il conto per il Kosovo indipendente"). Kuperman viene definito scienziato della politica, esperto di conflitti etnici e nientepopodimenoche massima autorità nel campo degli studi sui Balcani. Dunque, secondo la massima autorità, "la Corte, di fatto, ha avallato un principio ad alto rischio: l'indipendenza di un paese si ottiene con la ribellione", (ah sì?) la qual cosa, dice sempre la massima autorità, "può dare la stura ad altre rivendicazioni pericolose e non solo nell'area balcanica. Pensi solo ai Paesi Baschi, alla Corsica, ai turco-ciprioti e a tante altre realtà difficili". Insomma, dice il professore, "la verità è che si sta scherzando con il fuoco" e si chiede: "Chi, allo stato delle cose, potrebbe vietare alla Republika Srpska di dichiarare la propria indipendenza"? A quel punto, prosegue inperterrito, "il rischio di una nuova guerra serbo-bosniaca diventerebbe concreto". Parola della massima autorità nel campo degli studi sui Balcani che, a mio modesto parere, se invece di seguire l'evoluzione della vicenda dal suo studio all'università del Texas, come scrive Carella, andasse un po' più "nel campo" eviterebbe di fare affermazioni che hanno scarsa aderenza alla realtà.
Il che non impedirebbe purtroppo a Libero di pubblicarne altrettante, come quelle del professor Luca Galantini che il 23 luglio (titolo "L'avamposto cristiano terra di conquista dell'estremismo islamico"), teneva diligentemente a informare i suoi lettori di quanto sia "risaputo nelle cancellerie occidentali che da tempo, nell'area balcanica, il fondamentalismo islamico ha dato avvio ad un 'jihad bianco', ovverossia una silente quanto efficacissima opera di conquista delle istituzioni politiche, delle leve di governo, dei centri economici e dell'opinione pubblica attraverso gli ingentissimi finanziamenti provenienti da paesi come l'Arabia Saudita gli Emirati, l'Iran e la Turchia". E naturalmente "questa opera invasiva si coniuga alla martellante propaganda religiosa islamica di profilo fondamentalista che tali governi sostengono attraverso le numerose comunità musulmane presenti nei Balcani". Insomma, il "cinico pragmatismo" e la "debolezza intrinseca" dell'Ue rischiano di fare del Kosovo il monumento alla memoria dell'identità cristiana dei Balcani. Nonostante sia docente universitario di diritto internazionale, Galantini nel suo articolo mostra una certa confusione sulla storia dei Balcani e una discreta non conoscenza della attuale situazione della regione unita ad una lettura distorta della realtà politica di paesi assai differenti fra di loro come Arabia Saudita, Turchia e Iran che si possono spiegare solo con il furore ideologico anti-islamico.
Continua...
martedì 8 giugno 2010
ALTRI COMMENTI SUL VERTICE DI SARAJEVO
Sempre a proposito del vertice Ue/Balcani occidentali che si è tenuto a Sarajevo il 2 giugno vi segnalo altri commenti pubblicati in questi giorni e di cui ho parlato nella puntata di ieri della rassegna stampa sull'Europa sud occidentale in onda il mertedi attorno alle 6,45 su Radio Radicale.
Il vertice ha riunito a Sarajevo i Balcani occidentali, scrivono Dženana Halimović, Milad Obradović e Dženana Karabegović in un articolo apparso il 2 giugno sul sito di Radio Slobodna Evropa, intitolato "L'avvenire dei Balcani occidentali è più che mai europeo". Kosovo e Serbia si sono seduti insieme allo stesso tavolo grazie al cosiddetto compormesso "Gymnich". I dirigenti dei Paesi balcanici ed i loro omologhi hanno espresso il loro ottimismo sull'integrazione euro-atlantica quale garanzia di stabilità per la regione. Occorre ora proseguire nelle riforme al fine di adeguarsi agli standard richiesti da Bruxelles. A Sarajevo il processo di adesione è apparso più che mai sulla buona strada. Potete leggere l'articolo tradotto in francese sul sito del Courrier des Balkans.
Sul Riformista del 3 giugno, in un articolo intitolato "Frattini guida l'Ue verso i Balcani", Anna Mazzone scrive del ruolo nell'Italia nella conferenza di Sarajevo, un evento voluto dal nostro ministro degli Esteri che lo propose l'anno scorso come uno degli otto punti della "road map" che Frattini presentò in occasione del vertice Ue/Usa. "A Sarajevo, nella città smbolo delle guerre balcaniche [...] è stato da tutti riconosciuto all'Italia il suo impegno coerente e costante sulla strada dell'allargamento europeo ai Balcani occidentali" come fattore di stabilizzazione della regione, scrive Mazzone notando che "in un momento difficile per l'Europa [...] il rischio di accantonare definitivamente il processo di allargamento ai Balcani occidentali è assai concreto [...] Ma l'Italia non ha mai fatto passi indietro" come ha riconosciuto a Frattini il suo omologo spagnolo Miguel Angel Moratinos, presidente di turno dell'Ue.
Meno ottimista Luka Zanoni che in un pezzo intitolato "Europa sì, ma quando?", apparso il 3 giugno sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, esordisce parlando per il vertice Ue/Balcani di un "magro bilancio, com'era nelle attese della vigilia", e di un "pallido parterre". "Ha fatto sicuramente piacere ai paesi dei Balcani occidentali sentirsi dire che il “loro futuro è nell’Unione europea”. Soprattutto in un momento di grave crisi per la stessa Unione. Tuttavia quali siano i prossimi passi per questi paesi lungo il cammino europeo resta ancora una domanda inevasa", scrive ancora Zanoni notando che "è evidente che l’Ue in questo momento non ha molto più da offrire ai vicini balcanici, se non la riconferma ufficiale della prospettiva di integrazione. Sulla tempistica e sulle modalità però resta tutto in sospeso". Insomma, l'allargamento ci sarà ma di accelerare il passo l’Unione sembra non volerne parlare. Dunque, si chiede giustamente Luka Zanoni, "i Balcani si stanno muovendo, seppur con fatica, verso un futuro migliore. L’Unione invece dove sta andando?".
Tesi analoga quella di Matteo Tacconi nell'articolo intitolato "A Sarajevo la Ue illude ancora i Balcani" apparso su Europa del 4 giugno, nel quale nota che dal vertice sono venute dichiarazioni di buona volontà, ma pochi fatti. Ciò che occorre far ripartire quindi, scrive Tacconi, è lo sforzo europeo per l'allargamento ai Balcani. "Uno sforzo che deve andare oltre la politica dei piccoli passi e del regime agevolato dei visti [...] L'Ue deve fare e dare di più. Le promesse devono tramutarsi in fatti. Il rischio, altrimenti, è che rilanciando la prospettiva europea senza fissare date o con cerimonie come quella di Sarajevo, i paesi dell'ex Jugoslavia si stufino dell'Europa e preferiscano rimanere fuori, piuttosto che attendere all'infirnito".
Dopo il vertice di Sarajevo, di "Balcani occidentali in mezzo al guado" parla Andrea Cellino, direttore del Dipartimento politico e di pianificazione presso la Missione Osce in Bosnia Erzegovina, nell'articolo pubblicato il 4 giugno su Affari Internazionali. "C’erano e ci sono effettivamente ottime ragioni per ribadire l’impegno a portare i Balcani in Europa", scrive Cellino che giudica positivamente anche il tempismo del vertice perché "andavano incoraggiate le tendenze degli ultimi sei mesi, che hanno visto incrementare i segnali positivi tra i leader della regione". Certo, non ci si può nascondere la vaghezza delle dichiarazioni finali, dato che quasi tutti i leader si sono espressi in termini positivi sull’obiettivo finale della piena integrazione europea dei Balcani, ma pochi hanno fornito dettagli su come raggiungere tale risultato. Per cui, secondo Cellino, il problema è proprio questa incertezza sul percorso di integrazione nell’Ue: "Una prospettiva così indefinita e di lungo periodo rischia di offrire incentivi troppo deboli per convincere le classi dirigenti dei paesi interessati ad attuare affrontare riforme impegnative e spesso impopolari". Occorrerebbe, dunque, "qualcosa di più concreto e preciso per incoraggiarle a combattere la corruzione, rafforzare le istituzioni e collaborare tra loro". Inoltre, "una politica dell’Ue più chiara e legata a precisi incentivi favorirebbe un approccio più unitario da parte della comunità internazionale, che troppo spesso fa più fatica ad accordarsi sulla politica della carota che su quella del bastone".
Che gli ostacoli all'integrazione europea dei Balcani stiano nei Balcani stessi, ma probabilmente ancora di più nell'Ue, mi pare sia anche la tesi di Miodrag Lekic, già ambasciatore di Jugoslavia a Roma e oggi docente presso le Università “La Sapienza” e “Luiss - Guido Carli” di Roma. Sempre su Affari Internazionali, in un articolo intitolato "L'ombra della Grecia sui Balcani occidentali" e pubblicato il 4 giugno, Lekic ammette che non era certamente il momento ideale per una conferenza di questo tipo visto che l'Ue, dopo anni di successi e di retorica ottimista, sta attraversando una delle più gravi crisi della sua storia: "Nell’attuale situazione europea era difficile immaginare che anche paesi più aperti all’integrazione dei popoli balcanici e che hanno interessi strategici nella regione, come la Spagna e l’Italia, potessero ricevere un mandato chiaro per aprire una prospettiva concreta di ulteriore allargamento dell’Ue". E però "in ogni caso, anche indipendentemente dall’attuale crisi europea, resta da chiarire se la Ue da sola abbia capacità sufficienti per portare a compimento la stabilizzazione e integrazione della regione e quale ruolo possano svolgervi gli Stati Uniti, ma anche la Turchia e la Russia, ambedue presenti nell’area". Quindi, conclude Lekic, se è vero che "i Balcani occidentali risentono ancora oggi della pesante eredità delle guerre che hanno insanguinato la regione negli anni novanta del XX secolo", è altrettanto vero che negli ultimi dieci anni i paesi della regione hanno fatto notevoli progressi in vari settori e, inoltre, "hanno in totale una popolazione più o meno equivalente a quella della Romania, non tale, quindi, da sottoporre la “capacità di assorbimento” dell’Ue a uno stress eccessivo". E' evidente, allora, che "le indecisioni dell’Ue e la sua difficoltà a definire un percorso più preciso per l’integrazione dei Balcani dipendono in gran parte dalla crisi interna da cui è oggi afflitta e dalla mancanza di una visione più chiara del suo futuro".
Il vertice ha riunito a Sarajevo i Balcani occidentali, scrivono Dženana Halimović, Milad Obradović e Dženana Karabegović in un articolo apparso il 2 giugno sul sito di Radio Slobodna Evropa, intitolato "L'avvenire dei Balcani occidentali è più che mai europeo". Kosovo e Serbia si sono seduti insieme allo stesso tavolo grazie al cosiddetto compormesso "Gymnich". I dirigenti dei Paesi balcanici ed i loro omologhi hanno espresso il loro ottimismo sull'integrazione euro-atlantica quale garanzia di stabilità per la regione. Occorre ora proseguire nelle riforme al fine di adeguarsi agli standard richiesti da Bruxelles. A Sarajevo il processo di adesione è apparso più che mai sulla buona strada. Potete leggere l'articolo tradotto in francese sul sito del Courrier des Balkans.
Sul Riformista del 3 giugno, in un articolo intitolato "Frattini guida l'Ue verso i Balcani", Anna Mazzone scrive del ruolo nell'Italia nella conferenza di Sarajevo, un evento voluto dal nostro ministro degli Esteri che lo propose l'anno scorso come uno degli otto punti della "road map" che Frattini presentò in occasione del vertice Ue/Usa. "A Sarajevo, nella città smbolo delle guerre balcaniche [...] è stato da tutti riconosciuto all'Italia il suo impegno coerente e costante sulla strada dell'allargamento europeo ai Balcani occidentali" come fattore di stabilizzazione della regione, scrive Mazzone notando che "in un momento difficile per l'Europa [...] il rischio di accantonare definitivamente il processo di allargamento ai Balcani occidentali è assai concreto [...] Ma l'Italia non ha mai fatto passi indietro" come ha riconosciuto a Frattini il suo omologo spagnolo Miguel Angel Moratinos, presidente di turno dell'Ue.
Meno ottimista Luka Zanoni che in un pezzo intitolato "Europa sì, ma quando?", apparso il 3 giugno sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, esordisce parlando per il vertice Ue/Balcani di un "magro bilancio, com'era nelle attese della vigilia", e di un "pallido parterre". "Ha fatto sicuramente piacere ai paesi dei Balcani occidentali sentirsi dire che il “loro futuro è nell’Unione europea”. Soprattutto in un momento di grave crisi per la stessa Unione. Tuttavia quali siano i prossimi passi per questi paesi lungo il cammino europeo resta ancora una domanda inevasa", scrive ancora Zanoni notando che "è evidente che l’Ue in questo momento non ha molto più da offrire ai vicini balcanici, se non la riconferma ufficiale della prospettiva di integrazione. Sulla tempistica e sulle modalità però resta tutto in sospeso". Insomma, l'allargamento ci sarà ma di accelerare il passo l’Unione sembra non volerne parlare. Dunque, si chiede giustamente Luka Zanoni, "i Balcani si stanno muovendo, seppur con fatica, verso un futuro migliore. L’Unione invece dove sta andando?".
Tesi analoga quella di Matteo Tacconi nell'articolo intitolato "A Sarajevo la Ue illude ancora i Balcani" apparso su Europa del 4 giugno, nel quale nota che dal vertice sono venute dichiarazioni di buona volontà, ma pochi fatti. Ciò che occorre far ripartire quindi, scrive Tacconi, è lo sforzo europeo per l'allargamento ai Balcani. "Uno sforzo che deve andare oltre la politica dei piccoli passi e del regime agevolato dei visti [...] L'Ue deve fare e dare di più. Le promesse devono tramutarsi in fatti. Il rischio, altrimenti, è che rilanciando la prospettiva europea senza fissare date o con cerimonie come quella di Sarajevo, i paesi dell'ex Jugoslavia si stufino dell'Europa e preferiscano rimanere fuori, piuttosto che attendere all'infirnito".
Dopo il vertice di Sarajevo, di "Balcani occidentali in mezzo al guado" parla Andrea Cellino, direttore del Dipartimento politico e di pianificazione presso la Missione Osce in Bosnia Erzegovina, nell'articolo pubblicato il 4 giugno su Affari Internazionali. "C’erano e ci sono effettivamente ottime ragioni per ribadire l’impegno a portare i Balcani in Europa", scrive Cellino che giudica positivamente anche il tempismo del vertice perché "andavano incoraggiate le tendenze degli ultimi sei mesi, che hanno visto incrementare i segnali positivi tra i leader della regione". Certo, non ci si può nascondere la vaghezza delle dichiarazioni finali, dato che quasi tutti i leader si sono espressi in termini positivi sull’obiettivo finale della piena integrazione europea dei Balcani, ma pochi hanno fornito dettagli su come raggiungere tale risultato. Per cui, secondo Cellino, il problema è proprio questa incertezza sul percorso di integrazione nell’Ue: "Una prospettiva così indefinita e di lungo periodo rischia di offrire incentivi troppo deboli per convincere le classi dirigenti dei paesi interessati ad attuare affrontare riforme impegnative e spesso impopolari". Occorrerebbe, dunque, "qualcosa di più concreto e preciso per incoraggiarle a combattere la corruzione, rafforzare le istituzioni e collaborare tra loro". Inoltre, "una politica dell’Ue più chiara e legata a precisi incentivi favorirebbe un approccio più unitario da parte della comunità internazionale, che troppo spesso fa più fatica ad accordarsi sulla politica della carota che su quella del bastone".
Che gli ostacoli all'integrazione europea dei Balcani stiano nei Balcani stessi, ma probabilmente ancora di più nell'Ue, mi pare sia anche la tesi di Miodrag Lekic, già ambasciatore di Jugoslavia a Roma e oggi docente presso le Università “La Sapienza” e “Luiss - Guido Carli” di Roma. Sempre su Affari Internazionali, in un articolo intitolato "L'ombra della Grecia sui Balcani occidentali" e pubblicato il 4 giugno, Lekic ammette che non era certamente il momento ideale per una conferenza di questo tipo visto che l'Ue, dopo anni di successi e di retorica ottimista, sta attraversando una delle più gravi crisi della sua storia: "Nell’attuale situazione europea era difficile immaginare che anche paesi più aperti all’integrazione dei popoli balcanici e che hanno interessi strategici nella regione, come la Spagna e l’Italia, potessero ricevere un mandato chiaro per aprire una prospettiva concreta di ulteriore allargamento dell’Ue". E però "in ogni caso, anche indipendentemente dall’attuale crisi europea, resta da chiarire se la Ue da sola abbia capacità sufficienti per portare a compimento la stabilizzazione e integrazione della regione e quale ruolo possano svolgervi gli Stati Uniti, ma anche la Turchia e la Russia, ambedue presenti nell’area". Quindi, conclude Lekic, se è vero che "i Balcani occidentali risentono ancora oggi della pesante eredità delle guerre che hanno insanguinato la regione negli anni novanta del XX secolo", è altrettanto vero che negli ultimi dieci anni i paesi della regione hanno fatto notevoli progressi in vari settori e, inoltre, "hanno in totale una popolazione più o meno equivalente a quella della Romania, non tale, quindi, da sottoporre la “capacità di assorbimento” dell’Ue a uno stress eccessivo". E' evidente, allora, che "le indecisioni dell’Ue e la sua difficoltà a definire un percorso più preciso per l’integrazione dei Balcani dipendono in gran parte dalla crisi interna da cui è oggi afflitta e dalla mancanza di una visione più chiara del suo futuro".
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