Domani papa Francesco sarà in Turchia per un viaggio ufficiale che durerà tre giorni. "Migliorare l'immagine dell'Islam" agli occhi dell'Occidente e "condannare lo Stato islamico in modo inequivocabile" sono gli obiettivi che la Turchia dovrebbe raggiungere in occasione della visita del pontefice secondo quanto ha scritto martedì la giornalista Barcin Yinanc in un editoriale sul quotidiano turco Hurriyet. Yinanc nota come sia significativo che uno dei primi viaggi del papa fuori dall'Italia (il sesto dall'inizio del suo pontificato nel 2013) abbia come meta proprio la Turchia. Io aggiungerei anche, come ulteriore motivo di importanza, che il Paese della Mezzaluna è stato scelto per il secondo viaggio in Europa dopo che il primo ebbe come meta l'Albania. Dopo i Balcani, citati nel discorso del papa davanti al Parlamento europeo l'altro ieri a Strasburgo, la Turchia.
Barcin Yinanc ricorda che il primo a invitare il Pontefice in Turchia è stato il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, nel quadro della distensione dei rapporti con Roma cominciata da qualche anno e fortemente voluta proprio da Bergoglio. Ovviamente il papa non va in Turchia solo per migliorare i rapporti tra le due chiese cristiane, scrive Yinanc: gli sviluppi regionali e la posizione della Turchia danno al Paese una grande importanza. L'emergere dello cosiddetto Stato islamico ha dato "un secondo duro colpo all'immagine dell'Islam dopo gli attacchi dell'11settembre", creando risentimento nei cristiani, che accusano la comunità musulmana di non aver preso una posizione compatta e forte contro l'Is, ma anche nei musulmani che in Occidente si vedono assimilati ai terroristi.
"Proprio su questo la Turchia dovrebbe intervenire", scrive Yinanc ricordando che fu Ankara ad avvertire l'Occidente che le politiche settarie dell'ex premier iracheno Nuri al-Maliki rischiavano di spingere i sunniti nelle braccia degli estremisti e che occorreva intervenire in Siria prima che il paese diventasse il quartier generale dei terroristi. Invece "è finita che la Turchia viene criticata perché avrebbe chiuso un occhio sul passaggio attraverso il suo territorio degli estremisti diretti in Siria dando l'impressione che fosse nell'interesse di Ankara, perché combattono contro il regime di Bashar al-Assad".
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giovedì 27 novembre 2014
mercoledì 5 giugno 2013
TURCHIA AL BIVIO, DIVISA SULLA SUA IDENTITA'
Intervista al professor Renzo Guolo
Leggi qui l'articolo di Renzo Guolo per Repubblica citato nell'intervista
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| Foto AP / Thanassis Stavrakis |
Leggi qui l'articolo di Renzo Guolo per Repubblica citato nell'intervista
lunedì 3 giugno 2013
TURCHIA: COSA VUOLE DAVVERO ERDOGAN?
Un centro commercialea (e una moschea) al posto del parco Gezi di Istanbul, una legge restrittiva sulla vendita di alcolici (in un Paese in cui il loro consumo riguarda comunque una piccola minoranza della popolazione), il celebre pianista Fazil Say che finisce in guai giudiziari per un tweet un po' infelice, lo scrittore di origine armena Sevan Nisanyan condannato per una frase ritenuta offensiva per il Profeta. E ancora: il non riconoscimento degli Aleviti, i troppi giornalisti in carcere, l'articolo 101 del codice penale che, nonostante le modifiche, resta una spada di Damocle sulla libertà di espressione, la rivalutazione del passato ottomano, la riprovazione per la pubblicità "lasciva", il sindaco di Ankara che invita ad evitare affettuosità in pubblico, la riforma in senso presidenzialista (non ancora approvata) della costituzione.
Qual è il vero progetto politico di Erdogan? Che ne è dell'Akp da molti paragonato alla Dc italiana o alla Cdu tedesca? E che fine ha fatto il pragmatismo del premier che in un decennio ha dato visibilità alla Turchia religiosa e conservatrice (ma non estremista), ha portato al potere una nuova classe dirigente scalzando il vecchio establishment kemalista e ha saputo innescare una crescita economica senza precedenti? Il premier, forte di tre vittorie elettorali consecutive a furor di popolo, negli ultimi tempi sembra sempre più preda di pulsioni autoritarie: si dice convinto che "la religione non impone nulla di male"; definisce "manciata di saccheggiatori" le persone scese in piazza in questi giorni e violentemente aggredite e picchiate dalla polizia; definisce i social media (Twitter in testa) "la peggiore minaccia alla società"; liquida tutti coloro che consumano alcolici come "alcolizzati"; dichiara pubblicamente che la legge precedente sull'alcol era stata scritta da un ubriacone, dimenticando che l'autore era nientepopodimenoche Ataturk in persona.
Negli ultimi mesi, a proposito delle iniziative e degli atteggiamenti venuti dal premier Erdogan mi sono trovato d'accordo con gli osservatori e gli esperti che vedevano in esse più la solita disposizione turca all'autoritarismo piuttosto che la prova del disegno islamista dell'Akp. E però, gli avvenimenti delle ultime settimane fanno sorgere il timore che le due pulsioni possano saldarsi, materializzando le fosche previsioni dei più accesi critici di Erdogan. Scrive oggi il professor Renzo Guolo su Repubblica: "Più un partito islamista come l'Akp [...] diventa 'affidabile' sul piano sistemico, interno e internazionale, tanto più dovrà irrigidirsi sul piano de valori e dei costumi. In Turchia come altrove. Se attenua troppo il suo profilo religioso, intacca il consenso dell'elettorato islamista. Ne va della stessa matrice originaria di una formazione che [...] ha radici nell'islam politico".
Erdogan, in effetti, è stato una figura di spicco del disciolto Refah Partisi e finì in carcere nel 1998 con l'accusa di incitamento all'odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp: "Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette ed i fedeli i nostri soldati". Uscito dal carcere, fondò il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), su posizioni più moderate rispetto a precedenti formazioni islamche turche. Considerati i trascorsi e visti gli avvenimenti degli ultimi mesi non bisogna necessariamente essere accecati dal pregiudizio per nutrire qualche timore sui rischi di involuzione in Turchia. Piuttosto, proprio chi, come il sottoscritto, ha sempre guardato con interesse alla politica di Erdogan, sia sul piano interno che su quello internazionale, e resta convinto dell'adesione della Turchia all'Unione Europea, non può non essere oggi molto preoccupato, senza per questo rimpiangere i tempi degli interventi dei militari a difesa della laicità della repubblica kemalista. [RS]
Qual è il vero progetto politico di Erdogan? Che ne è dell'Akp da molti paragonato alla Dc italiana o alla Cdu tedesca? E che fine ha fatto il pragmatismo del premier che in un decennio ha dato visibilità alla Turchia religiosa e conservatrice (ma non estremista), ha portato al potere una nuova classe dirigente scalzando il vecchio establishment kemalista e ha saputo innescare una crescita economica senza precedenti? Il premier, forte di tre vittorie elettorali consecutive a furor di popolo, negli ultimi tempi sembra sempre più preda di pulsioni autoritarie: si dice convinto che "la religione non impone nulla di male"; definisce "manciata di saccheggiatori" le persone scese in piazza in questi giorni e violentemente aggredite e picchiate dalla polizia; definisce i social media (Twitter in testa) "la peggiore minaccia alla società"; liquida tutti coloro che consumano alcolici come "alcolizzati"; dichiara pubblicamente che la legge precedente sull'alcol era stata scritta da un ubriacone, dimenticando che l'autore era nientepopodimenoche Ataturk in persona.
Negli ultimi mesi, a proposito delle iniziative e degli atteggiamenti venuti dal premier Erdogan mi sono trovato d'accordo con gli osservatori e gli esperti che vedevano in esse più la solita disposizione turca all'autoritarismo piuttosto che la prova del disegno islamista dell'Akp. E però, gli avvenimenti delle ultime settimane fanno sorgere il timore che le due pulsioni possano saldarsi, materializzando le fosche previsioni dei più accesi critici di Erdogan. Scrive oggi il professor Renzo Guolo su Repubblica: "Più un partito islamista come l'Akp [...] diventa 'affidabile' sul piano sistemico, interno e internazionale, tanto più dovrà irrigidirsi sul piano de valori e dei costumi. In Turchia come altrove. Se attenua troppo il suo profilo religioso, intacca il consenso dell'elettorato islamista. Ne va della stessa matrice originaria di una formazione che [...] ha radici nell'islam politico".
Erdogan, in effetti, è stato una figura di spicco del disciolto Refah Partisi e finì in carcere nel 1998 con l'accusa di incitamento all'odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp: "Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette ed i fedeli i nostri soldati". Uscito dal carcere, fondò il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), su posizioni più moderate rispetto a precedenti formazioni islamche turche. Considerati i trascorsi e visti gli avvenimenti degli ultimi mesi non bisogna necessariamente essere accecati dal pregiudizio per nutrire qualche timore sui rischi di involuzione in Turchia. Piuttosto, proprio chi, come il sottoscritto, ha sempre guardato con interesse alla politica di Erdogan, sia sul piano interno che su quello internazionale, e resta convinto dell'adesione della Turchia all'Unione Europea, non può non essere oggi molto preoccupato, senza per questo rimpiangere i tempi degli interventi dei militari a difesa della laicità della repubblica kemalista. [RS]
giovedì 23 agosto 2012
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa
oggi da Radio Radicale. La trasmissione è riascoltabile nella sezione
"In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.
lunedì 11 aprile 2011
GLI ALEVITI: UN'ALTRA TURCHIA
Un convegno di Osservatorio Balcani e Caucaso per parlare degli Aleviti turchi: musulmani eterodossi, né sunniti, né sciiti, di origine nomade, di tradizione mistica. Un occasione per la politica e la socità turca per ripensare il rapporto con la pluralità e le differenze, uno stimolo per noi a guardare alla Turchia prestando attenzione alla sua complessità religiosa e culturale.
Al convegno sono intervenuti Fabio Salomoni, sociologo presso la Koc Universitesi di Istanbul, Mario Zucconi, docente di Relazioni internazionali a Princeton, e Giancarlo Bosetti, direttore di Reset. Il dibattito è stato moderato da Luisa Chiodi, direttrice di Osservatotio Balcani e Caucaso.
Media partner, Radio Radicale.
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| Donne alevite a Hacibektas (Foto di Andrea Rossini) |
Musulmani che non hanno l'obbligo delle cinque preghiere rituali, che celebrano le loro cerimonie religiose accompagnate da musica e danze in un luogo diverso dalla moschea, la partecipazione delle donne ai rituali religiosi, la centralità della figura del “dede”, leader spirituale della comunità che trae la sua legittimazione dal fatto di provenire da una famiglia imparentata direttamente con la famiglia del Profeta, la tolleranza nei confronti dell'alcool, una teologia che insiste particolarmente sull'esperienza religiosa intesa come ricerca individuale e che mostra stretti legami con la tradizione mistica del sufismo. Sono gli Aleviti, una componente importante della popolazione turca: circa 10-15 milioni su una popolazione totale di circa 70 milioni, per la maggior parte di etnia e lingua turca, ma nella quale è consistente la presenza di curdi e rom. Gli Aleviti, e l'Alevismo, sono nel medesimo tempo una realtà etnica, storica e culturale, ma anche una confessione religiosa islamica, una filosofia di vita, ma anche un movimento politico, per quanto articolato e variegato al suo interno. La loro marcata eterodossia ha sempre posto non pochi problemi a chi ha cercato di collocarli rispetto alle principali scuole che compongono l'universo islamico, perché gli Aleviti rappresentano piuttosto una versione dell'Islam peculiare alle vicissitudini storiche ed alla complessità culturale dello spazio geografico anatolico.
Proprio il loro carattere eterodosso, nel corso della storia dell'Impero Ottomano, ha però suscitato nei loro confronti sospetti e diffidenze. Le discriminazioni, periodicamente sfociate in aperte violenze, hanno posto gli Aleviti tra i più entusiasti sostenitori del laicismo della repubblica di Ataturk che ha confinato gli affari religiosi nella sfera privata. In realtà l'avvento della repubblica non ha mantenuto tutte le sue promesse e non ha rappresentato la fine dei problemi per la comunità alevita. Negli anni '90, con la crescita dell'Islam politico di matrice sunnita, gli Aleviti sono stati di nuovo bersaglio di ostilità e violenze. Nel 1993 a Sivas, nell'Anatolia centrale, trenta artisti ed intellettuali aleviti morirono nell'incendio, appiccato da estremisti sunniti, dell'albergo nel quale erano riuniti per una manifestazione culturale. Il "massacro di Sivas" ha rappresentato per la comunità alevita un punto di svolta, la presa di coscienza delle minacce che gravava sulla comunità e ha innescato un processo di riscoperta identitaria che ha assunto anche un carattere politico attraverso una serie di rivendicazioni che mirano a rimettere in discussione la tradizionale concezione della laicità dello stato turco. Rivendicazioni che gli Aleviti hanno portato anche all'attenzione dell'Unione Europea, ponendo il futuro delle relazioni tra lo stato turco e la popolazione come una delle tante questioni attorno alle quali si giocherà l'integrazione europea della Turchia.
Osservatorio Balcani e Caucaso, portale internet, centro studi, media elettronico che da oltre un decennio esplora le trasformazioni sociali e politiche dell'Europa sud orientale, della Turchia e del Caucaso, ha deciso di rivolgere la propria attenzione anche alla realtà degli Aleviti perché se da una parte la loro realtà rappresenta un'occasione per la politica e la società turca di ripensare il suo rapporto con la pluralità e le differenze, dall'altra, per noi in Occidente, essa è uno stimolo per guardare alla Turchia al di là degli stereotipi, prestando attenzione alla sua complessità storica, culturale e religiosa. Pensando che esiste anche “un'altra” Turchia.
“Un'altra Turchia: islam, pluralismo e gli aleviti” è appunto il titolo del convegno organizzato a Roma il 1° aprile da Osservatorio Balcani e Caucaso che ha avuto Radio Radicale come media partner. Al dibattito, moderato da Luisa Chiodi, direttrice di OBC, sono intervenuti Fabio Salomoni, sociologo presso la Koc Unvesitesi di Istanbul, Mario Zucconi, docente di Relazioni internazionali all'università di Princeton, e Giancarlo Bosetti, direttore della rivista Reset.
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| Dal festival di Hacibektas (Foto di Andrea Rossini) |
Il convegno è stata l'occasione per presentare il documentario “Il leone e la gazzella”, realizzato da Fabio Salomoni e Davide Sighele e prodotto da OBC, che racconta le vicende storiche e politiche degli Aleviti prendendo spunto dalla loro più importante celebrazione religiosa, il Festival di Hacibektas.
Hacibektas è una località simile a tante altre sparse sull'altipiano anatolico, ma non è un villaggio come gli altri. Qui, nel XIII secolo, si stabilì Haci Bektas Veli, un santo derviscio che proveniva dal Khorasan, la regione culla del misticismo sufi. Alla sua morte, nel villaggio che prese il suo nome, si formò la confraternita dei Bektashi che si diffuse ampiamente in tutto l'impero ottomano e in particolare nei Balcani. L'attività della confraternita proseguì fino ai primi anni dell'800, quando fu sciolta dal sultano insieme al corpo militare dei Giannizzeri a cui era strettamente legata. Il convento continuò però ad essere il punto di riferimento per tutti gli Aleviti fino al 1927, quando la repubblica fondata da Kemal Ataturk sciolse tutte le organizzazioni religiose e chiuse i luoghi di culto aperti al pubblico. Bisognerà attendere gli anni Sessanta e un clima politico diverso da quello dei primi anni della repubblica per vedere la riapertura del convento che fu celebrata il 16 agosto del 1964. Da allora ogni estate ad Hacibektas arrivano centinaia di migliaia di Aleviti provenienti da tutta la Turchia e dall'estero insieme a molti visitatori per quello che è nello stesso tempo un pellegrinaggio religioso, un festival musicale e una manifestazione politica che offre uno spaccato della realtà dell'Alevismo ma anche della società turca nel suo complesso.
giovedì 7 aprile 2011
PASSAGGIO IN ONDA
La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 7 aprile su Radio Radicale
Sommario della trasmissione
Bosnia Erzegovina: nonostante l'intervento dell'Alto rappresentante internazionale la soluzione della crisi politica sembra ancora lontana
Kosovo: rischi di crisi politica e di elezioni anticipate dopo che la Corte costituzionale ha annullato l'elezione di Behgjet Pacolli alla presidenza della repubblica (Nota: la trasmissione è stata registrata prima della notizia della designazione di Atifete Jahjaga alla presidenza del Kosovo)
Croazia: si allunga il percorso verso l'Europa, sempre più difficile chiudere i negoziati di adesione all'Ue entro giugno
Balcani: l'incontro trilaterale a Smederevo tra Croazia, Serbia e Slovenia per risolvere i problemi comuni
Albania: la situazione politica ad un mese dalle elezioni amministrative.
In apertura di trasmissione il censimento della popolazione nei Balcani: ciò che nel resto d'Europa è una semplice operazione statistica, nei Balcani è un pretesto per riaccendere le dispute interetniche
L'ultima parte del programma è dedicata alla realtà degli Aleviti turchi di cui si è parlato in un convegno di Osservatorio Balcani e Caucaso in cui si è parlato di Islam e di pluralismo in Turchia: una sintesi dell'intervento di Fabio Salomoni, sociologo alla Koc Universitesi di Istanbul e co-autore del documentario "Il leone e la gazzella".
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è riascoltabile qui
oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della trasmissione
Bosnia Erzegovina: nonostante l'intervento dell'Alto rappresentante internazionale la soluzione della crisi politica sembra ancora lontana
Kosovo: rischi di crisi politica e di elezioni anticipate dopo che la Corte costituzionale ha annullato l'elezione di Behgjet Pacolli alla presidenza della repubblica (Nota: la trasmissione è stata registrata prima della notizia della designazione di Atifete Jahjaga alla presidenza del Kosovo)
Croazia: si allunga il percorso verso l'Europa, sempre più difficile chiudere i negoziati di adesione all'Ue entro giugno
Balcani: l'incontro trilaterale a Smederevo tra Croazia, Serbia e Slovenia per risolvere i problemi comuni
Albania: la situazione politica ad un mese dalle elezioni amministrative.
In apertura di trasmissione il censimento della popolazione nei Balcani: ciò che nel resto d'Europa è una semplice operazione statistica, nei Balcani è un pretesto per riaccendere le dispute interetniche
L'ultima parte del programma è dedicata alla realtà degli Aleviti turchi di cui si è parlato in un convegno di Osservatorio Balcani e Caucaso in cui si è parlato di Islam e di pluralismo in Turchia: una sintesi dell'intervento di Fabio Salomoni, sociologo alla Koc Universitesi di Istanbul e co-autore del documentario "Il leone e la gazzella".
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è riascoltabile qui
oppure sul sito di Radio Radicale.
domenica 4 aprile 2010
PASSAGGIO IN ONDA
Passaggio a Sud Est
è in onda il sabato alle 22,30
su Radio Radicale
Il tema centrale della puntata del 3 aprile 2010 riguarda l'integrazione euro-atlantica dei Balcani occidentali, la pacificazione e stabilizzazione della regione ed il suo sviluppo economico e sociale. La Croazia fa un bilancio del suo primo anno nella Nato e il presidente Josipovic punta al passo successivo, l'adesione all'Ue. La Serbia comincia a fare i conti con il passato e attende un risposta alla richiesta di ottenere lo status di candidato all'adesione. L'Albania ha ultimato il questionario della Commissione Europea ma sul suo percorso di adesione pesa la complicata situazione politica interna. L'imminente la visita del sottosegretario di Stato Usa nei Balcani. Il rimpasto del governo in Kosovo e l'apertura di "Casa Europa" a Kosovska Mitrovica. In apertura il voto con cui il parlamento serbo ha approvato la risoluzione di condanna del massacro di Srebrenica e la collaborazione della Serbia con il Tribunale Internazionale. Nell'ultima parte un'intervista di Bibi David sulla presenza islamica in Grecia.
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura.
Tutte le puntate di Passaggio a Sud Est e dello Speciale sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
è in onda il sabato alle 22,30
su Radio Radicale
Il tema centrale della puntata del 3 aprile 2010 riguarda l'integrazione euro-atlantica dei Balcani occidentali, la pacificazione e stabilizzazione della regione ed il suo sviluppo economico e sociale. La Croazia fa un bilancio del suo primo anno nella Nato e il presidente Josipovic punta al passo successivo, l'adesione all'Ue. La Serbia comincia a fare i conti con il passato e attende un risposta alla richiesta di ottenere lo status di candidato all'adesione. L'Albania ha ultimato il questionario della Commissione Europea ma sul suo percorso di adesione pesa la complicata situazione politica interna. L'imminente la visita del sottosegretario di Stato Usa nei Balcani. Il rimpasto del governo in Kosovo e l'apertura di "Casa Europa" a Kosovska Mitrovica. In apertura il voto con cui il parlamento serbo ha approvato la risoluzione di condanna del massacro di Srebrenica e la collaborazione della Serbia con il Tribunale Internazionale. Nell'ultima parte un'intervista di Bibi David sulla presenza islamica in Grecia.
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura.
Tutte le puntate di Passaggio a Sud Est e dello Speciale sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
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