mercoledì 4 dicembre 2013

UN APPELLO PER SALVARE PRESSEUROP.EU

Presseurop.Eu, il portale multilingue che offre una ricca rassegna della stampa europea rischia di chiudere: il contratto con la Commissione europea, che finanzia il sito, scadrà il prossimo 22 dicembre, ma la Direzione generale della comunicazione, che dipende dalla vicepresidente Viviane Reding, ha comunicato ai responsabili del portale che per motivi economici non intende continuare a finanziare il progetto.
In quattro anni di vita Presseurop.Eu ha pubblicato circa duemila articoli tradotti in 10 lingue dando la possibilità a coloro che per lavoro, per studio o per interesse personale si occupano di Europa, Unione europea e politica di allargamento di accedere facilmente alla stampa di molti Paesi.
Proprio questo aspetto è stato sottolineato nell’editoriale di Presseurop.eu: “Ogni giorno voi lettori avete potuto leggere il meglio della stampa europea e internazionale tradotto in dieci lingue, condividendone e commentandone i contenuti. In questo modo è nata una comunità che rappresenta un embrione della cittadinanza europea e che ha saputo animare il dibattito sull’Europa utilizzando una piattaforma di discussione multilingue unica”.
E con il suo multilinguismo, in questi anni Presseurop.eu ha aiutato e favorito il dialogo tra le tante culture diverse che possono essere un problema, ma che fanno anche la ricchezza e l'unicità di quella cosa che è l’Unione Europeae i suoi 500 milioni di cittadini. Passaggio a Sud Est esprime la sua convinta solidarietà ai colleghi di Presseurop.eu e si unisce all’appello rivolto alla Commissione europea perché non chiuda il finaziamento e ne consenta la vita ed il lavoro anche nel 2014.

Se vuoi che Presseurop.eu continui a esistere e a lavorare, firma la petizione online.

SILVIO DI BULGARIA

Silvio Berlusconi, dichiarato decaduto dalla carica di senatore lo scorso 27 novembre a seguito della condanna definitiva a quattro anni per frode fiscale, potrebbe candidarsi in Bulgaria alle elezioni europee del 2014. L'indiscrezione, riportata da vari media italiani, è stata confermata dal senatore Roberto Formigoni, secondo cui “della cosa si parla da settimane”. La Bulgaria (o anche l'Ungheria) potrebbe essere il possibile, ennesimo “piano B” per il Cavaliere, dato che i parlamentari europei godono delle immunità garantite a quelli presenti nei vari parlamenti nazionali, Italia inclusa. L'ipotesi, però, è tutta da verificare.
Innanzi tutto Berlusconi dovrebbe ricevere la cittadinanza bulgara - ma questo potrebbe essere un problema superabile -, ma soprattutto dovrebbe trovare un partito disposto a candidarlo, e qui le cose si fanno più difficili. La principale formazione politica, il movimento “Cittadini per uno Sviluppo europeo della Bulgaria” (GERB) dell'ex premier Boyko Borisov, ha già detto ufficialmente di no: “GERB ha molti ottimi eurodeputati, che in gran parte verranno ricandidati. Confermo categoricamente che Berlusconi non sarà nostro candidato”, ha detto Borisov.
Una possibilità potrebbe essere quella offerta da Yane Yanev, leader del partito “Ordine, Legalità e Giustizia” (RZS), che nelle politiche dello scorso maggio ha raccolto però solo l'1,6% dei voti, ben al di sotto della soglia di sbarramento del 4%. Secondo Yanev, Berlusconi “è più patriota di tutti i nostri eurodeputati messi insieme”. Il 15 dicembre l'RZS renderà pubblica la sua decisione. Nel frattempo vi consiglio la lettura del pezzo di Francesco Martino pubblicato oggi sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.

Berlusconi, il bulgaro

lunedì 2 dicembre 2013

CROAZIA: AL REFERENDUM VINCE IL “NO” AI MATROMONI GAY

Ma la scarsa affluenza alle urne dimostra che per i croati i problemi maggiori sono altri

Come ampiamente previsto e preannunciato dai sondaggi, ieri la Croazia con un referendum ha approvato una modifica della Costituzione che di fatto impedirà in futuro l'introduzione di una legge che legalizzi le unioni tra persone dello stesso sesso. Il 66% circa di coloro che si sono recati alle urne ha risposto "sì" alla proposta di inserire nella Costituzione della definizione del matrimonio come "l'unione tra un uomo e una donna". La decisione del parlamento di convocare un referendum sul tema era arriva su richiesta del gruppo conservatore "In nome della famiglia" che ha raccolto oltre 700mila firme di cittadini.

A favore della proposta si erano schierati, oltre alla Chiesa cattolica, le minoranze religiose ortodosse e islamiche e i partiti del centro-destra. L'obiettivo dichiarato era quello di bloccare l'intenzione del governo di centro-sinistra di presentare in parlamento una legge sulle coppie omosessuali. Contraria, invece, la maggioranza di centro-sinistra che sostiene il governo: il premier, Zoran Milanovic, aveva definito questo referendum "triste e insensato". "Spero che sia l'ultima volta che organizziamo un voto simile, in questa maniera e su questo argomento", aveva detto alla vigilia il primo ministro.

Gli attivisti per i diritti civili si dicono preoccupati per l'ampia vittoria del fronte conservatore. "Si tratta di un passo pericolo per la società, perché un istituto democratico è stato utilizzato per nuocere alla democrazia", ha dichiarato Zoran Pusic, personalità di riferimento della società civile progressista. “Questo emendamento è contro lo spirito della Costituzione che dovrebbe proteggere e garantire l'uguaglianza, la libertà e la giustizia", ha aggiunto, facendo notare che l'esito del referendum colpisce i diritti di una minoranza che da parte sua invece non minaccia i diritti delle altre. "Questo referendum è un passo indietro, chi ha votato 'sì' l'ha fatto per sottrarre ad altre persone i loro diritti", si indigna Dragan Zelic, militante dei diritti civili.

A guardare i numeri del voto, però si possono fare anche delle altre considerazioni. Ieri si è recato alle urne il 38% degli aventi diritto che erano circa 3,8 milioni: in termini assoluti significa meno di un milione e mezzo di persone. Il 67% ha votato “sì”, ovvero circa 965 mila persone, cioè circa 250 mila in più di coloro che avevano sottoscritto la richiesta di referendum. L'affluenza ai seggi è stata inferiore a quella già bassa registrata in occasione del referendum sull'adesione all'Unione Europea che fu del 43%. E' evidente che la gente è concentrata su altri problemi, innanzitutto quelli economici, probabilmente. Dunque, se da un lato la mancanza del quorum blocca la possibilità di introdurre il matrimonio gay e l'esito del voto conferma che la Croazia resta un Paese cattolico e conservatore, dall'altra è lecito chiedersi fino a quando?

sabato 30 novembre 2013

LA TURCHIA E LE TENTAZIONI AUTORITARIE DI ERDOGAN

Dalla dura repressione di "Occupy Gezi" alle intercettazioni illegali di giornalisti da parte dei servi segreti

Da www.thetimes.co.uk
Almeno 3,6 milioni di persone hanno partecipato alle grandi proteste anti-governative di giugno e luglio in Turchia, partite dalla difesa del Gezi Park di Istanbul e presto indirizzata contro la deriva islamica ed autoritaria del premier Recep Tayyip Erdogan,. Lo riporta un rapporto dei servizi di sicurezza e intelligence pubblicato lunedì scorso dal quotidiano Milliyet. Il documento precisa che fra maggio e luglio si sono svolte 5500 manifestazioni in tutto il paese: solo la provincia di Bayburt, sul Mar Nero, è rimasta estranea alle proteste. Il rapporto della polizia stima inoltre che durante gli scontri sarebbero stati provocati danni per 139 milioni di lire turche (51 milioni di euro). Lo studio traccia anche un “profilo demografico” dei manifestanti sulla base dei dati personali degli arrestati che conferma come il movimento “Occupy Gezi” sia stato animato dai giovani, per la maggior parte laureati e con un reddito basso (meno di 1000 lire turche pari a 370 euro circa): oltre l'80% dei partecipanti aveva meno di 30 anni e oltre la metà fra i 18 e i 25. Dei 5500 arrestati (190 dei quali sono ancora in carcere), metà erano donne e più di tre quarti erano appartenenti alla comunità alevita, una minoranza culturale e religiosa che conta circa 10 milioni di aderenti che praticano un Islam piuttosto eterodosso e liberale e da sempre subiscono pesanti discriminazioni e che sono stati in prima linea nelle proteste. Questi dati hanno provocato la reazione del Partito repubblicano del popolo (principale formazione dell'opposizione ed erede diretto della tradizione kemalista): “Il governo ha creato per caso una ufficio per la schedatura? Come è possibile dire con certezza che il 78% sono aleviti?”, ha chiesto polemicamente il vicesegretario Sezgin Tanrikulu.

Dopo le caldissime giornate di giugno e luglio le manifestazioni sono finite, a parte una brevissima fiammata a settembre, ma gli arresti e i processi contro chi è sceso in piazza continuano. I provvedimenti giudiziari riguardano anche membri delle forze dell'ordine per omicidio. Le proteste della scorsa estate, infatti, sono costate la vita a cinque manifestanti sono morti, mentre ci sono stati 4320 feriti, alcuni dei quali in modo molto grave, mentre altri hanno riportato danni permanenti. Stando all'ordine dei medici, inoltre, i manifestanti feriti sono stati oltre 8mila. La dura repressione decisa dal governo del premier Recep Tayyip Erdogan ha suscitato una pioggia di critiche da tutto il mondo. Ultima in ordine di tempo la condanna giunta in settimana dal Consiglio d'Europa: quanto avvenuto a maggio e giugno scorsi evidenzia ancora una volta il duraturo e sistematico problema dell'insufficiente rispetto dei diritti umani da parte della polizia turca, ha dettoil commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, nel rapporto pubblicato martedì 26 e basato sulla visita condotta all'inizio di luglio. Il commissario chiede quindi una revisione delle leggi che regolano il diritto a manifestare, giudicate troppo restrittive.

Nei giorni scorsi è arrivata anche la notizia, riportata dall'edizione online del quotidiano di Ankara Zaman, che il Consiglio Supremo dei Giudici e dei Procuratori ha deciso di avviare una inchiesta dopo che i telefoni di diversi giornalisti sono stati intercettati dai servizi segreti del Mit, che avevano chiesto l'autorizzazione della magistratura usando falsi nomi. Secondo il giornale, diversi giornalisti dell'autorevole quotidiano indipendente Taraf, critico nei confronti del governo del premier Erdogan, fra cui il direttore Ahmet Altan, il vicedirettore Yasmin Congar e alcuni editorialisti, sarebbero stati spiati fra il 2008 e il 2009 dal Mit. Stando Cumhuriyet, altra testata di opposizione, le intercettazioni sarebbero state approvate da Erdogan, cui é considerato vicino il direttore dei servizi segreti Hakan Fidan. Le intercettazioni sarebbero state autorizzate regolarmente da un magistrato, ma secondo il quotidiano Radikal la documentazione presentata dal Mit alla magistratura non indicava i nomi dei giornalisti, ma false generalità di presunti cittadini arabi. I numeri di telefono da sorvegliare erano invece quelli dei cronisti di Taraf. Il presidente della Prima camera del Consiglio Supremo dei Giudici e dei Procuratori, Ibrahim Okur, citato da Radikal, ha confermato l'avvio di una inchiesta precisando che “perfino il Mit non può nascondere informazioni alla giustizia. Non può cancellare i nomi veri delle persone e inviare alla corte nomi falsi”.

giovedì 28 novembre 2013

LA CROAZIA VERSO IL REFERENDUM CONTRO IL MATRIMONIO GAY

Domenica 1° dicembre si vota Croazia il referendum che propone di inserire nella Costituzione la definizione del matrimonio come unicamente “un'unione tra un uomo e una donna”. Secondo i sondaggi di questi ultimi giorni oltre i due terzi dei cittadini croati domenica voterà a favore della proposta, meno del 30% si dichiara contrario, mentre la percentuale degli indecisi appare assai esigua. La consultazione popolare, la prima mai organizzata in Croazia, è stata promossa da un gruppo di associazioni vicine alla Chiesa cattolica che nel maggio scorso hanno raccolto 750 mila firme (pari a quasi il 20% dell'elettorato) per ''evitare che un giorno in Croazia vengano legalizzati i matrimoni omosessuali”, specie dopo quanto accaduto in Francia recentemente. Per il “sì”, oltre alla Chiesa cattolica, sono schierati anche i vertici della minoranza ortodossa e di quella musulmana insieme ai partiti di centro-destra. Il governo, i partiti di centro-sinistra e una fetta significativa della stampa e del mondo accademico sono invece schierati per il “no”.
Qui di seguito la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio aSud Est andata in onda oggi 21 novembre a Radio Radicale.

In vista del referendum sul matrimonio in Croazia, non cessano analisi, polemiche e commenti su questo tema e si fa sempre piu’ intensa la campagna referendaria. E’ anche una battaglia tra governativi che invitano apertamente a votare ‘no’ al referendum e dall’altra parte l’opposizione conservatoria e le organizzazioni non governative che hanno promosso l’iniziativa, tutti loro con un forte appoggio da parte della Chiesta cattolica i quali invitano i cittadini a votare ‘si’ al referendum di domenica. Come vi abbiamo gia’ informato, domenica, primo dicembre, i cittadini croati si recheranno al referendum per rispondere alla domanda se si e’ favorevoli all’inserimento nella Costituzione di un articolo che definische il matrimonio esclusivamente come l’unione tra un uomo e una donna.

Sul tema si e’ espresso anche il capo dello stato Ivo Josipović. Recentemente, in una intervista al quotidiano croato ‘Večernji list’ Josipović ha parlato di questo tema che inevitabilmente sta al centro dell’attenzione pubblica ma soprattutto mediatica. Non volendo generalizzare le ragioni che hanno spinto la societa’ croata al referendum, il presidente Josipović ritiene che indubbiamente c’e’ gente che ha aderito a questa iniziativa per motivi di convinzione. Dall’altra parte, anche in questo caso ci sono quelli che vogliono utilizzare il referendum per la loro politica, una cosa non illegittima ma di cui bisogna esserne consapevoli. Quando si tratta del meritum, precisa Josipović, il piu’ importante e’ che la definizione del matrimonio in quanto unione tra uomo e donna non viene contestata da nessuno. Non si tratta quindi di qualcuno che vuole distruggere la famiglia o il matrimonio, rileva il Presidente, ma il problema e’ che si manda un messaggio che molti e lui stesso vedono come discriminatorio.

Josipović si e’ detto fiducioso che presto si avra’ una legge liberale sulle unioni omosessuali. I paesi di tradizione democratica, quasi senza eccezione, non hanno una definizione del matrimonio nella loro Costituzione, spiega Josipović e aggiunge che in caso contrario si manda inutilmente un messaggio discriminatorio. Il presidente croato fa riferimento anche alla prassi della Corte europea per i diritti umani secondo la quale un matrimonio omossessuale non e’ un diritto convenzionale ma sottolinea che esso esiste in quanto possibilita’ e che molti paesi l’hanno accettata. Dalle spegazioni delle decisioni di questa corte si puo’ intraverdere anche l’evoluzione del pensiero umano sulle unioni omossessuali. Che la scelta dell’unione rimanga una questione di decisione personale, di una scelta che non avra’ come risultato la discriminazione, questa e’ la posizione del presidente Josipović. L’importante e’ garantire l’uguaglianza della gente e il diritto delle persone quale che sia la forma dell’unione in cui hanno scelto di vivere, che non siano per questo dicriminati e che possano regolare legalmente la loro relazione. Si chiami matrimonio o diversamente, di questo si puo’ancora discutere, dice il presidente croato.

Infine, sull’inevitabile posizione della Chiesa cattolica in Croazia, Josipović concorda che la Chiesa segue la sua dottrina ma resta questione aperta fino a che punto essa deve avere un ruolo attivo nel campo della politica e fino a che misura essa abbia il diritto di condannare e perfino attaccare quelli che non condividono il suo punto di vista. Secondo il presidente Josipović, soprattutto a causa dell’influenza e del potere che la Chiesa cattolica ha in Croazia, bisogna vedere se per la societa’ e per la democrazia e infine per la stessa Chiesa, vada bene che essa entri nelle questioni della politica quotidiana e che si assuma un ruolo di attivista. Questo vale soprattutto quando si tratta di un chiaro impegno politico dalla parte di una sola opzione. Cio’ vuol dire allora che la Chiesa entra nell’arena politica e viene sottoposta a tutte le regole del gioco politico. Attacca e viene attaccata, accusa ma viene anche accusata. Se questo vada bene per la sua missione, la Chiesa lo deve valutare da sola, conclude il presidente Josipović.

BELGRADO ATTENDE L’APERTURA DEI NEGOZIATI DI ADESIONE ALL’UE

Gli Usa appoggiano l'integrazione europea della Serbia e l'accordo con il Kosovo


Di Marina Szikora
La Serbia guarda con attenzione al prossimo Consiglio europeo di fine dicembre aspettandosi l’avvio ufficiale dei negoziati di adesione all’UE. Il capo della delegazione dell’Unione in Serbia, Michael Davenport, ha affermato in questi giorni che Bruxelles appoggerà le riforme in Serbia e si aspetta che le intenzioni dell’esecutivo serbo diventino realtà. Non si tratta quindi soltanto della normalizzazione delle relazioni con Priština, bensì anche di passi concreti nel processo di riforme. Davenport ha precisato che il governo serbo deve adottare la strategia per la riforma della pubblica amministrazione. Tutto questo rappresenta grandi sfide, afferma il rappresentante dell’UE ribadendo che l’Unione appoggerà queste riforme e aggiungendo che è indispensabile la loro attuazione non soltanto l’adozione delle leggi. Bisogna migliorare il lavoro delle corti sia a livello nazionale che quello locale; verrà osservato anche il consolidamento e l’attuazione della strategia sui media, il rispetto dei diritti delle minoranze etniche e della comunità Lgbt, nonché il miglioramento del clima per la imprese il che consentirà la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore privato.

Il rappresentante dell’UE ha informato che è in corso il lavoro relativo alla cornice negoziale per la Serbia di cui attualmente si discute nei paesi membri e si aspetta che il Consiglio europeo il prossimo 19 e 20 dicembre esamini la possibilità di convocare la prima conferenza intergovernativa entro la fine di gennaio. Davenport ha ricordato che le conclusioni del Consiglio dello scorso giugno puntano sulle aspettative che la Serbia applichi pienamente l’accordo di Bruxelles. A tal proposito la questione sarà cruciale quando si esamineranno i risultati raggiunti da Belgrado: un avanzamento nell’attuazione dell’accordo è evidente, ha detto il rappresentante europeo, sottolineando anche l’importanza che una buona parte dei cittadini serbi in Kosovo si siano recati alle urne e abbiano votato. Tutto sommato, le valutazioni sono positive.

Alla Serbia quindi è stato precisato chiaramente che i negoziati di adesione dipendono dal processo di normalizzazione delle relazioni con Priština e in questo senso si pretende anche che Belgrado non impedisca al Kosovo di entrare nelle istituzioni internazionali. Tuttavia, proprio in questi giorni i media serbi scrivono che la Serbia ha rafforzato la sua battaglia diplomatica il cui obiettivo è proprio quello di ostacolare l’ingresso del Kosovo nelle organizzazioni mondiali ed europee. Ricordiamo che attualmente il Kosovo può partecipare soltanto alle organizzazioni regionali con la nota obbligatoria nei documenti delle riunioni che specificano lo status attuale del Kosovo. Il capo della diplomazia serba Ivan Mrkić ha parlato in questi giorni di un'azione di lobbing a favore dell'ingresso di Priština in diverse organizzazioni come l’OSCE o il Consiglio d’Europa. Se ciò sarà confermato, ha dichiarato Mrkic, Belgrado chiedera’ spiegazioni a Bruxelles alle prossime riunioni con l’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE, Catherine Ashton.

Gli Stati Uniti, da parte loro, appoggiano gli sforzi del governo della Serbia per implementare l’accordo raggiunto tra Belgrado e Priština con la mediazione di Bruxelles: è quanto emerso dall’incontro del premier serbo Ivica Dačić con il sottosegretario americano per le questioni europee ed euroasiatiche, Hoyt Brian Yee. In occasione di una prima visita del rappresentante dell’amministrazione americana a Belgrado, Ivica Dačić ha avuto la conferma che gli Stati Uniti sostengono pienamente la via europea della Serbia, l’impegno verso le riforme dall’esecutivo di Belgrado e al tempo stesso salutano il processo di dialogo con Priština verso la soluzione del problema Kosovo. Secondo le dichiarazioni del premier Dačić, il governo della Serbia si impegna a migliorare le relazioni con gli Stati Uniti e ha indicato le diverse possibilità per migliorare in particolare la collaborazione economica. Dačić ha rilevato che nei primi nove mesi di quest’anno l’esportazione della Serbia verso gli Stati Uniti e’ aumentata del 70 percento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e si è detto fiducioso che le imprese americane investiranno nell’economia serba.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 28 novembre a Radio Radicale

IL VERTICE CINA EUROPA CENTRO-ORIENTALE A BUCAREST

I leader dei Paesi partecipanti al vertice di Bucarest
Di Marina Szikora
Martedì 26 novembre nella capitale della Romania, Bucarest, si è svolto il vertice tra i premier di 16 paesi dell’Europa centro-orientale con il premier cinese Li Keqiang. Oltre ai premier a questa riunione hanno partecipato circa mille imprenditori di cui 400 provenienti dalla Cina. Un primo vertice di questo tipo si e’ svolto nel giungo 2011 a Budapest, l’anno scorso poi e’ seguito il vertice di Varsavia. Secondo i media cinesi, la Cina ed il cosiddetto Club 16 da allora segnano progressi nel commercio e negli investimenti. I Paesi interessati sono quelli dell’ex Jugoslavia, ovvero Albania, Bosnia Herzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia e Slovenia, le ex repubbliche sovietiche di Estonia, Lettonia e Lituania e gli ex appartenenti al “Patto di Varsavia” Bulgaria, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Slovacchia e Ungheria. In agenda la cooperazione economica e commerciale in settori chiave come l’energia, le infrastrutture e i trasporti, lo sviluppo tecnologico e l'agroalimentare.

In rappresentanza della Croazia, al vertice di Bucarest hanno partecipato il premier Zoran Milanović e il ministro del trasporto e infrastrutture Siniša Hajdaš Dončić. I dati ufficiali dimostrano che la Cina è il settimo partner commerciale della Croazia e il maggior partner fuori dall’Europa. L’anno scorso lo scambio di merce tra Croazia e Cina è stato di 1,5 miliardi di dollari di cui l’esportazione croata in Cina ha raggiunto 49 milioni di dollari mentre l’importazione della Cina è stata del 1,45 miliardi di dollari il che viene valutato come un grande deficit del commercio estero dalla parte croata. La recente visita ufficiale in Cina della ministro degli esteri croata Vesna Pusić dimostra altrettanto che in Croazia vi e’ un desiderio di maggiore collaborazione economica tra i due paesi.

Le compagnie cinesi hanno mostrato prontezza di investire nell’infrastruttura croata, nei porti di Ploče, Fiume e Vukovar, nonche’ nelle vie ferroviarie tra Croazia e Ungheria e alcuni altri progetti.
Va rilevato che la Cina ha iniziato a costruire maggiori rapporti con l’Europa centrale ed orientale dopo la grande ondata di allargamento nel 2004 e poi ulteriormente nei Balcani a partire dal 2007 a fin di rafforzare la sua presenza economica nella regione. Attualmente i paesi dell’Europa centro-orientale hanno bisogno urgentemente di investimenti per sollecitare la loro crescita economica e risulta che i pregi della Cina stanno proprio nel capitale e nella tecnologia. Lo afferma il vicepresidente dell’Istituto cinese per le relazioni internazionali Said Ruan Zongze.

Per quanto riguarda l’ultimo vertice svoltosi l’anno scorso in Polonia, la Serbia e’ stata il paese che e’ riuscito maggiormente a prelevare i fondi finanziari dalla Cina. Recentemente Pechino ha rilevato che Belgrado e’ il primo partner strategico nella regione. Il vertice di Bucarest e’ quindi una nuova occasione per tutti i paesi partecipanti di questo vertice: Croazia, Albania, BiH, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia e Slovenia.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata inonda il 28 novembre a Radio Radicale

PASSAGGIO A SUD EST

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 28 novembre.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione

Croazia: domenica 1° dicembre si tiene il referendum per inserire nella Costituzione la definizione del matrimonio come "unione tra un uomo ed una donna". Se vinceranno i sì, come indicano i sondaggi, sarà impedita l'unione tra persone dello stesso sesso. Favorevoli cattolici, le minoranza religiose e i partiti del centro-destra. Per il no il governo e la maggioranza parlamentare.

Albania: la Commissione Esteri del Parlamento Europeo raccomanda la concessione dello status di Paese candidato all'adesione all'Unione Europea; l'ottimo stato delle relazioni bilaterali con l'Italia e le iniziative della nostra ambasciata a Tirana.

Serbia: Belgrado confida che il Consiglio europeo di dicembre fissi la data di avvio dei negoziati di adesione all'UE; Washington appoggia l'integrazione europea e il dialogo con Pristina e Belgrado spera in investimenti dagli Usa.

Kosovo: il Consiglio di sicurezza dell'Onu fa il punto sulla situazione, mentre il premier kosovaro Hashim Thaci e quello serbo Ivica Dacic polemizzano e si scambiano accuse; dal Palazzo di vetro l'invito a gestire al meglio i prossimi ballottaggi per le elezioni locali.

Europa centro-orientale: il vertice di Bucarest tra la Cina e i Paesi della regione conferma il forte interesse del gigante asiatico a investimenti in infrastrutture e partecipazioni in imprese strategiche.

Turchia: la crisi con l'Egitto, seguita alla destituzione del presidente Morsi, provoca la rottura delle relazioni diplomatiche tra Ankara ed Il Cairo; intanto Erdogan avvia la campagna elettorale per le amministrative di marzo, ma non ha ancora un candidato per l'importantissima carica di sindaco di Istanbul;  dopo la storica visita del premier del Nord-Iraq a Diyarbakir, Ankara si assicura le forniture del petrolio del Kurdistan iracheno.

In chiusura si parla di "In fondo alla speranza", il libro a fumetti di Jacopo Frey e Nicola Gobbi su Alex Langer (ed. Comma 22).

La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura è ascoltabile direttamente qui



mercoledì 27 novembre 2013

BOSNIA: STAGNO SPARISCE IN UN BUCO. METAFORA DELLO STATO DEL PAESE?

In Bosnia, nel villaggio di Sanica, lo stagno locale è sparito improvvisamente inghiottito da un enorme buca. Acqua, pesci e alberi circostanti sono sprofondati di colpo, lasciando il posto a un misterioso cratere, nel quale rischiano di finire anche le casette che sorgevano sulla riva del mInuscolo specchio d'acqua. Mentre si cerca di capire ciò che potrebbe essere accaduto, la vicenda sembra una inquietante metafora della Bosnia attuale e del suo futuro.

Guarda il video di Euronews

martedì 26 novembre 2013

PICCOLI NAZISTI CRESCONO: ANCHE IN SLOVACCHIA

Non c'è solo Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria o il “Partito delle libertà” di Gert Wilders in Olanda: anche in Slovacchia sale il consenso per formazioni politiche razziste, xenofobe e intolleranti. Alle elezioni amministrative di sabato scorso, infatti, il neonazista Marian Kotleba è diventato governatore della Regione di Banska Bystrice. A convincere il 55,5% dei votanti del più grande degli otto distretti regionali in cui è suddiviso il Paese, è stata una campagna elettorale basata sull'odio contro i “parassiti” rom: Kotleba ha promesso di difendere i propri concittadini “dal terrore degli zingari” e che farà di tutto per privarli dall'assistenza sociale di cui godono. Per altro, già ora nella maggior parte dei casi i rom in Slovacchia (circa il 9% su una popolazione totale di circa 5 milioni e mezzo di abitanti) vivono in condizioni di assoluta povertà e di totale esclusione sociale. Ma in una regione dove la disoccupazione raggiunge il 40%, rispetto ad una media nazionale del 14%, e dove vive la più consistente comunità rom del Paese, le parole di Kotleba hanno trovato terreno fertile.

Da tempo sono note le posizioni xenofobe di Kotleba, che si dichiara ammiratore di Jozef Tiso, il sacerdote cattolico che, dopo l'annessione della Boemia e della Moravia al Terzo Reich, divenne presidente della Repubblica slovacca filo nazista per poi finire impiccato per alto tradimento al termine della seconda guerra mondiale. Kotleba, considera inoltre la Nato alla stregua di un'organizzazione terroristica e vorrebbe che la Slovacchia abbandonasse l'Unione Europea e la moneta unica. I militanti del suo partito, messo fuori legge in passato ma successivamente reintegrato, portano uniformi che ricordano quelle dei nazisti hitleriani. A preoccupare sono anche i legami stretti che collegano Kotleba ad altre formazioni xenofobe presenti nei paesi europei, come il Front National in Francia e gli ungheresi di Jobbik. Sabato scorso, il partito socialdemocratico del premier Fico ha prevalso in sei regioni su otto, ma l'affermazione di Kotleba ha messo in allarme gli attivisti per i diritti umani e i rappresentanti delle minoranze etniche.

Ciò che preoccupa è che la galassia dei vari movimenti razzisti e xenofobi riesca a coagulare le forze in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Irena Bihariova, responsabile della organizzazione non-profit slovacca “People Against Racism”, ha manifestato il timore che la vittoria di Kotleba possa “far aumentare la temerarietà di altri estremisti, rendendoli ancora più pericolosi”. Anche il presidente slovacco, Ivan Gasparovic, si è detto sconcertato per un risultato elettorale che ha definito “un monito rivolto alla classe politica”. E che la situazione sia molto seria lo dimostra la presa di posizione del Congresso ebraico con sede a Parigi che ha chiesto ai leader europei democratici a far fronte contro questa escalation neonazista “prima che sia troppo tardi”. 

E' già successo e nessuno può garantire che non succeda ancora. Hitler non era che uno spiantato imbianchino austriaco. All'inizio. Le uova del serpente sono sempre pronte a schiudersi. Basta leggere Goldhagen. O anche Brecht: qualcuno ricorda “La resistibile ascesa di Arturo Ui”?