martedì 20 settembre 2011

L'EUROPA NON DEVE PERDERE LA TURCHIA

Ci perderemo la Turchia, la stiamo perdendo, ce la siamo persa. Che la si veda in maniera più o meno pessimista, è un fatto che uno dei nostri più importanti interlocutori, sul piano politico, economico, energetico e della difesa, sta prendendo posizioni sempre più indipendenti rispetto alle alleanze che per decenni hanno caratterizzato i suoi legami internazionali e che sembravano inossidabili. Invece è successo e gli accenti battaglieri a cui Recep Tayyip Erdogan ha improntato la sua politica internazionale negli ultimi mesi ha materializzato quello che Alberto Negri, sul Sole 24 Ore, definisce “un formidabile paradosso”: la Turchia sta uscendo dall'Unione europea senza neanche esserci entrata. Certo, come scrive Negri, può essere una tattica per sbloccare il negoziato congelato con Bruxelles, ma l'atteggiamento con cui Erdogan appare disposto ad aprire una profonda crisi diplomatica con Cipro, e quindi con l'UE, per rafforzare la sua posizione nel Mediterraneo, meriterebbe di essere in testa alle preoccupazioni di quelle cancellerie europee che si domandano dove stia andando Ankara. Perché in gioco, nota ancora Negri, non c'è soltanto l'Unione, ma il futuro della Nato di cui la Turchia è membro da mezzo secolo e all'interno della quale possiede l'esercito più potente dopo quello Usa.

Come diversi osservatori avevano fatto notare nelle scorse settimane, oltre la vicenda della Mavi Marmara e la crisi con Israele, oltre le rivendicazioni palestinesi ad avere uno stato fatte proprie dal governo turco insieme alla volontà di prendere la leadership della regione sfruttando l'onda delle “primavere arabe”, c'è la questione dello sfruttamento delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale, in uno scenario già piuttosto surriscaldato e con la questione della divisione di Cipro tutt'ora irrisolta. Il 37% dell'isola – la parte occupata dalle truppe turche nel 1974 come reazione al colpo di Stato militare con cui i greco-ciprioti volevano l'annessione alla Grecia – è infatti governato dalla Repubblica turca del Nord, uno Stato non riconosciuto dalla comunità internazionale, che vive soltanto grazie al sostegno di Ankara. Tutti i tentativi di compromesso per arrivare ad una qualche forma di riunificazione sono fino ad ora falliti, con l'Unione Europea responsabile di uno dei più clamorosi e gravi errori politici della sua storia: dopo il fallimento, ad opera dei greco-ciprioti, del referendum sul piano Onu, l'isola – tutta l'isola – è infatti entrata nell'Unione.

Cipro (la Repubblica di Cipro, riconosciuta internazionalmente e membro dell'UE) si prepara ora ad avviare le esplorazioni di gas al largo delle coste meridionali dell'isola in collaborazione con Israele, ma la questione della definizione delle acque territoriali di Grecia e di Cipro non è mai stato risolta, e i turchi annunciano di volere fare altrettanto nelle acque della greca Kastelorizo inviando una unità di perforazione scortata da navi da guerra. Così come per l'integrazione della Serbia è arrivato al pettine il nodo del Kosovo, che si era tentato di esorcizzare con vari espedienti (ed è inutile farsi illusioni, fino a quando non si troverà una soluzione Belgrado può scordarsi l'adesione all'UE), per la Turchia il nodo si chiama Cipro. Solo che la Turchia non è la Serbia. La Turchia si è resa conto da tempo che l'ingresso in una Unione Europea in crisi politica, finanziaria e di idee è al momento quanto mai aleatorio e preferisce fare da sola, senza necessariamente mettere in discussione i legami euro-atlantici, almeno per ora, ma senza nemmeno farsene condizionare. Se questo è lo scenario il recupero della Turchia, un Paese strategico per l'Occidente sul piano politico, economico e dell'energia, non sarà per nulla facile, ma è un dovere prioritario. Forse alla fine Erdogan sconterà in tutto o in parte la grande sicurezza di cui oggi fa mostra, ma la Turchia sta comunque conquistando una fiducia in sé stessa e un ruolo internazionale che difficilmente saranno annullati da un eventuale mancata o parziale realizzazione dell'ambizioso progetto “neo-ottomano”. [RS]

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