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domenica 6 marzo 2016

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 6 marzo 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.


Sommario della puntata


La puntata è quasi interamente dedicata alla crisi dei rifugiati sulla "rotta balcanica": Stefano Lusa di Radio Capodistria e collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso, racconta la situazione a Idomeni, al confine greco-macedone; Elisabetta Casalotti, da Atene, spiega la difficile situazione politica e il rischio di crisi di governo in Grecia di fronte alla crisi dei migranti; i colloqui del neoministro degli Esteri della Croazia con la cancelliera Merkel e con il presidente del Consiglio europeo Tusk; la situazione in Macedonia e in Albania e la possibilità che i profughi respinti dalla Macedonia si spostino verso Albania, Bosnia e Montenegro; le considerazioni di Emma Bonino sulla attuale crisi, le sue prospettive e il futuro dell'Unione Europea.
In apertura la Turchia, il commissariamento del quotidiano d'opposizione Zaman, le proteste e le reazioni interne e internazionali.
In chiusura la Serbia e le elezioni anticipate della prossima primavera.


La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui

 

venerdì 4 marzo 2016

PROFUGHI: CRISI UMANITARIA A IDOMENI

Intervista a Stefano Lusa

Stefano Lusa, giornalista di Radio Capodistria e collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso racconta la situazione a Idomeni, località greca al confine con la Macedonia, dove migliaia di persone sono ammassate, in condizioni sempre più precarie, sotto ripari di fortuna, in attesa di riuscire a proseguire verso il nord Europa. Solo la saggezza e l'umanità con cui le autorità e la polizia greca stanno gestendo la situazione ha impedito che si ripetessero i tentativi di sfondamento dei confini dei giorni scorsi.




giovedì 4 dicembre 2014

SLOVENIA: IL TEMPO DEL PORNO-GIORNALISMO

di Stefano Lusa, Capodistria 3 dicembre 2014
Pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso

Dopo giorni e giorni di gogna mediatica si è suicidato. E’ finita così la storia del preside di un istituto tecnico di Maribor e di un'insegnante di matematica. I due erano stati filmati in un‘aula scolastica. Lei seduta su un banco senza pantaloni e mutandine e lui con la testa infilata tra le sue cosce. Il video amatoriale, di una ventina di secondi, realizzato da uno studente, postato sui social-network, è subito balzato agli onori della cronaca. Da quel momento la loro esistenza è cambiata. Due illustri sconosciuti sono finiti alla ribalta della cronaca e le conseguenze per loro e le loro famiglie sono state devastanti. Radio, televisioni e giornali hanno versato fiumi di inchiostro per narrare l’accaduto e per prendersi gioco dei due amanti. La notizia è presto rimbalzata nel resto dei Balcani ed anche più in là. I due hanno tentato di difendersi negando; hanno gridato al falso, ma alla fine non sono potuti sfuggire al pubblico ludibrio. Tutto è finito quando il preside ha deciso di togliersi la vita.

Un simile epilogo era, in realtà, nell’aria. Era solo questione di tempo prima che ci scappasse il morto. Il compassato, austero e noioso stile che aveva caratterizzato il giornalismo nazionale sino agli anni novanta da tempo è stato soppiantato da una nuova forma di informazione molto più rampante ed aggressiva, che vuole inseguire la notizia senza troppi scrupoli e senza farsi troppe domande di carattere etico o morale. I modelli sono quelli del giornalismo d’inchiesta e soprattutto scandalistico americano, senza lo stesso talento, lo stesso stile e soprattutto senza avere mostri reali di cui occuparsi. L’obiettivo è quello di racimolare un click più degli altri, di avere più spettatori o ascoltatori, o di vendere una copia di giornale in più. Logiche normali, ti dicono, per chi ogni giorno deve battere la concorrenza per restare su un piccolo e difficile mercato. Bisogna dare al pubblico quello che desidera, trovare lo scandalo, raccontarlo, andare ad indagare nelle questioni più pruriginose dei protagonisti della vita politica, economica e sociale, ma anche di singoli cittadini.

La professione in Slovenia
Ad inseguire queste notizie una nuova specie di cani da guardia della società, fatta molto spesso da precari, più o meno giovani, a caccia di fama e premi. La professione in Slovenia è dura. E’ da anni che nei giornali non si fa che tagliare, le redazioni sono sempre più piccole, i tempi molto stretti, i compensi non sempre adeguati, mentre il prestigio sociale del giornalista è immensamente inferiore rispetto all’Italia. Il mestiere, comunque, conserva il suo fascino anche perché consente di esercitare il potere che in tutto il mondo regalano penna, microfono e soprattutto telecamera. In realtà, questa, come altre storie che sono salite alla ribalta della cronaca nazionale, non avrebbe meritato di essere messe all’attenzione dell’opinione pubblica e non sarebbe accaduto in passato, quando la cronaca veniva liquidata con poche righe a bordo pagina; ma da tempo oramai non è più così.

In Slovenia il quotidiano più venduto è un tabloid, mentre i programmi radiofonici e televisivi di maggior successo sono proprio quelli che propongono questo tipo di giornalismo. Era chiaro che su una vicenda del genere ci sarebbero andati a nozze. Così la notizia ha continuato a tenere banco e ha continuato ad interessare maledettamente gli sloveni, talmente tanto da essere una tra le più seguite e più cliccate della settimana. Il pubblico voleva sapere tutto di quella storia e chi la raccontava era convinto che bisognasse continuare a parlarne: era necessario mettere in luce tutti i dettagli. Bisognava spiegare che la professoressa di matematica poteva anche negare di essere lei, visto che nel filmato non si vedeva la sua faccia, ma gli anelli che aveva al dito erano simili a quelli che apparivano in una sua fotografia fatta durante una gita scolastica. In parole povere lo stile e la delicatezza era lo stessa che certi media italiani hanno usato per raccontare il delitto di Garlasco o altri fatti di cronaca nera.

E ora?
Se non ci fosse stato di mezzo il suicidio si sarebbe proseguito ancora per settimane e poi la faccenda sarebbe rimasta negli annali degli scandali a sfondo sessuale che hanno attraversato la Slovenia in questi anni e sarebbe stata tirata fuori ogni volta che si sarebbe riproposta una vicenda simile. Oggi la Slovenia sembra interrogarsi sull’accaduto. Qualcuno parla di un errore di percorso, delle derive giornalistiche e della necessità di arrivare ad una maggiore autoregolamentazione della categoria. Finito il polverone non si tornerà però indietro e tutto continuerà come prima. Grandi penne, moralisti ed esperti dalla loro torre d’avorio pontificano sulla necessità di conservare la dimensione etica della professione. Le loro parole saranno dimenticate non appena all’orizzonte apparirà un nuovo scandalo. Il giornalismo sloveno è cambiato da tempo ed in questi giorni non ha fatto che raggiungere la sua più importante vittoria.

sabato 22 novembre 2014

SLOVENIA: DESIDERIO BALCANICO

di Stefano Lusa, Capodistria 20 novembre 2014
Pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso

Dal solito gruppo di ubriaconi, che occupa la panchina sotto la cattedrale di Lubiana, qualcuno si alza e va a chiedere ai passanti qualche moneta “per comprare un panino”, ma a tutti è chiaro che l’elemosina servirà per un’altra bottiglia di vino; di fianco una banda d’ottoni suona musiche balcaniche. Una folta comitiva di turisti italiani, attratta dai musicisti, fotografa divertita i “trubači” che sembrano appena usciti da un film di Kusturica. Qualcuno si gira e dedica uno scatto anche alla statua di France Prešeren. Il sommo poeta, simbolo dell’identità nazionale slovena, guarda quanto accade nella sua piazza e probabilmente pensa che quella scena è un po’ una metafora di quanto sta succedendo nel paese.

Retromarcia
L’infatuazione per il centroeuropa e per l’occidente, che aveva caratterizzato la Slovenia, dagli anni ottanta sino all’ingresso nell’Unione europea, sembra finita. Nell’aria aleggia uno strano desiderio di una nuova sintesi balcanica. Dalle radio sono tornati a risuonare vecchi e nuovi successi della scena musicale del resto dell’ex Jugoslavia. Severina, la “ragazza di campagna”, nota in regione per le sue canzoni ed anche per un video hard amatoriale, spopola in Slovenia con i suoi concerti pop folk, lo stesso accade anche a Ceca, l’esponente più becera - considerati anche i suoi legami familiari - del turbo folk serbo. Giovanotti e vistose ragazze, girano su belle macchine con i finestrini abbassati. Dalle loro autoradio, più che i grandi successi del panorama internazionale, risuonano ritmi balcanici, le tediose melodie delle klape dalmate o polchette slovene in versione pop, piene di doppi sensi.

Quella che a lungo era stata la Svizzera dei Balcani è in crisi. Il paese, una volta acciuffata l’Europa, è sembrato voler volgerle le spalle per riguardare a oriente, verso quelle spiagge dell’ex federazione che gli sloveni continuano ad affollare fedelmente ogni estate. I condizionamenti ed i pregiudizi sui Balcani, per i giovani nati dopo l’indipendenza, paiono non avere più senso, anzi. L’idea stereotipata dell’irruenza e della spontaneità balcanica sembra essere la risposta da contrapporre ai canoni di riservatezza e compostezza con cui i loro genitori hanno cercato di educare i figli.

Nel paese regna da tempo un clima di depressione profonda. Dopo anni di sviluppo, gli sloveni sono convinti che il loro tenore di vita sia calato e che le prospettive per il futuro siano anche peggiori. Nessun conforto sembra offrire la constatazione che tecnicamente non si è più in recessione. Nella realtà dei fatti le aziende continuano a fallire, mentre governo e sindacati proseguono una oramai costante discussione sui tagli nel settore pubblico. La classe politica, intanto, brancola nel buio e, sin dall’ingresso nell’Unione europea, sta dimostrando di avere poche idee, ma alquanto confuse sul da farsi.

Ex conquistatori
Tra le certezze slovene sgretolata soprattutto la convinzione di essere, almeno in quest’area, i primi della classe. Le aziende di Lubiana erano state leader incontrastate nella federazione jugoslava. I loro prodotti erano apprezzati e rappresentavano un sinonimo di qualità. Negli anni che seguirono l’indipendenza molte imprese si mossero su questi mercati, dove probabilmente la loro azione sarebbe stata anche più efficace se su di essa non avesse pesato l’annosa polemica legata ai depositi in valuta nelle filiali di Zagabria e Sarajevo della Ljubljanska banka.

Il simbolo della penetrazione ad oriente della Slovenia indipendente è stata sicuramente la Mercator. La grande catena di supermercati aveva aperto avveniristici centri commerciali nelle grandi città dell’ex federazione socialista ed aveva tentato di spingersi anche più in là. I suoi negozi, riforniti di ogni ben di Dio, sembravano essere delle vere e proprie ambasciate che propagandavano ad est la storia del successo sloveno. Era il progetto di Zoran Janković, l'attuale sindaco di Lubiana, che prima di darsi alla politica, era stato un lungimirante manager; frettolosamente defenestrato al tempo del primo governo Janša, quando la Mercator era in piena crescita.

Oggi l'azienda non è più quella di una volta. I grandi sogni di nuovi mercati sono finiti e con essi anche le prospettive per le aziende agroalimetari del paese di avere una capillare rete attraverso cui diffondere i propri prodotti ed il trade mark sloveno all'estero. Del resto l'azienda è stata venduta. Ad acquisirla non un una grande catena commerciale occidentale, ma una azienda croata, che era sempre stata una sua diretta concorrente. La difficile scalata era stata osteggiata per un po', ma alla fine Zagabria ha vinto, pagando anche meno di quello che avrebbero accettato di sborsare inizialmente. Non è il primo colpo dei croati in Slovenia. Alcuni anni fa era stato venduto un altro simbolo dell'industria alimentare, il colosso Droga Kolinska; mentre è di pochi giorni fa la notizia che un'altra azienda croata ha acquisito una serie di alberghi a Portorose, un tempo considerata la Montecarlo dei Balcani, tra cui il Metropol, lo storico albergo in cui era ubicato uno dei Casinò più rinomati di questo pezzo d'Europa.

Addio Figovec
Finiti i sogni di mirabolanti progetti per continuare a giocare un ruolo importante nei Balcani ora sembrano i Balcani giocare un ruolo sempre più importante in Slovenia. Del resto il paese sta mutando. A Lubiana sta per sparire, o per meglio dire cambiare radicalmente, una delle più antiche trattorie, il Figovec, considerata alla stregua di una vera e propria istituzione nazionale. Tra i suoi clienti fissi, ad onor del vero più per bere che per mangiare, anche il poeta France Prešeren frequentatore assiduo del locale come una fitta schiera di personaggi di primo piano del mondo culturale nazionale. La sua offerta con cibi tradizionali, rimasta praticamente immutata per secoli, sembra non tirare più. La nuova proprietà ci farà un ristorante indiano. Si chiamerà Curry Life Figovec (sic!).

mercoledì 11 settembre 2013

L'11 SETTEMBRE DI SIMON TECCO

Simon Tecco (Foto Pop Tv)
L'11 settembre di quarant’anni fa la democrazia in Cile fu stroncata da un golpe militare. Dopo aver eliminato il presidente eletto Salvador Allende e azzerato le istituzioni legittime, i militari misero in atto una repressione durissima contro gli oppositori politici. Molti furono torturati, uccisi, i "desaparecidos" furono migliaia. Tanti si rifugiarono nelle ambasciate dei Paesi democratici per cercare di salvarsi lasciando il Paese. Tra di essi c'era anche, Simon Tecco, che all’epoca dei fatti era un giovanissimo dirigente locale del MAPU, un partito di orientamento marxista che faceva parte del fronte di "Unidad popular" che aveva sostenuto il presidente Allende. Tecco è stato l’unico rifugiato cileno residente in Slovenia, dove è diventato giornalista del Dnevnik . Stefano Lusa di Radio Capodistria ha raccolto la sua testimonianza di quell’11 settembre 1973.

Simon Tecco racconta il suo 11 settembre
di Stefano Lusa per Radio Capodistria

“Quell’11 settembre la mia vita cambiò radicalmente. Mi alzai, lasciai la mia casa e non vi feci mai più ritorno. Finì, così, la mia vita in quella società. Cominciai un’avventura, in parte tragica della mia vita, per la perdita tanti amici e conoscenti. Sono andato per il mondo e ho lasciato il Cile. Ci sono poi tornato solo come turista tanto tempo dopo, nel 2000.
Inizialmente nessuno pensava che la repressione potesse essere così dura, ma presto ci cominciammo a chiedere come fuggire dal paese. L’imperativo era scappare e così abbiamo fatto. 
Ho avuto la fortuna di poter lasciare il Cile il 30 dicembre 1973. Mi ero rifugiato nell’ambasciata svedese, poi grazie all’ambasciata italiana, sono finito a Roma. Uscire dal Cile, comunque, non fu facile, ma alla fine arrivò il giorno della partenza. 
Il funzionario d’ambasciata mi portò alla macchina tenendomi per il braccio, se mi avesse mollato i militari avrebbero potuto arrestarmi. Fu così fino al momento dell’imbarco. A quel punto venni lasicato al mio destino e, insieme agli altri esuli politici, dovetti percorrere l’ultimo tratto per arrivare all’aereo. Passammo a piedi tra una colonna di militari, dove un ufficiale - e questo lo ricordano tutti quelli che abbandonarono così il Cile - continuava ad urlare che avrebbe aperto il fuoco contro chiunque avesse fatto un gesto o si fosse girato. In quel moneto non sapevamo se saremmo riusciti a percorrere quei pochi metri che ci separavano dalla libertà. Alla fine salimmo sull’aereo, ma la paura non era finita. Il velivolo doveva fare scalo in Argentina.
All’aeroporto di Buenos Aires la polizia fece scendere noi rifugiati e ci rinchiuse per un ora in uno stanziano. Non sapevamo che fine avremmo fatto, la paura era di salire su un aereo che ci avrebbe riportato in Cile, ma alla fine ma ci ritrovammo su quello in partenza per l’Europa. Così, io, arrivai a Roma e l’accoglienza fu straordinaria.
Come gli altri profughi arrivai con quello che avevo addosso. Penso fossero ancora i pantaloni e la camicia con cui uscii di casa l’11 settembre. Fu il mio primo giorno di libertà, dopo mesi passati all’interno di una ambasciata.
Da quel momento cominciò un'altra pagina della mia vita, che mi portò nell’allora Jugoslavia, dove venni a studiare, grazie ad una borsa di studio.
Arrivai a Lubiana, mi feci una famiglia, mi fu vietato di tornare in Cile sino al 1987, poi, il divieto fu revocato, ma a quel tempo non era ancora sicuro tornare, qualcuno lo fece e sparì. La repressione era ancora fortissima. Tornai nel 2000. Trovai un paese completamente cambiato, molto diverso, modernizzato, ma in cui continuavano ad esistere due società: una ricca occidentalizzata, per forme e ritmi di vita, ed un'altra che lavora per mantenerla. Il Cile ora è ancora una società che sente tutto il peso delle politiche neoliberiste e che oggi, soprattutto i giovani, cercano di sovvertire, per cercare di tornare ad una democrazia ed ad uno stato normale”.

mercoledì 27 marzo 2013

NUOVO GOVERNO IN SLOVENIA: UNA DONNA PREMIER PER LA PRIMA VOLTA

Intervista a Stefano Lusa di Radio Capodistria

La Slovenia ha un nuovo governo: il 20 marzo il parlamento di Lubiana ha votato la fiducia all'esecutivo di centro-sinistra guidato da Alenka Bratusek, 47 anni, economista, importante esponente di "Slovenia positiva", primo premier donna nella storia del Paese. Il suo è anche il governo più giovane: l'età media dei ministri è infatti di 45 anni. E, inoltre, per la prima volta, il ministro per gli sloveni all'estero è una rappresentante della minoranza italiana, Tina Komel, che ha fatto della sua appartenenza un punto di forza, sostenendo che proprio questo le consentirà di meglio comprendere i problemi di tutti gli sloveni, là dove sono minoranza.
La nuova maggioranza, formata da Slovenia Positiva, Lista Civica, socialdemocratici e Partito dei pensionati, comprende alcune formazioni che sostenevano il precedente esecutivo di centro-destra presieduto da Janez Jansa, costretto alla dimissioni nel mese di febbraio.
Bratusek si è data un anno di tempo prima di tornare a verificare la fiducia in Parlamento. Si tratta di vedere se in questo periodo riuscirà ad affrontare la grave crisi economica, facendo ripartire l'economia, garantendo la stabilità del sistema finanziario e scongiurando il rischio di una richiesta di aiuti internazionali, anche rivedendo la politiche di austerità già adottate da Jansa. 
Di questo ho parlato con Stefano Lusa, caporedattore del programma informativo di Radio Capodistria nell'intervista per Radio Radicale che potete asoltare direttamente qui





giovedì 21 marzo 2013

SLOVENIA: VIA LIBERA DEL PARLAMENTO AL GOVERNO BRATUSEK


Ieri sera il Parlamento di Lubiana ha dato via libera al nuovo governo guidato da Alenka Bratusek: il nuovo esecutivo, di centro-sinistra, prende il posto di quello di centro-destra di Janez Jansa sfiduciato lo scorso mese di febbraio. I nuovi ministri, dell'undicesimo governo nella storia della Slovenia indopendente, hanno già prestato giuramento:oggi, dopo il passaggio delle consegne, si tiene il primo Consiglio dei Ministri di un governo che ha davanti a sé un compito non facile e che sarà giudicato dalla gente senza indulgenze. Qui di seguito il pezzo di Stefano Lusa, caporedattore della redazione giornalistica di Radio Capodistria, pubblicato oggi sul sito di Radio Capodistria.

Le sfide del nuovo governo
di Stefano Lusa

È il primo governo guidato da una donna, quello più giovane della storia della repubblica, il primo con un ministro che apertamente dichiara di appartenere ad una minoranza nazionale ed è anche il primo governo che ha un mandato a termine.
Il gabinetto Bratušek si ripresenterà alla camera entro un anno per chiedere la fiducia. Se le cose dovessero andar bene potrebbe continuare, magari fino alla fine del mandati, altrimenti la strada non potrebbe essere altro che quella delle elezioni anticipate. Uno scenario questo che probabilmente cancellerebbe dal parlamento molte delle forze politiche oggi presenti.
In questo momento le incognite sono molte. La prima riguarda lo stato delle casse dello stato. Le dichiarazioni fatte dall’ex ministro delle finanze Janez Sušteršič sono allarmanti e la nuova opposizione non ha mancato di dire che quello della Bratušek sarà l’ultimo governo sloveno prima del commissariamento europeo.
Se la situazione economica dovesse aggravarsi, non potrebbero che acquisti, le proteste di piazza e la sfiducia nei confronti della classe politica.
In ogni modo bisognerà vedere quanto la coalizione riuscirà a reggere e quanto tempo dovrà passare affinché emergano le contraddizioni tra i partiti della nuova maggioranza. Le sorti dell’esecutivo paiono ancora una volta nelle mani di Gregor Virant, il bizzoso leader della Lista civica, ma anche in quelle dei Socialdemocratici che sognano di capitalizzare in termini di voti quello che gli inaffidabili sondaggi teoricamente gli assegnano.
La nuova opposizione non sembra voler dare troppa tregua al governo. Il primo bersaglio potrebbe essere il ministro della difesa Roman Jakič, su cui non sono mancati di volare ieri pesanti strali. Se lo scontro dovesse ancora di più inasprirsi, con il solito infamante reciproco scambio di accuse tra le opposte fazioni, la classe politica slovena potrebbe procedere verso un inesorabile autodafé.