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martedì 20 settembre 2011

L'EUROPA NON DEVE PERDERE LA TURCHIA

Ci perderemo la Turchia, la stiamo perdendo, ce la siamo persa. Che la si veda in maniera più o meno pessimista, è un fatto che uno dei nostri più importanti interlocutori, sul piano politico, economico, energetico e della difesa, sta prendendo posizioni sempre più indipendenti rispetto alle alleanze che per decenni hanno caratterizzato i suoi legami internazionali e che sembravano inossidabili. Invece è successo e gli accenti battaglieri a cui Recep Tayyip Erdogan ha improntato la sua politica internazionale negli ultimi mesi ha materializzato quello che Alberto Negri, sul Sole 24 Ore, definisce “un formidabile paradosso”: la Turchia sta uscendo dall'Unione europea senza neanche esserci entrata. Certo, come scrive Negri, può essere una tattica per sbloccare il negoziato congelato con Bruxelles, ma l'atteggiamento con cui Erdogan appare disposto ad aprire una profonda crisi diplomatica con Cipro, e quindi con l'UE, per rafforzare la sua posizione nel Mediterraneo, meriterebbe di essere in testa alle preoccupazioni di quelle cancellerie europee che si domandano dove stia andando Ankara. Perché in gioco, nota ancora Negri, non c'è soltanto l'Unione, ma il futuro della Nato di cui la Turchia è membro da mezzo secolo e all'interno della quale possiede l'esercito più potente dopo quello Usa.

Come diversi osservatori avevano fatto notare nelle scorse settimane, oltre la vicenda della Mavi Marmara e la crisi con Israele, oltre le rivendicazioni palestinesi ad avere uno stato fatte proprie dal governo turco insieme alla volontà di prendere la leadership della regione sfruttando l'onda delle “primavere arabe”, c'è la questione dello sfruttamento delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale, in uno scenario già piuttosto surriscaldato e con la questione della divisione di Cipro tutt'ora irrisolta. Il 37% dell'isola – la parte occupata dalle truppe turche nel 1974 come reazione al colpo di Stato militare con cui i greco-ciprioti volevano l'annessione alla Grecia – è infatti governato dalla Repubblica turca del Nord, uno Stato non riconosciuto dalla comunità internazionale, che vive soltanto grazie al sostegno di Ankara. Tutti i tentativi di compromesso per arrivare ad una qualche forma di riunificazione sono fino ad ora falliti, con l'Unione Europea responsabile di uno dei più clamorosi e gravi errori politici della sua storia: dopo il fallimento, ad opera dei greco-ciprioti, del referendum sul piano Onu, l'isola – tutta l'isola – è infatti entrata nell'Unione.

Cipro (la Repubblica di Cipro, riconosciuta internazionalmente e membro dell'UE) si prepara ora ad avviare le esplorazioni di gas al largo delle coste meridionali dell'isola in collaborazione con Israele, ma la questione della definizione delle acque territoriali di Grecia e di Cipro non è mai stato risolta, e i turchi annunciano di volere fare altrettanto nelle acque della greca Kastelorizo inviando una unità di perforazione scortata da navi da guerra. Così come per l'integrazione della Serbia è arrivato al pettine il nodo del Kosovo, che si era tentato di esorcizzare con vari espedienti (ed è inutile farsi illusioni, fino a quando non si troverà una soluzione Belgrado può scordarsi l'adesione all'UE), per la Turchia il nodo si chiama Cipro. Solo che la Turchia non è la Serbia. La Turchia si è resa conto da tempo che l'ingresso in una Unione Europea in crisi politica, finanziaria e di idee è al momento quanto mai aleatorio e preferisce fare da sola, senza necessariamente mettere in discussione i legami euro-atlantici, almeno per ora, ma senza nemmeno farsene condizionare. Se questo è lo scenario il recupero della Turchia, un Paese strategico per l'Occidente sul piano politico, economico e dell'energia, non sarà per nulla facile, ma è un dovere prioritario. Forse alla fine Erdogan sconterà in tutto o in parte la grande sicurezza di cui oggi fa mostra, ma la Turchia sta comunque conquistando una fiducia in sé stessa e un ruolo internazionale che difficilmente saranno annullati da un eventuale mancata o parziale realizzazione dell'ambizioso progetto “neo-ottomano”. [RS]

giovedì 15 settembre 2011

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Gli argomenti principali della trasmissione sono due

Turchia: il viaggio del premier Erdogan nei Paesi delle "primavere arabe", per consolidare la sua leadership all'interno e per dare alla Turchia un ruolo chiave nello scacchiere medio-orientale; il sostegno sempre più deciso alla causa palestinese e la contemporanea grave crisi politico-diplomatica con Israele. Su quest'ultima questione alcuni passaggi dello Speciale andato in onda domenica 11 settembre con le opinioni di Marta Ottaviani e Manuel Katz.

Kosovo: l'iniziativa di Pristina di imporre la sua sovranità sul nord del Paese a maggioranza serba in concomitanza con la scadenza degli accordi temporanei con Belgrado prefigura nuove gravi tensioni al confine con la Serbia e mentre il governo kosovaro continua a cercare appoggi internazionali alla sua indipendenza, il Kosovo è sempre più il principale ostacolo all'integrazione europea della Serbia. Ma a belgrado c'è anche chi chiede di chiudere la questione e accettare l'indipendenza dell'ex-provincia.

Nel programma si parla inoltre di:

Albania: visita a Tirana dei ministri degli Esteri italiano e greco, mentre la prospettiva europea all'ordine del giorno delle forze politiche di maggioranza e opposizione in vista del rapporto annuale della Commissione Europea del prossimo 12 ottobre.

Macedonia: celebrato a Skopje il ventennale dell'indipendenza nella prospettiva dell'integrazione euro-atlantica che resta però bloccata dalla disputa con la Grecia sul nome dell'ex-repubblica jugoslava.

In apertura si parla di Stati Uniti d'Europa: per uscire dalla crisi economica e politica dell'Unione Europea occorre rilanciare l'idea federalista, come ha fatto Emma Bonino durante il dibattito parlamentare sulla manovra economica e come ha detto anche il premier sloveno Borut Pahor alla conferenza internazionale svoltasi a Bled alla quale ha preso parte anche la leader radicale.

La trasmissione, realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui



oppure - anche per il podcast - sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.

lunedì 12 settembre 2011

LA TURCHIA VUOLE COGLIERE I FRUTTI DELLE PRIMAVERE ARABE

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan
Il premier turco recep Tayyip Erdogan arriva oggi al Cairo, prima tappa del suo tour di quattro giorni in Egitto, Libia e Tunisia, per fare in modo che le “primavere arabe” portino frutti appetitosi per la Turchia. Il momento è sicuramente propizio: con le lunghe e solide relazioni con Israele precipitate ai minimi storici, il premier turco, sfruttando l'evidente difficoltà e il crescente isolamento in cui si trova Tel Aviv, punta ad accreditarsi come importante leader musulmano e a fare della Turchia il nuovo Paese chiave della regione, con un ruolo sempre più autonomo da Europa e Stati Uniti, pur senza mettere in discussione (almeno per ora) l'alleanza strategica con l'Occidente. E' inutile farsi illusioni: dopo gli attacchi contro lo Stato ebraico delle scorse settimane, culminati con la riduzione ai minimi termini delle relazioni diplomatiche, commerciali e militari, nei suoi discorsi sulla politica estera regionale turca Erdogan non mancherà di criticare duramente il governo israeliano.

Mezzo milione di persone "sta maledicendo Israele con le sue azioni", ha detto sabato scorso Erdogan che nell'assalto all'ambasciata del Cairo vede uno spirito di risveglio: "La gente delle regione marcia verso la democrazia e la libertà dai sistemi autocratici". Non c'è dunque ragione di credere che nei suoi discorsi davanti ai ministri degli Esteri della Lega Araba, all'università dove il presidente Barack Obama offrì una mano tesa al mondo musulmano o in piazza Tahir, Erdogan cambi registro. Il premier turco, lo ha confermato il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, non visiterà Gaza, ma non ce n'è bisogno: nella Striscia, dopo la vicenda della Mavi Marmara, Erdogan è considerato un eroe (molti bambini nati nel frattempo si chiamano Tayyip) e comunque, durante il soggiorno egiziano, dovrebbe incontrare anche il leader palestinese Mahmoud Abbas per discutere la richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese da parte delle Nazioni Unite, in agenda alla ormai imminente Assemblea Generale: un'iniziativa dietro alla quale, secondo alcuni, ci sarebbe proprio una regia turca.

Dopo l'Egitto Erdogan si recherà in Tunisia e poi ancora in Libia, dove si tratterrà due giorni, primo capo di governo ad arrivare a Tripoli dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Insieme a Erdogan ci saranno il ministro degli Esteri Davutoglu, quello dell'Economia, Zafer Caglayan, e decine di imprenditori. Come nel recente viaggio in Somalia, a dimostrazione che la politica estera turca magari non è molto coerente al principio “nessun problema con i nostri vicini”, tante volte ripetuto, ma applica saldamente la dottrina della “profondità strategica” elaborata proprio da Davutoglu. In nome sì della comune fede islamica, ma soprattutto degli affari: una crescita economica tuttora piuttosto solida (nonostante il rallentamento negli ultimi mesi), la grande stabilità politica interna e un consenso elettorale che nelle elezioni del giugno scorso ha sfiorato il 50%, consentono ad Ankara di proporsi come interlocutore forte e credibile. E di giocare un ruolo di primo piano nella corsa allo sfruttamento delle risorse energetiche nascoste (pare) nei fondali del mediterraneo orientale. Una partita che si annuncia come una delle più importanti dei prossimi tempi, ma che, viste le premesse, promette di essere tutt'altro che indolore.

domenica 11 settembre 2011

PASSAGGIO SPECIALE: LA CRISI DEI RAPPORTI TRA TURCHIA E ISRAELE


Le relazioni storiche tra Turchia e Israele sono precipitate negli ultimi giorni ai minimi storici: dall'operazione militare israeliana “Piombo fuso” a Gaza, all'arrembaggio alla nave pacifista turca Mavi Marmara, fino alla recentissima pubblicazione del rapporto Onu su quell'assalto, le relazioni tra i due Paesi hanno registrato un progressivo deterioramento che appare in contraddizione con la politica estera turca ispirata al principio “zero problemi con i nostri vicini”.
Dietro alcuni specifici avvenimenti, ci sono tuttavia sia ragioni interne, sia ragioni di strategia regionale della Turchia, il tutto nel quadro di instabilità prodotto dalle cosiddette "primavere arabe" che stanno cambiando, in maniera profonda, gli equilibri politici e i rapporti di forza sia all'interno di singoli Paesi, sia a livello regionale.
Dunque, perché si è arrivati a questa situazione e quali saranno le conseguenze? Qual è l'obiettivo di Ankara? Perché Tel Aviv ha risposto con altrettante intransigenza? E fino a quando le due parti potranno "tirare la corda".
Queste e altre le domande a cui la trasmissione andata in onda oggi a Radio Radicale cerca di rispondere proponendo una serie di valutazioni per cercare dunque di capire cosa sta succedendo e cosa c'è alla radice dei fatti.

Partecipano:
Marta Ottaviani, corrispondente dalla Turchia dell'agenzia TMNews e collaboratrice della Stampa e dell'Avvenire
Manuel Katz, corrispondente di Radio Radicale da Israele

Il programma ripropone inoltre l'intervista realizzat nei giorni scorsi a Stefano Torelli, ricercatore presso l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e l'Italian Center for Turkish Studies

La trasmissione è riascoltabile direttamente qui



ed è disponibile per il podcast sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche

giovedì 8 settembre 2011

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Sommario della trasmissione

La prima parte del programma è dedicato alla crisi diplomatica tra Turchia e Israele: cosa sta succedendo tra Ankara e Tel Aviv e quali sono le ragioni dello scontro tra le uniche due democrazie dell'area mediorientale. Intervista a Stefano Torelli, ricercatore presso l'Ispi e l'Icts.

La crisi politica in Bosnia Erzegovina da quasi un anno senza governo centrale: colloqui tra le forze politiche per cercare di risolvere la situazione.

Crimini di guerra: il Tribunale internazionale ha condattato l'ex capo di stato maggiore dell'esercito jugoslavo Momcilo Perisic a 27 anni per i crimini commessi in Bosnia e Croazia.

Dopo le violenze di fine luglio e le tensioni sulla linea di confine, sono ripresi a Bruxelles i colloqui tecnici tra Kosovo e Serbia.

La situazione politica in Albania: il Partito socialista fa il punto della situazione ed emergono critiche verso il leader Edi Rama dopo la sconfitta alle elezioni per il comune di Tirana.

Riconciliazione: l'incontro a Pola tra il presidente italiano Giorgio Napolitano e quello croato Ivo Josipovic.

In apertura di trasmissione l'intervento di Emma Bonino al Senato durante il dibattito sulla manovra economica: la crisi globale rischia di far fallire il progetto dell'unità europea; è indispensabile riprendere l'ideale federalista e spinelliano degli Stati Uniti d'Europa.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione dei corrispondenti Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile qui



oppure sul sito di Radio Radicale, nella sezione delle Rubriche, insieme a tutte quelle precedenti.

mercoledì 7 settembre 2011

COSA STA SUCCEDENDO TRA TURCHIA E ISRAELE?

La relazione di lunga data tra Turchia e Israele – uniche due democrazie dell'area medio-orientale – è ai minimi storici. L'abbassamento del livello della rappresentanza diplomatica turca a Tel Aviv, l'espulsione dell'ambasciatore israeliano ad Ankara, l'azzeramento dei contratti commerciali e militari, segnano il punto più basso di una crisi iniziata con l'operazione militare israeliana “Piombo fuso” a Gaza, riaccesa dall'assalto alla nave pacifista turca Mavi Marmara del 31 maggio 2010, nel quale furono uccisi nove attivisti turchi pro-palestinesi, e precipitata definitivamente con la pubblicazione del rapporto Onu sull'assalto dei commandos israeliani alla Freedom Flotilla. Tuttavia, alla base dell'irrigidimento di Erdogan nei confronti dell'attuale governo israeliano (che contraddice anni di politica estera condotta all'insegna del principio “zero problemi con i nostri vicini”), al di là di questi fatti specifici ci sono sia ragioni interne, sia ragioni di strategia regionale della Turchia, non esclusa la questione dello sfruttamento delle ingenti risorse energetiche che si troverebbero sotto i fondali del Mediterraneo orientale e che coinvolge direttamente la questione di Cipro.

Sulla crisi delle relazioni tra Turchia e Israele segnalo la mia intervista per Radio Radicale a Stefano Torelli, ricercatore presso l'ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e presso l'ICTS (Italian Center for Turkish Studies).

L'intervista è ascoltabile direttamente qui




Di Stefano Torelli sull'argomento segnalo inoltre l'articolo pubblicato su Limes
La Turchia sacrifica Israele

martedì 6 settembre 2011

QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLO SCONTRO TRA ANKARA E TEL AVIV

Da un lancio dell'agenzia TMNews (con fonte Afp) delle 12,24 - Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato la "sospensione totale" dei rapporti militari e commerciali con Israele, che rifiuta le scuse per l'assalto a una nave umanitaria turca, costato la vita, il 31 maggio 2010, a nove cittadini turchi. "Sospendiamo totalmente i nostri legami commerciali, militari e nell'industria della difesa" ha detto Erdogan ai giornalisti, secondo quanto riferisce l'agenzia Anadolu.

Il premier israeliano Benjamin Netannyahu e quello
turco Recep Tayyip Erdogan (Foto Reuters)
La vicenda dell'arrembaggio alla “Mavi Marmara” mi sembra abbia dato vita ad uno scontro politico-diplomatico tra Israele e Turchia il cui esito forse poteva essere diverso e che è stato portato alle conseguenze di questi giorni (la riduzione ai minimi termini delle relazioni tra i due governi), da un braccio di ferro che avrebbe potuto essere evitato, se lo si fosse voluto. Ma lo si voleva?

Dopo le dure polemiche sul conflitto a Gaza e sull'operazione “Piombo fuso”, era abbastanza evidente, infatti, che Erdogan volesse continuare a mettere in difficoltà Israele, sfruttando la missione della Freedom Flotilla, per mantenere il consenso in patria e guadagnarne all'esterno, nell'area della quale Ankara aspira a diventare il paese leader. Non c'è dubbio che nell'arrembaggio della flottiglia, i commandos israeliani abbiano fatto un uso della forza sproporzionato ed eccessivo. Ma è altrettanto evidente che, quanto meno a bordo della Mavi Marmara, non tutti i partecipanti alla missione “umanitaria” avessero intenzioni pacifiche (ci sono immagini e video che lo mostrano chiaramente). Questo, ovviamente non può giustificare i nove morti, ma serve a capire la dinamica degli eventi.

Se il governo israeliano avesse espresso subito il suo rammarico per quanto accaduto e magari avesse cercato di concordare con quello turco delle forme di risarcimento, forse la crisi sarebbe rientrata in poco tempo. Così però non è stato (forse nessuna delle due parti lo voleva davvero) e le posizioni si sono via via irrigidite, fino ad imboccare una strada senza via d'uscita, se non a costo che uno dei due contendenti perdesse la faccia: cosa che in politica e in diplomazia è semplicemente inammissibile.

Era proprio indispensabile che finisse così? A chi giova il deterioramento delle relazioni tra Turchia e Israele, tanto più in un momento in cui l'area medio-orientale è scossa da accadimenti che potrebbero cambiarne profondamente gli equilibri politico-diplomatici, in un periodo in cui una crisi economica di portata epocale sta cambiando i rapporti di forza globali? Interrogarsi su questo, aiuterebbe a capire meglio quanto sta accadendo, piuttosto che iscriversi acriticamente al partito filo-turco o a quello filo-israeliano.

Anche a proposito del rapporto Onu sui fatti della Mavi Marmara c'è qualcosa che secondo me andrebbe chiarito. Il governo turco ha voluto che il Consiglio di sicurezza ordinasse un'inchiesta e così è stato. Israele, da parte sua, non essendo riuscita a bloccare l'iniziativa, ha ottenuto però per tre volte di far rinviare la pubblicazione del relativo rapporto. Alla quarta richiesta gli è stato detto “no”. Solo che il “Rapporto Palmer” è risultato essere non così sfavorevole a Israele come si sarebbe potuto facilmente pensare.

Dato che mi sembra un po' difficile pensare che Ankara, Tel Aviv fossero all'oscuro dei contenuti del rapporto, peraltro anticipati dettagliatamente dal “New York Times” alla vigilia della pubblicazione, ci si potrebbe allora chiedere: perché Ankara ha premuto per la pubblicazione di un documento in definitiva più favorevole a Tel Aviv che a sé? La risposta si potrebbe forse trovare andando a guardare sull'altra sponda dell'Atlantico, a New York. Il governo turco, conosciuti da tempo gli esiti dell'inchiesta sui fatti della Mavi Marmara, potrebbe aver deciso di puntare sulla discussione del riconoscimento dello stato palestinese in calendario alla prossima sessione dell'Assemblea generale dell'Onu che si aprirà il 23 settembre. Un'iniziativa promossa e portata avanti, ovviamente, dall'Anp, ma dietro la quale molti vedono una regia turca.

Erdogan potrebbe aver pensato di sfruttare i sentimenti anti-israeliani rinfocolati dalle conclusioni del “Rapporto Palmer” per cercare di formare al Palazzo di vetro un fronte abbastanza ampio da ottenere il riconoscimento dello stato palestinese: un risultato che non avrebbe nell'immediato un valore pratico, ma che segnerebbe – questa sì – una pesante sconfitta politica e diplomatica per Israele. La figura di Erdogan ne uscirebbe rafforzata sia sul piano interno che su quello internazionale. E la Turchia potrebbe guadagnare un vantaggio forse incolmabile nella partita per conquistare il ruolo di nuovo paese guida dell'area medio-orientale.

Dunque, al momento Tel Aviv è in vantaggio su Ankara per 3 a 0: Israele lo scorso anno ha bloccato la Freedom Flotilla (1 a 0), poi si è rifiutato di chiedere scusa per i morti (2 a 0) e infine ha subito scarsi danni dall'inchiesta dell'Onu (3 a 0). Tutto sta vedere chi riuscirà a vincere l'incontro. [RS]

Questo post è pubblicato oggi su Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani

sabato 3 settembre 2011

TURCHIA: COSA SUCCEDE TRA GOVERNO E MILITARI?

Intervista a Alberto Tetta, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso

Foto Alexei Klyukin / Flickr

Le clamorose dichiarazioni dell'ex capo di stato maggiore turco, Isik Kosaner, registrate di nascosto e finite su Internet, segnano un nuovo capitolo nel contrastato confronto tra l'establishment militare ed il governo islamico-moderato di Recep Tayyp Erdogan, all'indomani del cambio dei comandanti delle forze armate che ha portato al vertice ufficiali più disponibili nei confronti di Erdogan e dell'Akp. Tutto questo nel pieno della nuova escalation del conflitto con i guerriglieri curdi del Pkk. Capire chi ha registrato le parole di Kosaner e le ha poi fatte finire in rete, potrebbe sicuramente aiutare a capire meglio cosa sta accadendo tra governo e militari.
Nell'intervista si parla anche dell'iniziativa turca nei confronti della crisi siriana e dei difficili rapporti con Israele (Attenzione: l'intervista è stata realizzata il 31 agosto, quando ancora non erano noti i contenuti e le conclusioni del "Rapporto Palmer" sulla vicenda della Mavi Marmara).

Ascolta qui l'intervista



Leggi sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso gli articoli di Alberto Tetta

venerdì 2 settembre 2011

MAVI MARMARA: L’ONU CONDANNA ISRAELE PER USO ECCESSIVO DELLA FORZA MA IL BLOCCO DI GAZA E’ LEGALE

Il New York Times  pubblica in anteprima il “Rapporto Palmer” che sarà presentato ufficialmente oggi.
Intanto è crisi diplomatica tra Turchia e Israele. Tel Aviv non si scusa per il blitz, Ankara giudica "inaccettabili" le conclusione della relazione, espelle l'ambasciatore isaeliano e sospende tutti i contratti militari ed energetici.

La Turchia ha espulso l'ambasciatore d'Israele e sospeso tutti i contratti militari dopo il rifiuto del governo di Tel Aviv di scusarsi per i fatti della Mavi Marmara. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, aggiungendo la riduzione della rappresentanza diplomatica turca in Israele. La Turchia giudica "inaccettabili" le conclusioni dell'inchiesta Onu sul blitz israeliano. Davutoglu ha annunciato la sospensione anche dei contratti in campo energetico.

La Mavi Marmara al suo rientro a Istanbul nel dicembre 2010
(Foto Afp)

Il rapporto chiesto dalle Nazioni Unite per accertare i fatti e le responsabilità di quanto avvenuto il 31 maggio 2010 durante l’attacco israeliano alla “Freedom Flotilla” diretta a Gaza, anticipato ieri dal New York Times, conferma le indiscrezioni trapelate negli ultimi tempi: i commandos israeliani hanno fatto un uso eccessivo della forza, ma il blocco navale imposto da Israele non è illegale. Inoltre, i militari israeliani intervenuti sulla Mavi Marmara hanno dovuto affrontare una "resistenza organizzata e violenta".

La nave, battente bandiera turca, faceva parte di un convoglio che intendeva rompere il blocco israeliano sulla striscia di Gaza, portando aiuti alla popolazione palestinese della Striscia. Le navi furono intercettate da un commando della marina israeliana. Nove attivisti turchi rimasero uccisi nel raid. L'incidente provocò la condanna internazionale di Tel Aviv e portò a una disputa diplomatica tra Israele e Turchia, inasprendo ulteriormente i rapporti già molto tesi dopo l’operazione militare israeliana “Piombo fuso” dell’inverno precedente contro Hamas.

Secondo la relazione, la decisione di Israele di bloccare le navi con un’azione di forza, a grande distanza dalla zona sottoposta al blocco e senza nessun avvertimento immediatamente prima dell’abbordaggio, è stata eccessiva e irragionevole. L’inchiesta condotta dall’ex primo ministro neozelandese Geoffrey Palmer, ha aggiunto tuttavia che il blocco navale era legale e appropriato, perché mirava a prevenire l'importazione di armi nella Striscia di Gaza via mare.

Il New York Times ha scritto che mentre il governo israeliano ritiene che la relazione gli renda giustizia, quello turco è furente con la conclusione sulla validità giuridica del blocco navale israeliano. Ankara insiste che non riprenderà pienamente le relazioni fino a quando Tel Aviv non si scuserà per i morti. Per il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, il rapporto delle Nazioni Unite è l'ultima possibilità di Israele per scusarsi e che i rapporti tra i due Paesi potrebbero deteriorarsi ulteriormente. Hamas, da parte sua, condanna la relazione giudicandola "ingiusta e squilibrata". "Permetterà all'occupante [Israele, n.d.r.] di sottrarsi alle sue responsabilità," ha detto il portavoce Sami Abu Zuhri all’agenzia France Presse.

Israele, del resto, non pare avere alcuna intenzione di chiedere scusa. Il venerdì, un alto funzionario israeliano, sempre all’Afp ha detto che Israele avrebbe accettato le conclusioni del Rapporto Palmer "con specifiche riserve" e il ministero degli esteri ha annunciato che i commenti ufficiali saranno fatti dopo il rilascio ufficiale della relazione. Lo scorso mese di gennaio, l'inchiesta ordinata dal governo di Tel Aviv aveva concluso che il raid era stato legittimo secondo il diritto internazionale, ma queste conclusioni erano state respinte dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, che aveva definito il rapporto “privo di credibilità”.

L’impressione è che il “Rapporto Palmer”, voluto dal Palazzo di vetro per cercare di ricomporre il dissidio nelle relazioni turco-israeliane, in realtà potrebbe rendere la riconciliazione più difficile.

giovedì 1 settembre 2011

MAVI MARMARA: DOMANI ALL'ONU IL RAPPORTO PALMER

Secondo indiscrezioni il documento sarebbe favorevole a Israele e metterebbe Ankara in cattiva luce


Arriva domani all'Onu il “Rapporto Palmer” sull'attacco israeliano alla Mavi Marmara che faceva parte della Freedom Flotilla e nella quale furono uccisi nove attivisti turchi. Il documento era stato ordinato proprio per stabilire colpe e responsabilità nell'attacco, ma la sua pubblicazione era stata rinviata tre volte, rispetto alla data originaria del 15 maggio, per permettere alle diplomazie turca e israeliana di trovare un compromesso sulla ricostruzione dei fatti. Secondo gli organi di informazione israeliani, il governo di Tel Aviv avrebbe chiesto un ulteriore quarto posticipo di ben sei mesi: una richiesta che le autorità di Ankara hanno respinto.

Le posizioni dei due paesi restano per ora diametralmente opposte. Il nodo è quello delle scuse ufficiali che Ankara ha chiesto insieme ad una compensazione economica per le famiglie delle vittime e alla fine dell'embargo contro Gaza. Richieste che Israele si rifiuta di accogliere come è tornato a ripetere il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, appena due giorni fa. D'altra parte, nemmeno ad Ankara la musica pare cambiata. Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, oggi ha ribadito la posizione ufficiale del suo governo: o Israele si scusa, o la Turchia è pronta a prendere misure drastiche (come il ridimensionamento della rappresentanza diplomatica e la sospensione dei rapporti politici ed economici).

In questo quadro di sostanziale stallo, la visita del premier Recep Tayyip Erdogan a Gaza, prevista a settembre, potrebbe rinfocolare le tensioni. Senza contare che l'iniziativa all'Onu per il riconoscimento dello stato palestinese potrebbe avere la sua cabina di regia proprio ad Ankara. Ma c'è un ulteriore retroscena interessante che potrebbe cambiare le prospettive della vicenda Mavi Marmara. Stando al Jerusalem Post, il “Rapporto Palmer” sarebbe in realtà favorevole a Israele e metterebbe Ankara in una cattiva luce e la Turchia starebbe cercando di insabbiarlo. Inoltre, stando alle indiscrezioni pubblicate dal quotidiano turco Hurriyet, il dossier riconoscerebbe il diritto di Israele di agire contro chi minaccia la sua stabilità e la sua sicurezza anche in acque internazionali. Dunque, anche se il rapporto criticasse duramente Tel Aviv per l'uso eccessivo della forza contro gli attivisti civili, Israele non ne uscirebbe comunque sconfitto e sarebbero vanificati gli sforzi di Ankara di ottenere scuse ufficiali.

mercoledì 7 aprile 2010

TURCHIA-ISRAELE: QUINDICI MESI VISSUTI PERICOLOSAMENTE

Israele è una "delle principali minacce per la pace" in Medio Oriente. Non l'ha detto un ayatollah iraniano, ma il primo ministro turco, Recep Tayyp Erdogan, nel corso di una conferenza stampa oggi a Parigi, dove si trova in visita ufficiale. "Se un Paese fa un uso della forza sproporzionato in Palestina, usando proiettili al fosforo bianco, non possiamo dirgli, certo: 'Bravo'", ha affermato Erdogan, riferendosi all'operazione militare "Piombo fuso" lanciata da Israele nella Striscia di Gaza nel dicembre 2008. Dichiarazioni che ribadiscono l'estrema tensione versano i rapporti diplomatici tra Israele e Turchia dopo decenni di vicinanza sul piano politico e militare.

Per molto tempo la Turchia è stata per Israele l'alleato chiave nella regione, e nel 2008 Ankara, grazie ai suoi ritrovati buoni rapporti con la Siria, si spese in una mediazione indiretta tra Tel Aviv e Damasco per trovare una soluzione alla questione del Golan. Solo poche ore prima del lancio dell'operazione "Piombo fuso", il 27 dicembre, Erdogan aveva concordato al telefono con l'allora premier israeliano Olmert un nuovo round di colloqui indiretti, ma quando le armi israeliane cominciariono a colpire duramente la Striscia di Gaza, Erdogan andò su tutte le furie per non esserne stato informato e i negoziati con la Siria non sono stati più ripresi. Un mese dopo Erdogan ebbe l'occasione di manifestare la sua rabbia al summit internazionale di Davos nel corso di un acceso dibattito con il presidente israeliano Shimon Peres che il premier turco abbandonò platealmente con il pretesto di non aver potuto replicare ad un'invettiva rivoltagli da Peres. Al suo rientro ad Ankara, fu accolto come un eroe dai suoi concittadini. Da quel momento le relazioni turco-israeliane hanno continuato a peggiorare con ripetuti scambi di invettive e reciproci sgarbi politico-diplomatici.

Il 24 novembre il ministro israeliano dell'Industria, Benjamin Ben-Eliezer, cercò di stemperare la tensione con una visita ufficiale in Turchia, ma lo scontro è riesploso lo scorso gennaio quando la tv di stato turca ha mandato in onda una fiction in cui i militari israeliani venivano rappresentati come sanguinari assassini di donne e bambini. Il vice ministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, convocò allora l'ambasciatore turco per chiarimenti ma decise di umiliarlo dichiarando, a telecamere accese, "fate attenzione che sia seduto su una sedia piu' bassa, che ci sia solo una bandiera israeliana sul tavolo e che nessuno dei nostri sorrida". La reazione di Ankara non si fece attendere: intervenne il presidente della Repubblica Abdullah Gul in persona minacciando il ritiro dell'ambasciatore se non fossero arrivate scuse ufficiali.

Le scuse arrivarono e il 17 gennaio il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, si recò ad Ankara, definì il comportamento di Ayalon "un errore" e chiese al suo omologo turco Vecdi Gonul di lasciarsi alle spalle le tensioni degli ultimi mesi. Tutto inutile: appena qualche giorno più tardi la stampa israeliana riportò un rapporto sulle relazioni turco-israeliane preparato dal ministero degli Esteri israeliano, in cui si accusa Erdogan di "incitare e incoraggiare indirettamente" l'antisemitismo, mentre un nuovo duro attacco a Erdogan è arrivato due giorni fa dallo stesso ministro degli Esteri Lieberman secondo il quale che il premier turco sta lentamente diventando un Gheddafi o un Hugo Chavez.Oggi la replica di Erdogan che ancora una volta ha scelto una ribalta internazionale per attaccare Israele. Inutile dire che a Tel Aviv non l'hanno presa bene: il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha replicato infatti deplorando quelli che ha definito i ripetuti "attacchi" da parte della Turchia.

In un'intervista a Gigi Riva sull'Espresso di questa settimana, il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, butta acqua sul fuoco e dice più o meno che con Israele i problemi ci sono ma se c'è anche buona volontà una soluzione si trova. La questione però è assai complessa e non può essere separata dalla situazione generale del Medio Oriente. Sullo sfondo c'è anche il controverso dossier nucleare iraniano. Ankara, che con Teheran ha stretti legami economici, soprattutto nel settore dell'energia, sostiene il diritto della Repubblica islamica a dotarsi del nucleare a fini civili (ma non militari, ha detto Davutoglu all'Espresso) e chiede una soluzione diplomatica alla crisi in corso. Per Israele, invece, Teheran rappresenta una minaccia alla sua stessa esistenza, contro cui sono necessarie nuove e più dure sanzioni internazionali e l'ipotesi di un intervento militare non può essere esclusa. Se poi vogliamo allargare ancora di più il campo, estendiamo l'orizzonte fino al Caucaso, il che mette in gioco i rapporti tra Turchia e Russia (non molto propensa a penalizzare Teheran), e non dimentichiamo i rapporti economici tra Ankara e Pechino (contraria alle sanzioni contro l'Iran). Mettiamoci pure la questione dei gasdotti e come si vede la vicenda delle relazioni turco-israeliane può essere inserita in un più ampio e assai complicato puzzle. Metterlo insieme è tutt'altro che facile e il rischio che qualcuno rovesci il tavolo per niente remoto.