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domenica 20 ottobre 2013

BOSNIA ERZEGOVINA: LA NAZIONALE VA AI MONDIALI, IL PAESE SOLO IN PARTE

La Bosnia Erzegovina si è qualificata alla fase finale dei mondiali di calcio del 2014. E' sicuramente un traguardo storico, risultato di un lungo processo, che ricompensa una progresso costante. Peccato che questo discorso valga solo sul piano sportivo e non abbia un corrispettivo su quello politico sociale. La nazionale che scenderà in campo in Brasile, molto probabilmente avrà dietro di sé solo una parte del Paese, i bosgnacchi. E' la triste realtà di un Paese profondamente diviso, diciott'anni dopo la fine della guerra, in una regione, i Balcani, in cui lo sport e il calcio in particolare, anziché favorire l'unità e la riconciliazione, è stato spesso l'incubatore dei peggiori odii etnici e nazionalistici. L'anno prossimo, dunque, i croato-bosniaci tiferanno Croazia, sempre che la compagine della "madrepatria" superi i playoff, mentre i serbo-bosniaci, non essendosi qualificata la nazionale serba, tiferanno contro, sostenendo chiunque potrà sbarrare la strada ai "dragoni" giallo-blu. Per capire perché questo succede consiglio la lettura del bel pezzo di Matteo Tacconi, pubblicato il 16 ottobre su Europa. Come scrive Matteo sul suo blog, c'è da sperare che i fatti contraddicano il pessimismo, purtroppo però la Bosnia si sta autocondannando alla stagnazione e non sembra che il calcio possa salvarla.


Le tre Bosnie, solo una ai Mondiali
Il paese dei Balcani pacificato dal calcio dopo la qualificazione a Brasile 2014? Solo una bella storia.

La notizia si può prendere da due lati. Il primo è quello della malinconia nostalgica. Quanto sarebbe stata competitiva la Jugoslavia, se ancora esistesse; quanto filo da torcere avrebbe dato alle grandi, ai Mondiali in Brasile dell’anno prossimo. E giù, a snocciolare i ventidue possibili convocati: Handanovic, Vidic, Ivanovic, Basta, Kolarov, Pjanic, Modric, Ljajic, Dzeko, Vucinic e Jovetic, tra i tanti. Ma è solo fantacalcio. Un esercizio magari divertente, ma molto sterile.

Il fatto è che la Jugoslavia non c’è più e bisogna accontentarsi di quello che c’è sulla piazza. La sola Bosnia, in questo caso. Il responso dei gironi di qualificazione europei, terminati con le partite di ieri, dice infatti che in attesa di quello che combinerà la Croazia negli spareggi tra le migliori seconde, la Bosnia è l’unica delle vecchie repubbliche jugoslave a essersi meritata il lasciapassare diretto per il mondiale brasiliano. Le altre due ex consorelle di blasone, Slovenia e Serbia, sono fuori. Come il Montenegro, malgrado lì davanti abbia Vucinic e Jovetic. Come la Macedonia di Pandev. Il Kosovo, che repubblica jugoslava, comunque, non fu, non è stato ammesso dalla Fifa neanche alle qualificazioni. Il tortuoso processo dei riconoscimenti internazionali si riflette anche a livello calcistico.

La Bosnia, una squadra ruvida al punto giusto ma al tempo stesso con qualche giocatore dai piedi buoni e dalla statura europea, come Pjanic, Dzeko, Misimovic e Lulic, va in Brasile vincendo il proprio raggruppamento grazie alla differenza reti favorevole rispetto alla Grecia, con cui ha terminato in testa a pari punti (25). L’ha fatto all’ultimo respiro, nel match esterno contro la Lituania, vinto 1-0 con una rete di Vedad Ibisevic, attaccante dello Stoccarda, classe 1984, al sessantottesimo minuto. Il suo nome rimarrà scolpito nella storia. Con la sua rete il paese, prima volta dall’indipendenza del 1992, si guadagna l’accesso ai mondiali. Ed ecco l’altro lato della faccenda, quello epico, leggendario. Testimoniato dalle immagini giunte ieri sera da Sarajevo. Una Sarajevo di chiasso, baldoria, euforia.

La partecipazione della Bosnia ai Mondiali è il coronamento di un sogno inseguito da tempo e sfumato, nel 2010, agli spareggi contro il Portogallo. Una faccenda che ha pure una dimensione ultra-calcistica. Nella memoria collettiva la Bosnia è la terra della guerra sporca, del ritorno alla pulizia etnica e ai campi di prigionia, degli eccidi e degli “urbicidi”. Srebrenica, Sarajevo, il ponte di Mostar, il viale dei cecchini. Affacciarsi al grande palcoscenico globale del calcio può essere visto come un momento di riscossa.

E forse potrà essere anche una piccola, ma significativa rivincita, se dopo la Serbia anche la Croazia non dovesse staccare il biglietto per il Brasile. Belgrado e Zagabria, con Slobodan Milosevic e Franjo Tudjman a guidarle, siglarono il patto del diavolo. I due, mentre si facevano la guerra, riuscirono comunque a mettersi d’accordo sulla spartizione della Bosnia. Messa in altri termini: stavolta, in un campo di battaglia diverso e con armi non letali, potrebbe essere la Davide bosniaca a trionfare sulle Golia serba e croata.

Ma qui si annida anche il problema. È che la Bosnia odierna ha una dimensione una, bina e trina. Formalmente è un solo stato. Ma nei fatti, volendo semplificare, è suddivisa in tre aree di influenza ritagliate sulla base di criteri etnici e delle antiche linee del fronte. Ciascuna è controllata da uno dei gruppi nazionali del paese. Musulmani, serbi e croati, in ordine di peso demografico. Gli stessi che tra il 1992 e il 1995 si spararono addosso. E ancora oggi, benché i tempi siano cambiati, il peso del conflitto si fa sentire. E vedere. Banja Luka, la capitale dei serbi di Bosnia, ammicca a Belgrado. L’Erzegovina, la regione meridionale del paese, zoccolo duro dei croato-bosniaci, è una terra sassosa che ostenta con le chiese e le bandiere croate i suoi legami con Zagabria. Mentre Sarajevo ha smarrito il suo respiro multiculturale e oggi è una città a trazione musulmana. La Teheran d’Europa, come dicono con disprezzo i serbo-bosniaci.

Gli attriti passano anche per il calcio. Gli unici a tifare Bosnia sono i musulmani. I serbi parteggiano per la rappresentativa di Belgrado e il loro uomo forte, Milorad Dodik, è giunto a dire che riuscirebbe a tifare per la nazionale bosniaca solo se questa giocasse contro la Turchia. A Mostar, città divisa, metà croata e metà musulmana, ci sono stati in passato scontri furiosi, aizzati proprio dal pallone. Agli Europei del 2008, il giorno di Turchia-Croazia, ci fu un dispiegamento di forze massiccio per evitare scontri tra i croati (il loro cuore batte per la Croazia) e i musulmani (in quell’occasione sostenevano la vecchia “madrepatria”). Costoro, due anni prima, ai Mondiali, si misero invece a intonare cori a favore del Brasile, quando affrontò e batté la Croazia. I croati di Mostar si riversarono nei quartieri musulmani. Fu guerriglia urbana.

Più recentemente le tensioni calcistiche sono state di carattere più istituzionale. Nel 2011 la Fifa ha temporaneamente sospeso la Bosnia, pretendendo che la federazione calcistica del paese eleggesse un solo uomo al vertice, allineandosi con le regole internazionali e ponendo fine alla nomina di tre co-presidenti, uno musulmano, uno croato e l’altro serbo. Logica, questa della cogestione, che permea molte istituzioni elettive. Sembra un indice di democraticità, ma in realtà inceppa ogni riforma e favorisce il veto incrociato. E la stasi.

Dopo la misura della Fifa i leader dei tre popoli di Bosnia, in nome del calcio, riuscirono a fare quello che hanno sempre evitato sul piano politico nazionale: trovare un compromesso, convergendo su un nome. Questo non significa, però, che la qualificazione ai Mondiali e la spinta del calcio abbiano, come successo in altri casi (Germania, Spagna..), la forza per compattare una nazione sfilacciata. Le tre Bosnie sono ancora troppo diverse, e distanti, tra loro. E il rapporto della Commissione europea sullo stato del paese e sul suo (lentissimo, ai limiti della regressione) percorso di avvicinamento a Bruxelles, prossimo a essere diffuso, non farà che certificarlo ancora una volta.

La Bosnia pacificata grazie al calcio? Sarebbe una bella storia, ma viene da sospettare che ai Mondiali, i serbi e i croati, anche se le “loro” nazionali non saranno presenti (la Croazia deve giocarsi i playoff), si uniranno molto difficilmente ai musulmani. Fino a prova contraria.

@mat_tacconi

mercoledì 16 ottobre 2013

LA BOSNIA CONQUISTA UNA STORICA QUALIFICAZIONE AI MONDIALI DI CALCIO

Ma le divisioni etniche restano. E purtroppo manca un Mandela come nel 95 in Sudafrica.

Con la vittoria per 1 a 0 sulla Lituania la Bosnia Erzegovina ha conquistato la sua prima qualificazione mondiale. Un risultato storico per una nazionale giovane, nata all'indomani della fine della guerra, pochi giorni dopo gli accordi di pace di Dayton, che a differenza di Serbia, Croazia e Slovenia, finora non aveva mai partecipato a una competizione internazionale di alto livello. Nel 2010, infatti, il sogno mondiale fu infranto dal Portogallo ai playoff, mentre due anni dopo lo stesso Portogallo sbarrò la strada per gli Europei. Una bella rivincita, tanto più che le altre nazionali dovranno restare a casa, mentre la Croazia sarà costretta a giocarsi le ultime chance ai playoff. Ma nei Balcani niente o quasi è mai chiaro e definito, ogni realtà ha sempre un lato oscuro, ambiguo e contraddittorio. In questo caso, l'altra faccia della realtà si chiama Republika Srpska, l'entità serbo-bosniaca i cui tifosi hanno fatto il tifo contro sperando in una mancata qualificazione.

Del resto fino a due anni fa la federazione calcio bosniaca aveva una presidenza tripartita su base etnica, come avviene per la presidenza della repubblica e per le altre istituzioni centrali, con un rappresentante per i serbi, uno per i croati e uno per i bosgnacchi. La Fifa ha poi obbligato al cambio di statuto, ma la soluzione di un solo presidente, come avviene per ogni altra federazione nazionale non è mai piaciuta ai serbi-bosniaci. L'atteggiamento diviso sulla nazionale di calcio non è che l'ennesimo esempio delle tensioni etniche che continuano a serpeggiare nel Paese 18 anni dopo la fine della guerra. La situazione generale del Paese fa pensare che sono altre le qualificazioni di cui avrebbe bisogno la Bosnia. Intanto, però, la partecipazione ai mondiali del 2014 fa sperare che anche il calcio possa aiutare la riconciliazione. In effetti lo sport può aiutare a creare uno spirito comune e a superare l'odio e il risentimento: tutti ricordiamo l'esempio della nazionale del Sudafrica vincitrice della Coppa del mondo di rugby nel 1995. Disgraziatamente al momento la Bosnia non ha un Mandela a disposizione.

sabato 23 marzo 2013

CROAZIA-SERBIA E' STATA SOLO UNA PARTITA DI CALCIO

La stretta di mano del 1999 tra Stankovic e Boban
C'erano molti timori per la partita che ieri sera ha visto contrapposte a Zagabria la Croazia e la Serbia per la qualificazione ai mondiali del 2014 in Brasile. Vatreni e Beli Orlovi (Fiamme e Aquile Bianche) non si erano mai incrociate in un match internazionale se si esclude il confronto del 9 ottobre 1999 tra la Croazia e l’allora Jugoslavia formata da Serbia e Montenegro per l’accesso agli Europei in Olanda. Le profonde ferite lasciate dal conflitto degli anni '90 non sono ancora guarite e per questo, alla vigilia, la memoria non ha potuto non andare a quel 13 maggio 1990, quando la partita tra la "Dinamo" di Zagabria e la "Stella Rossa" di Belgrado trasformò lo stadio Maksimir della capitale croata in un campo di battaglia, sinistro presagio di quello che sarebbe successo di lì ad un anno.

Certi ricordi sono duri a morire ed è per questo che ieri per Zagabria è stata una giornata ad altissima tensione, con centinaia di poliziotti in assetto antisommossa a presidiare i “punti caldi”, pronti a reprimere ogni accenno di provocazione, come al mattino, in piazza Ban Jelacic, dove alcuni ragazzi che intonavano «Ajmo ustase» (Forza ustascia) e «Ubij srbina» (Ammazza il serbo) sono stati subito fermati. Decine di ultrà, già noti alla polizia, sono stati invece fermati in via preventiva, mentre per altri tifosi croati era già in vigore il divieto di partecipare a eventi sportivi. Ai tifosi serbi è stato vietato di seguire la loro squadra, così come accadrà a settembre per i supporter croati per la partita di ritorno a Belgrado. Le autorità avevano inoltre avvertito che alla minima espressione estremista o razzista la partita sarebbe stata interrotta.

L’evento, alla fine, è stato solo sportivo e ha vinto la squadra migliore, sotto gli occhi del presidente croato Ivo Josipovic e dell’ex collega serbo Boris Tadic (l'incontro con l'attuale presidente, Tomislav Nikolic, visto il gelo degli ultimi mesi ancora non è alle viste, ma le diplomazie sono al lavoro da tempo). La Serbia dice praticamente addio al mondiale in Brasile: il secco 2-0 ieri subito lascia ormai poche speranze ai ragazzi di Sinisa Mihajlovic. Ciò che più conta, però, è che quella di ieri sera con la Croazia, nonostante i fischi e alcuni cori nazionalisti di una parte del pubblico di casa, sia stata solo una partita di calcio. I fantasmi del passato, quelli che mutarono l'odio sportivo in odio etnico e che trasformarono i gruppi di ultras nelle bande paramilitari che imperversarono nella Jugoslavia in guerra, sono rimasti fuori dallo stadio Maksimir.

Il giorno dopo è naturale, quindi, chiedersi se non ci sia stato troppo clamore per un incontro di calcio, troppa confusione tra calcio e politica. Ma il calcio, in Jugoslavia, èsempre stato usato come arma politica, fin dai tempi del Maresciallo Tito e non solo quando, negli anni Novanta, nei gruppi ultrà della Stella Rossa o del Partizan o della Dinamo furono arruolati molti componenti delle bande paramilitari. Ma gli anni passano e da quella che alcuni hanno chiamato “jugosfera” vengono da tempo segnali positivi che andrebbero colti con intelligenza. Nei Paesi ex jugoslavi molti lo stanno facendo, nonostamte le tante difficoltà che incontrano: un po' meno avviene dalle nostre parti, dove ci si accorge dei Balcani solo quando confermano i luoghi comuni più deleteri. Quelli che ieri sera sono stati smentiti una volta di più allo stadio Maksimir.



lunedì 10 ottobre 2011

RAGAZZI DI STADIO

Se non siete tifosi di calcio, oppure se non siete appassionati delle serie minori del campionato, esauriti i commenti su Serbia-Italia, oggi al bar e al lavoro non avete (quasi) niente da dire, visto che questo fine settimana la serie A non ha giocato. Vi propongo quindi una riflessione sul calcio degli altri, in questo caso quello che si gioca nei Paesi della ex-Jugoslavia, in particolare in Bosnia Erzegovina. Non perché voglia convertirvi al culto di “Eupalla” o perché voglia riempire il vuoto di questo lunedì mattina, ma perché il calcio va sempre seguito con attenzione se lo si prende come fenomeno sociale e politico e non solo dal punto di vista sportivo.

Vi segnalo, dunque, l'interessante articolo di Michele Biava, pubblicato il 4 ottobre sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, in cui si parla dell'incontro del 24 settembre tra lo Željezničar, storica squadra sarajevese profondamente radicata nel quartiere di Grbavica, che era ospite del Borac di Banja Luka, capitale della Republika Srpska, primo nel suo girone. La partita è stata caratterizzata all'inizio da un grande fair play in campo, ma al 28' del primo tempo il goal del Željo ha scatenato l’invasione di campo degli ultras del Borac che sono partiti all'attacco della tifoseria avversaria con sassi e fumogeni. Al 33' la partita è stata sospesa per ragioni di sicurezza e mentre la polizia cercava di arginare le violenze e faceva evacuare tifosi e giocatori del Željo, lo scontro si propagava sulla rete, con lo stesso livello di violenza ma senza le forze dell'ordine a cercare di arginare gli scontri.

La vicenda, nota Biava, sembra confermare i più triti stereotipi balcanici: una partita che si gioca tra una squadra e una tifoseria a maggioranza “bosgnacca” (lo Željo) e una squadra e una tifoseria “serba” (il Borac), arbitrata da un “croato” è ovvio che finisca a botte. Pochi giorni dopo, mercoledì 28 settembre, l’incontro tra Velež e Zrinjski, le due squadre di Mostar (o, se preferite, le squadre delle due Mostar) finisce più o meno nello stesso modo e offre materiale per un’altra brutta e scontata storiella. Biava invece invita, opportunamente, ad analizzare i fatti un po’ più in profondità e, pur senza “balcanizzare” la notizia, ricorda l'incontro del 13 maggio 1990 a Zagabria tra Dinamo e Zvezda e ciò che poi accadde nei Balcani nei dieci anni successivi. Non per evocare sempre i fantasmi del passato, ma per tenerli a mente e cercare di comprendere il presente, perché se in Bosnia come altrove, il calcio purtroppo riesce molto spesso a dare spazio alle peggiori espressioni di una società, a volte serve a rendere evidenti malesseri nascosti e segnali che occorre cogliere per tempo.

“A nulla serve chiacchierare di riconciliazione se poi si sentono riecheggiare negli stadi slogan come 'ubij turke'”, ovvero “uccidi i turchi”, cioè i “musulmani” del Željo. La violenza dei giovani e giovanissimi tifosi ex-jugoslavi, spiega Biava, “non origina esclusivamente dalla rivalità calcistica, [ma] affonda le sue radici in un disagio profondo, rabbia di una generazione nata negli anni '90, condizionata dal conflitto ('92-'95) in un modo sconosciuto ai reduci, ai sopravvissuti e a chi pretende di studiarne i comportamenti”. Si tratta di giovani che non solo non hanno ricordi diretti della guerra, ma non hanno nemmeno ricordi diretti del “prima”; sono il prodotto di una società che non ha fatto i conti con il passato recente, di un sistema e una classe politica che devono la propria sopravvivenza alle categorie di nazionalità e appartenenza religiosa “riesumate dopo la morte di Tito, cucinate sul fuoco vivo di quattro anni di assedi, stupri, massacri e spostamenti di popolazione, riscaldate e servite a scuola secondo i diversi programmi di istruzione in vigore dopo gli accordi di Dayton”. Il tutto nel quadro di una crisi economica perenne che colpisce tutti.

Conclude Biava: “Non basta pensare a come rendere sicure le prossime partite, non basta arrestare i tifosi. E’ ora di interrogarsi su come rispondere alla frustrazione dei ragazzini sbarbati che ogni giorno vanno a sbattere contro una tribuna avversaria. E al futuro di un Paese intero che è anche nelle loro mani”.

Bosnia: stadi violenti - Il post di Michele Biava su Osservatorio balcani e Caucaso