E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 10 maggio 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
Grecia: lo stato del negoziato sul debito e le prospettive di un accordo (con una sintesi dell'intervista di Lanfranco Palazzolo al sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova).
Macedonia: la situazione politica sempre più preoccupante dopo le proteste contro il governo e gli scontri di piazza a Skopje. [*]
Albania: anche se non ufficialmente aperta, è sempre più accesa la campagna elettorale per le elezioni locali del 21 giugno.
Turchia: le elezioni parlamentari del 7 giugno, le polemiche sul genocidio armeno, gli sviluppi del progetto del gasdotto "Turkish stream".
Serbia: Belgrado attende di cominciare il negoziato di adesione all'UE.
Kosovo: Bruxelles preme per l'istituzione del tribunale sui presunti crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 1998-99.
Balcani: tra crisi in Ucraina e conflitto con il sedicente Califfato gli Usa temono la destabilizzazione della regione
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
[*] La puntata è stata registrata nella giornata di venerdì 8 maggio, prima dei gravi scontri armati avvenuti a Kumanovo sabato e domenica
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lunedì 11 maggio 2015
domenica 1 marzo 2015
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 1 marzo 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
Grecia: l'accordo all'Eurogruppo sul debito è una sconfitta o un compromesso per il premier Alexis Tispras? Intervista a Dimitri Deliolanes, corrispondente della radiotv greca dall'Italia.
Allargamento Ue: i ritardi del processo di integrazione e i problemi interni dei vari Paesi dei Balcani; la situazione in particolare della Bosnia Erzegovina.
Ucraina: la particolare condizione dei Balcani sulla "linea del fronte" dello scontro tra Usa e Russia.
Albania: a Tirana si è tenuto un vertice ministeriale internazionale per il coordinamento della lotta al terrorismo.
Macedonia: sale il il tono dello scontro tra il premier Gruevski e il leader socialdemocratico Zaev accusato di voler rovesciare il governo usando intercettazioni ottenute da servizi stranieri.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
Grecia: l'accordo all'Eurogruppo sul debito è una sconfitta o un compromesso per il premier Alexis Tispras? Intervista a Dimitri Deliolanes, corrispondente della radiotv greca dall'Italia.
Allargamento Ue: i ritardi del processo di integrazione e i problemi interni dei vari Paesi dei Balcani; la situazione in particolare della Bosnia Erzegovina.
Ucraina: la particolare condizione dei Balcani sulla "linea del fronte" dello scontro tra Usa e Russia.
Albania: a Tirana si è tenuto un vertice ministeriale internazionale per il coordinamento della lotta al terrorismo.
Macedonia: sale il il tono dello scontro tra il premier Gruevski e il leader socialdemocratico Zaev accusato di voler rovesciare il governo usando intercettazioni ottenute da servizi stranieri.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
giovedì 22 maggio 2014
LE COMPAGNIE PETROLIFERE AMERICANE INTERESSATE ALLE RISORSE ENERGETICHE CROATE
Di Marina Szikora
Nella nostra scorsa puntata di Passaggio a Sud Est vi abbiamo informato del viaggio del presidente croato Ivo Josipović negli Stati Uniti di cui la tappa a Houston e’ stata la piu’ importante nella prospettiva degli investimenti americani nei possibili giacimenti di petrolio e gas nelle acque territoriali croate dell’Adriatico. Secondo i media croati, dopo i colloqui con importanti esperti petroliferi americani, ci sono buone speranze e probabilmente anche delle promesse fatte. Quale sarebbe il capitale che potrebbe entrare in Croazia lo sapremo nel novembre di quest’anno quando si conclude la gara internazionale ma e’ chiaro che le compagnie petrolifere americane sono seriamente interessate per investire nell’Adriatico. Va detto che nell’ultimo mese i rappresentanti di diverse compagnie texane si sono recati a Zagabria. Adesso era la volta del presidente Josipović a viaggiare a Houston per convincere sia la politica che il business che la Croazia e’ il paese in cui ne vale la pena investire per i prossimi 30 anni.
Il Texas e’ l’esempio di un sicuro e ben contemplato sfruttamento di risorse energetiche, ha spiegato Rick Perry, il governatore di Texas, uno degli interlocutori del presidente croato a Houston. Secondo Josipović vi e’ interesse per i possibili giacimenti di gas e petrolio in Croazia ma anche l’interesse per la Croazia in quanto possibile porta del petrolio e gas dell’intera Europa centro-orientale. “E’ un’occasione che non possiamo perdere. Tutto questo puo’ drammaticamente cambiare il futuro della Croazia al meglio” ha detto Josipović a conclusione del suo viaggio negli Stati Uniti. Ha aggiunto che adesso la Croazia e’ nell’interesse della politica americana in un modo diverso: “Non siamo piu’ un paese le cui qualita’ si stanno esaminando perche’ possa diventare un partner o no. Adesso la Croazia e’ davvero un partner. Vi e’ un consenso della politica e del business americano sull’importanza della Croazia quando si tratta di energetica”, e’ convinto il capo dello stato croato. La Croazia si aspetta di attirare 2,5 miliardi di dollari americani di investimenti nel periodo di cinque anni, diminuire la dipendenza del paese per quanto riguarda l’importazione del petrolio e gas, alzare l’inerte economia e aiutare nel posizionamento strategico della Croazia come centro energetico della regione.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.
Nella nostra scorsa puntata di Passaggio a Sud Est vi abbiamo informato del viaggio del presidente croato Ivo Josipović negli Stati Uniti di cui la tappa a Houston e’ stata la piu’ importante nella prospettiva degli investimenti americani nei possibili giacimenti di petrolio e gas nelle acque territoriali croate dell’Adriatico. Secondo i media croati, dopo i colloqui con importanti esperti petroliferi americani, ci sono buone speranze e probabilmente anche delle promesse fatte. Quale sarebbe il capitale che potrebbe entrare in Croazia lo sapremo nel novembre di quest’anno quando si conclude la gara internazionale ma e’ chiaro che le compagnie petrolifere americane sono seriamente interessate per investire nell’Adriatico. Va detto che nell’ultimo mese i rappresentanti di diverse compagnie texane si sono recati a Zagabria. Adesso era la volta del presidente Josipović a viaggiare a Houston per convincere sia la politica che il business che la Croazia e’ il paese in cui ne vale la pena investire per i prossimi 30 anni.
Il Texas e’ l’esempio di un sicuro e ben contemplato sfruttamento di risorse energetiche, ha spiegato Rick Perry, il governatore di Texas, uno degli interlocutori del presidente croato a Houston. Secondo Josipović vi e’ interesse per i possibili giacimenti di gas e petrolio in Croazia ma anche l’interesse per la Croazia in quanto possibile porta del petrolio e gas dell’intera Europa centro-orientale. “E’ un’occasione che non possiamo perdere. Tutto questo puo’ drammaticamente cambiare il futuro della Croazia al meglio” ha detto Josipović a conclusione del suo viaggio negli Stati Uniti. Ha aggiunto che adesso la Croazia e’ nell’interesse della politica americana in un modo diverso: “Non siamo piu’ un paese le cui qualita’ si stanno esaminando perche’ possa diventare un partner o no. Adesso la Croazia e’ davvero un partner. Vi e’ un consenso della politica e del business americano sull’importanza della Croazia quando si tratta di energetica”, e’ convinto il capo dello stato croato. La Croazia si aspetta di attirare 2,5 miliardi di dollari americani di investimenti nel periodo di cinque anni, diminuire la dipendenza del paese per quanto riguarda l’importazione del petrolio e gas, alzare l’inerte economia e aiutare nel posizionamento strategico della Croazia come centro energetico della regione.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.
giovedì 15 maggio 2014
LA VISITA DI LAVORO DEL PRESIDENTE CROATO NEGLI STATI UNITI
Di Marina Szikora
Questa settimana si svolge un viaggio di lavoro importante del presidente croato Ivo Josipović negli Stati Uniti. Importante sia nell'ottica politica ma soprattutto per quanto riguarda il business petrolifero. Il viaggio e' iniziato a Washington con incontri con i rappresentanti delle istituzioni governative americane e di importanti think-tank. Seguiranno poi i colloqui con il vicepresidente Joe Biden e anche se non è ancora confermato, al momento in cui scriviamo, ma è quasi sicuro, a questo incontro si associera' il presidente Barack Obama. Va detto che questa e' la seconda visita del capo dello stato croato alla Casa Bianca. In questi colloqui, come annunciato, si parlera' dell'evasione del regime di tassazione tra i due stati, del regime di visti per i cittadini croati nonche' dell'inevitabile tema relativo alla situazione in Bosina Erzegovina.
La Croazia ha bisogno innanzitutto di partner economici e le compagnie petrolifere americane mostrano interesse per possibili giacimenti di petrolio e gas nell'Adriatico croato. Nel momento in cui l'Europa e' energicamente abbastanza vulnerabile e gli Stati Uniti vedono il loro interesse politico ed economico, il viaggio di Josipović, cosi' i media croati, avviene in un perido buono, soprattutto la sua visita a Houston. “Il mio messaggio sia alla politica che al business petrolifero e' che la Croazia e' un paese stabile che ha le conoscenze e le risorse naturali e che e' posizionata sulla mappa dell'Europa su uno degli incroci piu' importanti per la sicurezza energetica europea”, ha detto Josipović al suo arrivo negli Stati Uniti. Giovedi' e venerdi' a Houston il presidente croato partecipera' al Forum energetico che riunira' rappresentanti di una trentina di compagnie petrolifere e del gas e al quale discutera' di investimenti nei progetti in Croazia. Sara' questa l'occasione di informare gli investitori americani sulle potenzialita' croate in questo campo.
Intanto, dal governo croato arrivano notizie piuttosto ottimistiche. Secondo il vicepresidente del governo e ministro per lo Sviluppo regionale e i fondi europei, Branko Grčić, gli indicatori economici vanno al meglio. Nei primi tre mesi di quest'anno l'esportazione e' aumentata del quasi otto per cento e si nota anche una modesta crescita della produzione industriale nonche' del piccolo commercio. Il vicepremier ha annunciato che lo stato presto si indebitera' di un ulteriore miliardo di euro, ma che dovrebbe essere l'ultimo indebitamento di quest'anno. I messaggi chiave da mandare in questo momento sono che il governo croato e' stabile, nonostante i cambiamenti avvenuti, e qui Grčić si riferisce alla recentissima sostituzione del ministro delle Finanze. L'altro messaggio e' che si continua con le riforme e il piu' importante e' che ci sono le prime indicazioni concrete del cambiamento della situazione economica.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale
Questa settimana si svolge un viaggio di lavoro importante del presidente croato Ivo Josipović negli Stati Uniti. Importante sia nell'ottica politica ma soprattutto per quanto riguarda il business petrolifero. Il viaggio e' iniziato a Washington con incontri con i rappresentanti delle istituzioni governative americane e di importanti think-tank. Seguiranno poi i colloqui con il vicepresidente Joe Biden e anche se non è ancora confermato, al momento in cui scriviamo, ma è quasi sicuro, a questo incontro si associera' il presidente Barack Obama. Va detto che questa e' la seconda visita del capo dello stato croato alla Casa Bianca. In questi colloqui, come annunciato, si parlera' dell'evasione del regime di tassazione tra i due stati, del regime di visti per i cittadini croati nonche' dell'inevitabile tema relativo alla situazione in Bosina Erzegovina.
La Croazia ha bisogno innanzitutto di partner economici e le compagnie petrolifere americane mostrano interesse per possibili giacimenti di petrolio e gas nell'Adriatico croato. Nel momento in cui l'Europa e' energicamente abbastanza vulnerabile e gli Stati Uniti vedono il loro interesse politico ed economico, il viaggio di Josipović, cosi' i media croati, avviene in un perido buono, soprattutto la sua visita a Houston. “Il mio messaggio sia alla politica che al business petrolifero e' che la Croazia e' un paese stabile che ha le conoscenze e le risorse naturali e che e' posizionata sulla mappa dell'Europa su uno degli incroci piu' importanti per la sicurezza energetica europea”, ha detto Josipović al suo arrivo negli Stati Uniti. Giovedi' e venerdi' a Houston il presidente croato partecipera' al Forum energetico che riunira' rappresentanti di una trentina di compagnie petrolifere e del gas e al quale discutera' di investimenti nei progetti in Croazia. Sara' questa l'occasione di informare gli investitori americani sulle potenzialita' croate in questo campo.
Intanto, dal governo croato arrivano notizie piuttosto ottimistiche. Secondo il vicepresidente del governo e ministro per lo Sviluppo regionale e i fondi europei, Branko Grčić, gli indicatori economici vanno al meglio. Nei primi tre mesi di quest'anno l'esportazione e' aumentata del quasi otto per cento e si nota anche una modesta crescita della produzione industriale nonche' del piccolo commercio. Il vicepremier ha annunciato che lo stato presto si indebitera' di un ulteriore miliardo di euro, ma che dovrebbe essere l'ultimo indebitamento di quest'anno. I messaggi chiave da mandare in questo momento sono che il governo croato e' stabile, nonostante i cambiamenti avvenuti, e qui Grčić si riferisce alla recentissima sostituzione del ministro delle Finanze. L'altro messaggio e' che si continua con le riforme e il piu' importante e' che ci sono le prime indicazioni concrete del cambiamento della situazione economica.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale
giovedì 28 novembre 2013
BELGRADO ATTENDE L’APERTURA DEI NEGOZIATI DI ADESIONE ALL’UE
Gli Usa appoggiano l'integrazione
europea della Serbia e l'accordo con il Kosovo
Di Marina Szikora
La Serbia guarda con attenzione al
prossimo Consiglio europeo di fine dicembre aspettandosi l’avvio
ufficiale dei negoziati di adesione all’UE. Il capo della
delegazione dell’Unione in Serbia, Michael Davenport, ha affermato
in questi giorni che Bruxelles appoggerà le riforme in Serbia e si
aspetta che le intenzioni dell’esecutivo serbo diventino realtà.
Non si tratta quindi soltanto della normalizzazione delle relazioni
con Priština, bensì anche di passi concreti nel processo di
riforme. Davenport ha precisato che il governo serbo deve adottare la
strategia per la riforma della pubblica amministrazione. Tutto questo
rappresenta grandi sfide, afferma il rappresentante dell’UE
ribadendo che l’Unione appoggerà queste riforme e aggiungendo che
è indispensabile la loro attuazione non soltanto l’adozione delle
leggi. Bisogna migliorare il lavoro delle corti sia a livello
nazionale che quello locale; verrà osservato anche il consolidamento
e l’attuazione della strategia sui media, il rispetto dei diritti
delle minoranze etniche e della comunità Lgbt, nonché il
miglioramento del clima per la imprese il che consentirà la
creazione di nuovi posti di lavoro nel settore privato.
Il rappresentante dell’UE ha
informato che è in corso il lavoro relativo alla cornice negoziale
per la Serbia di cui attualmente si discute nei paesi membri e si
aspetta che il Consiglio europeo il prossimo 19 e 20 dicembre esamini
la possibilità di convocare la prima conferenza intergovernativa
entro la fine di gennaio. Davenport ha ricordato che le conclusioni
del Consiglio dello scorso giugno puntano sulle aspettative che la
Serbia applichi pienamente l’accordo di Bruxelles. A tal proposito
la questione sarà cruciale quando si esamineranno i risultati
raggiunti da Belgrado: un avanzamento nell’attuazione dell’accordo
è evidente, ha detto il rappresentante europeo, sottolineando anche
l’importanza che una buona parte dei cittadini serbi in Kosovo si
siano recati alle urne e abbiano votato. Tutto sommato, le
valutazioni sono positive.
Alla Serbia quindi è stato precisato
chiaramente che i negoziati di adesione dipendono dal processo di
normalizzazione delle relazioni con Priština e in questo senso si
pretende anche che Belgrado non impedisca al Kosovo di entrare nelle
istituzioni internazionali. Tuttavia, proprio in questi giorni i
media serbi scrivono che la Serbia ha rafforzato la sua battaglia
diplomatica il cui obiettivo è proprio quello di ostacolare
l’ingresso del Kosovo nelle organizzazioni mondiali ed europee.
Ricordiamo che attualmente il Kosovo può partecipare soltanto alle
organizzazioni regionali con la nota obbligatoria nei documenti delle
riunioni che specificano lo status attuale del Kosovo. Il capo della
diplomazia serba Ivan Mrkić ha parlato in questi giorni di un'azione
di lobbing a favore dell'ingresso di Priština in diverse
organizzazioni come l’OSCE o il Consiglio d’Europa. Se ciò sarà
confermato, ha dichiarato Mrkic, Belgrado chiedera’ spiegazioni a
Bruxelles alle prossime riunioni con l’Alto rappresentante per la
politica estera dell’UE, Catherine Ashton.
Gli Stati Uniti, da parte loro,
appoggiano gli sforzi del governo della Serbia per implementare
l’accordo raggiunto tra Belgrado e Priština con la mediazione di
Bruxelles: è quanto emerso dall’incontro del premier serbo Ivica
Dačić con il sottosegretario americano per le questioni europee ed
euroasiatiche, Hoyt Brian Yee. In occasione di una prima visita del
rappresentante dell’amministrazione americana a Belgrado, Ivica
Dačić ha avuto la conferma che gli Stati Uniti sostengono
pienamente la via europea della Serbia, l’impegno verso le riforme
dall’esecutivo di Belgrado e al tempo stesso salutano il processo
di dialogo con Priština verso la soluzione del problema Kosovo.
Secondo le dichiarazioni del premier Dačić, il governo della Serbia
si impegna a migliorare le relazioni con gli Stati Uniti e ha
indicato le diverse possibilità per migliorare in particolare la
collaborazione economica. Dačić ha rilevato che nei primi nove mesi
di quest’anno l’esportazione della Serbia verso gli Stati Uniti
e’ aumentata del 70 percento rispetto allo stesso periodo dell’anno
scorso e si è detto fiducioso che le imprese americane investiranno
nell’economia serba.
Il testo è tratto dalla trascrizione
della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 28 novembre a Radio Radicale
giovedì 21 marzo 2013
NIKOLIC: WASHINGTON NON CONOSCE BENE LA POSIZIONE SERBA SUL KOSOVO
"Usa e Serbia avranno contatti molto piu' frequenti ad alto livello"
![]() |
| www.washingtonpost.com |
Di Marina Szikora [*]
In occasione dell'inaugurazione del pontificato di papa Francesco, il presidente della Serbia, Tomislav Nikolić,
ha
incontrato a Roma il vicepresidente degli Stati Uniti,
Joseph Biden per parlare dei negoziati in corso sul Kosovo. Secondo Nikolić le informazioni arrivate da Washington non corrispondevano alla situazione delle relazioni tra Priština e Belgrado e l'avanzamento del
dialogo non e' stato valutato in maniera corretta dall'Amministrazione: "Il signor Biden, come
rappresentante dell'amminsitrazione americana, non e' stato messo a
conoscenza dei detagli relativi a quello che il Parlamento serbo
aveva chiesto e della Risoluzione approvata", ha dichiarato
Nikolić all'agenzia di stampa serba Tanjug.
Secondo le sue parole
il colloquio con Biden e' stato molto utile perche' si e' parlato di
temi che interessano anche gli Stati Uniti. Nikolić ha aggiunto che
il vicepresidente americano ha detto chiaramente di sentirsi invitato
a dare un contributo affinche' questo problema sia risolto, perche' gli Stati
Uniti hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Nikolić ha detto
di aver indicato al suo interlocutore americano che molti Stati hanno
riconosciuto l'indipendenza del Kosovo grazie a quel primo riconoscimento americano. Nikolic ha ricordato che anche la Serbia ha i suoi amici
nel mondo, ma non distingue gli Stati ed i popoli su queste basi,
bensi' in base a quanto possano collaborare sinceramente e
apertamente con la Serbia, nonostante tutti i pesi e le limitazioni esistenti.
"L'amministrazione americana e quella serba d'ora
in poi avranno contatti molto piu' frequenti ad alto livello, perche'
tutti vogliamo che questo problema sia finalmente risolto al fine di
garantire una vita migliore per i cittadini della Serbia, incluso il
Kosovo, per i cittadini del Kosovo inclusa la comunita' serba, che
avra' l'aiuto sia dal parte serba che da quella dell'Ue", ha
detto ancora Nikolić. Per il capo dello Stato
serbo nei prossimi mesi il problema kosovaro molto
probabilmente sara' risolto: "Se accadra' che gli albanesi non
vogliono rinunciare proprio a nulla, questo problema rimarra' per le
future generazioni, il che non sara' buono per la Serbia, ma nemmeno
per la gente che vive a Priština", ha concluso Nikolić da Roma.
[*] Corrispondente di Radio Radicale
giovedì 21 febbraio 2013
RADIO RADICALE, PASSAGGIO A SUD EST: LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA
Gli argomenti della corrispondenza di
Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi
e che è possibile riascoltare sul sito di Radio Radicale.
ALBANIA: secondo un memo riservato del
Dipartimento di Stato trapelato in questi giorni, gli Stati Uniti
avrebbero criticato fortemente la retorica nazionalista del premier
Sali Berisha, giudicando le sue recenti affermazioni un pericolo per
la stabilità regionale. La nota sarebbe stata inviata a Berisha in
seguito a quanto da lui dichiarato dopo che le autorità serbe, lo
scorso gennaio, hanno rimosso il memoriale eretto a Presevo, località
del sud della Serbia a maggioranza albanese, per commemorare i
combattenti indipendentisti albanesi. Secondo questa nota del
Dipartimento di Stato, Washington ritiene che i leader albanesi
stiano deviando dal loro tradizionale ruolo costruttivo e moderato
nella regione.
MACEDONIA: il boicottaggio
dell'opposizione rischia di complicare la crisi politica e di mettere
in discussione la legittimità delle elezioni locali. Alcuni temono
che l'attuale crisi potrebbe far deragliare del tutto l’agenda di
adesione del paese all'UE. Bruxelles, d'altra parte è preoccupata
per la situazione politica. Il relatore del Parlamento europeo sulla
Macedonia, Richard Howitt, lasciando il Paese dopo la sua visita nei
giorni scorsi, ha detto che se la crisi continuerà non avrà altra
scelta che quella di chiedere al Parlamento europeo di rinviare il
voto sulla Macedonia per il timore di una relazione negativa nel
Paese.
KOSOVO: il nuovo incontro a Bruxelles
tra il premier serbo Ivica Dacic e quello kosovaro Hashim Thaci con
la mediazione dell’Alto rappresentante per la politica estera
dell’UE, Catherine Ashton, che ha definito questo round negoziale
come “il più impegnativo per le parti”. All’ordine del giorno,
infatti, c'era la spinosa questione delle istituzioni parallele
costituite nel nord del Kosovo dai serbi che non riconoscono
l’autorità di Pristina e che si autogovernano grazie al sostegno
politico e finanziario di Belgrado.
Puoi ascoltare qui la puntata odierna di Passaggio a Sud Est con la corrispindenza di Artur Nura
giovedì 8 novembre 2012
HILLARY CLINTON A ZAGABRIA SOLLECITA MAGGIORE FLESSIBILITA' AGLI INVESTIMENTI STRANIERI
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| Hillary Clinton e il presidente croato Jvo Josipovic |
I temi dei colloqui con i vertici croati sono stati il ruolo della Croazia in quanto stimato partner nella Nato e l'ingresso di Zagabria nell'Ue nel 2013 nonche' le relazioni economiche tra Stati Uniti e Croazia. Su quest'ultimo, non a sorpresa, vi e' stata l'esplicita critica relativa ai ben noti ostacoli quando si tratta di investimenti stranieri in Croazia. "Avete una ottima posizione geostrategica, ma dovete diminuire la burocrazia, proseguire con la privatizzazione delle aziende pubbliche, sollecitare i giovani ad impegnarsi nelle imprese", ha detto Hillary Clinton sottolineando l'importanza della continuita' delle riforme economiche e aggiungendo che se cosi' sara' fatto, gli investitori americani sapranno riconoscerlo. Essere concorrenti e' possibile non soltanto nei Balcani ma anche in Europa, ha precisato Clinton.
Il segretario di stato americano ha
colto l'occasione per plaudire l'eccellente stato delle relazioni
bilaterali che durano ormai da 20 anni e ha espresso soddisfazione
per la prossima entrata della Croazia nell'Ue. Ha rilevato che tutto
questo e' merito degli stessi croati i quali hanno voluto diventare
parte delle integrazioni euroatlantiche. Tra i diversi progetti delle
autorita' croate che meritano riconoscimento, Hillary Clinton ha
evidenziato soprattutto il programma di tutela dei profughi nonche'
quello relativo ai rom. Clinton ha anche ringraziato Zagabria per il
suo contributo nelle questioni relative alla Siria e l'Iran. Si e'
parlato inoltre della situazione economica globale in Europa e nel
mondo nonche' delle posizioni dell'Ue e degli Stati Uniti relative
alla fragile situazione economica nel mondo.
Clinton si e' congratulata con il
Governo croato per le misure intraprese a fin di stabilizzare il
bilancio croato. Le compagnie americane hanno grande interesse per
gli investimenti in Croazia e la parte americana e' pronta ad aiutare
con le proprie esperienze a rimuovere gli ostacoli, ha precisato il
segretario di stato americano. Ha aggiunto che la Croazia puo' essere
"l'ancora" nella regione, un paese di prosperita' che puo'
servire da esempio ai paesi vicini.
A raffreddare l'entusiasmo diplomatico del segretario di Stato proprio in questi giorni arrivano i dati preoccupanti sulla caduta della produzione industriale in Croazia: una diminuzione fra agosto e settembre del 3,7% che raggiunge il 7,7 su base annua. Un crollo che, per quanto atteso, nessuno a Zagabria avrebbe immaginato "così rapido" e proprio ad a un passo dall'ingresso nell'Unione europea, Tra le cause ci sarebbe la crisi di alcuni comparti produttivi e la flessione della domanda interna, oltre che naturalmente la crisi globale e la situazione sfavorevole dell'eurozona. Secondo alcuni, inoltre, l'adeguamento alle normative europee porterà un ulteriore calo. Tra i fattori negativi per l'economia croata c'è poi la fuga di capitali all'estero: talmente preoccupante da spingere il governatore della Banca centrale, Boris Vujcic, a riunire i responsabili degli istituti di credito per studiare una strategia difensiva contro un'instabilità finanziaria che potrebbe diventare incontrollabile.
Leggi l'articolo "Croazia, crollo prima dell'Ue" su Italintermedia
Leggi l'articolo "Croazia, crollo prima dell'Ue" su Italintermedia
martedì 30 ottobre 2012
TOUR BALCANICO PER CATHERINE ASHTON E HILLARY CLINTON
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| Hillary Clinton e Catherine Ashton |
Tour balcanico per il segretario di
stato Usa, Hillary Clinton, e per l'Alto rappresentante della
politica estera dell'Ue, Catherine Ashton, arrivate oggi a Sarajevo per la prima
tappa di una missione congiunta che prevede tappe anche in Serbia e
Kosovo con l'obiettivo di rilanciare il processo di integrazione
europea della regione. Nella capitale bosniaca, dove hanno
incontrato i tre membri della presidenza collegiale, nonché i
rappresentanti della Comunità internazionale, Ashton e Clinton hanno
sottolineato “l'urgente necessità che i partiti politici
servano l'interesse della popolazione e concordino le necessarie
riforme”, come aveva anticipato un portavoce del segretario di
Stato Usa alla vigilia della partenza. La Bosnia è bloccata delle
contrapposizioni etniche, divisa in due entità contrapposte -
Repubblika Srpska e Federazione di Bosnia Erzegovina,
croato-bosgnacca - collegate da deboli istituzioni centrali, il
rafforzamento delle quali è, invece, cruciale per l'adesione
all'Unione europea e alla Nato. L'attuale amministrazione Usa non fa
mistero della sua avversione per ogni ipotesi di separazione delle
due entità nate in seguito agli accordi di pace di Dayton del 1995:
mettere in discussione la sovranità della Bosnia Erzegovina “è
completamente inaccettabile”, ha detto infatti Hillary Clinton a
Sarajevo. “Pensiamo che l'integrazione nell'Unione europea e nella
Nato offrano a questo paese la via migliore verso la stabilità e la
prosperità”, ha detto Clinton in una conferenza stampa dopo
l'incontro con i tre membri croato, bosgnacco e serbo della
presidenza collegiale.
In Serbia, e in Kosovo, invece, Ashton
e Clinton vanno per ribadire che secondo Bruxelles e Washington la
soluzione per i due Paesi va costruita sugli accordi già raggiunti e
sull'avanzamento del dialogo ripreso nel 2011 con il patrocinio
dell'Ue. A Belgrado il segretario di Stato americano e l'Alto
rappresentante europeo incontrano il presidente Tomislav Nikolic ed
il premier Ivica Dacic per esprimere loro il pieno sostegno al
processo di normalizzazione delle relazioni tra Kosovo e Serbia. Una
visita, quella nella capitale serba, che si sbolge tra imponenti
misure di sicurezza dopo l'annuncio delle manifestazioni di protesta
dei gruppi della destra e degli ultranazionalisti del Partito
radicale serbo. Lo scorso marzo la Serbia ha ottenuto
lo status di Paese ufficialmente candidato all'adesione all'Unione
europea e attende ora che Bruxelles fissi una data di inizio dei
negoziati. L'obiettivo, inizialmente atteso per la fine dell'anno, è
stato rinviato ottobre a causa della mancata ripresa dei colloqui con
Pristina dopo l'interruzione dovuta alle elezioni serbe dello scorso
maggio che hanno segnato l'affermazione dei nazionalisti. Il recente
incontro tra il premier serbo Dacic e il suo omologo kosovaro, Hashim
Thaci, a Bruxelles alla presenza del capo della diplomazia Ue,
Catherine Ashton, ha sbloccato la situazione, ma se restano molte
questioni in sospeso, sia sull'agenda, sia sulla modalità dei
negoziati.
Se da una parte Belgrado è abbastanza
tranquilla che il processo di integrazione europea non sarà
condizionata dalla richiesta di riconoscere l'indipendenza del Kosovo
(anche perché l'Ue non ha una posizione ufficiale, visto che 5 dei
Paesi membri non la riconoscono), dall'altra parte Ashton e Clinton potrebbero avanzare la
richiesta di atti concreti di distensione come, per esempio, lo
smantellamento delle “strutture parallele” messe in piedi dai
serbi del Kosovo che non intendono riconoscere l'autorità di
Pristina. I Balcani occidentali sembrano dunque
tornare al centro dell’attenzione sia dell'Unione europea che degli
Stati Uniti, ma quanto questo interesse sia di nuovo prioritario per
l'agenda di politica estera di Bruxelles e di Washington è difficile
dirlo: da una parte, infatti, l'Ue è ancora ben lontana dall'uscire
da una crisi che sta mettendo a rischio il progetto stesso di unione
politica dell'Europa, dall'altra l'attuale Amministrazione Usa
potrebbe non essere più al suo posto da martedì prossimo e in ogni
caso, anche se Obama verrà rieletto per un secondo mandato,
difficilmente Hillary Clinton resterà alla segreteria di Stato.
Nonostante tutto ciò, il tour balcanico di questi giorni (Clinton si
recherà anche in Albania e Croazia) è sicuramente un fatto
rilevante.
Bruxelles non aveva nascosto il
disappunto per la vittoria delle forze conservatrici e nazionaliste
nelle elezioni parlamentari e presidenziali dello scorso maggio così
come non aveva fatto mancare il proprio sostegno all'ex presidente
Boris Tadic. Con il nuovo presidente Nikolic ed il nuovo governo di
coalizione fra conservatori nazionalisti e socialisti la Serbia
sembra avere assai smorzato l'indirizzo europeista che la passata
leadership riformista aveva posto come prima priorità del Paese. Più
volte sia Nikolic che il premier Dacic hanno dichiarato di essere
disposti a rinunciare all'Ue se la contropartita dovesse essere la
rinuncia al Kosovo. La crisi economica, che i serbi stanno subendo
assai pesantemente, ha deteriorato notevolmente la situazione. Il
richiamo identitario può essere sempre utile per far dimenticare
altri e più pressanti problemi. Tuttavia in Serbia aumentano le voci di
coloro che chiedono realismo e lungimiranza sulla questione del
Kosovo e dell'integrazione europea: non solo i liberaldemocratici di
Cedomir Jovanovic, da sempre favorevoli a rinunciare alla sovranità
sull'ex provincia, non solo l'ex presidente Boris Tadic, contrario a
riconoscere l'indipendenza del Kosovo, ma convinto della necessità
dell'adesione all'Ue, ora anche il leader del Movimento per il
rinnovamento serbo, l'ex ministro degli Esteri Vuk Draskovic, afferma
che “la Serbia deve iniziare a normalizzare le relazioni con il
Kosovo e stabilire stretti rapporti sia culturali, oltre che
economici”. Secondo Draskovic, per il grande valore storico e
culturale che ha per la Serbia il Kosovo “è un buon vicino di
casa” e c'è dunque la necessità di stabilire le migliori
relazioni possibili. “Noi non controlliamo il territorio da oltre
12 anni, ma c'è il modo di proteggere sia il popolo serbo, sia il
suo patrimonio storico e culturale”, ha affermato Draskovic ai
media serbi. Per questo, secondo l'ex ministro degli Esteri, è
interesse della Serbia accettare le richieste del Consiglio europeo
per normalizzare le relazioni con Pristina. “La Serbia è in
recessione economica, mentre il popolo è ingannato con le favole per
la sovranità e l'integrità territoriale”, ha affermato ancora
Draskovic.
mercoledì 29 agosto 2012
YANKEE GO HOME! EUROPA CONTRO USA IN BOSNIA
Italia, Francia, Germania, Belgio e
Svezia, lo scorso maggio hanno scritto un documento comune riservato
che per la prima volta mette sotto accusa in modo netto l’operato
dell’Alto rappresentante internazionale in Bosnia Erzegovina,
Valentin Inzko, accusato di essere parzialmente succube degli
interessi di Washington. Matteo Tacconi rivela i contenuti del testo
elaborato dal quintetto. Qui di seguito l'articolo pubblicato oggi
sul quotidiano Europa e su Osservatorio Balcani e Caucaso.
![]() |
| Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale in Bosnia Erzegovina |
«Fuori gli americani da Sarajevo»
In un documento riservato l’Europa
chiede più potere in Bosnia
Recessione nel 2013, grave siccità a
causa dell’estate più calda degli ultimi centoventi anni e
riapertura di vecchie vertenze di confine con la Croazia (due
isolotti l’oggetto del contendere). Già così, le ultime dalla
Bosnia sono quello che sono. Se aggiungiamo la possibile caduta del
governo presieduto da Vjekoslav Bevanda, entrato in carica a gennaio
dopo sedici mesi di vacuum, con tanto di primato belga sfiorato (540
giorni senza esecutivo), il quadro si complica assai. Per la cronaca,
senza entrare nei dettagli: la causa del possibile tonfo è la solita
e proverbiale litigiosità tra i partiti etnici rappresentativi dei
tre principali gruppi del paese. Non stupisce, francamente.
Musulmani, serbi e croati, belligeranti al tempo del conflitto
civile, vivono adesso da separati in casa e negli ultimi anni il
clima da “pace fredda” s’è persino approfondito. Il confronto
è arenato, non si fanno neanche le più timide riforme e si bada
esclusivamente a custodire il proprio, piccolo cortile.
Spetterebbe alla comunità
internazionale dare la scossa, suggerire, scuotere. Già. Ma anche su
questo fronte siamo al fermo immagine. Il fatto è che l’Alto
rappresentante della comunità internazionale (Ohr) e il
Rappresentante speciale dell’Unione europea (Eusr), i due soggetti
che cogestiscono la transizione bosniaca verso la prospettiva
euro-atlantica, vanno sempre meno d’accordo e ci si sta avvicinando
a una possibile resa dei conti. Almeno a giudicare dai contenuti di
un documento riservato che le diplomazie di Francia, Germania,
Belgio, Svezia e Italia hanno elaborato lo scorso maggio e che hanno
fatto circolare informalmente tra gli addetti ai lavori. La richiesta
di questo non paper (in gergo diplomatico è il modo in cui si indica
una bozza di proposta in vista di futuri accordi) è esplicita: dare
ampi margini di manovra al rappresentante europeo e al soft power
comunitario. In altri termini, si pretende che sia soprattutto
l’Europa a farsi carico della Bosnia e che l’Ohr si faccia un po’
da parte. Non ci sarebbe nulla di nuovo, visto che si parla da tempo
di tale evoluzione e s’avverte il bisogno di metterla al più
presto in pratica. Se non che il non paper, di cui Europa è venuta
in possesso, ha evidenziato per la prima volta tutta l’insofferenza
europea – meglio, di una parte di Europa – nei confronti del
cosiddetto “proconsole”, reputato come un fastidioso intralcio,
che limita l’azione dell’Eusr e che risulta per giunta mantenuto
in larga parte con i soldi europei.
Il testo è molto chiaro. Prima si
menzionano i fallimenti dell’Ohr, «che non è stato capace di
gestire con successo questioni chiave quali la formazione del governo
o l’adozione del budget (si intende il bilancio dello stato
bosniaco)». Poi si denuncia l’inefficienza di uno staff pesante,
da 160 persone, sottolineando a seguire l’invasione di campo «in
aree di chiara responsabilità europea» come giustizia, bilancio
statale, acquis communautaire. Successivamente si denuncia che
«nonostante tutto questo i paesi europei continuano a finanziare
oltre il 53 per cento del budget dell’Ohr», sebbene quest’ultimo,
accusato in sostanza di ostacolare gli europei, «non dà accesso
alle strutture e alle attività necessarie per esercitare
un’effettiva supervisione» sul suo funzionamento.
La conclusione, si deduce dal non
paper, è che l’ufficio andrebbe chiuso o fortissimamente limitato
nelle sue funzioni, con conseguente ampliamento dei poteri della
missione europea. Tutto legittimo. Poco o nulla da dire sulla
sostanza. Il problema, come rilevato da una fonte interpellata da
Europa, è la forma. «Il documento è troppo emozionale. Sembra a
tratti di sentire uno scolaro che si lamenta e questo non è molto
serio, vista la situazione fragile della Bosnia. Il tema dei rapporti
tra Ohr e Eusr, la responsabilità dell’Ue nel paese balcanico e la
questione economica – alla fine è anche giusto che chi mette più
risorse abbia più voce in capitolo – vanno discusse e anche in
tempi brevi. Però in maniera seria e razionale», spiega la fonte.
Non sarà facile. Ci sono in ballo gelosie, frustrazioni, equilibri
delicati e competizione politica tra Europa e Stati Uniti, nonché
tra gli stessi paesi comunitari.
Washington, che vuole comunque
mantenere una sua influenza in Bosnia, è contraria alla chiusura
dell’Ohr, il cui numero due è sempre di nazionalità americana (al
momento è Frederick Moore). Londra appoggia questo approccio,
opponendosi al resto della pattuglia Ue e determinando così una
spaccatura intra-comunitaria. Potrebbe essercene un’altra. Tra gli
estensori del non paper, infatti, non figura l’Austria, uno dei
paesi europei che in questo lungo dopoguerra hanno più investito,
politicamente e finanziariamente, in Bosnia e in tutta l’area
balcanica. L’attuale Alto rappresentante, tra l’altro, è
l’austriaco Valentin Inzko. C’è da pensare che a Vienna non
abbiano apprezzato del tutto il non paper. La cosa certa, comunque, è
che mentre le diplomazia si danno battaglia la Bosnia scivola sempre
più giù. L’ultimo esempio dell’immobilismo cronico del paese è
la riforma “etnica” della Costituzione, che va fatta – ma ormai
è chiaro non si farà – entro venerdì prossimo, il 31 agosto,
secondo i termini stabiliti dall’Ue. Andrea Rossini,
sull’Osservatorio Balcani e Caucaso, ha ricordato che la revisione
della carta fondamentale si rende necessaria sulla base della
sentenza con cui, nel 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo
ha accolto il ricorso presentato da Jakob Finci e Dervo Sejdic,
rispettivamente esponenti delle comunità ebraica e rom della Bosnia.
I due si rivolsero ai togati comunitari
allo scopo di denunciare come l’attuale assetto istituzionale,
sancito dalla pace di Dayton del 1995, permetta soltanto ai membri
dei “tre popoli costituenti” di candidarsi a cariche elettive,
ponendo in essere una situazione di evidente apartheid. I partiti e i
politici musulmani, serbi e croati non sono riusciti a sanarla. Quasi
che c’era da aspettarselo, «considerato che la comunità
internazionale – riflette la fonte – non offre il migliore degli
esempi, divisa com’è al suo interno». D’altronde il non paper
dello scorso maggio, vergato anche dai nostri diplomatici, l’ha
ampiamente dimostrato.
giovedì 23 febbraio 2012
BALCANI: GLI INTERESSI USA E QUELLI RUSSI
William Burns in Kosovo, Serbia e Croazia sostiene la “via europea”. Mosca a Belgrado: non dimenticate i vecchi amici.
di Marina Szikora [*]
Nei giorni scorsi, si e' svolto un miny tour balcanico del vicesegretario di stato americano William Burns, con tappe a Priština, Belgrado e Zagabria. Nel corso del suo viaggio e degli incontri con i vertici dei singoli paesi, Burns ha detto che Belgrado e Priština devono avere un approcio piu' flessibile nei colloqui a proposito del modo in cui il Kosovo sara' rappresentato ai forum regionali, affinche' sia raggiunto un accordo accettabile per entrambi le parti. "Gli Stati Uniti ed i partner europei hanno detto che entrambe le parti stanno cercando di avere un approccio piu' flessibile e costruttivo perche' il Kosovo possa partecipare ai forum internazionali e regionali. Per tal motivo bisogna trovare una formula accettabile per entrambi le parti" ha detto il vicesegretario di stato americano per la RTV Kosovo. A fine della sua visita a Priština, Burns ha detto che i colloqui con Belgrado devono continuare rilevando che il popolo del Kosovo deve valutare da solo quale e' il loro interesse nazionale. Una questione sensibile e complicata, ha avvertito, ma la cosa piu' importante e' capire che Priština deve essere rappresentata nelle iniziative internazionali e che devono essere poste le basi per la collaborazione con l'Ue. In questo senso, Burns ha valutato che il Kosovo deve essere rappresentato a pari diritto con gli altri stati. Secondo la sua opinione, in Kosovo e' stato raggiunto grande progresso per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e delle liberta'. Burns ha ribadito che gli Stati Uniti restano schierati a favore dell'indipendenza del Kosovo e della sua integrita'. Nell'ambito della sua visita in Kosovo, il vicesegretario di stato americano ha visitato anche il monastero Gračanica, il luogo di culto della fede ortodossa serba in Kosovo.
Gli Stati Uniti appoggiano fortemente la candidatura della Serbia per l'adesione all'Unione Europea e questo obiettivo si trova a portata di mano, ha detto Burns a Belgrado sottolineando pero' l'importanza del proseguimento del dialogo tra Belgrado e Priština. Il vicesegretario di stato americano ha affermato che l'obiettivo serbo di ottenere la candidatura e' raggiungibile nelle prossime settimane e anche se gli Stati Uniti non hanno una voce nell'Ue, ha promesso che Washington fara' il tutto possibile per incoraggiare questa decisione. Venerdi' scorso Burns ha incontrato a Belgrado il presidente serbo Boris Tadić, il premier Mirko Cvetković e il ministro della difesa Dragan Šutanovac. Il tema principale e' stato lo status di candidato all'adesione della Serbia. In una intervista alla tv serba RTS, alla domanda se gli Stati Uniti appoggeranno l'azione di Priština di stabilire con forza la base al nord del Kosovo, Burns ha risposto che l'utilizzo della forza da nessuna parte non sarebbe utile ma al contrario controproducente. Ha aggiunto che bisogna dedicarsi al dialogo e ha ribadito che e' stato raggiunto un progresso significativo, che lo status di candidato della Serbia e' a portata di mano. Si e' detto consapevole che per questo ci vogliono decisioni e passi difficili ma che la via europea e' possibile. Il rappresentante americano ha sottolineato che e' nell'interesse della stessa Unione il proseguimento del dialogo tra Belgrado e Priština.
Dall'altra parte, a Čačak, l'ambasciatore russo Aleksandar Konuzin ha detto che la Russia non e' contraria al fatto che la Serbia ha nuovi amici, ma che non sarebbe buono che si dimentichi di quelli vecchi e che deve valutare bene quale sara' il prezzo della via verso l'Ue. L'occasione a Čačak e' stata la consegna del premio della citta' di Čačak all'ambasciatore russo. Konuzin ha ricordato che la terra di Čačak e Šumadia e' stata bagnata dal sangue del suo popolo il quale difese i serbi da quelli che sono venuti ad uccicerli e saccheggiarli. Stanno sbocciando nuovi germogli di fascismo e di tutto querllo contro il quale si e' combattutto nella piu' atroce guerra della storia, ha detto Konuzin aprendo la via di Čačak che portera' il nome dell'Armata rossa. L'ambasciatore russo ha sottolineato che la Russia e' tra i primi partner commerciali-economici della Serbia e che questa collaborazione e' sempre piu' forte. Inoltre, secondo Konuzin, il legame e' anche di cultura, tradizione e di fede ortodossa. La decisione di conferire il premio all'ambascitore russo e' stata presa da parte dei consiglieri dell'Assemblea di Čačak a causa del suo contributo straordinario nella collaborazione tra le ditte di Čačak e quelle russe nel settore edilizio ed agricolo.
[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata odierna di Passaggio a Sud Est.
di Marina Szikora [*]
Nei giorni scorsi, si e' svolto un miny tour balcanico del vicesegretario di stato americano William Burns, con tappe a Priština, Belgrado e Zagabria. Nel corso del suo viaggio e degli incontri con i vertici dei singoli paesi, Burns ha detto che Belgrado e Priština devono avere un approcio piu' flessibile nei colloqui a proposito del modo in cui il Kosovo sara' rappresentato ai forum regionali, affinche' sia raggiunto un accordo accettabile per entrambi le parti. "Gli Stati Uniti ed i partner europei hanno detto che entrambe le parti stanno cercando di avere un approccio piu' flessibile e costruttivo perche' il Kosovo possa partecipare ai forum internazionali e regionali. Per tal motivo bisogna trovare una formula accettabile per entrambi le parti" ha detto il vicesegretario di stato americano per la RTV Kosovo. A fine della sua visita a Priština, Burns ha detto che i colloqui con Belgrado devono continuare rilevando che il popolo del Kosovo deve valutare da solo quale e' il loro interesse nazionale. Una questione sensibile e complicata, ha avvertito, ma la cosa piu' importante e' capire che Priština deve essere rappresentata nelle iniziative internazionali e che devono essere poste le basi per la collaborazione con l'Ue. In questo senso, Burns ha valutato che il Kosovo deve essere rappresentato a pari diritto con gli altri stati. Secondo la sua opinione, in Kosovo e' stato raggiunto grande progresso per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e delle liberta'. Burns ha ribadito che gli Stati Uniti restano schierati a favore dell'indipendenza del Kosovo e della sua integrita'. Nell'ambito della sua visita in Kosovo, il vicesegretario di stato americano ha visitato anche il monastero Gračanica, il luogo di culto della fede ortodossa serba in Kosovo.
Gli Stati Uniti appoggiano fortemente la candidatura della Serbia per l'adesione all'Unione Europea e questo obiettivo si trova a portata di mano, ha detto Burns a Belgrado sottolineando pero' l'importanza del proseguimento del dialogo tra Belgrado e Priština. Il vicesegretario di stato americano ha affermato che l'obiettivo serbo di ottenere la candidatura e' raggiungibile nelle prossime settimane e anche se gli Stati Uniti non hanno una voce nell'Ue, ha promesso che Washington fara' il tutto possibile per incoraggiare questa decisione. Venerdi' scorso Burns ha incontrato a Belgrado il presidente serbo Boris Tadić, il premier Mirko Cvetković e il ministro della difesa Dragan Šutanovac. Il tema principale e' stato lo status di candidato all'adesione della Serbia. In una intervista alla tv serba RTS, alla domanda se gli Stati Uniti appoggeranno l'azione di Priština di stabilire con forza la base al nord del Kosovo, Burns ha risposto che l'utilizzo della forza da nessuna parte non sarebbe utile ma al contrario controproducente. Ha aggiunto che bisogna dedicarsi al dialogo e ha ribadito che e' stato raggiunto un progresso significativo, che lo status di candidato della Serbia e' a portata di mano. Si e' detto consapevole che per questo ci vogliono decisioni e passi difficili ma che la via europea e' possibile. Il rappresentante americano ha sottolineato che e' nell'interesse della stessa Unione il proseguimento del dialogo tra Belgrado e Priština.
Dall'altra parte, a Čačak, l'ambasciatore russo Aleksandar Konuzin ha detto che la Russia non e' contraria al fatto che la Serbia ha nuovi amici, ma che non sarebbe buono che si dimentichi di quelli vecchi e che deve valutare bene quale sara' il prezzo della via verso l'Ue. L'occasione a Čačak e' stata la consegna del premio della citta' di Čačak all'ambasciatore russo. Konuzin ha ricordato che la terra di Čačak e Šumadia e' stata bagnata dal sangue del suo popolo il quale difese i serbi da quelli che sono venuti ad uccicerli e saccheggiarli. Stanno sbocciando nuovi germogli di fascismo e di tutto querllo contro il quale si e' combattutto nella piu' atroce guerra della storia, ha detto Konuzin aprendo la via di Čačak che portera' il nome dell'Armata rossa. L'ambasciatore russo ha sottolineato che la Russia e' tra i primi partner commerciali-economici della Serbia e che questa collaborazione e' sempre piu' forte. Inoltre, secondo Konuzin, il legame e' anche di cultura, tradizione e di fede ortodossa. La decisione di conferire il premio all'ambascitore russo e' stata presa da parte dei consiglieri dell'Assemblea di Čačak a causa del suo contributo straordinario nella collaborazione tra le ditte di Čačak e quelle russe nel settore edilizio ed agricolo.
[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata odierna di Passaggio a Sud Est.
martedì 5 aprile 2011
CRISI LIBICA: LA TURCHIA SI SMARCA DA USA E UE
La Turchia, alla ricerca di un ruolo geopolitico di primo piano, vuole giocare la sua partita nella crisi libica smarcandosi da Usa e Ue. Questa almeno l'opinione espressa dal professor Orhan Caliskan, che insegna relazioni internazionali all'università del Bosforo di Istanbul, all'agenzia TMNews analizzando l'iniziativa di mediazione con cui Ankara sta cercando una via d'uscita alla crisi del nord Africa. Dietro le mosse di questi giorni, infatti, Caliskan individua una strategia precisa di Ankara e anche se non sarà facile raggiungere l'obiettivo, l'iniziativa negoziale conferma che la Turchia non è più disposta a giocare di rimando rispetto all'Occidente.
"Da tempo - spiegato Caliskan a TMNews - stiamo assistendo a un fallimento su tutta la linea della politica estera statunitense ed europea. L'apice è rappresentato dalla guerra in Iraq, che ha avuto come effetti la divisione del Paese e l'aumento del terrorismo a livello globale. La Turchia ha preso atto della situazione e sta facendo di tutto perché in Libia non si ripeta la stessa situazione. Non lo fa solo per motivi umanitari, alla base c'è una strategia precisa". L'iniziativa turca avrebbe quindi due scopi: far capire alla diplomazia occidentale che Ankara non ci sta più e cercare di porre fine alle sofferenze del popolo libico in un modo diverso rispetto all'intervento militare. Un doppio binario le cui probabilità di riuscita, però, sono scarse, anche se il messaggio inviato è molto forte.
Per Caliskan la Turchia può tentare di mettere in campo due opzioni: “La prima è che Gheddafi faccia un passo indietro rimanendo nel Paese e che un governo transitorio faccia le riforme e indica le elezioni, dopo le quali però il Colonnello e i suoi figli potrebbero tornare al potere. La seconda è garantire un esilio sicuro, magari in un Paese africano o mediorientale”. Al momento sembra che Ankara stia tentando la prima strada: in coincidenza con la visita del viceministro degli Esteri libico, Abdelati Laabidi (che prima di arrivare ad Ankara è stato ad Atene e a Malta), la Turchia ha chiesto infatti al governo libico “un cessate il fuoco immediato” e una “trasformazione politica”. Siamo ancora a uno stadio preliminare per la soluzione del conflitto, dicono fonti diplomatiche turche, ma Ankara è intenzionata a confrontare le posizioni del governo di Tripoli con quelle dell'opposizione: il Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) libico dovrebbe inviare infatti dei propri rappresentanti in Turchia nei prossimi giorni.
Gheddafi, in effetti, starebbe cercando una soluzione diplomatica al conflitto in corso, ma non intende lasciare la guida del Paese per evitare che diventi un nuovo Iraq o una nuova Somalia. Il portavoce del governo Mussa Ibrahim ha fatto notare alla stampa che “il capo non ha alcun incarico ufficiale da cui dimettersi. Ha un valore simbolico per il popolo libico. Come viene governata la Libia è un'altra questione. Quale sistema politico applicare nel paese? Questo è negoziabile. Possiamo parlarne”. La stampa americana ha riferito anche di una trattativa avviata da due figli di Gheddafi, Saif e Saadi, per favorire una transizione democratica, ma gli insorti di Bengasi ribadiscono che “Gheddafi e i figli devono andarsene prima di avviare qualsiasi negoziato diplomatico”.
Secondo Caliskan quel che è certo è che a Gheddafi bisogna dare qualcosa in cambio della sua rinuncia al potere, altrimenti non se ne andrà mai. Per questo “Ankara aveva iniziato a trattare con la famiglia Gheddafi fin da prima dell'inizio delle operazioni”, perché “nessuno come la Turchia conosce bene il Colonnello, nemmeno Francia e Italia, e soprattutto nessuno ha capito a sufficienza che siamo davanti a una delle personalità più instabili a livello globale". Tuttavia, “Ankara è stata volutamente esclusa da Nicolas Sarkozy nel vertice di Parigi. Il presidente francese ha chiaramente dimostrato di non saper gestire la situazione. Quello di Parigi è l'esempio lampante che Europa e Stati Uniti non tollerano che Paesi come Turchia, Iraq, Iran abbiano una politica propria. Vogliono continuare a dettare l'agenda quando loro sono evidentemente in crisi. In Turchia per descrivere questa situazione usiamo una parola che appartiene al passato. Si chiama imperialismo, gli Usa ce l'hanno connaturato e l'Europa lo sta riscoprendo. In questa lettura il ruolo di Ankara nella crisi libica, anche solo dal punto di vista simbolico, è importantissimo".
venerdì 15 ottobre 2010
HILLARY CLINTON NEI BALCANI / 2
La visita ufficiale del segretario di Stato Usa in Serbia
Corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 13 ottobre
Washington segue con molta attenzione la situazione plitica in BiH dopo le elezioni del 3 ottobre e anche se non intende interferire direttamente sugli accordi relativi alla coalizione postelettorale, rimarra’ ferma nella sua posizione di difendere l’integrita’ e la sovranita’ della BiH, ha scritto ‘Dnevni avaz’ in vista dell’arrivo di Hillary Clinton a Sarajevo. Secondo le informazioni della stampa bosniaca, gli Stati Uniti sarebbero preoccupati a causa della possibilita’ di un blocco a lungo termine nella formazione del nuovo governo a livello statale il che potrebbe essere una specie di introduzione nell’ulteriore destabilizzazione del Paese e un approfondimento degli attuali gravi problemi. Preoccupante in generale e’ la situazione in cui proseguno le dichiarazioni e l’orientamento politico del riconfermato premier della RS, Milorad Dodik sempre nella luce dell’annunciato referendum sulla secessione e il costante mettere in dubbio il futuro della BiH come stato unito, che secondo Washington non e’ piu’ soltanto una retorica di campagna elettorale. Un ulteriore motivo di preoccupazione sarebbe l’annuncio di una alleanza aperta tra Dodik e il presidente dell’HDZ BiH, Dragan Covic, un’altro dei politici vincenti di queste elezioni. Secondo ‘Dnevni avaz’ gli Stati Uniti comprendono le ragioni per cui i croati della BiH sarebbero insoddisfatti dell’elezioni nella Presidenza tripartita della BiH del candidato (Zeljko Komsic) che non ritengono essere loro rappresentante e sono dell’opinione che vi e’ la necessita’ di cambiare una tale situazione. Ma non vorrebbero vedere altrettanto una nuova situazione in cui Dodik e Covic congiuntamente, pero’ guidati da ben diversi motivi, ostacolano la formazione del governo statale.
«Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare l'integrazione euroatlantica della BiH ma e' un fatto ben chiaro che gli obblighi che stanno davanti al Paese devono essere soddisfatti». Questo il messaggio centrale di Hillary Clinton durante il suo incontro con i vertici della BiH, con la presidenza uscente composta da Haris Silajdzic, Nebojsa Radmanovic e Zeljko Komisic della quale gli ultimi due sono stati riconfermati alle recentissime elezioni. Hillary Clinton ha ribatido la necessita' delle indispensabili riforme, in particolare la soluzione della questione del patrimonio in BiH che e' la precondizione per una piena adesione del Paese alla Nato. Le riforme costituzionali sono la responsabilita' dei politici locali e devono essere il risultato di un consenso interno. Secondo l'esponente serbo della Presidenza tripartita, Nebojsa Radmanovic, bisognerebbe sfruttare l'europottimismo sul territorio affinche' la BiH possa ottenere lo status di candidato all'adesione e poi successivamente risolvere all'interno del paese le questioni irrisolte. Radmanovic ha aggiunto che, secondo la sua opinione, l'operato dell'Alto rappresentante per la BiH (OHR) e' da tempo controproducente, non promette progresso e perfino la posizione della Commissione europea, ha detto, e' che la chiusura dell'OHR e' la condizione chiave per l'avanzamento della BiH verso l'Ue. L'esponente croato della Presidenza della BiH, uno dei vincitori in assoluto delle elezioni, Zeljko Komsic ritiene importante che il futuro governo trovi la forza e prenda un accordo sulle questioni chiave in BiH. La situazione in Paese non va trascurata – sottolinea Komsic - soprattutto sul piano economico e sociale e bisogna rispondere alle speranze della gente il che e' collegato con gli obiettivi della politica estera. L'attuale presidente uscente della Presidenza tripartita, il rappresentante bosgnacco, Haris Silajdzic e' dell'opinione che la BiH merita particolare attenzione degli Stati Uniti poiche' rappresenta un modello unico di pluralismo che va protetto e affermato. Silajdzic ha detto che i cittadini sono desiderosi di pace, sicurezza e prosperita' e che l'integrazione della BiH nella Nato e nell'Ue e' un passo cruciale nella realizzazione di questi obiettivi.
Soltanto i popoli ed i leader della BiH possono far si' che il Paese realizzi il suo futuro europeo ed euroatlantico, ha sottolineato invece Hillary Clinton. «Per questo occorre un lavoro e una leadership diligente nonche' la volonta' di raggiungere un compromesso e la fermezza di attuare le difficili riforme» ha avvertito il segretario di stato americano. I cittadini devono riggettare le false promesse ed i programmi nazionalistici che servono solo a se stessi mentre un futuro di stabilita' e prosperita' non e' realizzabile riaccendendo vecchie ostilita'. Alla sua prima tappa del mini tour nei Balcani, Hillary Clinton ha sottolineato che il sostegno ai Balcani e' una pietra miliare della politica estera degli Stati Uniti, rilevando anche che l'America crede nel futuro della BiH. Rivolgendosi agli studenti e ai rappresentanti della societa' civile a Sarajevo, il segretario di stato americano ha ricordato che il funzionamento e l'efficacia del potere devono essere stabiliti con un consenso all'interno dello Stato e che questo obiettivo non e' realizzabile da forze esterne. Ha ribadito che gli Stati Uniti non appoggiano la secessione o qualsiasi minaccia di secessione in BiH e che solo una BiH unita puo' avere un futuro brillante. Il messaggio sia a Sarajevo, che a Belgrado come anche a Pristina e' quello di un rafforzamento delle istituzioni democratiche e della pace tra i vicini nonche' la creazione di condizioni per il progresso politico, economico e sociale permanente.
Per il controverso premier della RS, Milorad Dodik, la visita e i messaggi del segretario di stato americano, e' come afferma, una situazione nuova. Per il leader dei serbi bosniaci «la chiusura dell'OHR e' una delle questioni democratiche piu' importanti che bisogna realizzare perche' darebbe nuovo impulso all' accordo in BiH». Per questo motivo, nel corso di un breve incontro con Hillary Clinton in occasione dell'apertura del nuovo edificio dell'ambasciata statunitense a Sarajevo, Dodik ha chiesto a Washington di aiutare il rilassamento della situazione in BiH con la chiusura dell'OHR perche' – ha affermato Dodik – questo organo rappresenta un fattore destruttivo per ogni tipo di dialogo.
Corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 13 ottobre
Washington segue con molta attenzione la situazione plitica in BiH dopo le elezioni del 3 ottobre e anche se non intende interferire direttamente sugli accordi relativi alla coalizione postelettorale, rimarra’ ferma nella sua posizione di difendere l’integrita’ e la sovranita’ della BiH, ha scritto ‘Dnevni avaz’ in vista dell’arrivo di Hillary Clinton a Sarajevo. Secondo le informazioni della stampa bosniaca, gli Stati Uniti sarebbero preoccupati a causa della possibilita’ di un blocco a lungo termine nella formazione del nuovo governo a livello statale il che potrebbe essere una specie di introduzione nell’ulteriore destabilizzazione del Paese e un approfondimento degli attuali gravi problemi. Preoccupante in generale e’ la situazione in cui proseguno le dichiarazioni e l’orientamento politico del riconfermato premier della RS, Milorad Dodik sempre nella luce dell’annunciato referendum sulla secessione e il costante mettere in dubbio il futuro della BiH come stato unito, che secondo Washington non e’ piu’ soltanto una retorica di campagna elettorale. Un ulteriore motivo di preoccupazione sarebbe l’annuncio di una alleanza aperta tra Dodik e il presidente dell’HDZ BiH, Dragan Covic, un’altro dei politici vincenti di queste elezioni. Secondo ‘Dnevni avaz’ gli Stati Uniti comprendono le ragioni per cui i croati della BiH sarebbero insoddisfatti dell’elezioni nella Presidenza tripartita della BiH del candidato (Zeljko Komsic) che non ritengono essere loro rappresentante e sono dell’opinione che vi e’ la necessita’ di cambiare una tale situazione. Ma non vorrebbero vedere altrettanto una nuova situazione in cui Dodik e Covic congiuntamente, pero’ guidati da ben diversi motivi, ostacolano la formazione del governo statale.
«Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare l'integrazione euroatlantica della BiH ma e' un fatto ben chiaro che gli obblighi che stanno davanti al Paese devono essere soddisfatti». Questo il messaggio centrale di Hillary Clinton durante il suo incontro con i vertici della BiH, con la presidenza uscente composta da Haris Silajdzic, Nebojsa Radmanovic e Zeljko Komisic della quale gli ultimi due sono stati riconfermati alle recentissime elezioni. Hillary Clinton ha ribatido la necessita' delle indispensabili riforme, in particolare la soluzione della questione del patrimonio in BiH che e' la precondizione per una piena adesione del Paese alla Nato. Le riforme costituzionali sono la responsabilita' dei politici locali e devono essere il risultato di un consenso interno. Secondo l'esponente serbo della Presidenza tripartita, Nebojsa Radmanovic, bisognerebbe sfruttare l'europottimismo sul territorio affinche' la BiH possa ottenere lo status di candidato all'adesione e poi successivamente risolvere all'interno del paese le questioni irrisolte. Radmanovic ha aggiunto che, secondo la sua opinione, l'operato dell'Alto rappresentante per la BiH (OHR) e' da tempo controproducente, non promette progresso e perfino la posizione della Commissione europea, ha detto, e' che la chiusura dell'OHR e' la condizione chiave per l'avanzamento della BiH verso l'Ue. L'esponente croato della Presidenza della BiH, uno dei vincitori in assoluto delle elezioni, Zeljko Komsic ritiene importante che il futuro governo trovi la forza e prenda un accordo sulle questioni chiave in BiH. La situazione in Paese non va trascurata – sottolinea Komsic - soprattutto sul piano economico e sociale e bisogna rispondere alle speranze della gente il che e' collegato con gli obiettivi della politica estera. L'attuale presidente uscente della Presidenza tripartita, il rappresentante bosgnacco, Haris Silajdzic e' dell'opinione che la BiH merita particolare attenzione degli Stati Uniti poiche' rappresenta un modello unico di pluralismo che va protetto e affermato. Silajdzic ha detto che i cittadini sono desiderosi di pace, sicurezza e prosperita' e che l'integrazione della BiH nella Nato e nell'Ue e' un passo cruciale nella realizzazione di questi obiettivi.
Soltanto i popoli ed i leader della BiH possono far si' che il Paese realizzi il suo futuro europeo ed euroatlantico, ha sottolineato invece Hillary Clinton. «Per questo occorre un lavoro e una leadership diligente nonche' la volonta' di raggiungere un compromesso e la fermezza di attuare le difficili riforme» ha avvertito il segretario di stato americano. I cittadini devono riggettare le false promesse ed i programmi nazionalistici che servono solo a se stessi mentre un futuro di stabilita' e prosperita' non e' realizzabile riaccendendo vecchie ostilita'. Alla sua prima tappa del mini tour nei Balcani, Hillary Clinton ha sottolineato che il sostegno ai Balcani e' una pietra miliare della politica estera degli Stati Uniti, rilevando anche che l'America crede nel futuro della BiH. Rivolgendosi agli studenti e ai rappresentanti della societa' civile a Sarajevo, il segretario di stato americano ha ricordato che il funzionamento e l'efficacia del potere devono essere stabiliti con un consenso all'interno dello Stato e che questo obiettivo non e' realizzabile da forze esterne. Ha ribadito che gli Stati Uniti non appoggiano la secessione o qualsiasi minaccia di secessione in BiH e che solo una BiH unita puo' avere un futuro brillante. Il messaggio sia a Sarajevo, che a Belgrado come anche a Pristina e' quello di un rafforzamento delle istituzioni democratiche e della pace tra i vicini nonche' la creazione di condizioni per il progresso politico, economico e sociale permanente.
Per il controverso premier della RS, Milorad Dodik, la visita e i messaggi del segretario di stato americano, e' come afferma, una situazione nuova. Per il leader dei serbi bosniaci «la chiusura dell'OHR e' una delle questioni democratiche piu' importanti che bisogna realizzare perche' darebbe nuovo impulso all' accordo in BiH». Per questo motivo, nel corso di un breve incontro con Hillary Clinton in occasione dell'apertura del nuovo edificio dell'ambasciata statunitense a Sarajevo, Dodik ha chiesto a Washington di aiutare il rilassamento della situazione in BiH con la chiusura dell'OHR perche' – ha affermato Dodik – questo organo rappresenta un fattore destruttivo per ogni tipo di dialogo.
HILLARY CLINTON NEI BALCANI / 1
La visita ufficiale del segretario di Stato Usa in Serbia
Corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 13 ottobre
Da diversi giorni i media serbi scrivono sull’arrivo del segretario di stato americano, Hillary Clinton a Belgrado nell’ambito del suo mini tour nei Balcani. Molte sono state le previsioni ed i commenti ancora in vista di questa importante visita. Cosi’ il quotidiano di Balgrado ‘Blic’ ha annunciato un colloquio a porte chiuse tra Hillary Clinton e il presidente della Serbia Boris Tadic dedicato in primo luogo al formato e al contenuto del prossimo e tanto atteso dialogo tra Belgrado e Pristina nonche’ al sostegno americano veso lo scongelamento della candidatura serba di adesione all’Ue. Secondo il giornale serbo, l’amministrazione americana sarebbe soddisfatta della svolta nella politica estera compiuta dalla Serbia in riferimento alla risoluzione sul Kosovo all’Assemblea generale dell’Onu concordata con l’Ue e a tal proposito non si aspettano ulteriori pressioni da parte degli Stati Uniti nei confronti della Srebia. Sembra chiaro che nell’anno elettorale in Serbia, l’America non insistera’ ad un incontro diretto tra il presidente Tadic e il premier kosovaro Hashim Taci. La tattica della Serbia, quando si tratta della questione Kosovo, e’ quella di non arrivare nella situazione in cui si richiederebbe il riconoscimento da parte di Belgrado dell’indipendenza di Pristina prima del suo ingresso nell’Ue e di avere in questo senso l’appoggio della comunita’ internazionale. Secondo gli analisti serbi, la maggior parte del dialogo tra Belgrado e Pristina sara’ dedicata alla protezione delle enclavi serbe, dei beni culturali e spirituali nonche’ allo status del nord del Kosovo che secondo loro “deve essere risolto nel modo di rispettare la realta’ e il potere di fatto della Serbia in questa parte del Kosovo”.
«Un comune interesse di tutti noi sta' nella pace e nel progresso di questa regione e noi appoggiamo tutti i paesi della regione affinche' possano aderire al piu' presto nell'Ue. Nessun paese pero' non ha compiuto cosi' tanti sforzi come la Serbia per avvicinarsi all'Europa», ha valutato Hillary Clinton giungendo a Belgrado. Stando alle sue parole, le integrazioni europee richiedono una forte leadership, e il presidente Tadic lo ha assicurato. «Gli Stati Uniti apprezzano la Serbia. Non soltanto per la sua ecellente storia ma, molto piu' importante, per il suo enorme potenziale. Noi crediamo nel potenziale della Serbia. Gli americani di radici serbe hanno contribuito notevolmente allo sviluppo degli Stati Uniti. Noi siamo assolutamente convitni non solo che la Serbi puo' diventare membro dell'Ue ma anche leader in Europa» ha detto il capo della diplomazia americana lasciando con queste parole molta soddisfazione presso i vertici serbi. Con le sue parole, sottolineano i media serbi, Hillary Clinton ha dimostrato nella maniera piu’ concreta fino a che misura gli Stati Uniti appoggiano veramente l’ingresso della Serbia nell’Ue perche’ ha mandato un messaggio all’Olanda che proprio in questi giorni decide sullo scongelamento della candidatura serba all’adesione.
Nel plaudire i contributi positivi della Serbia, il segretario di stato americano non ha mancato di congratularsi con le forze di polizia nella protezione dei partecipanti del Gey Parade che ha suscitato grandi disordini nella capitale serba. Hillary Clinton ha rilevato pero’ che ci sono anche posizioni contrastanti tra Serbia e Stati Uniti, come quella sul Kosovo ma che la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu e’ la base per il dialogo che puo’ portare al miglioramento. In riferimento al decennio dalla caduta del regime di Slobodan Milosevic, la Clinton ha sottolineato che si tratta di una vittoria fondamentale di una lunga lotta per la democrazia serba e ha espresso riconoscimento sia ai leader politici che ai cittadini e alle organizzazioni non-governative per l’avanzamento raggiunto.
“Il ruolo degli Stati Uniti e’ assolutamente inevitabile nella politica globale e regionale” ha detto Boris Tadic. In quanto questa visita e’ la seconda di una serie di visite bilaterali, iniziata con quella del vicepresidente americano Joseph Biden, Tadic ha precisato che la Serbia sta costruendo le relazioni con gli Stati Uniti su basi nuove dopo molti anni di incomprensioni e di caduta di livello di comunicazione. “Presentando la risoluzione con 27 paesi europei la Serbia ha dimostrato di essere propensa al dialogo e di volere che esso inizi al piu’ presto poiche’ solo attraverso il dialogo possiamo risolvere il conflitto che tra Serbia e Albania dura da oltre 150 anni” ha detto Tadic. Come ancora piu’ importante, il presidente serbo ha promesso al segretario di stato americano che la Serbia adempiera’ fino alla fine il suo obbligo nei confronti del Tribunale dell’Aja ma che insistera’ altrettanto sui processi contro quelli che avevano commesso crimini contro i serbi perche’ e’ una precodizione per la riconciliazione nella regione. La Serbia compiera’ il suo obbligo, ha assicurato Tadic, non perche’ richiesto dal Tribunale dell’Aja e dalla comunita’ internazionale, ma perche’ importante per se stessa. “La Serbia fa tutto affinche’ con l’arresto dei rimanenti due fuggitivi dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic, si possa chiudere la pagina buia della storia degli anni 90” ha detto Tadic ai giornalisti. Quanto al dialogo con Pristina, Tadic ha rilevato che la Serbia vuole che alla soluzione del Kosovo si arrivi in modo pacifico e diplomatico aggiungendo che questo dialogo deve includere tutte le questioni relative alla vita in Kosovo ribadendo pero’ che Belgrado non riconoscera’ mai il Kosovo indipendente.
Corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 13 ottobre
Da diversi giorni i media serbi scrivono sull’arrivo del segretario di stato americano, Hillary Clinton a Belgrado nell’ambito del suo mini tour nei Balcani. Molte sono state le previsioni ed i commenti ancora in vista di questa importante visita. Cosi’ il quotidiano di Balgrado ‘Blic’ ha annunciato un colloquio a porte chiuse tra Hillary Clinton e il presidente della Serbia Boris Tadic dedicato in primo luogo al formato e al contenuto del prossimo e tanto atteso dialogo tra Belgrado e Pristina nonche’ al sostegno americano veso lo scongelamento della candidatura serba di adesione all’Ue. Secondo il giornale serbo, l’amministrazione americana sarebbe soddisfatta della svolta nella politica estera compiuta dalla Serbia in riferimento alla risoluzione sul Kosovo all’Assemblea generale dell’Onu concordata con l’Ue e a tal proposito non si aspettano ulteriori pressioni da parte degli Stati Uniti nei confronti della Srebia. Sembra chiaro che nell’anno elettorale in Serbia, l’America non insistera’ ad un incontro diretto tra il presidente Tadic e il premier kosovaro Hashim Taci. La tattica della Serbia, quando si tratta della questione Kosovo, e’ quella di non arrivare nella situazione in cui si richiederebbe il riconoscimento da parte di Belgrado dell’indipendenza di Pristina prima del suo ingresso nell’Ue e di avere in questo senso l’appoggio della comunita’ internazionale. Secondo gli analisti serbi, la maggior parte del dialogo tra Belgrado e Pristina sara’ dedicata alla protezione delle enclavi serbe, dei beni culturali e spirituali nonche’ allo status del nord del Kosovo che secondo loro “deve essere risolto nel modo di rispettare la realta’ e il potere di fatto della Serbia in questa parte del Kosovo”.
«Un comune interesse di tutti noi sta' nella pace e nel progresso di questa regione e noi appoggiamo tutti i paesi della regione affinche' possano aderire al piu' presto nell'Ue. Nessun paese pero' non ha compiuto cosi' tanti sforzi come la Serbia per avvicinarsi all'Europa», ha valutato Hillary Clinton giungendo a Belgrado. Stando alle sue parole, le integrazioni europee richiedono una forte leadership, e il presidente Tadic lo ha assicurato. «Gli Stati Uniti apprezzano la Serbia. Non soltanto per la sua ecellente storia ma, molto piu' importante, per il suo enorme potenziale. Noi crediamo nel potenziale della Serbia. Gli americani di radici serbe hanno contribuito notevolmente allo sviluppo degli Stati Uniti. Noi siamo assolutamente convitni non solo che la Serbi puo' diventare membro dell'Ue ma anche leader in Europa» ha detto il capo della diplomazia americana lasciando con queste parole molta soddisfazione presso i vertici serbi. Con le sue parole, sottolineano i media serbi, Hillary Clinton ha dimostrato nella maniera piu’ concreta fino a che misura gli Stati Uniti appoggiano veramente l’ingresso della Serbia nell’Ue perche’ ha mandato un messaggio all’Olanda che proprio in questi giorni decide sullo scongelamento della candidatura serba all’adesione.
Nel plaudire i contributi positivi della Serbia, il segretario di stato americano non ha mancato di congratularsi con le forze di polizia nella protezione dei partecipanti del Gey Parade che ha suscitato grandi disordini nella capitale serba. Hillary Clinton ha rilevato pero’ che ci sono anche posizioni contrastanti tra Serbia e Stati Uniti, come quella sul Kosovo ma che la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu e’ la base per il dialogo che puo’ portare al miglioramento. In riferimento al decennio dalla caduta del regime di Slobodan Milosevic, la Clinton ha sottolineato che si tratta di una vittoria fondamentale di una lunga lotta per la democrazia serba e ha espresso riconoscimento sia ai leader politici che ai cittadini e alle organizzazioni non-governative per l’avanzamento raggiunto.
“Il ruolo degli Stati Uniti e’ assolutamente inevitabile nella politica globale e regionale” ha detto Boris Tadic. In quanto questa visita e’ la seconda di una serie di visite bilaterali, iniziata con quella del vicepresidente americano Joseph Biden, Tadic ha precisato che la Serbia sta costruendo le relazioni con gli Stati Uniti su basi nuove dopo molti anni di incomprensioni e di caduta di livello di comunicazione. “Presentando la risoluzione con 27 paesi europei la Serbia ha dimostrato di essere propensa al dialogo e di volere che esso inizi al piu’ presto poiche’ solo attraverso il dialogo possiamo risolvere il conflitto che tra Serbia e Albania dura da oltre 150 anni” ha detto Tadic. Come ancora piu’ importante, il presidente serbo ha promesso al segretario di stato americano che la Serbia adempiera’ fino alla fine il suo obbligo nei confronti del Tribunale dell’Aja ma che insistera’ altrettanto sui processi contro quelli che avevano commesso crimini contro i serbi perche’ e’ una precodizione per la riconciliazione nella regione. La Serbia compiera’ il suo obbligo, ha assicurato Tadic, non perche’ richiesto dal Tribunale dell’Aja e dalla comunita’ internazionale, ma perche’ importante per se stessa. “La Serbia fa tutto affinche’ con l’arresto dei rimanenti due fuggitivi dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic, si possa chiudere la pagina buia della storia degli anni 90” ha detto Tadic ai giornalisti. Quanto al dialogo con Pristina, Tadic ha rilevato che la Serbia vuole che alla soluzione del Kosovo si arrivi in modo pacifico e diplomatico aggiungendo che questo dialogo deve includere tutte le questioni relative alla vita in Kosovo ribadendo pero’ che Belgrado non riconoscera’ mai il Kosovo indipendente.
giovedì 23 settembre 2010
LA TURCHIA PROTAGONISTA ALL'ONU PREOCCUPA GLI USA
Turchia protagonista all'Onu: lo scrive il New York Times secondo il quale nessun paese ha usato meglio l'Assemblea generale dell'Onu per proiettare una nuova, ambiziosa immagine di sé. Con una serie di dichiarazioni, il presidente Abdullah Gul, che interviene oggi, ha difeso i legami di Ankara con Teheran dichiarando esplicitamente l'intenzione turca di diventare leader del mondo musulmano e ha snobbato un tentativo israeliano di ricucire le relazioni bilaterali compromesse dopo l'attacco del 31 maggio scorso contro "Freedom flotilla" in rotta verso Gaza che provocò la morte di nove attivisti di nazionalità turca, trovando però il tempo per incontrare il presidente iraniano Ahmadinejad.
Gul, in discorsi ed interviste, ha chiarito le ambizioni di Ankara di divenire una democrazia islamica, con un'economia in forte crescita, a cavallo tra Europa ed Oriente, e quindi in posizione vantaggiosa per affrontare i maggiori problemi internazionali, dall'Iran al conflitto mediorientale. Ma questo protagonismo turco crea delle difficoltà agli Usa, e secondo il NYT preoccupa l'amministrazione Obama che Teheran riesca a procurarsi finanziamenti per il suo programma nucleare presso le banche turche, senza contare che le tensioni Ankara-Tel Aviv potrebbero complicare gli sforzi di pace in Medio Oriente e mettere a rischio i colloqui di pace tra israeliani e palestinesi su cui Washington ha investito la sua credibilità internazionale.
Aggiornamento del 24 settembre
Il barometro delle relazioni turco-israeliane staziona sempre sul brutto tempo e per ora non si prevedono schiarite. Non solo il presidente turco Gul non ha incontrato il suo omologo israeliano al Palazzo di vetro perché non c'era tempo (che però è stato trovato per un faccia a faccia con Ahmadinejad), ma nel suo intervento davanti all'Assemblea generale ha detto che la Turchia sta ancora aspettando le scuse di Israele per il raid dello scorso maggio, "alla luce del diritto internazionale".
La Turchia ha inoltre accolto con soddisfazione il rapporto finale sul raid redatto dalla commissione d'inchiesta isttiuita dal Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu, reso noto ieri sera a Ginevra, che accusa la Marina militare israeliana di gravi violazioni dei diritti umani e di aver fatto ricorso a una brutalità inaccettabile durante il blitz.
Gul, in discorsi ed interviste, ha chiarito le ambizioni di Ankara di divenire una democrazia islamica, con un'economia in forte crescita, a cavallo tra Europa ed Oriente, e quindi in posizione vantaggiosa per affrontare i maggiori problemi internazionali, dall'Iran al conflitto mediorientale. Ma questo protagonismo turco crea delle difficoltà agli Usa, e secondo il NYT preoccupa l'amministrazione Obama che Teheran riesca a procurarsi finanziamenti per il suo programma nucleare presso le banche turche, senza contare che le tensioni Ankara-Tel Aviv potrebbero complicare gli sforzi di pace in Medio Oriente e mettere a rischio i colloqui di pace tra israeliani e palestinesi su cui Washington ha investito la sua credibilità internazionale.
Aggiornamento del 24 settembre
Il barometro delle relazioni turco-israeliane staziona sempre sul brutto tempo e per ora non si prevedono schiarite. Non solo il presidente turco Gul non ha incontrato il suo omologo israeliano al Palazzo di vetro perché non c'era tempo (che però è stato trovato per un faccia a faccia con Ahmadinejad), ma nel suo intervento davanti all'Assemblea generale ha detto che la Turchia sta ancora aspettando le scuse di Israele per il raid dello scorso maggio, "alla luce del diritto internazionale".
La Turchia ha inoltre accolto con soddisfazione il rapporto finale sul raid redatto dalla commissione d'inchiesta isttiuita dal Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu, reso noto ieri sera a Ginevra, che accusa la Marina militare israeliana di gravi violazioni dei diritti umani e di aver fatto ricorso a una brutalità inaccettabile durante il blitz.
mercoledì 18 agosto 2010
NESSUN ULTIMATUM DI OBAMA A ERDOGAN: I RAPPORTI SONO CALOROSI
Nessun "ultimatum" alla Turchia per il suo atteggiamento nei confronti dell'Iran e le sue recenti prese di posizione contro Israele. La Casa Bianca ha smentito la notizia pubblicata l'altro ieri dal Finacial Times e che ho riportato anch'io su questo blog. Il quotidiano della City aveva scritto che il presidente Barack Obama aveva messo in guardia il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ammonendo che le sue possibilità di ottenere armi americane (in particolare droni da impiegare contro i guerriglieri curdi del Pkk) potrebbero diminuire.
Il FT citava un alto responsabile dell'Amminiarrazione secondo il quale "il presidente ha detto a Erdogan che alcune posizioni che la Turchia ha assunto hanno suscitato questioni che saranno sollevate al Congresso". "Non so da dove abbiano fatto uscire" questa cosa, ha affermato il vice portavoce della Casa Bianca, Bill Burton, contestando l'uso del termine "ultimatum".
Il premier turco da parte sua ha assicurato in un'intervista all'emittente televisiva HaberTurk che le relazioni turco-americane procedono per il meglio. "Noi non abbiamo problemi", ha detto Erdogan definendo "calorosi" i rapporti con Obama. "I problemi che possono verificarsi in occasione di negoziati sull'acquisto di armi sono questioni interne a ogni Paese", ha aggiunto Erdogan spiegando che "il loro Congresso può avere una valutazione diversa, come ce l'ha il nostro parlamento".
Resta il fatto che gli Stati Uniti non avevano nascosto la loro delusione per il voto contrario di Ankara alle Nazioni Unite sulle nuove sanzioni contro Teheran, adottate a giugno dal Consiglio di sicurezza. Ed è altrettanto noto che le relazioni tra Turchia e Israele, in freddo da un anno e mezzo dopo il duro scontro tra Erdogan e il presidente israeliano Shimon Peres a Davos a causa del conflitto a Gaza e dell'operazione "Piombo fuso", si sono ulteriormente deteriorate dopo il raid israeliano contro la "Freedom flotilla" diretta a Gaza lo scorso 31 maggio che provocò la morte di nove attivisti turchi.
"Il presidente ed Erdogan hanno parlato circa dieci giorni fa e hanno discusso dell'Iran, della flottiglia e di altri argomenti", ha ammesso Bill Burton. "Ovviamente, esiste un dialogo (con i turchi), ma nessun ultimatum di questo tipo è stato lanciato", ha assicurato il portavoce.
Il FT citava un alto responsabile dell'Amminiarrazione secondo il quale "il presidente ha detto a Erdogan che alcune posizioni che la Turchia ha assunto hanno suscitato questioni che saranno sollevate al Congresso". "Non so da dove abbiano fatto uscire" questa cosa, ha affermato il vice portavoce della Casa Bianca, Bill Burton, contestando l'uso del termine "ultimatum".
Il premier turco da parte sua ha assicurato in un'intervista all'emittente televisiva HaberTurk che le relazioni turco-americane procedono per il meglio. "Noi non abbiamo problemi", ha detto Erdogan definendo "calorosi" i rapporti con Obama. "I problemi che possono verificarsi in occasione di negoziati sull'acquisto di armi sono questioni interne a ogni Paese", ha aggiunto Erdogan spiegando che "il loro Congresso può avere una valutazione diversa, come ce l'ha il nostro parlamento".
Resta il fatto che gli Stati Uniti non avevano nascosto la loro delusione per il voto contrario di Ankara alle Nazioni Unite sulle nuove sanzioni contro Teheran, adottate a giugno dal Consiglio di sicurezza. Ed è altrettanto noto che le relazioni tra Turchia e Israele, in freddo da un anno e mezzo dopo il duro scontro tra Erdogan e il presidente israeliano Shimon Peres a Davos a causa del conflitto a Gaza e dell'operazione "Piombo fuso", si sono ulteriormente deteriorate dopo il raid israeliano contro la "Freedom flotilla" diretta a Gaza lo scorso 31 maggio che provocò la morte di nove attivisti turchi.
"Il presidente ed Erdogan hanno parlato circa dieci giorni fa e hanno discusso dell'Iran, della flottiglia e di altri argomenti", ha ammesso Bill Burton. "Ovviamente, esiste un dialogo (con i turchi), ma nessun ultimatum di questo tipo è stato lanciato", ha assicurato il portavoce.
lunedì 16 agosto 2010
OBAMA NON SI FIDA PIU' DELLA TURCHIA?
"Per avere le nostre armi, dovrete cambiare posizione su Iran e Israele". Lo avrebbe detto personalmente il presidente statunitense Barack Obama al primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan secondo quanto scrive oggi il Financial Times. L'ammonimento è "particolarmente significativo" dato che la Turchia vorrebbe acquistare velivoli americani senza pilota per attaccare le basi dei guerriglieri curdi del Pkk situate tra le montagne nel Kusdistan iracheno al confine con la Turchia, dopo il ritiro statunitense dall'Iraq previsto per la fine del prossimo anno.
Secondo una fonte dell'Amministrazione Usa riportata dal giornale, Obama avrebbe detto a Erdogan "che alcune delle azioni della Turchia hanno suscitato interrogativi che saranno sollevati in Congresso". Ovvero, dice sempre la fonte, la questione principale è "se possiamo avere o meno fiducia nella Turchia come alleato": "Questo significa che sarà più difficile far approvare dal Congresso alcune delle richieste che la Turchia ci ha fatto, per esempio a proposito di alcuni armamenti che vorrebbe avere per combattere il Pkk".
La legge americana prescrive che l'Amministrazione notifichi al Congresso la vendita di armamenti a Paesi della Nato con 15 giorni di anticipo. Per impedire una vendita del genere occorrerebbe una legge ad hoc. La cosa al momento non è alle viste (sarebbe un passo di estrema gravità), ma eventuali resistenze da parte del Congresso potrebbero indurre Obama a rinunciare alla transazione: insomma, a Washington cominciano a serpeggiare dubbi sulla lealtà dell'alleato turco. Ricordo che stiamo parlando del Paese che ha il secondo maggiore esercito della Nato dopo quello degli Usa.
Nel corso dell'incontro al G20 di Toronto alla fine di giugno, Obama rimproverò a Erdogan di non aver agito come un alleato per il voto contrario della Turchia all'Onu sulle nuove sanzioni all'Iran. Obama inoltre invitò il premier turco a moderare i toni nei confronti di Israele dopo il raid contro la cosiddetta "Freedom Flotilla" diretta verso Gaza che costò la vita di nove attivisti turchi. Gli ammonimenti sulla vendita di armi e gli inviti alla moderazione nei confronti di Israele non sembra però abbiano fatto grande impressione ad Ankara. Anzi.
L'Akp, il Partito per la Giustizia e lo Svilippo del primo ministro Erdogan ha deciso di escludere l'ambasciatore israeliano dalla tradizionale cena per la fine del Ramadan. Il presidente del comitato relazioni estere del partito, Omer Celik, ha spiegato in una conferenza stampa che il mancato invito non è una questione personale contro l'ambasciatore israeliano Gabi Levi, ma "un atto simbolico contro le politiche israeliane": nessuno che sia "ingiusto o iniquo può oltrepassare la soglia del Partito", ha aggiunto il dirigente dell'Akp.
La notizia è riportata dal sito del quotidiano israeliano Haaretz che ricorda come da quando è al governo, l'Akp ha sempre invitato alla cena tutti gli ambasciatori accreditati ad Ankara. La decisione di escludere quest'anno il rappresentante israeliano sarà pure "simbolica", ma è altrettanto, se non di più, pesantemente politica. A Tel Aviv non l'hanno sicuramente presa bene, ma, com'è lecito immaginare, nemmeno a Washington avranno gradito, visto il peso e l'influenza della cosiddetta "lobby ebraica" sulla politica statunitense.
Secondo una fonte dell'Amministrazione Usa riportata dal giornale, Obama avrebbe detto a Erdogan "che alcune delle azioni della Turchia hanno suscitato interrogativi che saranno sollevati in Congresso". Ovvero, dice sempre la fonte, la questione principale è "se possiamo avere o meno fiducia nella Turchia come alleato": "Questo significa che sarà più difficile far approvare dal Congresso alcune delle richieste che la Turchia ci ha fatto, per esempio a proposito di alcuni armamenti che vorrebbe avere per combattere il Pkk".
La legge americana prescrive che l'Amministrazione notifichi al Congresso la vendita di armamenti a Paesi della Nato con 15 giorni di anticipo. Per impedire una vendita del genere occorrerebbe una legge ad hoc. La cosa al momento non è alle viste (sarebbe un passo di estrema gravità), ma eventuali resistenze da parte del Congresso potrebbero indurre Obama a rinunciare alla transazione: insomma, a Washington cominciano a serpeggiare dubbi sulla lealtà dell'alleato turco. Ricordo che stiamo parlando del Paese che ha il secondo maggiore esercito della Nato dopo quello degli Usa.
Nel corso dell'incontro al G20 di Toronto alla fine di giugno, Obama rimproverò a Erdogan di non aver agito come un alleato per il voto contrario della Turchia all'Onu sulle nuove sanzioni all'Iran. Obama inoltre invitò il premier turco a moderare i toni nei confronti di Israele dopo il raid contro la cosiddetta "Freedom Flotilla" diretta verso Gaza che costò la vita di nove attivisti turchi. Gli ammonimenti sulla vendita di armi e gli inviti alla moderazione nei confronti di Israele non sembra però abbiano fatto grande impressione ad Ankara. Anzi.
L'Akp, il Partito per la Giustizia e lo Svilippo del primo ministro Erdogan ha deciso di escludere l'ambasciatore israeliano dalla tradizionale cena per la fine del Ramadan. Il presidente del comitato relazioni estere del partito, Omer Celik, ha spiegato in una conferenza stampa che il mancato invito non è una questione personale contro l'ambasciatore israeliano Gabi Levi, ma "un atto simbolico contro le politiche israeliane": nessuno che sia "ingiusto o iniquo può oltrepassare la soglia del Partito", ha aggiunto il dirigente dell'Akp.
La notizia è riportata dal sito del quotidiano israeliano Haaretz che ricorda come da quando è al governo, l'Akp ha sempre invitato alla cena tutti gli ambasciatori accreditati ad Ankara. La decisione di escludere quest'anno il rappresentante israeliano sarà pure "simbolica", ma è altrettanto, se non di più, pesantemente politica. A Tel Aviv non l'hanno sicuramente presa bene, ma, com'è lecito immaginare, nemmeno a Washington avranno gradito, visto il peso e l'influenza della cosiddetta "lobby ebraica" sulla politica statunitense.
giovedì 17 giugno 2010
PASSAGGIO SPECIALE - MEZZALUNA SUI BALCANI
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda ieri sera alle 23,30 a Radio Radicale è stato dedicato all'iniziativa politico-diplomatica della Turchia nei Balcani.
Ad un secolo, più o meno, di distanza dalla estromissione dell'Impero ottomano dai Balcani in seguito alla guerra del 1912, la Turchia è tornata nella regione e vuole restarci da protagonista. Ovviamente, quella di oggi è una Turchia completamente diversa: è un paese sostanzialmente democratico e moderno, una realtà dinamica sia dal punto di vista economico che da quello demografico, è un importante membro della Nato con in corso i negoziati per l'adesione all'Ue. E' però sempre un paese di notevole peso, situato in un’area strategica, che da qualche tempo non fa più mistero di ambire ad un ruolo di potenza regionale, grazie alla politica estera molto dinamica e a tratti spregiudicata - che qualcuno ha definito "neo-ottomana" - portata avanti dal governo islamico-moderato di Recep Tayyp Erdogan e dal suo attivissimo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ex-professore di relazioni internazionali in diverse Università, e padre della dottrina della cosiddetta "profondità strategica". E' lui il vero protagonista della politica turca nei Balcani e così come più volte ha illustrato quello che vorrebbe essere il nuovo ruolo della Turchia nella regione, soprattutto nelle zone dove vivono maggioranze musulmane, ha anche sempre negato che l'iniziativa diplomatica nei Balcani abbia una connotazione neo-ottomana o pan-islamica, preferendo piuttosto far presente come i legami storici con la popolazione musulmana della regione, specialmente in Bosnia, potrebbero aiutare la stabilità dell'area.
Se diversa è la Turchia che torna nei Balcani, la realtà geopolitica dei Balcani è invece abbastanza simile a quella di un secolo fa. Dissoltasi la Jugoslavia, la regione oggi è infatti formata da diversi piccoli Stati che dipendono, chi più chi meno, dalle potenze europee. Il dato nuovo è che la Turchia si trova oggi in compagnia del gruppo dei paesi dei Balcani occidentali che aspirano all’ingresso nell’Unione europea. A parte la Croazia, il cui ingresso nell'Ue è ormai sicuro, anche se non c'è per il momento una data certa, tutti gli altri - Macedonia, Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Albania e Kosovo - sono in lista d'attesa. Da notare che sono tutti paesi che per secoli hanno fatto parte dell’impero ottomano ed è proprio a questi che negli ultimi mesi la Turchia ha rivolto le proprie attenzioni diplomatiche e politiche.
Il 16 ottobre del 2009 il ministro degli esteri turco Davutoglu ha partecipato al Convegno "Eredità ottomana e comunità musulmane nei Balcani di oggi" svoltosi Sarajevo parlando di storia, destino e futuro comune della Turchia e dei Balcani e in occasione delle sue altre visite nei Balcani il ministro turco ha evocato con analogo tono altri momenti della comune storia (va da sé che gli storici serbi e croati non condividono del tutto questa interpretazione del passato).
Dieci giorni dopo il convegno di Sarajevo, il èresidente turco Abdullah Gül, a Belgrado, ha dichiarato che "Serbia e Turchia sono paesi chiave nei Balcani", mentre il presidente serbo Boris Tadić, leader del fronte filo-europeo che governa il suo paese, ha parlato di una collaborazione strategica. Dopo la Serbia il Presidente Gül ha visitato anche altri paesi balcanici, ribadendo questa stessa impostazione politica.
A metà gennaio di quest'anno Davutoglu ha avuto un incontro con il suo omologo bosniaco, Sven Alkalaj, e con quello serbo Vuk Jeremic. Il 20 aprile successivo, a Belgrado ha incontrato nuovamente Jeremic ed il collega spagnolo Miguel Angel Moratinos, presidente di turno dell'Ue, per discutere del vertice Ue/Balcani occidentali che si è poi tenuto il 2 giugno a Sarajevo e al quale è stata invitata anche la Turchia. Come molti hanno fatto notare, il maggior successo del vertice è stato quello di riuscire a mettere attorno allo stesso tavolo tutti i rappresentanti dei paesi della regione, compresi Serbia e Kosovo. E sembra proprio che questo risultato si debba, oltre che all'Italia che ha proposto il compromesso della "formula Gymnich", anche alla Turchia a cui la Serbia aveva chiesto di intervenire nei confronti delle autorità kosovare per ottenere la loro partecipazione.
Prima della conferenza di Sarajevo, il 24 aprile a Istanbul si è svolta una "trilaterale" con i presidenti di Turchia, Bosnia Erzegovina e Serbia, alla quale hanno partecipato anche i ministri degli Esteri di tre paesi. Un vertice definito dalla stampa turca, forse con eccessiva enfasi, un "evento storico", conclusosi con una Dichiarazione in cui si afferma l'impegno comune per favorire la stabilizzazione e la pacificazione definitiva del Balcani.
L’impressione è che al centro dell’iniziativa diplomatica turca nei Balcani ci sia proprio la Bosnia Erzegovina. L'attivismo turco nei Balcani ha infatti preso slancio dopo il fallimento del vertice di Butmir (l’aeroporto di Sarajevo) organizzato da Ue e Usa il 9 ottobre del 2009 e che avrebbe dovuto cercare di sbloccare l'impasse istituzionale che paralizza le riforme in Bosnia preparando il superamento degli accordi di pace di Dayton che nel 1995 misero fine alla guerra. E' da notare anche che il ministro degli Esteri turco Davutoglu ha dichiarato che, durante il suo incontro con Clinton a Zurigo dedicato alla questione armena, avrebbe alla fine parlato molto più a lungo della Bosnia che dei rapporti con l'Armenia. Del resto proprio la Turchia a favorire la presentazione da parte della Bosnia Erzegovina del "Mambership action plan" per l'adesione alla Nato (il "Map" è il primo passo formale di un paese che intende aderire all'Alleanza).
Molti si chiedono se l’iniziativa turca nei Balcani sia totalmente autonoma o se sia stata ispirata dagli Stati Uniti. Di certo essa è vista positivamente sia a Washington che a Bruxelles, come dimostra l'invito a partecipare al vertice Ue/Balcani occidentali svoltosi il 2 giugno a Sarajevo. Ad Ankara questo ruolo non può che far piacere, non solo per le sue ambizioni di potenza regionale, ma anche perché può fargli guadagnare punti preziosi nel suo negoziato di adesione all'Unione europea. Un negoziato il cui esito positivo è tutt'altro che scontato, complici le resistenze di alcuni Paesi membri, le diffidenze delle opinioni pubbliche europee (sfruttate da politici e governanti contrari all'adesione della Turchia), la crisi economica e lo "stress da allargamento" di cui l'Ue soffre dopo le ultime adesioni del 2004 e 2007. Resta il fatto che nei Balcani occidentali molti problemi geo-politici restano dolorosamente aperti ed è quindi ancora presto per esprimere un giudizio sull’impatto che la politica turca potrà avere nella regione. Quel che è chiaro è che la Turchia è ormai parte della partita balcanica ed è intenzionata a giocarvi un ruolo da protagonista.
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est, realizzato con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è disponibile per il podcast sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche oppure è ascoltabile direttamente qui
Ad un secolo, più o meno, di distanza dalla estromissione dell'Impero ottomano dai Balcani in seguito alla guerra del 1912, la Turchia è tornata nella regione e vuole restarci da protagonista. Ovviamente, quella di oggi è una Turchia completamente diversa: è un paese sostanzialmente democratico e moderno, una realtà dinamica sia dal punto di vista economico che da quello demografico, è un importante membro della Nato con in corso i negoziati per l'adesione all'Ue. E' però sempre un paese di notevole peso, situato in un’area strategica, che da qualche tempo non fa più mistero di ambire ad un ruolo di potenza regionale, grazie alla politica estera molto dinamica e a tratti spregiudicata - che qualcuno ha definito "neo-ottomana" - portata avanti dal governo islamico-moderato di Recep Tayyp Erdogan e dal suo attivissimo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ex-professore di relazioni internazionali in diverse Università, e padre della dottrina della cosiddetta "profondità strategica". E' lui il vero protagonista della politica turca nei Balcani e così come più volte ha illustrato quello che vorrebbe essere il nuovo ruolo della Turchia nella regione, soprattutto nelle zone dove vivono maggioranze musulmane, ha anche sempre negato che l'iniziativa diplomatica nei Balcani abbia una connotazione neo-ottomana o pan-islamica, preferendo piuttosto far presente come i legami storici con la popolazione musulmana della regione, specialmente in Bosnia, potrebbero aiutare la stabilità dell'area.
Se diversa è la Turchia che torna nei Balcani, la realtà geopolitica dei Balcani è invece abbastanza simile a quella di un secolo fa. Dissoltasi la Jugoslavia, la regione oggi è infatti formata da diversi piccoli Stati che dipendono, chi più chi meno, dalle potenze europee. Il dato nuovo è che la Turchia si trova oggi in compagnia del gruppo dei paesi dei Balcani occidentali che aspirano all’ingresso nell’Unione europea. A parte la Croazia, il cui ingresso nell'Ue è ormai sicuro, anche se non c'è per il momento una data certa, tutti gli altri - Macedonia, Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Albania e Kosovo - sono in lista d'attesa. Da notare che sono tutti paesi che per secoli hanno fatto parte dell’impero ottomano ed è proprio a questi che negli ultimi mesi la Turchia ha rivolto le proprie attenzioni diplomatiche e politiche.
Il 16 ottobre del 2009 il ministro degli esteri turco Davutoglu ha partecipato al Convegno "Eredità ottomana e comunità musulmane nei Balcani di oggi" svoltosi Sarajevo parlando di storia, destino e futuro comune della Turchia e dei Balcani e in occasione delle sue altre visite nei Balcani il ministro turco ha evocato con analogo tono altri momenti della comune storia (va da sé che gli storici serbi e croati non condividono del tutto questa interpretazione del passato).
Dieci giorni dopo il convegno di Sarajevo, il èresidente turco Abdullah Gül, a Belgrado, ha dichiarato che "Serbia e Turchia sono paesi chiave nei Balcani", mentre il presidente serbo Boris Tadić, leader del fronte filo-europeo che governa il suo paese, ha parlato di una collaborazione strategica. Dopo la Serbia il Presidente Gül ha visitato anche altri paesi balcanici, ribadendo questa stessa impostazione politica.
A metà gennaio di quest'anno Davutoglu ha avuto un incontro con il suo omologo bosniaco, Sven Alkalaj, e con quello serbo Vuk Jeremic. Il 20 aprile successivo, a Belgrado ha incontrato nuovamente Jeremic ed il collega spagnolo Miguel Angel Moratinos, presidente di turno dell'Ue, per discutere del vertice Ue/Balcani occidentali che si è poi tenuto il 2 giugno a Sarajevo e al quale è stata invitata anche la Turchia. Come molti hanno fatto notare, il maggior successo del vertice è stato quello di riuscire a mettere attorno allo stesso tavolo tutti i rappresentanti dei paesi della regione, compresi Serbia e Kosovo. E sembra proprio che questo risultato si debba, oltre che all'Italia che ha proposto il compromesso della "formula Gymnich", anche alla Turchia a cui la Serbia aveva chiesto di intervenire nei confronti delle autorità kosovare per ottenere la loro partecipazione.
Prima della conferenza di Sarajevo, il 24 aprile a Istanbul si è svolta una "trilaterale" con i presidenti di Turchia, Bosnia Erzegovina e Serbia, alla quale hanno partecipato anche i ministri degli Esteri di tre paesi. Un vertice definito dalla stampa turca, forse con eccessiva enfasi, un "evento storico", conclusosi con una Dichiarazione in cui si afferma l'impegno comune per favorire la stabilizzazione e la pacificazione definitiva del Balcani.
L’impressione è che al centro dell’iniziativa diplomatica turca nei Balcani ci sia proprio la Bosnia Erzegovina. L'attivismo turco nei Balcani ha infatti preso slancio dopo il fallimento del vertice di Butmir (l’aeroporto di Sarajevo) organizzato da Ue e Usa il 9 ottobre del 2009 e che avrebbe dovuto cercare di sbloccare l'impasse istituzionale che paralizza le riforme in Bosnia preparando il superamento degli accordi di pace di Dayton che nel 1995 misero fine alla guerra. E' da notare anche che il ministro degli Esteri turco Davutoglu ha dichiarato che, durante il suo incontro con Clinton a Zurigo dedicato alla questione armena, avrebbe alla fine parlato molto più a lungo della Bosnia che dei rapporti con l'Armenia. Del resto proprio la Turchia a favorire la presentazione da parte della Bosnia Erzegovina del "Mambership action plan" per l'adesione alla Nato (il "Map" è il primo passo formale di un paese che intende aderire all'Alleanza).
Molti si chiedono se l’iniziativa turca nei Balcani sia totalmente autonoma o se sia stata ispirata dagli Stati Uniti. Di certo essa è vista positivamente sia a Washington che a Bruxelles, come dimostra l'invito a partecipare al vertice Ue/Balcani occidentali svoltosi il 2 giugno a Sarajevo. Ad Ankara questo ruolo non può che far piacere, non solo per le sue ambizioni di potenza regionale, ma anche perché può fargli guadagnare punti preziosi nel suo negoziato di adesione all'Unione europea. Un negoziato il cui esito positivo è tutt'altro che scontato, complici le resistenze di alcuni Paesi membri, le diffidenze delle opinioni pubbliche europee (sfruttate da politici e governanti contrari all'adesione della Turchia), la crisi economica e lo "stress da allargamento" di cui l'Ue soffre dopo le ultime adesioni del 2004 e 2007. Resta il fatto che nei Balcani occidentali molti problemi geo-politici restano dolorosamente aperti ed è quindi ancora presto per esprimere un giudizio sull’impatto che la politica turca potrà avere nella regione. Quel che è chiaro è che la Turchia è ormai parte della partita balcanica ed è intenzionata a giocarvi un ruolo da protagonista.
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est, realizzato con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è disponibile per il podcast sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche oppure è ascoltabile direttamente qui
giovedì 10 giugno 2010
TRA TURCHIA ED OCCIDENTE C'E' DI MEZZO L'EUROPA... O GLI USA?
Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha definito "sporca propaganda" le critiche di chi sostiene che Ankara stia modificando le linee strategiche della sua politica estera allontanandosi dall'Occidente e puntando a est. I crescenti attriti con Israele - di cui la tensione esplosa sull'onda del blitz militare contro la "flottiglia della pace" per Gaza è solo l'ultimo episodio - sono interpretati da molte parti proprio come prova della volontà turca di giocare un ruolo da potenza regionale nello scacchiere mediorientale in base alla dottrina della "profondità strategica" elaborata dallo stesso Davutoglu, mettendo in secodo piano la tradizionale linea euroatlantica della Turchia. Da questo punto di vista, il secco "no" alle sanzioni Onu contro Teheran - giustificato da Ankara con la preoccupazione che la decisione del Consiglio di sicurezza metterebbe a rischio i tentativi diplomatici portati avanti dalla Turchia e dal Brasile per risolvere la questione del nucleare iraniano - è uno schiaffo in faccia agli Usa, che pur di ottenere l'ok di Cina e Russia, hanno elaborato un testo annacquato che rischia di essere in sostanza poco efficace.
Secondo il segretario Usa alla Difesa, Bob Gates, l'irrigidimento della Turchia è colpa delle posizioni europee che hanno raffreddato le intenzioni di Ankara di aderire all'Unione Europea. Una valutazione non infondata se il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, nel corso di una lunga intervista pubblicata oggi dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, afferma che si dovrebbe "riflettere" su quali errori l'Europa ha commesso nei confronti della Turchia. E tra questi c'è stato anche quello di spingere "i turchi verso est invece di attirarli verso di noi". Il rischio, dice Frattini, é che "se diamo l'impressione ai turchi che non li vogliamo avere come membri della famiglia europea, si guarderanno intorno in vista di altre prospettive, quella di una potenza regionale, verso l'Iran, verso il Caucaso, la Siria e così via". E questo "non è nell'interesse dell'Europa". Secondo il nostro ministro è vero che la Turchia è diventata più nazionalista, più aperta agli islamisti, che segue una politica anti-israeliana e si avvicina all'Iran, ma "è pur vero che vi sono anche dinamiche politiche interne" e quindi "se l'Europa avesse tentato più attivamente di avvicinare la Turchia a sé, avremmo contribuito ad impedire tutto questo". Comunque, ha detto ancora Frattini alla Faz, "abbiamo ancora un po' di tempo" per rimediare, "ma dobbiamo dare più costanza al processo di adesione" della Turchia.
Romano Prodi, invece, non condivide le critiche degli Stati Uniti all'Unione Europea colpevole, come si legge in un articolo del Financial Times, di aver allontanato la Turchia dall'Occidente. Intervenendo da Bologna alla presentazione del sesto rapporto annuale sugli scenari strategici e l'economia elaborato dall'Osservatorio scenari strategici e di sicurezza di Nomisma, Prodi ha detto di giudicare sconvolgente il titolo del Financial Times e ritiene estremamente superificiale il giudizio del governo americano che di fatto imputa all'Europa il voltafaccia della Turchia. "Vedere gli americani dire che è colpa dell'Europa mentre non hanno saputo, voluto e potuto gestire la crisi mediorientale è un problema molto preoccupante perché mette in crisi le relazioni euro-atlantiche", ha detto l'ex premier ed ex presidente della Commissione europea, che ha anche ricordato di essere stato sempre favorevole all'ingresso della Turchia nell'Ue ma "nel lungo periodo", anche perché è un processo che "implica il sentimento popolare" e quindi per compierlo sono necessari "decine di anni". Prodi ha quindi invitato l'amministrazione Usa ad avere maggiore considerazione dell'Europa come partner inetenazionale e ha notato maliziosamente che "Obama non ha mai parlato di Europa in 36 suoi discorsi" e che "il giorno dell'anniversario della caduta del muro di Berlino era a Pechino".
Secondo il segretario Usa alla Difesa, Bob Gates, l'irrigidimento della Turchia è colpa delle posizioni europee che hanno raffreddato le intenzioni di Ankara di aderire all'Unione Europea. Una valutazione non infondata se il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, nel corso di una lunga intervista pubblicata oggi dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, afferma che si dovrebbe "riflettere" su quali errori l'Europa ha commesso nei confronti della Turchia. E tra questi c'è stato anche quello di spingere "i turchi verso est invece di attirarli verso di noi". Il rischio, dice Frattini, é che "se diamo l'impressione ai turchi che non li vogliamo avere come membri della famiglia europea, si guarderanno intorno in vista di altre prospettive, quella di una potenza regionale, verso l'Iran, verso il Caucaso, la Siria e così via". E questo "non è nell'interesse dell'Europa". Secondo il nostro ministro è vero che la Turchia è diventata più nazionalista, più aperta agli islamisti, che segue una politica anti-israeliana e si avvicina all'Iran, ma "è pur vero che vi sono anche dinamiche politiche interne" e quindi "se l'Europa avesse tentato più attivamente di avvicinare la Turchia a sé, avremmo contribuito ad impedire tutto questo". Comunque, ha detto ancora Frattini alla Faz, "abbiamo ancora un po' di tempo" per rimediare, "ma dobbiamo dare più costanza al processo di adesione" della Turchia.
Romano Prodi, invece, non condivide le critiche degli Stati Uniti all'Unione Europea colpevole, come si legge in un articolo del Financial Times, di aver allontanato la Turchia dall'Occidente. Intervenendo da Bologna alla presentazione del sesto rapporto annuale sugli scenari strategici e l'economia elaborato dall'Osservatorio scenari strategici e di sicurezza di Nomisma, Prodi ha detto di giudicare sconvolgente il titolo del Financial Times e ritiene estremamente superificiale il giudizio del governo americano che di fatto imputa all'Europa il voltafaccia della Turchia. "Vedere gli americani dire che è colpa dell'Europa mentre non hanno saputo, voluto e potuto gestire la crisi mediorientale è un problema molto preoccupante perché mette in crisi le relazioni euro-atlantiche", ha detto l'ex premier ed ex presidente della Commissione europea, che ha anche ricordato di essere stato sempre favorevole all'ingresso della Turchia nell'Ue ma "nel lungo periodo", anche perché è un processo che "implica il sentimento popolare" e quindi per compierlo sono necessari "decine di anni". Prodi ha quindi invitato l'amministrazione Usa ad avere maggiore considerazione dell'Europa come partner inetenazionale e ha notato maliziosamente che "Obama non ha mai parlato di Europa in 36 suoi discorsi" e che "il giorno dell'anniversario della caduta del muro di Berlino era a Pechino".
martedì 13 aprile 2010
LE PROSPETTIVE EUROATLANTICHE DEI BALCANI
Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 10 aprile a Radio Radicale. La visita dela sottosegretario di Stato Usa, James Steinberg, nei Balcani insieme al ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, presidente di turno dell’Ue, ed il ruolo della Croazia nella Nato.
Moratinos e Steinberg ottimisti dopo i colloqui a Sarajevo
Il ministro degli esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos a nome della presidenza spagnola dell’Ue e il vice segretario di Stato americano James Steinberg, nell’ambito di un suo mini tour balcanico, hanno incontrato mercoledi’ a Sarajevo i leader dei partiti politici in Bosnia Erzegovina nonche’ l’Alto rappresentante Valentin Inzko. Anche se non hanno ottenuto alcuna promessa concreta sull’attuazione delle riforme nel Paese, alla conclusione di una due giorni a Sarajevo, hanno sottolineato comunque di essere incoraggiati “con il clima positivo” in questi incontri. C’e’ da dire che tra i leader bosgnacchi, serbi e croati della BiH non c’e’ ancora sufficiente prontezza per un compromesso e accordo sull’attuazione delle riforme. Ma dopo gli incontri a Sarajevo, il ministro spagnolo Moratinos ha dichiarato che lui e il suo collega americano ripartono “con maggiore speranza e fiducia nel futuro della BiH”. Questa missione congiunta dei due dimpolatici euro-americani e’ stata qualificata dal ministro degli esteri spagnolo come una missione “di successo” anche se ha confermato che non ci sono stati accordi concreti tranne una prontezza generale di continuare le riforme dopo le prossime elezioni politiche in BiH che si terranno in ottobre.
“Dopo i colloqui con i leader della BiH sono convinto che le cose stanno andando nella direzione giusta” ha detto ottimisticamente Moratinos sottolineando che l’Ue e gli Stati Uniti continueranno ad impegnarsi congiuntamente affinche’ la BiH venga stimolata nel suo cammino verso le integrazioni euroatlantiche. Il vice segretario di stato americano, James Steinberg ha valutato che nonostante l’avvicinamento delle elezioni in BiH, l’avanzamento in alcuni settori e’ ancora possibile ed e’ per questo importante mandare messaggi positivi. “E’ importante che vi sia la prontezza (tra i leader politici) affinche’ dopo le elezioni ci sia un governo che muovera’ le cose in avanti” ha sottolineato Steinberg. Ha aggiunto che nessuno si illude per quanto riguarda la serieta’ dei problemi che gravano sulla BiH, ma che bisogna impegnarsi a cercare le soluzioni giuste. Il ministro degli esteri Moratinos ha confermato che nei primi di giugno si svolgera’ a Sarajevo una riunione ad alto livello sui Balcani occidentali che sara’ organizzata dall’Ue. Ha aggiunto di aspettarsi che in quella occasione si potranno annunciare anche “buone notizie” per i cittadini della BiH relative all’attesa liberalizzazione del regime di visti per i viaggi dei cittadini della BiH nei paesi dell’Ue.
“La situazione in BiH e’ preoccupante e le elezioni di ottobre rappresentano l’occasione perche’ questo trend sia cambiato” ha detto l’alto rappresentante Valentin Inzko dopo il suo incontro con Steinberg e Moratinos. Le misure concrete da intraprendere – ha detto Inzko – riguardano l’economia e generalmente le riforme che trasformeranno la BiH in un candidato affidabile per l’ingresso nell’Ue. Cio’ significa anche che i leader politici devono astenersi dal provocare artificialmente le tensioni, ha avvertito Inzko. C’e’ da dire che la Spagna ha recentemente promosso una iniziativa per firmare la dichiarazione sulle riforme costituzionali in BiH con la quale i leader politici del Paese si impegnerebbero a raggiungere un accordo sulla questione dopo le prossime elezioni. Nella cosidetta “Dichiarazione di Madrid” i leader bosniaci si impegnerebbero anche per l’acceleramento delle riforme. Le riforme costituzionali si baserebbero sui principi definiti e relativi all’orientamento verso l’Ue, l’adesione alla Nato e precedentemente al Piano di azione per l’adesione (MAP), preotezione dei diritti umani, liberta’ ecc.
Il vicesegretario di stato americano James Steinberg anche questa volta ha espresso sostegno da parte dell’amministrazione statunitense alla BiH nella sua via verso l’adesione alla Nato e Ue sottolineando che gli Stati Uniti vogliono essere partner nel superamento dei problemi in BiH. “Vista l’importanza di questo anno elettorale, invitiamo il Governo e i leade politici di lavorare insieme nell’interesse di tutti i cittadini della BiH” ha detto Steinberg. Come ricorda Alenko Zornija, giornalista del quotidiano croato ‘Vjesnik’, e’ stato proprio il vicesegretario di stato americano, verso la fine dell’anno scorso a promuovere insieme al ministro degli esteri svedese,
Carl Bildt l’iniziativa euro-americana per le riforme costituzionali e l’attuazione delle riforme in BiH. I colloqui si sono svolti alla base militare di Butmir nei pressi di Sarajevo e l’intero processo e’ stato chiamato “l’iniziativa di Butmir”. L’iniziativa, purtroppo, non ha portato risultati verso soluzioni concrete poiche’ i leader della BiH hanno respinto il prosposto pacchetto di riforme. Uno dei problemi principali in BiH e’ che i leader politici locali hanno posizioni del tutto diverse sul come dovrebbe essere il processo delle riforme costituzionali e l’attuzione delle riforme. In piu’, nemmeno la comunita’ internazionale non e’ unanime quando si tratta dell’approcio ai problemi che appesantiscono la BiH il che rende ancora piu’ difficile la loro soluzione. Tuttavia, scrive ‘Vjesnik’, i membri della Presidenza della BiH nel corso dei colloqui con Steinberg e Moratinos hanno confermato che gli obiettivi strategici della BiH restano l’adesione alla Nato e all’Ue. Hanno espresso anche insoddisfazione perche’ la BiH, nonostante abbia compiuto passi significativi, non ha ottenuto la MAP e si sono detti preoccupati a causa di un evidente scetticismo presente in BiH che riguarda l’ingresso nella Nato. I leader bosniaci hanno sottolineato che questo scetticismo e’ aumentato, sia per il fatto che la BiH non ha ottenuto la MAP, sia per il costante rinvio ad ottenerlo nonche’ a causa delle nuove condizioni che vengono poste alla BiH per l’adesione alla Nato.
Altrettanto importante il fatto che i diplomatici dell’Ue e Stati Uniti durante la loro visita a Sarajevo hanno commentato le recenti dichiarazioni che arrivano dalla Republika Srpska guidata dal premier Milorad Dodik a proposito di una possibilita’ della “pacifica dissoluzione” della BiH. Steinberg e Moratinos hanno concordato con l’Alto rappresentante della comunita’ internazionale e rappresentante speciale dell’Ue, Valentin Inzko che l’Accordo di Dayton non offre una tale possibilita’. “Queste affermazioni sono inaccettabili e devono cessare”, ha detto Inzko sottolineando che la BiH puo’ diventare membro dell’Ue e della Nato soltanto come uno stato unico e che altri opzioni non esistono.
Il vicesegretario di Stato americano Steinberg a Belgrado
Il Presidente della Serbia Boris Tadic che ha incontrato il vicesegretario di stato americano James Steinberg a Belgrado, seconda tappa del suo mini tour nei Balcani, successivamente a quella di Sarajevo, ha dichiarato che con il suo ospite statunitense ha concordato che sono infondate le informazioni che la BiH e sotto minaccia du una nuova guerra. “Non si tratta di guerra, la situazione si dramatizza, e non so con quale obiettivo. Bisogna identificare i problemi attraverso un dialogo razionale e democratico dei tre popoli” ha detto Tadic. Il capo dello Stato serbo ha parlato di colloqui amichevoli e aperti con il rappresentante americano e che questi colloqui hanno riguardato la situazione in BiH e in Kosovo. Ha ribadito che la Serbia ha i suoi interessi nazionali legittimi ai quali non rinucera’. Secondo le parole di Tadic, Steinberg non ha illustrato le posizioni statunitensi sulla questione Kosovo. A proposito della BiH, Tadic ha ribadito che la Serbia non appoggia nessun tipo di divisione del Paese e ritiene che questo metterebbe a repentaglio la stabilita’ regionale. “La Serbia resta fedele all’Accordo di Dayton il che implica che tutto quello che i tre popoli e le due entita’ concordano e’ accettabile anche per la Serbia ma non ci possono essere soluzioni imposte” ha rilevato Tadic. Il vicepresidente del governo serbo e ministro degli interni, nonche’ leader del Partito socialista della Serbia, Ivica Dacic ha trasmesso al vicesegretario dello stato americano Steinberg che la Serbia vuole una buona cooperazione con i rappresentanti della comunita’ internazionale in Kosovo, Kfor, Unmik ed Eulex poiche’ il suo obiettivo e’ il mantenimento della pace e garanzia di sicurezza di tutti i cittadini in Kosovo.
In connessione con la visita dell’alto funzionario statunitense a Belgrado, gli esperti politici americani valutano che le relazioni tra Stati Uniti e Serbia in questo momento sono stagnanti. Secondo Marko Papic, analista della prestigiosa Stratford, si puo’ valutare come positiva la possibilita’ che le due parti “concordino di non essere d’accordo su alcune questioni” come ad esempio sul Kosovo. L’esperto politico serbo afferma che le relazioni tra Belgrado e Washington si basano su diversi punti. Da una parte vi e’ l’appoggio statunitense agli sforzi del governo serbo di aderire all’Ue. Gli Stati Uniti sostengono anche un eventuale ingresso della Serbia nella Nato, se Belgrado una volta lo decidesse. Al contempo, Washington preme la Serbia di estradare i due rimanenti fuggitivi dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic. Washington e’ pronta anche ad “evitare” la questione Kosovo nei colloqui con l’attuale governo di Belgrado, afferma l’esperto dell’agenzia Stratford.
Ma e’ stato propio James Steinberg prima del suo arrivo a Belgrado a dichiarare che uno dei temi importanti dei suoi incontri con i vertici serbi sara’ il Kosovo e ha ammesso che vi sono divergenze ma anche interessi comuni tra i due paesi. Dall’agenzia geopolitica americana Stratford valutano che tali dichiarazioni sono di “natura diplomatica”. Marko Papic aggiunge che “Il Kosovo e’ un conflitto che attualmente non ha soluzioni ed e’ sicuro che nemmeno Steinberg non potra’ farci nulla” . Ha ricordato che anche il vicepresidente americano Josef Biden e’ stato a Belgrado e Pristina ma da questa visita non e’ uscito fuori nulla. Le autorita’ di Belgrado, secondo Papic, attualmente sono piuttosto impegnate sulle integrazioni europee e nella lotta contro la crisi economica che sulla questione Kosovo.
Gli analisti americani della Stratford affermano di osservare con grande attenzione lo sviluppo della situazione nei Balcani occidentali, soprattutto dal punto di vista dell’influenza di altri stati su questa regione. E’ chiaro – dicono – che gli Stati Uniti non hanno un ruolo chiave in Serbia. Lo si vede, e’ dell’opinione Papic, dall’attenzione che Belgrado dedica alle relazioni con gli altri paesi, soprattutto la Russia ma anche la Turchia che e’ una potenza crescente e si inserisce sempre di piu’ nelle vicende balcaniche. “Mentre la competizione tra Turchia, Russia, Ue e Stati Uniti sta’ diventando sempre piu’ intensa nella regione balcanica, Serbia, BiH, Kosovo e altri paesi della regione possono diventare un campo di scacchi per le grandi potenze. Questo non e’ nell’interesse dei Balcani” spiega Marko Papic.
La Croazia tra gli undici Stati dell’Europa centrale a Praga con Obama
“L’invito a cena con il presidente americano Barack Obama significa che e’ stata riconosciuta la politica positiva croata verso i vicini e al tempo stesso e’ un sostegno alla Croazia nel suo cammino europeo” ha detto la premier croata Jadranka Kosor in vista della cena che si e’ svolta a Praga giovedi’ , offerta dal presidente statunitense ai capi di stato e governo degli 11 Paesi dell’Europa centro-orientale, membri della Nato. La Croazia e’ stata invitata a questo incontro per la prima volta, esattamente ad un anno dal suo ingresso nella Nato, e oltre alla primo ministro Kosor, alla cena c’erano i leader di Estonia, Lituania, Letonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Bulgaria e Romania. E’ indicativo, scrivono i media croati, che e’ stata invitata la Croazia in quanto ultimo aderente alla Nato, insieme all’Albania la quale non e’ stata invitata perche’ l’amministrazione americana ha ritenuto necessario discutere di questioni relative all’Europa centrale. Secondo le informazioni diplomatiche, la parte statunitense ha voluto sentire l’opinione croata sulla situazione in BiH, soprattutto la possibilita’ che questo Paese ottenga l’invito ad aderire al Piano di Azione (MAP) per l’ingresso nella Nato. La cena a Praga ha coinciso con l’arrivo di Obama nella capitale ceca per sottoscrivere con il presidente russo Dmitrij Medvedev il nuovo accordo START, dopodiche’ il presidente americano ha trascorso la serata per parlare con i leader dei paesi dell’Europa centrale con l’obbiettivo, si dice, di assicurare loro che il rafforzamento delle relazioni con la Russia non significa trascurare i loro interessi politici e di sicurezza. Per quanto riguarda i temi ‘al tavolo’, Jadranka Kosor a nome della Croazia ha parlato del sostegno del suo Paese in quanto membro della Nato e tra breve anche quello dell’Ue, ai paesi dell’Europa sudorientale, in particolare l’appoggio alla BiH. La premier croata ha detto che sarebbe bene che la BiH ottenga al piu’ presto la sua prospettiva verso la Nato, vale a dire il Piano di azione all’adesione – MAP, che non puo’ essere un premio bensi’ un insieme di obblighi per la BiH. Inoltre, la premier croata ha evidenziato l’accordo sul arbitrariato con la Slovenia in quanto un buon esempio del come si possono risolvere le questioni aperte con i paesi vicini. C’e da dire che per quanto riguarda i vertici croati, finora con il presidente Obama si sono incontrati l’ex presidente Stjepan Mesic e l’ex premier Ivo Sanader, tutti e due al summit della Nato l’anno scorso quando la Croazia e’ diventata ufficialmente membro a pieno titolo dell’Alleanza nordatlantica.
Moratinos e Steinberg ottimisti dopo i colloqui a Sarajevo
Il ministro degli esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos a nome della presidenza spagnola dell’Ue e il vice segretario di Stato americano James Steinberg, nell’ambito di un suo mini tour balcanico, hanno incontrato mercoledi’ a Sarajevo i leader dei partiti politici in Bosnia Erzegovina nonche’ l’Alto rappresentante Valentin Inzko. Anche se non hanno ottenuto alcuna promessa concreta sull’attuazione delle riforme nel Paese, alla conclusione di una due giorni a Sarajevo, hanno sottolineato comunque di essere incoraggiati “con il clima positivo” in questi incontri. C’e’ da dire che tra i leader bosgnacchi, serbi e croati della BiH non c’e’ ancora sufficiente prontezza per un compromesso e accordo sull’attuazione delle riforme. Ma dopo gli incontri a Sarajevo, il ministro spagnolo Moratinos ha dichiarato che lui e il suo collega americano ripartono “con maggiore speranza e fiducia nel futuro della BiH”. Questa missione congiunta dei due dimpolatici euro-americani e’ stata qualificata dal ministro degli esteri spagnolo come una missione “di successo” anche se ha confermato che non ci sono stati accordi concreti tranne una prontezza generale di continuare le riforme dopo le prossime elezioni politiche in BiH che si terranno in ottobre.
“Dopo i colloqui con i leader della BiH sono convinto che le cose stanno andando nella direzione giusta” ha detto ottimisticamente Moratinos sottolineando che l’Ue e gli Stati Uniti continueranno ad impegnarsi congiuntamente affinche’ la BiH venga stimolata nel suo cammino verso le integrazioni euroatlantiche. Il vice segretario di stato americano, James Steinberg ha valutato che nonostante l’avvicinamento delle elezioni in BiH, l’avanzamento in alcuni settori e’ ancora possibile ed e’ per questo importante mandare messaggi positivi. “E’ importante che vi sia la prontezza (tra i leader politici) affinche’ dopo le elezioni ci sia un governo che muovera’ le cose in avanti” ha sottolineato Steinberg. Ha aggiunto che nessuno si illude per quanto riguarda la serieta’ dei problemi che gravano sulla BiH, ma che bisogna impegnarsi a cercare le soluzioni giuste. Il ministro degli esteri Moratinos ha confermato che nei primi di giugno si svolgera’ a Sarajevo una riunione ad alto livello sui Balcani occidentali che sara’ organizzata dall’Ue. Ha aggiunto di aspettarsi che in quella occasione si potranno annunciare anche “buone notizie” per i cittadini della BiH relative all’attesa liberalizzazione del regime di visti per i viaggi dei cittadini della BiH nei paesi dell’Ue.
“La situazione in BiH e’ preoccupante e le elezioni di ottobre rappresentano l’occasione perche’ questo trend sia cambiato” ha detto l’alto rappresentante Valentin Inzko dopo il suo incontro con Steinberg e Moratinos. Le misure concrete da intraprendere – ha detto Inzko – riguardano l’economia e generalmente le riforme che trasformeranno la BiH in un candidato affidabile per l’ingresso nell’Ue. Cio’ significa anche che i leader politici devono astenersi dal provocare artificialmente le tensioni, ha avvertito Inzko. C’e’ da dire che la Spagna ha recentemente promosso una iniziativa per firmare la dichiarazione sulle riforme costituzionali in BiH con la quale i leader politici del Paese si impegnerebbero a raggiungere un accordo sulla questione dopo le prossime elezioni. Nella cosidetta “Dichiarazione di Madrid” i leader bosniaci si impegnerebbero anche per l’acceleramento delle riforme. Le riforme costituzionali si baserebbero sui principi definiti e relativi all’orientamento verso l’Ue, l’adesione alla Nato e precedentemente al Piano di azione per l’adesione (MAP), preotezione dei diritti umani, liberta’ ecc.
Il vicesegretario di stato americano James Steinberg anche questa volta ha espresso sostegno da parte dell’amministrazione statunitense alla BiH nella sua via verso l’adesione alla Nato e Ue sottolineando che gli Stati Uniti vogliono essere partner nel superamento dei problemi in BiH. “Vista l’importanza di questo anno elettorale, invitiamo il Governo e i leade politici di lavorare insieme nell’interesse di tutti i cittadini della BiH” ha detto Steinberg. Come ricorda Alenko Zornija, giornalista del quotidiano croato ‘Vjesnik’, e’ stato proprio il vicesegretario di stato americano, verso la fine dell’anno scorso a promuovere insieme al ministro degli esteri svedese,
Carl Bildt l’iniziativa euro-americana per le riforme costituzionali e l’attuazione delle riforme in BiH. I colloqui si sono svolti alla base militare di Butmir nei pressi di Sarajevo e l’intero processo e’ stato chiamato “l’iniziativa di Butmir”. L’iniziativa, purtroppo, non ha portato risultati verso soluzioni concrete poiche’ i leader della BiH hanno respinto il prosposto pacchetto di riforme. Uno dei problemi principali in BiH e’ che i leader politici locali hanno posizioni del tutto diverse sul come dovrebbe essere il processo delle riforme costituzionali e l’attuzione delle riforme. In piu’, nemmeno la comunita’ internazionale non e’ unanime quando si tratta dell’approcio ai problemi che appesantiscono la BiH il che rende ancora piu’ difficile la loro soluzione. Tuttavia, scrive ‘Vjesnik’, i membri della Presidenza della BiH nel corso dei colloqui con Steinberg e Moratinos hanno confermato che gli obiettivi strategici della BiH restano l’adesione alla Nato e all’Ue. Hanno espresso anche insoddisfazione perche’ la BiH, nonostante abbia compiuto passi significativi, non ha ottenuto la MAP e si sono detti preoccupati a causa di un evidente scetticismo presente in BiH che riguarda l’ingresso nella Nato. I leader bosniaci hanno sottolineato che questo scetticismo e’ aumentato, sia per il fatto che la BiH non ha ottenuto la MAP, sia per il costante rinvio ad ottenerlo nonche’ a causa delle nuove condizioni che vengono poste alla BiH per l’adesione alla Nato.
Altrettanto importante il fatto che i diplomatici dell’Ue e Stati Uniti durante la loro visita a Sarajevo hanno commentato le recenti dichiarazioni che arrivano dalla Republika Srpska guidata dal premier Milorad Dodik a proposito di una possibilita’ della “pacifica dissoluzione” della BiH. Steinberg e Moratinos hanno concordato con l’Alto rappresentante della comunita’ internazionale e rappresentante speciale dell’Ue, Valentin Inzko che l’Accordo di Dayton non offre una tale possibilita’. “Queste affermazioni sono inaccettabili e devono cessare”, ha detto Inzko sottolineando che la BiH puo’ diventare membro dell’Ue e della Nato soltanto come uno stato unico e che altri opzioni non esistono.
Il vicesegretario di Stato americano Steinberg a Belgrado
Il Presidente della Serbia Boris Tadic che ha incontrato il vicesegretario di stato americano James Steinberg a Belgrado, seconda tappa del suo mini tour nei Balcani, successivamente a quella di Sarajevo, ha dichiarato che con il suo ospite statunitense ha concordato che sono infondate le informazioni che la BiH e sotto minaccia du una nuova guerra. “Non si tratta di guerra, la situazione si dramatizza, e non so con quale obiettivo. Bisogna identificare i problemi attraverso un dialogo razionale e democratico dei tre popoli” ha detto Tadic. Il capo dello Stato serbo ha parlato di colloqui amichevoli e aperti con il rappresentante americano e che questi colloqui hanno riguardato la situazione in BiH e in Kosovo. Ha ribadito che la Serbia ha i suoi interessi nazionali legittimi ai quali non rinucera’. Secondo le parole di Tadic, Steinberg non ha illustrato le posizioni statunitensi sulla questione Kosovo. A proposito della BiH, Tadic ha ribadito che la Serbia non appoggia nessun tipo di divisione del Paese e ritiene che questo metterebbe a repentaglio la stabilita’ regionale. “La Serbia resta fedele all’Accordo di Dayton il che implica che tutto quello che i tre popoli e le due entita’ concordano e’ accettabile anche per la Serbia ma non ci possono essere soluzioni imposte” ha rilevato Tadic. Il vicepresidente del governo serbo e ministro degli interni, nonche’ leader del Partito socialista della Serbia, Ivica Dacic ha trasmesso al vicesegretario dello stato americano Steinberg che la Serbia vuole una buona cooperazione con i rappresentanti della comunita’ internazionale in Kosovo, Kfor, Unmik ed Eulex poiche’ il suo obiettivo e’ il mantenimento della pace e garanzia di sicurezza di tutti i cittadini in Kosovo.
In connessione con la visita dell’alto funzionario statunitense a Belgrado, gli esperti politici americani valutano che le relazioni tra Stati Uniti e Serbia in questo momento sono stagnanti. Secondo Marko Papic, analista della prestigiosa Stratford, si puo’ valutare come positiva la possibilita’ che le due parti “concordino di non essere d’accordo su alcune questioni” come ad esempio sul Kosovo. L’esperto politico serbo afferma che le relazioni tra Belgrado e Washington si basano su diversi punti. Da una parte vi e’ l’appoggio statunitense agli sforzi del governo serbo di aderire all’Ue. Gli Stati Uniti sostengono anche un eventuale ingresso della Serbia nella Nato, se Belgrado una volta lo decidesse. Al contempo, Washington preme la Serbia di estradare i due rimanenti fuggitivi dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic. Washington e’ pronta anche ad “evitare” la questione Kosovo nei colloqui con l’attuale governo di Belgrado, afferma l’esperto dell’agenzia Stratford.
Ma e’ stato propio James Steinberg prima del suo arrivo a Belgrado a dichiarare che uno dei temi importanti dei suoi incontri con i vertici serbi sara’ il Kosovo e ha ammesso che vi sono divergenze ma anche interessi comuni tra i due paesi. Dall’agenzia geopolitica americana Stratford valutano che tali dichiarazioni sono di “natura diplomatica”. Marko Papic aggiunge che “Il Kosovo e’ un conflitto che attualmente non ha soluzioni ed e’ sicuro che nemmeno Steinberg non potra’ farci nulla” . Ha ricordato che anche il vicepresidente americano Josef Biden e’ stato a Belgrado e Pristina ma da questa visita non e’ uscito fuori nulla. Le autorita’ di Belgrado, secondo Papic, attualmente sono piuttosto impegnate sulle integrazioni europee e nella lotta contro la crisi economica che sulla questione Kosovo.
Gli analisti americani della Stratford affermano di osservare con grande attenzione lo sviluppo della situazione nei Balcani occidentali, soprattutto dal punto di vista dell’influenza di altri stati su questa regione. E’ chiaro – dicono – che gli Stati Uniti non hanno un ruolo chiave in Serbia. Lo si vede, e’ dell’opinione Papic, dall’attenzione che Belgrado dedica alle relazioni con gli altri paesi, soprattutto la Russia ma anche la Turchia che e’ una potenza crescente e si inserisce sempre di piu’ nelle vicende balcaniche. “Mentre la competizione tra Turchia, Russia, Ue e Stati Uniti sta’ diventando sempre piu’ intensa nella regione balcanica, Serbia, BiH, Kosovo e altri paesi della regione possono diventare un campo di scacchi per le grandi potenze. Questo non e’ nell’interesse dei Balcani” spiega Marko Papic.
La Croazia tra gli undici Stati dell’Europa centrale a Praga con Obama
“L’invito a cena con il presidente americano Barack Obama significa che e’ stata riconosciuta la politica positiva croata verso i vicini e al tempo stesso e’ un sostegno alla Croazia nel suo cammino europeo” ha detto la premier croata Jadranka Kosor in vista della cena che si e’ svolta a Praga giovedi’ , offerta dal presidente statunitense ai capi di stato e governo degli 11 Paesi dell’Europa centro-orientale, membri della Nato. La Croazia e’ stata invitata a questo incontro per la prima volta, esattamente ad un anno dal suo ingresso nella Nato, e oltre alla primo ministro Kosor, alla cena c’erano i leader di Estonia, Lituania, Letonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Bulgaria e Romania. E’ indicativo, scrivono i media croati, che e’ stata invitata la Croazia in quanto ultimo aderente alla Nato, insieme all’Albania la quale non e’ stata invitata perche’ l’amministrazione americana ha ritenuto necessario discutere di questioni relative all’Europa centrale. Secondo le informazioni diplomatiche, la parte statunitense ha voluto sentire l’opinione croata sulla situazione in BiH, soprattutto la possibilita’ che questo Paese ottenga l’invito ad aderire al Piano di Azione (MAP) per l’ingresso nella Nato. La cena a Praga ha coinciso con l’arrivo di Obama nella capitale ceca per sottoscrivere con il presidente russo Dmitrij Medvedev il nuovo accordo START, dopodiche’ il presidente americano ha trascorso la serata per parlare con i leader dei paesi dell’Europa centrale con l’obbiettivo, si dice, di assicurare loro che il rafforzamento delle relazioni con la Russia non significa trascurare i loro interessi politici e di sicurezza. Per quanto riguarda i temi ‘al tavolo’, Jadranka Kosor a nome della Croazia ha parlato del sostegno del suo Paese in quanto membro della Nato e tra breve anche quello dell’Ue, ai paesi dell’Europa sudorientale, in particolare l’appoggio alla BiH. La premier croata ha detto che sarebbe bene che la BiH ottenga al piu’ presto la sua prospettiva verso la Nato, vale a dire il Piano di azione all’adesione – MAP, che non puo’ essere un premio bensi’ un insieme di obblighi per la BiH. Inoltre, la premier croata ha evidenziato l’accordo sul arbitrariato con la Slovenia in quanto un buon esempio del come si possono risolvere le questioni aperte con i paesi vicini. C’e da dire che per quanto riguarda i vertici croati, finora con il presidente Obama si sono incontrati l’ex presidente Stjepan Mesic e l’ex premier Ivo Sanader, tutti e due al summit della Nato l’anno scorso quando la Croazia e’ diventata ufficialmente membro a pieno titolo dell’Alleanza nordatlantica.
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