Visualizzazione post con etichetta referendum. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta referendum. Mostra tutti i post

giovedì 12 dicembre 2013

CROAZIA: DOPO QUELLO SUL MATRIMONIO UN REFERENDUM CONTRO IL CIRILLICO?

Di Marina Szikora
Dopo il referendum sul matrimonio, in Croazia si discute della possibilita’ di un altro referendum. Le firme sono gia’ state raccolte e si tratta del referendum popolare contro l’introduzione dell’alfabeto cirillico come uno dei due alfabeti ufficiali a Vukovar. La raccolta delle firme in 200 localita’ croate e’ stata organizzata da un’associazione denominata “Quartier generale per la difesa della Vukovar croata”. Secondo le informazioni dell’associazione, sono state raccolte oltre 50 mila firme ovvero il 10 per cento delle firme in piu’ rispetto al numero necessario per chiedere il referendum. Secondo le leggi croate, le firme raccolte devono superare la cifra di 450 mila che e’ il 10 percento del numero degli aventi diritto al voto. In questo caso si tratta della richiesta di referendum per cambiare l’articolo 12 della legge costituzionale sui diritti delle minoranze nazionali secondo la quale vi e’ l’obbligo dell’utilizzo di una seconda lingua o alfabeto nei comuni in cui una minoranza etnica o nazionale supera un terzo della popolazione del comune.

Va sottolinato che a Vukovar, citta’ martire della guerra di occupazione contro la Croazia, l’affissione delle insegne bilingui, in croato e serbo e con il doppio alfabeto negli uffici pubblici ha causato nei mesi scorsi una ondata di manifestazioni di protesta e perfino scontri con la polizia. Il Quartier generale per la difesa di Vukovar ha chiesto quindi di cambiare la legge che regolamenta la questione in modo tale che vi sia necessaria una percentuale del 50 per cento di appartenenti ad una minoranza prima di inserire il doppio alfabeto e la doppia lingua in un comune.Ma secondo l’opinione del capo dello stato Ivo Josipović, il referendum sul cirillico non e’ in sintonia con la Costituzione. Josipović ha detto che bisogna prima di tutto esaminare le firme che sono state raccolte, vi e’ la procedura che lo stabilisce. Inoltre, stabilire se questo tipo di domanda e’ conforme alla Costituzione e alla Legge, vi e’ sempre una certa procedura che va rispettata, ha detto Josipović. Il Presidente ritiene che la Croazia non dovrebbe ricorrere a soluzioni che tentano a diminuire i diritti delle minoranze. “Ci sono i principi costituzionali e ritengo che il referendum come anche la domanda che si pone, non sono in sintonia con la Costituzione” ha concluso il Presidente croato.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corripondenza per la puntata di Passaggio a Sud est andata in onda oggi a Radio Radicale

Aggiornamento
Il Parlamento croato ha avviato la procedura per la modifica degli articoli della Costituzione che regolano il referendum, dopo la consultazione popolare del primo dicembre che con una bassissima affluenza ha introdotto nella Carta una definizione del matrimonio che in pratica proibisce la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Gli emendamenti proposti dalla Commissione Affari costituzionali prevedono un abbassamento del numero delle firme richieste dalle attuali 450 mila a 200 mila, ma al contempo l'introduzione di regole piu' chiare sull'ammissibilita' dei quesiti, in particolare su quelli che riguardano i diritti delle minoranze o che incidono sulla tutela dei diritti umani, che in caso di approvazione delle modifiche proposte non potranno piu' essere oggetto di referendum. Sara' inoltre introdotto un quorum di voti al di sotto del quala la consultazione non sarà valida. La votazione in aula, per la quale sono richiesti i due terzi
dei deputati, e' prevista tra una decina di giorni.

giovedì 5 dicembre 2013

CROAZIA: IL 'SI' AL REFERENDUM E' UN 'NO' AI MATRIMONI GAY

Ma il parlamento sta per discutere una proposta del governo per la regolarizzazione delle unioni tra persone dello stesso sesso

Un'immagine del Pride di Zagabria dello scorso giugno
di Marina Szikora
L'esito del referendum del 1 dicembre che ha introdotto nella Costituzione la definizione del matromonio come “unione di un uomo e di una donna”, ha suscitato commenti e polemiche di ogni tipo. C'e' perfino chi ha giudicato che il solo fatto che in Croazia e' stato indetto un referendum sul matrimonio, rappresenta la sconfitta della democrazia, o che dal giorno dopo il referendum la Croazia sara' comunque un paese diverso. Ci sono poi quelli che in tutti i modi hanno cercato di difendere il diritto di ogni bambino ad entrambi i genitori, madre e padre, l'insostituibile valore della famiglia tradizionale e dell'unione tra uomo e donna come unico vero matrimonio. Quale che siano stati gli argomenti pro e contro, i cittadini croati domenica scorsa si sono recati alle urne per votare al referendum sul matrimonio, il terzo referendum nella storia della Croazia, decretando la vittoria del 'si'. Mentre i primi due referendum sono stati politici - il primo ha riguardato la decisione dei cittadini di vivere in uno stato indipendente in cui la stragrande maggioranza ha deciso a favore della Croazia libera ed indipendente, il secondo e' stato quello del 'si' all'ingresso del Paese nell'Ue - questo terzo riguardava innanzitutto il pensiero, il modo di vivere, ma per molti e' diventato anche una battaglia politica.

Il risultato, anche secondo chi vi informa, non e' una grande sorpresa, gia' i sondaggi lo annunciavano. La Croazia continua ad essere un paese tradizionalista, un paese in cui il valore della famiglia tradizionale e' ancora molto forte e in cui comunque la fede cattolica ha una prevalenza molto rilevante. Non condividerei alcune opinioni mediatiche che la Croazia del 'si' a questo referendum e' una Croazia ultranazionalista e perfino fascista. Anche queste sono delle valutazioni molto pericolose e commenti del genere sono sicuramente inutili. E' indubbiamente vero che la decisione di inserire nella Costituzione la definizione del matrimonio in quanto unione esclusivamente tra uomo e donna e' una decisione che ci allontana dai valori europei, siamo il paese ultimo entrato nell'Ue, abbiamo problemi molto piu' pesanti quali la situazione economica e il grave peso della crisi, un grande tasso di disoccupazione, non c'e' assolutamente tempo da perdere per quanto riguarda i problemi che sono davvero vitali. L'allontanamento verso posizioni di discriminazione e dove la maggioranza non rispetta ogni tipo di minoranza e' un argomento da tener ben presente e senz'altro da valutare soprattutto per quanto riguarda l'attuale governo di sinistra governato dai socialdemocratici di Zoran Milanović.

Tra i primi a commentare i risultati e' stato il capo dello stato Ivo Josipović. Secondo il presidente croato l'esito del referendum non e' una sorpresa ma senza dubbio una delusione. “Mi aspetto che questo referendum, che e' stato inutile, domani non diventi un ostacolo per la sicurezza legale e per i pari diritti delle coppie dello stesso sesso ovvero alla legge che garantira' l'uguaglianza a tutte le unioni. Spero che la nostra societa' su questo argomento sara' unita”, ha detto il presidente Josipović. Il capo dello stato croato si e' detto ancora fiducioso che il risultato del referendum non porti a nuove divisioni nella societa' croata, atteggiamenti ostili verso quelli che sono diversi poiche' l'esaurimento nelle divisioni ideologiche non va bene, ci sono molte questioni piu' importanti, soprattutto quelle economiche. Per la ministro degli esteri croata Vesna Pusić si tratta di un campanello d'allarme poiche' il solo 35% che ha riconosciuto nella domanda referendaria una discriminazione nascosta e un attacco alla liberta' di ogni cittadino e' una percentuale insufficiente ed invita a molto lavoro e molta riflessione.

Tutto sommato, i valori tradizionali hanno prevalso contro gli appelli del governo, del presidente della Repubblica, di una larga parte dei media croati, del mondo accademico che nel poco tempo quanto e' durata la campagna referendaria hanno incitato i cittadini ad esprimersi contro questa forma di discriminazione e di divisione. Va sottolineato che l'iniziativa dell'associazione 'Nel nome della famiglia', promotore di questo referendum, ha avuto un forte appoggio da parte della Chiesa cattolica croata. Vi e' stato un esplicito invito dei vescovi alle omelie domenicali ai fedeli di esprimersi a favore della definizione cristiana del matrimonio. Resta pero' il dubbio della legittimita' democratica del referendum poiche' il tasso di affluenza e' stato molto basso anche se questo fatto pero' non compromette la validita' dato che non era richiesto nessun quorum. Stesso allora si potrebbe giudicare per quanto riguarda il precedente referendum sull'ingresso della Croazia all'Ue che ha avuto altrettanto un'affluenza alle urne molto bassa. Dal governo croato arriva pero' un altro tipo di risposta: una precisazione che tra brevissimo, vale a dire il 6 dicembre si conclude il dibattito sulla Proposta della legge sulle unioni civili tra le persone dello stesso sesso. La proposta andra' quindi nella procedura del governo e cio' vuol dire che il tema si potrebbe trovare in Parlamento ancora prima della pausa invernale che inizia il 15 dicembre, ha detto il ministro della pubblica amministrazione Arsen Bauk, responsabile della regolamentazione per le unioni dello stesso sesso. La futura legge prevede che alle coppie siano garantiti tutti i diritti di quelle sposate, ad eccezione dell'adozione dei figli.

Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 5 dicembre a Radio Radicale


lunedì 2 dicembre 2013

CROAZIA: AL REFERENDUM VINCE IL “NO” AI MATROMONI GAY

Ma la scarsa affluenza alle urne dimostra che per i croati i problemi maggiori sono altri

Come ampiamente previsto e preannunciato dai sondaggi, ieri la Croazia con un referendum ha approvato una modifica della Costituzione che di fatto impedirà in futuro l'introduzione di una legge che legalizzi le unioni tra persone dello stesso sesso. Il 66% circa di coloro che si sono recati alle urne ha risposto "sì" alla proposta di inserire nella Costituzione della definizione del matrimonio come "l'unione tra un uomo e una donna". La decisione del parlamento di convocare un referendum sul tema era arriva su richiesta del gruppo conservatore "In nome della famiglia" che ha raccolto oltre 700mila firme di cittadini.

A favore della proposta si erano schierati, oltre alla Chiesa cattolica, le minoranze religiose ortodosse e islamiche e i partiti del centro-destra. L'obiettivo dichiarato era quello di bloccare l'intenzione del governo di centro-sinistra di presentare in parlamento una legge sulle coppie omosessuali. Contraria, invece, la maggioranza di centro-sinistra che sostiene il governo: il premier, Zoran Milanovic, aveva definito questo referendum "triste e insensato". "Spero che sia l'ultima volta che organizziamo un voto simile, in questa maniera e su questo argomento", aveva detto alla vigilia il primo ministro.

Gli attivisti per i diritti civili si dicono preoccupati per l'ampia vittoria del fronte conservatore. "Si tratta di un passo pericolo per la società, perché un istituto democratico è stato utilizzato per nuocere alla democrazia", ha dichiarato Zoran Pusic, personalità di riferimento della società civile progressista. “Questo emendamento è contro lo spirito della Costituzione che dovrebbe proteggere e garantire l'uguaglianza, la libertà e la giustizia", ha aggiunto, facendo notare che l'esito del referendum colpisce i diritti di una minoranza che da parte sua invece non minaccia i diritti delle altre. "Questo referendum è un passo indietro, chi ha votato 'sì' l'ha fatto per sottrarre ad altre persone i loro diritti", si indigna Dragan Zelic, militante dei diritti civili.

A guardare i numeri del voto, però si possono fare anche delle altre considerazioni. Ieri si è recato alle urne il 38% degli aventi diritto che erano circa 3,8 milioni: in termini assoluti significa meno di un milione e mezzo di persone. Il 67% ha votato “sì”, ovvero circa 965 mila persone, cioè circa 250 mila in più di coloro che avevano sottoscritto la richiesta di referendum. L'affluenza ai seggi è stata inferiore a quella già bassa registrata in occasione del referendum sull'adesione all'Unione Europea che fu del 43%. E' evidente che la gente è concentrata su altri problemi, innanzitutto quelli economici, probabilmente. Dunque, se da un lato la mancanza del quorum blocca la possibilità di introdurre il matrimonio gay e l'esito del voto conferma che la Croazia resta un Paese cattolico e conservatore, dall'altra è lecito chiedersi fino a quando?

giovedì 28 novembre 2013

LA CROAZIA VERSO IL REFERENDUM CONTRO IL MATRIMONIO GAY

Domenica 1° dicembre si vota Croazia il referendum che propone di inserire nella Costituzione la definizione del matrimonio come unicamente “un'unione tra un uomo e una donna”. Secondo i sondaggi di questi ultimi giorni oltre i due terzi dei cittadini croati domenica voterà a favore della proposta, meno del 30% si dichiara contrario, mentre la percentuale degli indecisi appare assai esigua. La consultazione popolare, la prima mai organizzata in Croazia, è stata promossa da un gruppo di associazioni vicine alla Chiesa cattolica che nel maggio scorso hanno raccolto 750 mila firme (pari a quasi il 20% dell'elettorato) per ''evitare che un giorno in Croazia vengano legalizzati i matrimoni omosessuali”, specie dopo quanto accaduto in Francia recentemente. Per il “sì”, oltre alla Chiesa cattolica, sono schierati anche i vertici della minoranza ortodossa e di quella musulmana insieme ai partiti di centro-destra. Il governo, i partiti di centro-sinistra e una fetta significativa della stampa e del mondo accademico sono invece schierati per il “no”.
Qui di seguito la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio aSud Est andata in onda oggi 21 novembre a Radio Radicale.

In vista del referendum sul matrimonio in Croazia, non cessano analisi, polemiche e commenti su questo tema e si fa sempre piu’ intensa la campagna referendaria. E’ anche una battaglia tra governativi che invitano apertamente a votare ‘no’ al referendum e dall’altra parte l’opposizione conservatoria e le organizzazioni non governative che hanno promosso l’iniziativa, tutti loro con un forte appoggio da parte della Chiesta cattolica i quali invitano i cittadini a votare ‘si’ al referendum di domenica. Come vi abbiamo gia’ informato, domenica, primo dicembre, i cittadini croati si recheranno al referendum per rispondere alla domanda se si e’ favorevoli all’inserimento nella Costituzione di un articolo che definische il matrimonio esclusivamente come l’unione tra un uomo e una donna.

Sul tema si e’ espresso anche il capo dello stato Ivo Josipović. Recentemente, in una intervista al quotidiano croato ‘Večernji list’ Josipović ha parlato di questo tema che inevitabilmente sta al centro dell’attenzione pubblica ma soprattutto mediatica. Non volendo generalizzare le ragioni che hanno spinto la societa’ croata al referendum, il presidente Josipović ritiene che indubbiamente c’e’ gente che ha aderito a questa iniziativa per motivi di convinzione. Dall’altra parte, anche in questo caso ci sono quelli che vogliono utilizzare il referendum per la loro politica, una cosa non illegittima ma di cui bisogna esserne consapevoli. Quando si tratta del meritum, precisa Josipović, il piu’ importante e’ che la definizione del matrimonio in quanto unione tra uomo e donna non viene contestata da nessuno. Non si tratta quindi di qualcuno che vuole distruggere la famiglia o il matrimonio, rileva il Presidente, ma il problema e’ che si manda un messaggio che molti e lui stesso vedono come discriminatorio.

Josipović si e’ detto fiducioso che presto si avra’ una legge liberale sulle unioni omosessuali. I paesi di tradizione democratica, quasi senza eccezione, non hanno una definizione del matrimonio nella loro Costituzione, spiega Josipović e aggiunge che in caso contrario si manda inutilmente un messaggio discriminatorio. Il presidente croato fa riferimento anche alla prassi della Corte europea per i diritti umani secondo la quale un matrimonio omossessuale non e’ un diritto convenzionale ma sottolinea che esso esiste in quanto possibilita’ e che molti paesi l’hanno accettata. Dalle spegazioni delle decisioni di questa corte si puo’ intraverdere anche l’evoluzione del pensiero umano sulle unioni omossessuali. Che la scelta dell’unione rimanga una questione di decisione personale, di una scelta che non avra’ come risultato la discriminazione, questa e’ la posizione del presidente Josipović. L’importante e’ garantire l’uguaglianza della gente e il diritto delle persone quale che sia la forma dell’unione in cui hanno scelto di vivere, che non siano per questo dicriminati e che possano regolare legalmente la loro relazione. Si chiami matrimonio o diversamente, di questo si puo’ancora discutere, dice il presidente croato.

Infine, sull’inevitabile posizione della Chiesa cattolica in Croazia, Josipović concorda che la Chiesa segue la sua dottrina ma resta questione aperta fino a che punto essa deve avere un ruolo attivo nel campo della politica e fino a che misura essa abbia il diritto di condannare e perfino attaccare quelli che non condividono il suo punto di vista. Secondo il presidente Josipović, soprattutto a causa dell’influenza e del potere che la Chiesa cattolica ha in Croazia, bisogna vedere se per la societa’ e per la democrazia e infine per la stessa Chiesa, vada bene che essa entri nelle questioni della politica quotidiana e che si assuma un ruolo di attivista. Questo vale soprattutto quando si tratta di un chiaro impegno politico dalla parte di una sola opzione. Cio’ vuol dire allora che la Chiesa entra nell’arena politica e viene sottoposta a tutte le regole del gioco politico. Attacca e viene attaccata, accusa ma viene anche accusata. Se questo vada bene per la sua missione, la Chiesa lo deve valutare da sola, conclude il presidente Josipović.

giovedì 14 novembre 2013

LA CROAZIA E IL REFERENDUM SUL MATRIMONIO: QUALE FUTURO PER LE UNIONI GAY?

Il prossimo 1 dicembre i cittadini croati si recheranno alle urne per rispondere ad un referendum molto particolare: dovranno infatti rispondere ad una domanda sulla definizione della natura del matrimonio. Dovranno cioè dire se sono favorevoli all’inserimento nella Costituzione di un articolo che definisce il matrimonio esclusivamente come l’unione tra un uomo e una donna. Se l’esito del referendum darà la vittoria al “sì”, in Croazia sarà esclusa la possibilità del riconoscimento legale dell'unione tra persone dello stesso sesso. Qui di seguito la corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 14 novembre a Radio Radicale.

Venerdi’ scorso il Parlamento croato, con 104 voti a favore e 13 contrari, ha dato luce verde all’indizione del referendum promosso nei mesi scorsi dalle associazioni cattoliche a capo delle quali vi e’ il gruppo “In nome della famiglia”. Sara’ questo il primo referendum indetto su richiesta dei cittadini. I socialdemocratici del premier Zoran Milanović hanno dovuto quindi rispettare la volonta’ di oltre 700 mila firmatari della richiesta di una consultazione popolare che, secondo i critici e la comunita’ Lgbt, rappresenta un attacco politico contro il governo e contro il rispetto dei diritti umani e delle minoranze. Dalla maggioranza assicurano pero’ che, anche in caso di vittoria del “sì” non sara’ messo a repentaglio l’impegno del governo per il futuro riconoscimento delle unioni civili tra persone tra gay o lesbiche e la concessione di quasi tutti i diritti di cui godono le coppie eterosessuali, tranne la possibilita’ di adozione. Non saranno nemmeno minacciate le “coabitazioni non registrate” tra persone dello stesso sesso se vivono insieme da piu’ di tre anni, un diritto questo riconosciuto gia’ da un decennio.

Il tema ha scatenato una vera bufera di polemiche, che si sono riversate poi anche nel Parlamento di Aagabria prima del voto. Anche la maggioranza di centrosinistra e lo stesso premier Zoran Milanović, che hanno dovuto rispettare la volonta’ di oltre il 10% dei cittadini del Paese, ritengono che il referendum sarebbe discriminatorio nei confronti delle minoranze sessuali e delle coppie di fatto. Secondo il presidente Ivo Josipović si tratta di una questione molto delicata, ma il capo delo Stato e’ dell’opinione che il provvedimento sulla definizione del matrimonio in quanto unione tra uomo e donna non dovrebbe far parte della Costituzione. Il comportamento verso le minoranze di ogni tipo e’una forma di legittimazione democratica della sociata’, ha detto Josipović affermando che al referendum votera’ contro la proposta in questione. Voterà “no” anche il premier Milanović. E anche se è stato costretto a rispettare la volonta’ espressa dai cittadini che hanno chiesto la consultazione, Milanović ritiene l’iniziativa promossa dal gruppo “In nome della famiglia” come un brutto episodio a causa dell’inesistenza di una cornice normativa che disciplina le modifiche costituzionali, per cui ogni questione legata alla modifica della Carta puo’ trasformarsi in un quesito referendario.

giovedì 7 marzo 2013

"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA PER PASSAGGIO A SUD EST

Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi e che è possibile riascoltare sul sito di Radio Radicale.

ALBANIA: la Corte Costituzionale ha ammesso il referendum promosso da associazioni e organizzazioni della società civile contro la legge che consente l'importazione dall'estero di rifiuti in Albania; intanto il commissario europeo all'Allargamento, Stefan Fuele, ha criticato l'iniziativa della maggioranza di centro-destra di tenere un referendum sulle leggi di riforma chieste da Bruxelles perché l'Albania possa ottenere lo status di Paese candidato all'adesione all'Ue.

MACEDONIA: un nuovo aggiornamento sulla situazione politica dopo la decisione dell'opposizione di tornare nell'aula del Parlamento e di prepararsi a partecipare alle elezioni locali del 24 marzo che in precedenza aveva annunciato di voler boicottare; nel frattempo si segnala un aumento delle tensioni inter-etniche tra la maggioranza slavo-macedone della popolazione e la minoranza albanese che rischia di compromettere ulteriormente il processo di integrazione nell'Ue.

Ascolta qui la puntata odierna di Passaggio a Sud Est con la corrispondenza di Artur Nura




giovedì 16 febbraio 2012

REFERENDUM IN KOSOVO: VINCONO I NO

La larghissima vittoria dei “no” era ampiamente prevista e il risultato finale è andato anche oltre le più rosse previsioni. La quasi totalità dei serbi del nord del Kosovo si è detta pronunciata contro il riconoscimento della sovranità e delle istituzioni di Pristina. Nel referendum tenutosi martedì e mercoledì, contro il parere contrario del governo di Belgrado, della Ue e di tutte le altre istituzioni internazionali, il 99,74% dei partecipanti al voto ha detto “no” all'indipendenza proclamata unilateralmente dagli albanesi kosovari proprio quattro anni fa. L'affluenza è stata del 75,28%. I risultati finali ufficiali saranno resi noti il 19 febbraio.

La consultazione, che non avrà alcuna rilevanza giuridica, potrebbe avere però un peso politico sul cammino di integrazione europea della Serbia, a partire dal Consiglio europeo di marzo che dovrebbe decidere se concedere o no lo status di Paese candidato all'adesione, dopo il rinvio di dicembre. Per questo il governo serbo e il presidente Boris Tadic avevano condannato il referendum definito inutile, controproducente e dannoso agli interessi statali della Serbia. Il Parlamento kosovaro ha adottato da parte sua una risoluzione in cui si sostiene che il referendum viola l'ordine costituzionale del Kosovo.

Il referendum potrebbe accrescere le tensioni interetniche ostacolando ulteriormente il già difficilissimo dialogo fra Belgrado e Pristina intrapreso un anno fa con la mediazione di Bruxelles e da cui dipende la candidatura della Serbia all'adesione all'Ue. Dalla scorsa estate la tensione si mantiene alta nel nord del Kosovo, dove i serbi hanno eretto blocchi e barricate per ostacolare e impedire il controllo di due posti di frontiera con la Serbia da parte di poliziotti e doganieri albanesi inviati da Pristina. Critiche e condanne all'iniziativa del referendum sono venute dall'Unmik, la missione dell'Onu in Kosovo, e dalla Ue, secondo cui i problemi del Kosovo possono essere risolti solo con il dialogo e il compromesso.

PIU' CHE IL REFERENDUM IN KOSOVO, LA SERBIA ATTENDE LE DECISIONI DELL'UE

Il testo che segue è una trascrizione di una parte della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di oggi di Passaggio a Sud Est su Radio Radicale. La corrispondenza è stata preparata mentre era ancora in corso il voto dei serbi del Kosovo per il referendum in cui sono stati chiamati a decidere se accettare o meno le istituzioni della “cosidetta repubblica del Kosovo”. Il referendum si è svolto nonostante la contrarietà di Belgrado e della comunità internazionale. Secondo il governo serbo la consultazione è inutile perché la costituzione serba non riconosce comunque le istituzioni di Pristina. Il referendum non avrà dunque nessuna conseguenza sul piano legale, ma potrebbe avere un peso politico soprattutto in vista del Consiglio europeo di Marzo che dovrà decidere se concedere o meno alla Serbia lo status di Paese candidato all'adesione all'Ue. Questo e le elezioni di maggio, più che il referendum nel nord del Kosovo, sono i temi che impegnano il mondo politico serbo.

Il primo giorno del voto, il presidente della Serbia Boris Tadić ha detto di comprendere la necessita' dei serbi al nord del Kosovo di eprimere la loro volonta' politica, ma ha sottolineato che non e' possibile che gli autogoverni locali facciano di piu' rispetto allo stato per quanto riguarda la soluzione del problema della popolazione serba in Kosovo. "Questa iniziativa dei leader comunali al nord del Kosovo puo' soltanto rendere minore il potenziale dello stato e non e' nell'interesse dei serbi nella regione. In qusto modo si compie un danno allo stato nella difesa degli interessi legittimi in Kosovo" ha detto Tadić. Il capo dello stato serbo ha ripetuto che la Serbia non riconoscera' l'indipendenza del Kosovo, che rispetta la Risoluzione 1244 e di essere nella ricerca di una soluzione per la rappresentanza degli esponenti di Priština ai forum regionali che non significhera' ne' esplicitamente ne' implicitamente il riconoscimento dell'indipendenza.

Secondo il ministro serbo per il Kosovo, Goran Bogdanović il risultato si sa in anticipo poiche' il cento percento dei serbi al nord della regione e l'intero governo serbo sono contrari alle istituzioni kosovare. Non serve ad altro, afferma Bogdanović, che complicare maggiormente la gia' difficile situazione e utilizzare questo argomento per scopi della politica quotidiana ed ottenere qualche voto in piu' alle prossime elezioni. Il ministro per il Kosovo e' dell'opinione che il referendum e' frutto dell'influenza di alcuni lider politici di Belgrado sui presidenti dei comuni al nord del Kosovo per destabilizzare la situazione nel momento in cui la Serbia e' in attesa della decisione sullo status di candidato di adesione all'Ue.

Diversa invece l'opinione di Krstimir Pantić, presidente del comune Kosovska Mitrovica il quale ritiene che il referendum e' organizzato come le elezioni locali del 2010. Per la Radio B92, Pantić ha detto che il referendum e' una "espressione di volonta' e del desiderio di tutti i serbi in Kosovo e Metohia a fin di dire chiaramente e ad alta voce che non accetteranno azioni unilaterali e violente". Secondo Pantić l'effetto del referendum sara' proprio "il rafforzamento della posizione del team negoziale della Serbia" e la diminuizione delle pressioni al nord del Kosovo. "Questa e' l'occasione per tutti di convincersi sull'umore della popolazione al nord del Kosovo... La situazione del team sara' rafforzata perche' avra' dietro di se 70.000 serbi che hanno detto fermamente di non volere le istituzioni kosovare" ha detto il presidente del comune di Kosovska Mitrovica. Ha aggiunto che Belgrado e' contraria al referendum perche' "ci sono grandissime pressioni sul governo e sul presidente Boris Tadić".

I rapprsentanti dei serbi al nord del Kosovo, la sera prima del voto hanno dichiarato che il referendum sara' un messaggio al mondo e alla Serbia che i serbi in quest'area non accettano le istituzioni kosovare. Per la televisione 'Most', i presidenti dei comuni Zvečan, Kosovska Mitrovica, Zubin Potok e Leposavić hanno detto di essere consapevoli che il referendum non risolvera' tutti i problemi, ma si sono detti convinti che questo sara' "un forte messaggio politico". "Con la forza si puo' diventare schiavi, ma noi non ci assimileremo e non ci integreremo volontariamente in questo stato, il popolo vuole vivere qui dove hanno vissuto i loro antenati, nella Repubblica Serbia" ha detto il presidente dell'Assemblea del comune di Zvečan, Dobrosav Dobrić, mentre il presidente del comune di Zubin Potok, Stevan Božović ha aggiunto che i serbi dimostreranno a tutti quelli "che hanno dichiarato che il referendum e' stato indetto dai presidenzi dei comuni e dai criminali" che questo non e' vero. "Non stiamo facendo nulla contro gli interessi dello stato serbo. Stiamo proteggendo la Costituzione, l'integrita' e la sovranita' dello stato" ha detto Slavko Stefanović, presidente del comune Leposavić ricordando che i serbi in Kosovo e Metohija possono fare e fanno ancora per il loro paese.

Il referendum in Kosovo non e', tuttavia, il tema principale in Serbia. L'atmosfera e' gia' quella di campagna preelettorale e di attesa della decisione alla prossima riunione del Consiglio europeo. Se la Serbia il prossimo marzo non otterra' lo status di paese candidato di adesione all'Ue, le conseguenze di una tale decisione saranno serie e gravi, sono generalmente le opinioni di analisi e commenti politici relativi al cammino europeo della Serbia. In questo poco tempo restante alla decisione dell'Ue, da Bruxelles arrivano informazioni che e' difficile prevedere quali saranno le valutazioni dei paesi membri dell'Ue. Da una parte, la Commissione europea e il Consiglio europeo affermano che "c'e' ancora tempo" affinche' la Serbia decida ad adempiere le tre condizioni poste lo scorso dicembre, ma ufficiosamente si possono sentire parole di preoccupazione e di avvertimento che il tempo sta velocemente scorrendo e che un progresso, soprattutto relativo al dialogo con il Kosovo, non c'e'. Dal Centro per la politica europea, avvertono che le conseguenze di un nuovo rinvio potrebbero essere molto serie per il futuro della Serbia.

La campagna elettorale in Serbia e' praticamente gia' iniziata. Come si puo' leggere in uno degli articoli della Deutsche Welle, le forze ultranazionaliste sembra che abbiano abbastanza sostegno e l'attuale presidente Boris Tadić ha veramente bisogno di qualcosa di convincente per i suoi elettori. Un esito negativo al prossimo Consiglio europeo avrebbe un impatto molto negativo alla prospettiva dei partiti maggiormente proeuropei. Alcuni esperti politici sono anche dell'opinione che in caso di un altro segnale rosso alla Serbia da parte dell'Ue potrebbe avere conseguenze negative anche per il resto della regione dei Balcani occidentali relative alla questione dell'allargamento. Tuttavia, seppure e' noto che la Commissione europea imputa alla Serbia la responsabilita' a riguardo del suo cammino europeo, ci sono sempre piu' voci che ritengono sia necessario un segnale positivo anche da parte dell'Ue, e il via libero alla candidatura sarebbe proprio questo tipo di segnale.

Quanto alle prossime elezioni in Serbia, il presidente della Commissione amministrativa del Parlamento serbo, Nenad Konstantinović e' dell'opinione che vi sara' una grande affluenza alle urne degli aventi voto. Konstantinović afferma che le prossime elezioni parlamentari e locali dovrebbero svolgersi, secondo le aspettative, il 29 aprile o il 6 maggio. Per l'agenzia di stampa serba Tanjug, Konstantinović ha rilevato che queste elezioni sono di estrema importanza per il futuro cammino europeo della Serbia. Per quanto rigurada le elezioni locali, esse vanno indette dal presidente del Parlamento e per ragioni economiche si prevede che le elezioni locali si svolgeranno in contemporanea con quelle parlamentari. Secondo Konstantinović, sempre nel 2012 si possono attendere anche le elezioni presidenziali.

lunedì 13 febbraio 2012

KOSOVO: I SERBI VOTANO SUL RICONOSCIMENTO DI PRISTINA

“Riconosci le cosiddette istituzioni della Repubblica del Kosovo?”. La domanda è semplice, la questione a cui è legata, invece, è estremamente complicata (e insidiosa). Prima di tutto perché il referendum a cui sono chiamati, domani e mercoledì, i serbi del Kosovo - che non riconoscono l'indipendenza dichiarata unilateralmente dagli albanesi il 17 febbraio 2008 - non è autorizzato, né da Belgrado, né tanto meno da Pristina. Nonostante ciò, da domani si vota a Zubin Potok, Zvecan e Kosovska Mitrovica, mentre i cittadini di Leposavic - unico dei quattro comuni a maggioranza serba ad avere un'amministrazione democratica-filoeuropeista - sono convocati per la sola giornata di mercoledì. Nemmeno il freddo e la neve di questo periodo hanno fatto venire meno la determinazione dei promotori del referendum intenzionati a far sentire la voce dei serbi del Kosovo senza mediazioni e indipendentemente dal parere negativo di Belgrado, sulla delicatissima questione dello status della (ex) provincia serba. “E' possibile che il cattivo tempo influirà sull'affluenza, ma sono certo che sarà soddisfacente”, ha detto all'agenzia Tanjug Ljubomir Radovic, membro della Commissione referendaria. Per questo sono state stampate almeno 35mila schede, in parte anche in albanese.

Scontato il risultato: secondo le attese i "no"dovrebbero essere circa il 98%. Il timore è che il referendum, provochi reazioni destabilizzanti sul terreno inasprendo le tensioni tra i serbi che vivono nelle enclavi a sud del fiume Ibar e i nazionalisti albanesi. I serbi del Kosovo non vogliono fare da agnello sacrificale per gli interessi internazionali della leadership di Belgrado che per ottenere lo status di Paese candidato all'adesione all'Ue al Consiglio europeo dell'inizio di marzo, dopo il rinvio di dicembre, è chiamata a pesanti concessioni nell'ambito del dialogo con Pristina. Il governo di Pristina tende comunque a moderare i toni: “Siamo pronti a gestire ogni situazione, ma confidiamo che non vi saranno incidenti etnici e nessun tentativo di farsi giustizia da soli”, ha dichiarato il vicepremier Hajredin Kuci, citato dal quotidiano Koha Ditore, dicendosi convinto che “i cittadini albanesi, se necessario, sapranno fidarsi delle istituzioni nazionali ed internazionali”. I primi risultati sono annunciati per mercoledì sera e quelli definitivi entro il 19 febbraio. Rappresentanti della missione Onu e dell'Osce “saranno invitati a monitorare il referendum e quelli dell'International crisis group (Icg) hanno già espresso disponibilità”, ha fatto sapere Ljubomir Radovic.

giovedì 26 gennaio 2012

LA CROAZIA DICE SI' ALL'UE: C'E' ANCORA FIDUCIA NELL'EUROPA

di Marina Szikora [*]
La Croazia ha scelto l'Europa. Al referendum svoltosi domenica, 22 gennaio 2012 a favore dell'ingresso della Croazia nell'Ue si e' espresso il 66 percento di votanti contro il 33 percento degli euroscettici che ritengono sia meglio che il loro paese non aderisca ancora all'Ue. Almeno per quelli che hanno deciso di recarsi alle urne in una giornata calda e solare, quasi primaverile, non vi e' stato nessun dubbio: essi hanno optato per la decisione storica che vedra' definitivamente la Croazia come 28-esimo paese dell'Ue. Questo e' stato il secondo referendum per i cittadini croati, il primo, ricordiamolo, quello del 1991 quando la stragrande maggioranza della Croazia aveva deciso la separazione del loro paese dall'ex Jugoslavia. L'unico sapore amaro di questo referendum riguarda la molto bassa affluenza alle urne: il 43,51 % percento degli aventi voto.

"Un grande sì europeo e' stato detto" cosi' il presidente croato Ivo Josipović dopo i primi risultati referendari, in un'atmosfera di festa, insieme agli altri due presidenti, quello del governo e quello del Parlamento e molti altri invitati al Sabor croato. Nel suo primo discorso, Josipović ha ringraziato pero' anche quelli che si sono detti contrari all'ingresso della Croazia nell'Ue aggiungendo che si terranno presenti anche la loro opinione, le loro paure e dilemmi. "Sono certo che la Croazia puo' e che la Croazia sa. La decisione odierna ha marcato definitivamente la Croazia in quanto paese europeo, il paese del futuro europeo" ha detto Ivo Josipović nella serata del si' europeo. In un'intervista per il quotidiano di Zagabria 'Jutarnji list' in vista dell'esito referendario, il capo dello stato croato aveva valutato che un chiaro messaggio dei cittadini croati a favore dell'ingresso nell'Ue sara' una forte motivazione al Governo e alle altre istituzioni dello stato di continuare con le riforme e ai cittadini di accettare e sollecitare queste riforme.

Il presidente Josipović ha espresso desiderio che il successo del referendum porti a quello che lui ritiene il piu' importante: un cambiamento del modo di pensare e di fare della gente. Un forte stimolo anche per gli investimenti, effetti positivi in diversi settori economici ma soprattutto in quello turistico. Una speranza che in particolare le generazioni piu' giovani sviluppino lo spirito imprenditoriale e la creativita' necessaria affinche' da soli, senza aspettarsi che lo stato possa risolvere tutto, realizzino i loro diritti e la loro esistenza. Anche per il neo premier Zoran Milanović il successo al referendum e' una decisione storica: "questo e' forse anche un momento di svolta nella nostra storia. Da oggi per le nostre decisioni definitivamente siamo responsabili da soli, il successo o l'insuccesso dipende da noi stessi" ha detto il capo del governo croato nella notte del risultato referendario.

"I croati con una grande maggioranza hanno appoggiato l'ingresso nell'Ue, con una risposta inaspettatamente positiva al referendum che Bruxelles nervosamente attendeva temendo reazioni antagoniste" ha scritto il 'Guardian' britannico aggiungendo che "mentre l'Ue sta affrontando la piu' peggiore crisi della sua storia, si temeva che il pessimismo che sta inghiottendo l'Europa potrebbe mettere a repentaglio anche il sentimento pro europeo in Croazia". Secondo il giornale britannico "si e' conclusa la grande ondata di allargamento dell'Ue, il blocco in cui nell'ultimo decennio hanno aderito 12 paesi. La domanda di adesione della Turchia – il paese ha iniziato i negoziati insieme alla Croazia nel 2005 – e' ancora ferma. Il resto dell'ex Jugoslavia e l'Albania aderirebbero volentieri e Bruxelles in maniera non sincera appoggia questo obiettivo. Probabilmente passera' un decennio prima che la Serbia, BiH e altri paesi siano ammessi nell'Ue, se mai questo avvera'. Se la Croazia domenica scorsa avesse rigettato l'adesione al referendum, questo sarebbe stato vissuto come una catastrofe e la Croazia verrebbe avviata verso la palude balcanica, conclude il 'Guardian'.

Grande interesse sull'esito referendario croato c'era tra numerosi giornalisti stranieri, ma in particolare tra i media della regione balcanica. Nessun dubbio che le esperienze e sfide croate sono e saranno molto utili per tutti i paesi dell'Europa sudorientale che allo stato attuale si trovane davanti alle porte dell'Ue, alcuni di loro con nemmeno uno status di candidato. La Bosnia Erzegovina e' l'unico dei paesi della regione che non ha ancora applicato per l'ingresso nell'Ue. Cio' nonostante, il cammino positivo della Croazia per alcuni significa nuove speranze. Cosi', Mehmed Handžić, cittadino di Bihać afferma "che per l'ingresso nell'Ue i nostri vicini hanno lottato dalla guerra fino ad oggi. Lo hanno meritato. Ho vissuto in Croazia dal 1995 per un po' di tempo e so qual e' l'umore". Asim Osivčić di Sarajevo si augura che tutti possano trarre pregi da questa situazione. Nonostante una certa rivalita' ereditata, la maggioranza dei cittadini della BiH guarda positivamente all'ingresso croato nell'Ue. Contrariamente, per quanto riguarda il progresso della Serbia, sono molto critici verso l'appoggio alle forze separatiste in BiH.

Generalmente positive anche le reazioni in Serbia. Il presidente serbo Boris Tadić congratulandosi con i cittadini della Croazia ha valutato che hanno preso una decisione buona per il futuro delle loro generazioni. "Questa decisione e' di enorme importanza per il futuro della Croazia, ma anche un segnale positivo per tutta la nostra regione" ha scritto Tadić nel suo messaggio di congratulazioni al suo collega croato Ivo Josipović e al premier croato Zoran Milanović. Tadić ha precisato che l'ingresso della Croazia nell'Ue apre maggiori possibilita' per l'integrazione della Serbia e degli altri paesi dei Balcani occidentali nell'unione dei popoli europei che hanno uguali diritti. "L'Ue significa il rispetto e l'attuazione degli standard e delle leggi europee ed e' la prospettiva per una vita migliore, piu' sicura e piu' pacifica per tutti i cittadini della nostra regione che durante la sua storia e' stata appesantita da guerre, tensioni e turbolenze. Questa e' l'unica via con la quale lasciamo i conflitti alle spalle e apriamo nuove pagine di pace, tolleranza e collaborazione" si legge nel messaggio di Boris Tadić. Congratulazioni ai vertici e ai cittadini croati anche da parte del presidente sloveno Danilo Tuerk. L'ex premier sloveno Borut Pahor ha qualificato la decisione al referendum quale “una decisione epocale per i croati”.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. IL testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi

lunedì 23 gennaio 2012

LA CROAZIA DICE SI' ALL'UE

La Croazia ha detto sì all'Europa: il referendum tenutosi ieri sull'adesione all'Unione ha infatti registrato come previsto la vittoria dei sì, che hanno superato però le stime della vigilia, attestandosi oltre il 66%. "La Croazia va in Ue", ha titolato oggi il quotidiano Jutarnj list riassumendo l'esito del voto. L'ampia affermazione dei sì è bilanciata però dall'affluenza alle urne di appena il 43,58% degli aventi diritto, molto al di sotto di quella registrata alle elezioni del 4 dicembre. La validità della consultazione non era comunque vincolata ad alcun quorum ed il risultato spiana definitivamente la strada all'ingresso nell'Ue fissata il 1° luglio 2013, come prevede il Trattato di adesione firmato a Bruxelles il 9 dicembre, dopo sette anni di negoziati non facili. In quella data la Croazia diventerà il 28° membro dell'Unione ed il secondo Paese dell'ex Jugoslavia dopo l'ingresso della Slovenia nel 2004.

Il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ed il capo della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, in una nota congiunta hanno accolto con soddisfazione la decisione che condurrà i croati a "nuove opportunità e rafforzerà la stabilità e la prosperità della loro nazione". Ma i croati, sembrano consapevoli che difficilmente l'ingresso nell'Ue porterà di per sé un miglioramento dello standard di vita e una soluzione alla crisi economica che per il momento vede il loro Paese in recessione ininterrottamente dal 2009, mentre la disoccupazione a ottobre superava il 17%. Il premier di centrosinistra Zoran Milanovic, da poco insediato, ha quindi subito interpretato la scarsa partecipazione come "un messaggio" per il suo governo chiamato ad affrontare la situazione economica, e anche il presidente Josipovic, al di là delle ovvie dichiarazioni ufficiali, dalla sua pagina Facebook ha tenuto a ringraziare "chi ha votato a favore e chi ha votato contro".

I croati sanno bene, come tutti gli europei, che la soluzione ai loro problemi va cercata innanzitutto all'interno dei confini nazionali, senza attendere che Bruxelles levi le castagne dal fuoco. Tuttavia mostrano anche di comprendere che, nonostante la crisi dell'Eurozona e dell'assetto istituzionale dell'Unione, quella dell'integrazione è una strada da cui non si torna più indietro. La vittoria del sì rincuora anche che continua, nonostante tutto a credere al sogno europeo e mostra come esso continui ad attrarre i popoli balcanici che vedono nell'Ue la possibilità di un futuro di stabilità dopo le tragedie degli anni'90. Non a caso, tra i primi a congratularsi per l'esito del voto croato è stato il presidente serbo, Boris Tadic, in attesa di ottenere a marzo la candidatura all'adesione del suo Paese. Credo che l'ingresso della Croazia nell'Ue sia un'ottima notizia. Spero che non troppo in là nel tempo si possa dire lo stesso per la Serbia. [RS]

Referendum in Croazia: gli umori del giorno dopo nella corrispondenza di Marina Szikora per il notiziario di Radio Radicale

giovedì 19 gennaio 2012

CROAZIA: 20 ANNI DOPO L'INDIPENDENZA IL REFERENDUM SULL'UE

di Marina Szikora [*]
Il 15 gennaio la Croazia ha festeggiato il ventesimo anniversario del suo riconoscimento internazionale. E' il ricordo di quel 15 gennaio 1992, quando l'indipendenza dell'ex repubblica della Jugoslavia e' stata riconosciuta dai membri dell'allora comunita' internazionale, mentre la Germania che insieme alla Santa Sede aveva svolto un ruolo chiave in questo processo, lo stesso giorno aveva stabilito anche rapporti diplomatici con la nuova Croazia. L'allora presidente del primo Governo croato, Franjo Gregurić ha ricordato che la comune decisione della Ce ha riunito nella piazza principale di Zagabria spontaneamente una moltitudine di cittadini i quali festeggiarono insieme al primo presidente croato Franjo Tuđman la giornata piu' importante dello nuovo stato croato. All'epoca, Franjo Gregurić aveva dichiarato che "il riconoscimento della Croazia significa un riconoscimento finale della lotta che la Croazia aveva condotto per la sua indipendenza e sovranita'". Era al tempo stesso, dichiarava il presidente del governo croato "la conferma che la Jugoslavia non esisteva piu' e un aiuto affinche' piu' facilmente e piu' velocemente sia terminata la guerra sporca contro la Croazia e fosse possibile al piu' presto la riabilitazione della patria". Fu una lotta contro il tempo perche' furono gia' decise le forze di pace dell'Onu per le zone di crisi della Croazia e cio' significava anche la fine dell'agressione contro la Croazia. Va ricordato che il 15 gennaio 1996 con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU 1037 e' stata istituita l'amministrazione temporanea dell'ONU in Slavonia orientale – UNTAES e l'amministratore temporaneo fu il generale americano Jacques Paul Klein. Il processo di demilitarizzazione della regione danubiana croata e il ritiro di tutte le unita' paramilitari serbe acconsenti' l'inizio dello sminamento e il ritorno dei profughi. L'accordo sulla conclusione della demilitarizzazione fu firmato a Vukovar il 27 giungo 1996. Nel settembre e ottobre dello stesso anno, durante l'esumazione della fossa comune di Ovčara furono ritrovati i resti di 200 vittime, difensori e civili croati dell'ospedale di Vukovar i quali furono uccisi dopo l'occupazione della citta'. Uno dei momenti chiave della restituzione del potere legale croato a Podunavlje furono le elezioni locali per i consigli comunali nonche' quelle per i parlamenti delle due contee.

Nel suo intervento a Vukovar, in occasione della celebrazione dell'anniversario della reintegrazione pacifica, il presidente croato Ivo Josipović ha sottolineato che e' giusto dire che la reintegrazione pacifica della Slavonia orientale e' stato il progetto di pace dell'Onu di maggiore successo, il quale ha contribuito a proteggere molte vite. Un grande riconoscimento in questo senso, ha detto Josipović, va agli allora vertici croati, ai rappresentanti politici dei serbi nonche' alla comunita' internazionale. Secondo le sue parole, il processo di riconciliazione non sarebbe possibile senza la fiducia e senza la giustizia. La giornata del riconoscimento internazionale della Croazia rappresenta oggi, come ha rilevato il presidente Josipović, l'accettamento dei valori europei che hanno raggiunto il loro culmine nella conclusione del processo di negoziati con l'Ue. I vent'anni della Croazia indipendente non hanno cessato mai di essere un impegno per l'Europa e per i suoi valori democratici. Con i suoi alti e bassi, che si sono rispecchiati nei governi che avevano condotto questa Croazia, con tutti i difetti dello sviluppo democratico nei paesi di transizioni ma con le particolari circostanze di una guerra atroce di occupazione che ancor oggi non ha riportato il Paese al livello economico del prima della guerra, la Croazia e' oggi membro della Nato e a pochi passi dall'ingresso nell'Ue. Un processo molto lungo e spesso frustrante, entrato nel suo settimo anno. E sara' domenica prossima, il 22 gennaio che i cittadini della Croazia dovranno pronunciarsi al referendum se vogliono che il loro paese faccia parte della famiglia europea o meno.

Anche sul suo profilo di Facebook, il capo dello stato croato Ivo Josipović si e' rivolto ai 'cari amici' affinche' anche in questo modo potesse condividere con i cittadini gli argomenti sui quali si basa il suo sostegno alla membership croata nell'Ue. Il presidente ha sottolineato che con "l'ingresso nell'Ue non perdiamo la sovranita'. L'Ue non e' uno stato, bensi' la comunita' di stati e popoli a pari diritto e sovrani che con la propria volonta' hanno deciso di unirsi. Nell'Ue ogni stato nel processo decisionale ha una voce sovrana e uguale. L'adesione all'Ue come unione di stati e popoli ci assicurera' pace e sicurezza permanenti. E' la precondizione per lo sviluppo economico, culturale e di ogni altra specie. Lo stato di diritto e' uno dei valori fondamentali che ai cittadini di tutta l'Ue offre uguali possibilita' per il successo" ha scritto Ivo Josipović su Facebook aggiungendo che "gli effetti della globalizzazione non possiamo fermarli ai nostri confini, possiamo neutralizzarli insieme, perfino utilizzarli per il proprio sviluppo. L'economia di mercato oggi e' l'unico modello conosciuto ed accettato che nel mondo odierno non ha alternative. Alla Croazia in quanto nuovo stato membro saranno disponibili significativi mezzi dei fondi Ue per lo sviluppo economico", ha consluco Josipović.

Il giornalista e analista croato Boško Picula, scrive in questi giorni che ci avvicinano al referendum sull'adesione, che "invece dell'euroottimismo e euroscetticismo, il prevalente tono del prossimo referendum sull'adesione della Croazia all'Ue sara' quello dell'europragmatismo che negli ultimi anni e' stato generato dalle circostanze politiche ed economiche in Croazia come anche in Europa". In questo momento prevale l'opinione che domenica prossima al referendum vincera' il 'si' ma siamo ben lontani a qualificare l'atmosfera come quella dell'entusiasmo. L'attuale situazione di grande crisi europea e in particolare quella della zona euro, giustamente fanno prevalere l'incertezza e molti dubbi a gente come noi che ancora poco tempo fa guardavamo all'ingresso nell'Unione come ad un sogno che finalmente sara' realizzato. Secondo Boško Picula, resta soltanto la domanda quanti elettori si recheranno alle urne e in quale percentuale voteranno pro o contro l'adesione. I recenti sondaggi dell'opinione pubblica parlano di una sicura maggioranza ma le sorprese non sono comunque da escludere. Sara' la Croazia un nuovo paese che al referendum confermera' il suo eurottimismo oppure il molto probabile eisto del voto sara' piuttosto un riflesso del pragmatismo degli elettori croati, e' la domanda che ci si pone questo analista croato.

Va sottolineato che tutti gli attuali partiti politici in Parlamento, sia la coalizione dei partiti vincenti che l'opposizione guidata dall'ex partito governativo, l'HDZ, per quanto riguarda l'ingresso della Croazia nell'Ue parlano con una voce unica e danno pieno appoggio al buon esito del vicinissimo referendum sull'adesione della Croazia all'Ue. Siamo arrivati agli ultimissimi giorni della campagna referendaria iniziata subito dopo l'esito elettorale delle elezioni parlamentari svoltesi lo scorso 4 dicembre. Il blocco di quei partiti politici, non parlamentari e associazioni contrari all'adesione si e' maggiormente opposto alla data del referendum, giudicata troppo accelerata e un termine troppo breve per le informazioni necessarie affinche' i cittadini possano comprendere bene che cosa significhera' per loro e per il Paese l'ingresso nell'Ue. Va sottolineato che nel corso di questa campagna referendario, e' stata concessa pero' una adeguata presenza mediatica sia di quelli pro che quelli contro l'adesione della Croazia all'Ue.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza andata in onda oggi a Radio Radicale

mercoledì 2 novembre 2011

GRECIA, VASSILIKOS: "IL REFERENDUM E' TARDIVO, SU COSA DOVREMMO VOTARE?"

Lo scrittore greco Vassilis Vassilikos
(Foto di Danilo De Marco)
"E' troppo tardi ormai, il referendum andava fatto un anno e mezzo fa". Lo dice lo scrittore Vassilis Vassilikos, l'autore di 'Z' da cui fu tratto il film vincitore dell'Oscar nel 1970, che negli anni del regime dei colonnelli visse in esilio tra Italia e Francia e da cinquant'anni narra le vicende greche dalla dittatura militare alla rinascita democratica. La decisione del primo ministro George Papandreou di indire un referendum sul piano di aiuti dell'Unione europea e del Fondo monetario internazionale "e' fuori da ogni logica, su cosa siamo chiamati a votare?", si domanda in un'intervista all'agenzia AdnKronos. La decisione di Papandreou "e' tardiva, la Grecia si trova gia' dentro un mare di problemi che si sono manifestati dopo il primo piano di salvataggio". Le misure imposte dall'esterno, "prese troppo in fretta e senza nessuna preparazione hanno portato al declino dell'economia, i greci soffrono, nel mio quartiere, ogni giorno ci sono un paio di negozi che chiudono". Misure che "forse dovevano essere prese 30 anni fa e introdotte gradualmente". Allo sconcerto per la decisione a sorpresa di Papandreou, si aggiunge la preoccupazione per "il clima internazionale molto negativo" che si e' creato attorno alla Grecia e "per i nuovi aiuti, il cui arrivo non e' piu' sicuro". Per cui la domanda: "su cosa siamo chiamati a votare? Le decisioni prese a Bruxelles sono contenute in migliaia di pagine, chi e' in grado di leggerle tutte? Come facciamo a decidere su cose che non sappiamo?".

Vassilikos non sa dire perche' Papandreou, senza nemmeno avvertire i partner europei e i vertici delle istituzioni finanziarie e di Bruxelles, abbia preso una decisione che ha gettato nel panico non solo la Grecia, ma gran parte delle Borse mondiali e i Paesi dell'Eurozona. "Nessuno lo sa, nemmeno i suoi collaboratori piu' stretti ne erano a conoscenza, nemmeno il ministro delle Finanze Venizelos". Con la sua decisione, "Papandreou ha dato un colpo mortale al lavoro fatto in un anno e mezzo". Malgrado la rivolta di ampi settori del Pasok nei confronti del primo ministro, secondo Vassilikos, Papandreou "ce la fara'" a superare il voto di fiducia previsto per venerdi' in parlamento, ma non riuscirà a far accettare al partito la decisione sul referendum: Papandreou, quindi, "dovrebbe fare marcia indietro, ma deve trovare gli argomenti giusti per farlo". Inoltre, nel caso i greci venissero veramente chiamati a breve a esprimersi sul piano di salvataggio, l'esito della consultazione, almeno secondo quanto indicano i primi sondaggi, sembra scontato: il 60% degli elettori rifiuterebbe, infatti, nuovi e dolorosi sacrifici imposti dall'Europa. Però lo scrittore insiste: "Ma se non sappiamo ancora quale sara' la domanda! In un referendum si decide tra il 'si' e il 'no'. L'ultimo che abbiamo avuto fu nel 1974, sul ruolo del re: volete il re o no? Era chiaro. Ora quale sara' la domanda? Volete che usciamo dall'euro? Nessuno lo sa".

Due sono i sentimenti che sembrano caratterizzare piu' di altri il difficile momento che i greci stanno vivendo: l'amarezza e l'incertezza. Della classe dirigente che in questi anni non ha saputo o voluto evitare il tracollo del paese, "nessuno verra' mai punito, nessuno”, constata amaramente Vassilikos. ''Questo e' uno dei nostri problemi democratici. Sono stati puniti solo quelli che guadagnavano 700 euro al mese e ora, se sono riusciti a mantenere il lavoro, ne prendono 500. E questa e' la grande massa dei greci". Poi c'e' l'impossibilita' di capire cosa accadra' nel futuro: "Due giorni fa pensavo che sarebbe stato molto difficile uscire da questa crisi, ma che chi ha la mia eta' aveva visto la Grecia sopravvivere a momenti molto piu' duri. Adesso, con questa decisione del referendum, non e' possibile fare nessuna previsione e non voglio pensare alla catastrofe, non voglio pensarci".

giovedì 19 maggio 2011

BOSNIA: MILORAD DODIK ARCHIVIA IL REFERENDUM. E ORA?

L'incontro tra Catherine Ashton e
Milorad Dodik a Banja Luka
(Foto Reuters)
Di Marina Szikora [*]
L'improvviso arrivo dell'alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Ue, Catherine Ashton venerdi' scorso a Banja Luka, capoluogo della Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba della BiH, e' stato convincente perche' il presidente della RS Milorad Dodik rinunciasse al tanto contestato referendum. E' stato lo stesso Dodik a dichiarare che il referendum adesso non e' necessario. Nella sua dichiarazione scritta con la quale si e' rivolto ai giornalisti, Dodik ha detto che "la RS e le sue istituzioni possono essere certe che l'Ue al suo piu' alto livello e' pronta ad impegnarsi e ad aprire il dialogo strutturale sulle questioni relative al lavoro e al funzionamento della giustizia in BiH". Dopo la riunione con Catherine Ashton, il presidente della RS ha detto di essere convinto di avere la credibilita' dell'interlocutrice la quale non solo ha accolto la preoccupazione in connessione con le questioni importanti relative al funzionamento della giustizia in BiH ma e' anche pronta ad investire la sua credibilita' in questo processo.

Ricordiamo che il referendum, che su decisione dell'Assemble della RS doveva essere organizzato prossimamente nell'entita' a maggioranza serba della BiH, rischiava di minacciare l'esistenza della corte e della procura statale in BiH. In piu', il refrendum si interpretava come un passo concreto verso la secessione della RS dalla BiH. Per Dodik le garanzie ottenute da parte dell'Ue e che tra breve prevedono l'inizio di colloqui su una seria riorganizzazione della giustizia in BiH, sono un passo importante e l'inizio del dialogo sulla giustizia in BiH. L'Ue ha salutato la decisione di Dodik di rinunciare al referendum. Subito dopo l'incontro con Dodik, Catherine Ashton ha incontrato anche il presidente del Partito socialdemocratico BiH Zlatko Lagumdžija, il membro bosgnacco della Presidenza BiH Bakir Izetbegović nonche' i consiglieri degli altri due membri della presidenza tripartita. L'Ue guarda comunque con preoccupazione la situazione in BiH, ha avvertito Ashton e ha sottolineato che vuole vedere i politici focalizzati sull'educazione, apertura di nuovi posti di lavoro e sull'economia.

"Restiamo dedicati al futuro europeo della BiH e sono qui per riconfermarlo" ha detto la Ashton. Bakir Izetbegović ha fatto sapere che ha informato l'alto rappresentante Ue sull'irrisolto problema cronico, quello dell'accumulazione di comportamenti e dichiarazioni antideyton e antistatali. Secondo Izetbegović vengono messe in questione le decisioni e l'autorita' dell'Alto rappresentante internazionale per la BiH, istituzioni fondate nel Parlamento della BiH, l'esistenza del genocidio a Srebrenica ecc. Per il presidente dello SDP BiH Zlatko Lagumdžija e' evidente che Dodik ha deciso a favore dell'Accordo di Dayton perche' ulteriori inasprimenti e introduzione del referendum significherebbero l'anullamento dell'Accordo di pace e la fine della presenza della comunita' internazionale in BiH. Tutto questo, e' dell'opinione Lagumdžija, dimostra che la formazione del potere era sospesa a causa di una politica avanturista che portava ad un eventuale ulteriore inasprimento con il referendum e verso un sicuro passo indietro. Secondo il presidente socialdemocratico ora seguira' una veloce formazione del governo in BiH.

Il nuovo governo, come dichiarato dal vice presidente del maggiore partito bosgnacco, il Partito dell'azione democratica, Asim Sarajlić, potrebbe essere funzionante nelle prossime settimane e si dice che ne dovrebbero far parte i 4 partiti firmatari della piattaforma ed i partiti della RS con a capo il partito di Milorad Dodik (SNSD). Recandosi questa settimana a Novi Sad, capoluogo della Voivodina, Dodik ha fatto sapere che una commissione con a capo il commissario all'allargamento Stefan Feule iniziera' a giungo a risolvere le questioni controverse relative alla giustizia in BiH. Si e' detto convinto che tali questioni verranno risolte cosi' come richiesto dalla RS. Intervenendo alla Facolta' di giurisprudenza di Novi Sad con una lezione intitolata "RS sulla buona via" il presidente della RS ha aggiunto che proprio il fatto che le richieste dell'entita' serba e gli standard dell'Ue coincidono hanno portato al rinvio del referendum. E' per questo che il referendum in questo momento non e' indispensabile, ha giustificato la sua decisione Dodik avvertendo pero' che dal referendum, in quanto una forma di espressione democratica e diritto legittimo della RS e del suo popolo, nessuno ha deciso di rinunciare. Dodik ha aggiunto che "la RS e' parte della BiH in cui la Srpska vive la sua vita speciale perche' possiede tutti gli elementi di statalita', tranne il riconoscimento ufficiale".

Di BiH ma in particolare di quello che sia necessario per la riconciliazione si e' espresso anche l'ex presidente croato Stjepan Mesić il quale ha dichiarato che per la futura collaborazione tra i paesi della regione e' particolarmente importante affrontare i terribili crimini che sono stati commessi su questo territorio. Per questi crimini devono rispondere quei rappresentanti del potere che li avevano ordinato, quelli che li avevano perpetrato e quelli che sapevano che i crimini venivano commessi ma non hanno fatto nulla per ostacolarli, ha affermato Mesić ad una riunione informale organizzata a Fruška gora, in Serbia, da parte delle organizzazioni nongovernative della cosidetta Iniziativa Igman. Soltanto allora ci sara' abbastanza spazio per una normale collaborazione nella regione, ha avvisato l'ex presidente della Croazia che parlando della salvaguardia dell'antifascismo nell'area ha detto che i fascisti ed i neofascisti pensano di poter cambiare la storia e che possono far diventare i perdenti vincitori e viceversa il che, ha sottolineato, e' impossibile. Mesić ha avvertito che i paesi nella regioni sono ancora deboli nell'opporsi al fascismo il che rappresenta un grande disturbo per i cittadini. Per quanto riguarda la BiH, Mesić ritiene che anche la Serbia dovrebbe seguire l'esempio della Croazia in modo tale di mandare un messagio chiaro ai serbi bosniaci che la loro politica deve essere risolta soltanto nella BiH, che la loro capitale e' Sarajevo e che la BiH sia compresa e vissuta come uno stato unico.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est del 19 maggio

venerdì 13 maggio 2011

BOSNIA: BANJA LUKA RINUNCIA AL REFERENDUM

La Republika Srpska ha deciso di rinunciare al referendum che rischiava di approfondire ulteriormente la crisi politica nel paese. Lo ha annunciato oggi un portavoce dell'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione Europea, Catherine Ashton. Fino a pochi giorni fa le autorità di Banja Luka minacciavano di uscire dalle istituzioni centrali create con l'accordo di Dayton del 1995 nel caso in cui l'Alto rappresentante internazionale in Bosnia, Valentin Inzko, fermanente contrario al referendum, fosse intervenuto, esercitando i suoi poteri di ingerenza, bloccando la consultazione e imponendo sanzioni contro i leader serbo-bosniaci.

"Volevamo risolverla in modo europeo e l'alto rappresentante e' potuto andare li' ieri sera e raggiungere un accordo", ha dichiarato Michael Mann a Bruxelles. "Non andranno avanti con il referendum". Invece in Bosnia si svolgera' "un dialogo strutturato sulla giustizia", con un primo incontro forse ai primi di giugno a Banja Luka, secondo quanto annunciato dalla Ashton. Il dialogo consentira' di svolgere "una revisione globale dell'intero apparato giudiziario", ha assicurato la Ashton in Bosnia e "siamo convinti che questo dialogo fornira' soluzioni ai problemi concreti e rimettera' il paese sulla strada per l'Ue".

La visita a sorpresa oggi del capo della diplomazia europea a Banja Luka ha sortito dunque l'effetto sperato, almeno per ora. "Penso che per il momento il referendum non sia necessario", ha dichiarato Dodik alla stampa spiegando di aver ricevuto garanzie dalla Ashton sul fatto che sarà avviata una riforma della giustizia centrale bosniaca, tenendo conto delle richieste delle autorità serbo-bosniache, che la accusano di occuparsi quasi solo dei crimini di guerra commessi dai serbi durante il conflitto del 1992-95. Dodik stesso ieri aveva annunciato "contatti con Bruxelles" e la disponibilità a rimandare il referendum come "segnale di buona volontà".
"Se avremo una dichiarazione da un alto e importante rappresentante dell'Ue che le nostre richieste sono giuste e corrette, il referendum non dovrebbe avere più senso" ha detto Dodik alla vigilia della visita di Ashton in Bosnia. Dopo l'incontro il presidente della Republika Srpska ha confermato che i suoi concittadini sono decisi a fornire un'occasione al dialogo" ed ha annunciato che chiedera' "al parlamento di raggiungere una decisione che rifletta la nuova situazione".

giovedì 12 maggio 2011

UNA CONFERENZA INTERNAZIONALE PER LA BOSNIA ERZEGOVINA?

Di Marina Szikora [*]
La presidente del Gruppo internazionale di crisi (ICG) Louise Arbour ha inviato lo scorso 2 maggio una lettera ai leader dell'Ue in cui esprime la sua preoccupazione con la situazione in BiH. "La Bosnia sta' affrontando la sua piu' grande crisi dalla fine della guerra nel 1995. Arbour sottolinea che secondo le valutazioni dell'ICG i serbi ed i croati si ritireranno dalle istituzioni della BiH e invita la comunita' internazionale a non prendere decisioni apprestate. "La comunita' internazionale e i suoi alleati in BiH devono piuttosto esaminare congiuntamente la strategia per il futuro della BiH" suggerisce Arbour. Secondo le sue parole, il governo federale e' illegale e i croati della BiH vi hanno risposto istituendo il Sabor popolare croato. Il referendum nella RS viene valutato come provocatorio. Arbour accusa inoltre la decisione dell'alto rappresentante Velentin Inzko di sospendere le decisioni della Commissione centrale elettorale sulle elezioni dei leader della Federazione BiH e del suo Governo nonche' gli annunci su una rafforzata presenza dell'Ue in BiH che hanno contribuito a destabilizzare ulteriormente il Paese.

Per tutte queste ragioni, Louis Arbour ha proposto lo svolgimento di una conferenza internazionale sulla BiH ad alto livello affinche' sia "definito un set di priorita' della politica internazionale a basi solide". La conferenza dovrebbe svolgersi gia' questo mese su organizzazione del Consiglio per gli affari esteri dell'Ue e dovrebbe contribuire alla conferma del principio fodamentale di Dayton che defiinisce la BiH come uno stato unico con due entita'. Secondo la leader dell'ICG, i partecipanti internazionali della conferenza dovrebbero dichiarare che l'entita' che pretende di disocciarsi dalla BiH non sara' diplomaticamente riconosciuta ne' avra' degli aiuti. Al tempo stesso, il Consiglio per l'implementazione della pace dovrebbe assumersi l'impegno di eliminare l'alto rappresentante dalla politica locale e ridurre le sue attivita', dargli forme concrete di impegno e in tal modo aiutare la ricostruzione dell'Ufficio dell'alto rappresentante in quanto istituzione credibile il cui compito e' quello di essere un arbitro neutrale e garante della pace. L'ufficio dell'altro rappresentatne dovrebbe, secondo Louis Arbour spostarsi dalla BiH forse a Vienna o a Ginevra. Il Consiglio per l'attuazione della Pace dovrebbe altrettanto decidere di utilizzare i poteri di Bonn solo in caso di mera necessita', vale a dire se viene minacciata direttamente la pace in BiH. A fin di assumersi ancora una volta la responsabilita' di rispettare l'accordo di Dayton, la RS dovrebbe pero' annullare la decisione di indire il referendum e Milorad Dodik dovrebbe pubblicamente rigettare qualsiasi atto unilaterale in cui mette in questione le attivita' della Corte della BiH, come ad esempio il ritiro dei serbi da questa istituzione.

Dopo l'annuncio che l'alto rappresentante internazionale per la BiH, Valentin Inzko potrebbe destituire i leader della RS e annulare la decisione sul referendum, l'Ue ha concesso una settimana aggiuntiva al presidente della RS di ritirare l'iniziativa annunciata. In effetti, in questo momento cosi' delicato per la BiH, l'Ue ha offerto ai vertici della RS di annullare la decisione sull'indizione del referendum e in compenso la comunita' internazionale inizierebbe una sostanziale riforma della giustizia in BiH, scrive il quotidiano di Sarajevo 'Dnevni avaz'. Secondo le informazioni, un tale compromesso potrebbe bloccare la decisione sul referendum in modo tale che la concessione alla RS sarebbe sufficiente per giustificare all'opinione pubblica nella RS il rinunciamento al referendum. Da una parte, l'Ue garantirebbe una sostanziale riforma del sistema giudiziario nel piu' breve termine possibile, dall'altra parte in BiH verrebbe formato finalmente il governo statale dopo le elezioni svoltesi nel ottobre 2010. In caso contrario, vale a dire se Dodik rifiuta la proposta europea, l'alto rappresentante per la BiH avrebbe il pieno sostegno dell'Ue non soltanto di anullare il referendum bensi' di "intraprendere tutti gli altri passi necessari" dicono le informazioni anche se non ci sono precisazioni quali dovrebbero essere questi "passi concreti".

Lunedi', l'alto rappresentante per la BiH Valentin Inzko ha informato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che la BiH sta' affrontando una delle peggiori crisi politiche dalla fine della guerra nel 1995. L'accordo che ha portato la pace per 15 anni e' sottoposto a serie violazioni, ha detto Inzko davanti al Consiglio di sicurezza dedicato alla BiH e ha accusato apertamente le autorita' della RS di sollecitare la dissoluzione del paese. Il processo di integrazione nell'Ue e le integrazioni euroatlantiche sono pienamente fermi ha constatato il diplomatico austriaco.
[*] Corrispondente di Radio Radicale.

venerdì 6 maggio 2011

BOSNIA: ULTIME NOTIZIE DALLA CRISI

L'Alto rappresentante internazionale in Bosnia Erzegovina, Valentin Inzko, ha annunciato in un'intervista televisiva l'intenzione di annullare la decisione del Parlamento della Republika Srspka di indire un referendum che mette in discussione la giurisdizione della Corte e della Procura di Stato, i due soli organi di giustizia centrali istituiti dall'Ufficio dell'Alto rappresentante nel 2003, competenti principalmente sui crimini di guerra residuali rispetto a quelli trattati dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Il referendum - che dovrebbe essere indetto entro il mese di giugno - rappresenta un attacco all'autorità internazionale in Bosnia, nonché una concreta minaccia per la tenuta del fragile sistema istituzionale creato dagli accordi di pace di Dayton del 1995. Anche se non riguarda direttamente il suo status, la consultazione potrebbe nei fatti aprire la strada alla secessione dell'entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina.

Secondo Inzko vi sono due possibilità: che il Parlamento della RS annulli esso stesso la decisione di tenere il referendum o che ciò venga fatto dall'Alto rappresentante internazionale anche se non è detto che un atto formale dell'Alto rappresentante fermerà i dirigenti di Banja Luka. Inzko potrebbe anche imposte sanzioni contro personalità istituzionali della RS, un provvedimento a cui si serbo-bosniaci potrebbero però reagire ritirando i loro rappresentanti dalle istituzioni centrali dello stato, mentre il rafforzamento dello stato centrale è una condizione cruciale per l'integrazione euro-atlantica della Bosnia. Inzko sarà a New York lunedì prossimo per riferire della situazione al Consiglio di sicurezza dell'Onu e solo al suo rientro deciderà o meno se procedere. “I politici della Repubblica Srpska dovrebbero sapere che violare l'accordo di pace è un'avventura pericolosa capace di provocare conseguenze impreviste”, ha dichiarato il portavoce di Inzko, Dorothee Jenkers alla France presse.

L'ambasciatore italiano Raimondo De Cardona, in un'intervista all'agenzia TMNews, non nasconde che in Bosnia "le cose non vanno bene e potrebbero andare peggio. Il referendum rischia di getta il Paese in una "escalation dagli esiti incerti", le cui soluzioni "devono transitare per Bruxelles".Il Paese, secondo il nostro rappresentante diplomatico, quindi richiede un monitoraggio di assoluta attenzione da parte della Comunità internazionale" perché questa inziativa “si somma al fatto che sono passati sette mesi dalle elezioni, non c'è ancora un governo e non c'è neppure una verosimile prospettiva che si formi”. Per De Cardona, “è improprio dire che il sistema istituzionale di Dayton fa acqua, anche se “non c'è dubbio che stiamo entrando in una fase di escalation”. L'ambasciatore italiano ritiene improprio anche parlare di secessione “o di scenari drammatici di questo genere”, anche perché l'Ue invierà entro luglio il suo nuovo delegato che agirà nel quadro della rafforzata diplomazia europea post Lisbona e assumerà anche il ruolo di Rappresentante speciale dell'Ue, ricoperto finora in Bosnia dallo stesso Alto rappresentante internazionale, fortemente osteggiato dai serbo bosniaci, al contrario del delegato Ue sul quale c'è invece un consenso molto ampio e sul quale “convergono tutte le visioni di tutti i politici bosniaci in senso favorevole”.

Sta di fatto che la Bosnia Erzegovina sta affrontando la più grave crisi politica dopo la fine della guerra nel 1995, almeno secondo Louise Arbour, presidente dell'International crisis group (Icg), che in una lettera inviata il 2 maggio ai massimi vertici dell'Ue e ampiamente ripresa ieri dai media locali, avverte che “la legittimità delle istituzioni dello Stato (centrale) è attaccata da tutte le parti” e che in Bosnia "probabilmente violenze non sono imminenti, ma se questo processo proseguirà, ne esiste la prospettiva reale in un prossimo avvenire”. Arbour chiede quindi un intervento diretto dell'Unione europea, invitandola ad indire una conferenza prima che si tenga il referendum affinché la Comunità internazionale fissi degli obiettivi in Bosnia”. La presidente dell'Icg indica come necessario “riaffermare l'attaccamento della Comunità internazionale agli accordi di pace di Dayton e all'integrità territoriale della Bosnia".

martedì 28 settembre 2010

QUALCHE CONSIDERAZIONE DOPO IL REFERENDUM IN TURCHIA


La vittoria del "sì" al referendum sulla riforma della Costituzione svoltosi il 12 settembre in Turchia, comunque la si voglia vedere, è stato prima di tutto un successo del premier Recep Tayyp Erdoğan e del suo partito Akp. La dimensione dellla vittoria (quasi il 58% di "sì" contro il 42% di "no", con un'affluenza alle urne di quasi il 74%) apre ora la strada ad una nuova probabile affermazione dell'Akp alle elezioni del luglio 2011. In effetti, l'Akp ha fatto campagna praticamente da solo in favore delle modifiche costituzionali e ora si prepara a incassarne da solo i benefici il prossimo anno, anche perché, all'opposizione, i nazionalisti del Mhp rischiano di restare esclusi dal prossimo parlamento, mentre il Chp, il Partiro repubblicano del popolo erede diretto del padre della patria Kemal Atatürk, appare in grave crisi e ancora non si sa se il nuovo leader Kemal Kılıçdaroğlu sarà in grado di risollevare il partito in tempo utile per una campagna elettorale che sta per cominciare e che avrà probabilmente nel proseguimento delle riforme uno dei principali motivi di scontro.

Naturalmente la misura della vittoria di Erdoğan ha vieppiù allarmato gli ambienti laici timorosi ora più che mai di una riforma che, a loro giudizio, minaccia l'indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri, e spiana ancora di più la strada all'islamizzazione del paese. Ma come ha spiegato il professor Soli Ozel sull'Espresso, in realtà e contrariamente a ciò che molti, anche in occidente, hanno detto e scritto, il nodo della questione non è la possibilità che la Turchia diventi uno stato islamico governato dalla shari'a, ma il futuro della democrazia turca. L'Islam non c'entra: il vero oggetto del referendum riguardava la redistribuzione del potere e i cittadini turchi hanno chiesto di voltare pagina rispetto ad un passato in cui la politica è stata posta sotto tutela da parte di militari e magistratura. Ed è assai probabile che, piuttosto che la milizia islamica degli anni giovanili, la vittoria referendaria possa piuttosto risvegliare in Erdoğan le ambizioni presidenziali. Forte del successo, infatti, il premier a questo punto punterà ad ottenere un terzo mandato l'anno prossimo per poi evetualmente fare rotta sulla presidenza della repubblica nel 2012, magari dopo aver cambiato la legge elettorale in senso presidenzialista.

La riforma della Costituzione rientra nella lotta tra poteri in atto in Turchia da diversi anni. Può rafforzare la democrazia, ma il processo non va dato per scontato. La messa in discussione dei principi kemalisti può essere un passaggio importante verso una maggiore democratizzazione, ma può anche preludere ad un attacco ai fondamenti della repubblica laica. La questione quindi è vedere come le riforme saranno ora concretamente attuate e quali altre riforme saranno proposte dal governo. Non ci vorrà molto per capirlo e per capire se la Turchia sta andando verso un sistema democratico compiuto o verso una qualche forma di autoritarismo moderato. In questi mesi il paese ha sofferto una polarizzazione della politica sempre più marcata che non ha certo giovato alla ricerca di riforme condivise. Al contrario, le riforme hanno rappresentato un ulteriore motivo di scontro e di divisione tra le forze politiche e sociali. E' probabile che la contrapposizione aumenti con l'avvicinarsi delle elezioni. Se così sarà si profilano i due scenari indicati da Nathalie Tocci in un articolo pubblicato sulla rivista on-line Affari Internazionali.

Nel primo caso, un Erdoğan, sempre più sicuro di sé e forte del consenso della maggioranza dell'opinione pubblica, decide di continuare con le riforme in modo unilaterale con lo scopo di rafforzare il proprio potere e l'affermazione dei ceti che costituiscono la sua base sociale. In politica estera ciò potrebbe tradursi in una sempre maggiore indipendenza rispetto alle tradizionali alleanze con l'occidente e ad una definitiva rinuncia all'integrazione europea puntando sul ruolo di potenza regionale che deriva dalla collocazione geopolitica della Turchia. Nel secondo caso, invece, si apre un dialogo sul proseguimento delle riforme tra le forze politiche e sociali. Questo porterebbe ad una attenuazione delle tensioni interne e gioverebbe anche alla ricerca di soluzioni per la questione curda, per quella armena e per quella cipriota. Probabilmente nei prossimi mesi il pendolo oscillerà tra questi due estremi. La prevalenza dell'uno o dell'altro dipenderà prima di tutto dagli attori politici turchi, ma una saggia e lungimirante azione dell'UE potrebbe favorire il secondo, facendo uscire il negoziato per l'adesione di Ankara da quella morta gora che lo sta condannando ad una lenta agonia.

Emma Bonino, in un'intervista a Radio Radicale il 13 settembre, giudicava la vittoria dei "sì" al referendum "un grande passo in avanti, anche rispetto alle richieste di adattamento costituzionale fatte dall'Ue ad Ankara per il processo di integrazione che però nel frattampo, con l'alibi di Cipro usato soprattutto da Francia e Germania, si è arenato". Per questo, secondo Bonino, ora l'Europa deve riprendere, accelerando di molto, il processo di integrazione della Turchia. Insomma, la palla passa ai Ventisette, ma attenzione perché se è vero quello che ha scritto Şahin Alpay su Zaman, la vittoria del "sì" è un passo decisivo verso la transizione democratica e liberale del paese, ma l'ingresso nell'Ue non è più il motore di questo processo epocale. Alpay cita un recente intervento di Fadi Hakura, esperto di Turchia di Chatham House, in cui mette in discussione l’opinione diffusa seconda cui senza l’Europa "la Turchia sarebbe incapace di diventare una democrazia liberale". Secondo Hakura "mentre il processo di adesione all’Unione Europea è in agonia, la società turca sta vivendo una vera trasformazione e si sta avviando verso una vera democrazia, una società laica e un generale processo di rinnovamento socio-economico". Quindi, "l’Europa sbaglia a tenere in disparte quello che è un autentico faro di speranza e ispirazione per molti paesi, musulmani e non, capace di plasmare il proprio futuro facendo affidamento unicamente sulle proprie forze". In ogni caso per la Turchia, dipendere meno dall’Ue significherà in definitiva "affrancarsi dal mito che soltanto l’Europa può incoraggiare la sua liberalizzazione e, di conseguenza, quella dei paesi arabi mediorientali”.