sabato 16 febbraio 2013

UNO SGUARDO SULLA SITUAZIONE IN TURCHIA

La situazione politica interna in Turchia, lo stato di salute del governo Erdogan, la riforma della Costituzione - che l'Akp potrebbe decidere di portare avanti anche senza un accordo con l'opposizione - e il nuovo pacchetto di riforme della giustizia. E ancora: le prossime elezioni presidenziali del 2014, a cui Erdogan punta decisamente, la trattativa con il leader storico della guerriglia curda Abdullah Ocalan e le possibili schiarite sui negoziati per l'adesione all'Unione Europea. Infine: c'è il rischio di svolta autoritaria in Turchia? E se sì, è dovuta all'ispirazione islamica dell'Akp e di Erdogan o piuttosto ad una "tradizione" che caratterizza la storia della Turchia moderna da Atatuerk in poi?

Tutto questo nell'intervista a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia TMNews e collaboratrice de La Stampa e di Avvenire,  per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 14 febbraio a Radio Radicale.




LA REPUBLIKA SRPSKA VA AL REFERENDUM, MA SULLA NATO


Dodik difende la politica economica del suo governo. Accordo con Gazprom su South Stream.

Il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik
Si torna a parlare di referendum nella Republika Srpska. La consultazione popolare non sarà però quella più volte annunciata (o minacciata) dal presidente serbo-bosniaco Milorad Dodik sull'indipendenza dell'entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina. Il referendum chiederà ai serbo-bosniaci di esprimersi sull'adesione alla Nato. Dodik ha riferito di aver discusso questa posizione nei colloqui con i partiti politici della Republika Srpska e di averne parlato anche con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov durante la sua visita della settimana scorsa a Mosca.
"La nostra politica si basa sul fatto che noi non possiamo appoggiare qualsiasi decisione politica di un ristretto circolo di persone, ma chiediamo che il popolo si esprima con il referendum", ha sottolineato Dodik aggiungendo che Mosca continua a sostenere gli accordi di pace di Dayton del 1995 e la chiusura dell'Ufficio dell'Alto rappresentante internazionale in Bosnia (OHR).
Parlando dei risultati della sua visita a Mosca, il presidente serbo-bosniaco ha anche assicurato che nella riunione con i rappresentanti di Gazprom e' stato confermata definitivamente la realizzazione della diramazione del gasdotto South Stream attraverso la Repiblika Srpska. In tal modo, ha detto Dodik, potremo garantire la nostra stabilità energetica.
Rispondendo poi alle critiche dell'opposizione che accusano l'attuale coalizione di governo di essere responsabile per la pessima situazione economica e sociale, Dodik ha detto che la Republika Srpska è politicamente ed istituzionalmente stabile, anche se "permangono certe sfide sul piano economico", e ha a sua volta accusato l'opposizione di criticare il governo solo per otenere consenso senza proporre nulla di nuovo.
[con la collaborazione di Marina Szikora]


giovedì 14 febbraio 2013

LA CRISI POLITICA IN SLOVENIA E LA DISPUTA CON LA CROAZIA

Di Marina Szikora [*]
I tre partiti che abbandonano o hanno gia' abbandonato la coalizione governativa slovena proporranno come nuovo candidato a premier il professore del diritto costituzionale Miro Cerar, figlio dell'ex noto campione mondiale di ginnastica. Il quotidiano 'Delo' nella sua versione elettronica, scrive che i tre partiti, secondo fonti ufficiose, la Lista Civica (GL), il Partito Democratico dei Pensionati (DESUS) e il Partito Popolare Sloveno (SLS) molto probabilmente candideranno Cerar a futuro premier quando avranno assicurato la maggioranza necessaria in parlamento. Come detto, Miro Cerar e' figlio dell'ex campione di ginnastica sloveno e avvocato Miroslav Cerar e dell'ex ministro della giustizia e procuratore generale dello stato Zdenka Cerar. Fino ad adesso, si dava invece come candidato piu' probabile di questi tre partiti France Arhar.
Va detto che la coalizione governativa di cinque partiti guidata dal premier Janez Janša e' gia' stata abbandonata dalla Lista Civica e presto stesso faranno gli altri due partiti, DESUS del ministro degli esteri Carl Erjavec e il Partito Popolare Sloveno. Il premier Janša per adesso non considera le dimissioni anche se accusato di abuso d'ufficio e corruzione dalla Commissione anticorruzione ed i partiti che stanno abbandonando la sua coalizione intendono proporre in parlamento il voto sulla "sfiducia costruttiva". Questa possibilita' e' prevista dalla Costituzione slovena e significa che i partiti che lo vogliono fare possono proporre come nuovo candidato a premier la persona che credono possa ottenere il numero di voti necessari, vale a dire oltre la meta'. Accettare una tale proposta in parlamento significa automaticamente votare la sfiducia al governo e il nuovo candidato inizierebbe in tal caso la formazione del nuovo esecutivo. Secondo i media sloveni, i tre partiti menzionati contano anche con la coalizione del partito Slovenia Positiva (PS) che ha il maggior numero di deputati in parlamento. Si presume anche di ottenere i voti del partito di opposizione, dei Socialdemocratici (SD) che pero' non entrerebbero nel governo di transizione poiche' vogliono restare nell'opposizione fino alle prossime elezioni. Questa quindi la difficilissima situazione politica interna.

Dall'altra parte, non diminuisce l'attenzione sulla questione della disputa con la Croazia che ha come conseguenza il blocco della ratifica dell'accordo di adesione croato nel Parlamento sloveno. Se questo non accadra' in tempo utile, la Croazia non potra' aderire all'Ue come previsto il prossimo primo luglio. Jelko Kacin, parlamentare europeo sloveno e relatore per la Serbia, nella trasmissione 'Punto zero' trasmessa dalla TV statale croata lunedi' sera ha spiegato che sulla questione della Ljubljanska banka in Slovenia discuteranno tre organi, vale a dire tre Commissioni parlamentari che poi danno il segnale verde al Governo di iniziare la ratifica. Il problema, un'altra volta, Kacin trasferisce dalla parte croata e afferma che resta l'incognita quanto tutto questo durera' appunto dalla parte croata. Ha implicato che la Croazia dovrebbe assumersi l'obbligo nei confronti dei propri risparmiatori della Ljubljanska banka e che questo problema poteva essere risolto da tanto tempo. "Sono convinto che questo caso finira' male per la Croazia" ha detto Kacin. Il parlamentare europeo sloveno ha sottolineato che i precedenti governi croati avevano incluso il problema della Ljubljanska banka nell'accordo di secessione ratificato dall'ex premier croato Ivo Sanader. Il vicepresidente della Commissione esteri ed ex ministro degli esteri croato, Gordan Jandroković ha messo pero' in questione l'accordo sulla secessione ratificato da Sanader dopo che il Partito Socialdemocratico ha assunto il potere. Ospite della trasmissione e' stato anche il deputato croato e osservatore al Parlamento Europeo, Tonino Picula (già ministro degli Esteri e attualmente membro del Consiglio generale del Partito Radicale Transnazionale) il quale ha spiegato che si e' saputo che i documenti presentati dal bilancio della Narodna banka jugoslava non sono veritieri. "Ci aspettavamo che sui conti delle banche figlie si trovassero circa 645 milioni di marchi tedesci, ma ne abbiamo trovato 10 volte meno. In una banca di Francoforte abbiamo trovato soltanto 3,5 mila dollari invece di 57 milioni, ha precisato Picula. Per tal motivo, Picula si aspetta che i due ministri degli esteri, Vesna Pusić e Karl Erjavec, raggiungendo l'accordo settimana scorsa, abbiano utilizzato i veri bilanci. Picula ha aggiunto di comprendere perche' si tiene ancora in segreto l'accordo e che "bisogna lasciare alla diplomazia che in certi momenti abbia il diritto alla discrezione". Secondo Kacin, per quanto riguarda la ratifica dell'accordo dell'ingresso croato nell'Ue non e' cosi' importante il contenzioso sulla Ljubljanska banka quanto il monitoring dell'Ue sulla Croazia. Kacin continua ad implicare che la Croazia deve essere pronta a concessioni e accusa l'attuale governo croato come colpevole perche' ignora i precedenti accordi e documenti e qualifica il problema con la Ljubljanska banka come problema bilaterale. Questo, secondo Kacin, non e' sostenibile.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale.


SERBIA E KOSOVO IL DIALOGO CONTINUA: A BRUXELLES L'INCONTRO TRA I DUE PRESIDENTI


Il premier serbo Dacic dagli Usa nega i suoi rapporti con il clan Saric e smentisce l'ipotesi di elezioni anticipate

Il premier serbo Ivica Dacic
Di Marina Szikora [*]
Per quanto riguarda le relazioni tra Belgrado e Priština, va rilevato l'atteso incontro tra i due presidenti, Tomislav Nikolić e Atifete Jahjaga, avvenuto settimana scorsa che secondo i commenti rappresenta un passo significativo e l'annuncio che il dialogo politico della Serbia con Priština dovrebbe proseguire il prossimo 19 e 20 febbraio.

Il premier serbo Ivica Dačić in una intervista alla "Voice of America", durante il suo soggiorno negli Stati Uniti ha osservato che si tratta, secondo la sua opinione, di un passo avanti significativo e ha spiegato che la Serbia ha una politica comune basata innanzitutto sul tentativo, attraverso il dialogo, quindi come fattore attivo, di partecipare comunque nel processo decisionale, di tentare a difendere gli interessi nazionali e statali. Il premier serbo ha ammesso pero' di non essere a conoscenza di tutto quello che i due presidenti si sono detti durante l'incontro. Ha ricordato che e' stata un'idea del presidente Nikolić e del Partito del progresso quello di alzare il dialogo a livello politico e che lui stesso ha accettato la proposta di guidare i negoziati poiche' dall'altra parte c'e' Hashim Thaqi. "Questo processo non si deve interpretare come colloqui tra Thaqi, me e Cathrin Ashton bensi' al contrario deve essere parte di un tentativo per trovare il compromesso e una soluzione giusta che non tocchera' lo status e non costringera' la Serbia a riconoscere l'indipendenza del Kosovo ma che regolamentera' il modo di organizzare la vita in quella parte del territorio che secondo la risoluzione 1244 e' considerato particolare", ha sottolineato Dačić.

Il premier serbo ha rilevato che la difesa degli interessi nazionali "non sara' un lavoro facile" e che Belgrado e Priština nel prossimo periodo attendono temi difficili nel dialogo. Dačić ha confermato il proseguimento del dialogo per il 19 e 20 febbraio aggiungendo che il tema chiamato come 'istituzioni parallele', strutture parallele, secondo lui e' piuttosto 'il parallelismo delle istituzioni'. Si cerca, afferma Dačić, il modo come sbloccarle, vale a dire un modo accettabile sia per Priština che per i serbi che vivono al nord e non soltanto al nord bensi' in tutto il Kosovo. Come ha spiegato, si tratta di una questione fondamentale di cui si occupano sia la piattaforma che la risoluzione del Parlamento serbo e ha precisato che esse non sono state elaborate per frenare il dialogo ma al contrario per essere la risposta serba alle domande che si pongono. Nel corso della sua visita negli Stati Uniti, da Washington, Dačić ha detto che sia gli Stati Uniti che l'Ue si aspettano un progresso nel dialogo ma questo dialogo, secondo il premier serbo, non si puo' definire in modo tale che ci siano dei condizionamenti ma e' importante che gli accordi raggiunti vengano realizzati sul terreno. Dačić si e' espresso positivamente sull'incontro dei presidenti della Serbia e del Kosovo in quanto un sostegno al dialogo e parte del dialogo ma secondo le sue parole, l'opinione di Belgrado e Priština sullo status del Kosovo continua ad essere contrapposta.

Alle domande dei giornalisti sui suoi contatti con Rodoljub Radulović, appartenente al clan criminale del boss Darko Sarić e sull'interesse degli americani su eventuali elezioni anticipate, temi che in questi giorni sono al centro dell'attenzione in Serbia, Dačić ha ripetuto di non avere mai avuto incontri con appartenenti a organizzazioni criminali e che la Serbia e' fortemente impegnata nella lotta alla criminalita' organizzata e alla corruzione e nel perseguimento di tutti coloro che  devono essere portati davanti alla giustizia. Per quanto riguarda le elezioni anticipate, Dačić ha risposto che gli Stati Uniti sono convinti che questo governo deve continuare il suo lavoro, che sono stati raggiunti risultati importanti e che Washington appoggia l'attuale esecutivo di Belgrado.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi.


domenica 10 febbraio 2013

IL "GIORNO DEL RICORDO" PER CONDIVIDERE ANCHE LE STORIE DEGLI ALTRI

Oggi è stato celebrato il Giorno del ricordo istituito nove anni fa per commemorare le vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo della popolazione italiana dall'Istria e dalla Dalmazia dopo la fine della seconda guerra mondiale. La tragedia degli "infoibati" e le drammatiche vicende accadute sul confine orientale durante l'ultima fase della seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi sono stati prima oggetto di  un tentativo di rimozione dalla memoria storica del nostro Paese, e poi sono divenuti terreno di polemica politica troppo spesso piegata alla ragioni della propaganda.
La "pulizia etnica" (nozione per altro oggetto di controversie tra gli storici) di cui, tra il 1943 ed il 1945, furono vittime gli italiani (indipendentemente dal fatto che fossero fascisti o no), non va taciuta nella sua realtà e nelle sue dimensioni, ma va anche inquadrata nella contesto della politica che il Fascismo attuò nell'Italia orientale fin dai primi anni '20 e poi dell'occupazione nazi-fascista durante la guerra. Non per giustificare o sottacere, ma per comprenderne fino in fondo i caratteri e le conseguenze.
Il 10 febbraio dovrebbe servire, quindi, a ricordare tutto quello che accadde, senza rimuovere quello che da fastidio. Solo così si rende il giusto tributo alle vittime (a tutte le vittime), se ne onora la memoria e si aiuta la riconciliazione creando i giusti presupposti perché tutto ciò non succeda mai più.
Per cercare di andare oltre la pur doverosa commemorazione delle vittime di quelle tragiche vicende vi segnalo, quindi, l'intervista a Melita Richter, sociologa, saggista, mediatrice culturale, studiosa della realtà balcanica e della questione del confine tra Italia e Balcani, che realizzai per Radio Radicale in occasione della Giornata del ricordo di tre anni fa: un'interessante e utile riflessione sulle memorie individuali e sulla necessità di ascoltare e condividere anche le storie "degli altri".




A corredo di questo post ho deciso volutamente di usare la famosa foto mostrata da Bruno Vespa lo scorso anno nella puntata di Porta a Porta dedicata alle foibe e presentata come l'immagine di un plotone di militari jugoslavi che fucila dei civili italiani. Si tratta, al contrario, di militari in divisa italiana, facilmente riconoscibile, che fucilano alla schiena un gruppo di civili. Una foto che documenta le efferatezze commesse dalle nostre forze armate durante l'occupazione della Jugoslavia, dal maggio 1941 al settembre 1943. Per la cronaca la foto fu scattata a Dane, in Slovenia, il 31 luglio1942 e le vittime sono: Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič e Edvard Škerbec. Va detto che Vespa non è stato l'unico a utilizzare questa immagine in maniera distorta: molti siti Internet, blog, articoli di giornale e manifesti commemorativi di vari comuni italiani hanno usato e usano la medesima immagine associandola alla tragedia delle foibe e al dramma dell'esodo delle popolazioni italiane di Istria e Dalmazia, invece che ai crimini di guerra commessi dai militari e dai fascisti italiani.


giovedì 7 febbraio 2013

SERBIA: IL PREMIER DACIC CONVOLTO NELLO SCANDALO SARIC

Darko Saric

Di Marina Szikora [*]
In Serbia in questo momento al centro dell'attenzione e' lo scandalo politico che coinvolge il premier Ivica Dačić. Si parla di una crisi politica in Serbia e persino di elezioni anticipate. Il vicepremier Aleksandar Vučić, che è anche presidente del partito di maggioranza relativa, il Partito del progresso del presidente della repubblica Tomislav Nikolic, ha smentito che a causa dell’ “affaire” Šarić possano esserci elezioni anticipate e che pero' tutti quelli che hanno commesso reati verranno chiamati a rispondere, quale che sia il loro nome e l'incarico che svolgono. Dopo la riunione tenuta dal maggiore partito della coalizione governativa ha tenuto a causa della crisi politica provocata da una campagna mediatica in cui il premier, il socialista Ivica Dačić, e' stato collegato a persone legate al boss del narcotraffico latitante, Darko Šarić, il vicepremier Vučić ha sottolineato che la Serbia adesso ha compiti piu' importanti, anche se le elezioni anticipate, secondo le sue parole, in questo momento andrebbero a favore soprattutto del suo partito. Vučić ha aggiunto di aver saputo soltanto alcuni giorni fa degli incontri del premier Dačić con Rodoljub Radulović, membro del clan Šarić.

Va detto che i media serbi sabato scorso avevano scritto che la polizia criminale nel 2008 aveva intercettato Dačić, allora ministro degli Interni e quindi a capo della stessa polizia, registrando due incontri tra Dačić e Radulović. Il tabloid 'Informer' afferma che ci sono prove concrete del legame tra Radulović e Dačić. Secondo le informazioni dell’emittente B92, nelle note della polizia serba ci sarebbero prove che Dačić e il suo capo di gabinetto del tempo, Branko Lazarević, avevano spesso comunicato con Radulović detto Miša Banana, uno dei piu' noti membri del clan Šarić che secondo le fonti dei servizi segreti e' stato incaricato per il trasporto di cocaina da Sud America in Europa. Nei confronti di Darko Šarić, infatti, ci sono mandati di cattura per traffico di stupefacenti emessi da vari Stati ed agenzie di sicurezza, tra cui la Dea americana. Secondo 'Informer', i collaboratori di Dačić avrebbero valutato la campagna mediatica in Serbia a proposito di questo tema come un terribile scandalo che deve essere condotto fino alla fine. Secondo Dačić, la polizia ha lavorato alle sue spalle e senza mai informarlo in nessun momento del fatto che Radulović fosse indagato.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi.


LA SLOVENIA NON BLOCCHERA’ L’ADESIONE DELLA CROAZIA ALL’UE?


Di Marina Szikora [*]
La Slovenia non sarà l'ultimo paese membro dell'Ue a ratificare l'accordo di adesione croato, ha spiegato la ministro degli esteri croata Vesna Pusić a termine della sua riunione con il collega sloveno Karl Erjavec mercoledi' scorso a Bruxelles. Nonostante gli annunci, Pusić ed Erjavec non sono riusciti a concordare la soluzione definitiva che possa avviare il processo di ratifica dell'accordo di adesione della Croazia da parte della Slovenia. Quello che resta è il collegamento della decisione politica, rappresentata dai ministri, e la decisione tecnico-giuridica degli esperti che si dice essere già concordata. Il ministro sloveno Erjavec ha affermato che gli esperti finanziari sono andati molto avanti per quanto riguarda la soluzione delle questioni tecniche del contenzioso sulla Ljubljanska Banka. Resta ancora la decisione politica, ha aggiunto Erjavec, dicendosi convinto del raggiungimento della soluzione affinché la Slovenia possa molto presto iniziare il processo di ratifica dell'accordo di adesione croato.

Intanto, tre quarti dei cittadini della Slovenia ritengono che il loro paese dovrebbe ratificare l'accordo di adesione della Croazia all'Ue anche se le possibilità che questo si realizzi sono sempre minori, ha scritto il quotidiano di Lubiana 'Delo' nella sua edizione di lunedì, riferendosi ai risultati di un sondaggio in cui oltre 500 intervistati hanno risposto innanzitutto alla domanda relativa alla soluzione della crisi politica slovena. Di questo numero di intervistati, il 76% ha risposto positivamente alla necessità di ratificare il trattato di adesione della Croazia; solo il 14% è contrario alla ratifica, mentre il 10% è indeciso. 'Delo' scrive che "nelle ultime settimane sembra sempre minore la possibilità che il parlamento sloveno ratifichi l'accordo di adesione della Croazia all'Ue poiché le cose si complicano a causa della questione Ljubljanska Banka e della crisi politica e di governo slovena. Ma è visibile che si proseguirebbe alla ratifica molto presto se ciò dipendesse dalla volontà dell'opinione pubblica slovena". La questione centrale di questo sondaggio ha riguardato la possibilità di risolvere la crisi politica slovena in cui il governo non ha più l'appoggio della maggioranza in parlamento e pian piano il premier Janez Janša viene abbandonato dai suoi partner di coalizione. Solo il 14% degli intervistati ritiene che Janša in una tale situazione dovrebbe continuare ad insistere sul suo incarico e guidare il Paese con un governo minoritario. Il 49% valuta invece che la migliore uscita dall'attuale situazione siano le elezioni anticipate.

Ma la questione della Ljubljanska Banka non è l'unico argomento di disputa tra Croazia e Slovenia. L'11 febbraio scade il termine entro il quale le due parti devono presentare ciascuna il suo documento alla corte di arbitrato relativo al contenzioso sul confine. Il ministro cfroato degli Esteri e degli Affari europei, Vesna Pusić, ha già annunciato che la Croazia ha terminato il suo documento che verrà inviato all'indirizzo necessario prima del termine. Si tratta di un documento di circa trecento pagine elaborato in collaborazione con i massimi esperti mondiali, ha spiegato Pusić da Bruxelles mentre partecipava alla riunione dei capi di diplomazia degli stati membri dell'Ue. In quella occasione non ha voluto commentare la mossa del premier sloveno Janez Janša di inviare il documento sloveno sull’arbitrato relativo al confine al proprio parlamento per la decisione finale richiedendo delle modifiche. Secondo Pusić, si tratta molto probabilmente di buone ragioni della parte slovena, considerando anche il momento politico in paese. Va detto, inoltre, che il ministro degli esteri sloveno, Karl Erjavec, era contrario alle modifiche del documento sull’arbitrato.

L’ultima notizia, al momento della registrazione di questa corrispondenza, è che i due ministri degli Esteri, Pusić ed Erjavec, si sono incontrati ieri, mercoledì, ad Otočec su Krka, in Slovenia, per discutere sulla soluzione del problema dei risparmiatori croati dell'ex Ljubljanska Banka. Insieme ai due ministri c'erano anche i due esperti finanziari, Zdravko Rogić e France Arhar. In vista dell'incontro, l'ambasciatore sloveno in Croazia ha dichiarato che le richieste della Ljubljanska Banka nei confronti delle ditte croate sono da 4 a 5 volte maggiori rispetto alle richieste della Croazia a nome dei risparmiatori. Intanto, il Parlamento sloveno, in una seduta straordinaria, ha confermato la proposta del documento senza modifiche sul contenzioso sul confine con la Croazia preparato dal Ministero degli esteri sloveno.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi.


LA POLITICA ESTERA TURCA CERCA NEI BALCANI IL SUCCESSO CHE NON TROVA IN MEDIO ORIENTE?

Ahmet Davutoglu (Foto: Reuters)

Di Marina Szikora [*]
In vista della visita ufficiale del ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, a Belgrado, l'analista politico serbo Miloš Marković commenta che questo e' un tentativo di Ankara, dopo una serie di fallimenti in Medio Oriente, di guadagnare punti almeno nei Balcani, dove la Turchia, negli anni precedenti, aveva ottenuto successi significativi. In questo suo commento pubblicato nel settimanale Nedeljnik, con il titolo "La Serbia come l'ultimo asso turco", Marković indica che dopo l'elezione di Tomislav Nikolić a presidente della Serbia e nonostante l'evidente interessamento mediatico per la Turchia e frequenti critiche nei confronti di questo paese, le relazioni serbo-turche non hanno subito nessun danno. Dopo voti negativi dovuti al fallimento nella crisi siriana, Davutoglu ha bisogno almeno di un successo per presentarsi al premier Erdogan, prosegue l'analista serbo sostenendo che questo successo il ministro turco forse lo potrebbe trovare proprio in Serbia. "Si potrebbe pensare che la Turchia dopo un intero anno di passivita', nuovamente, a grandi porte, torna nei Balcani Occidentali", scrive Marković.

Secondo questo osservatore politico, per il ministro degli Esteri turco la posta in gioco sono anche le prossime elezioni presidenziali in Turchia nel 2014 quando si attende la vittoria di Erdogan, mentre Davutoglu potrebbe aspirare all'incarico di premier. Va ricordato che anche se il progetto del ministro degli Esteri turco era quello del "2012 anno della pace nei Balcani", il che doveva potenziare l'importanza della diplomazia turca nella regione e in qualche modo ufficializzare il ruolo chiave della Turchia, nel mirino delle attivita' del ministro degli Esteri turco l'anno scorso si e' trovato pero' del tutto il Medio Oriente, vale a dire la crisi siriana. Ma tuttavia, la Turchia non e' scomparsa dai Balcani e adesso i Balcani potrebbero tornare nel centro dell'attenzione della politica estera turca. Dall'altra parte, l'anno scorso, vi e' stato un numero significativo di convegni, conferenze, articoli giornalistici che hanno dimostrato un evidente interessamento in Serbia per la politica estera turca, tra questi anche una conferenza parallela dedicata alla politica estera turca svoltasi a Belgrado e a Banja Luka, capitale della Republika Srpska (l'entità serba della Bosnia Erzegovina), lo scorso novembre.

Secondo l'analista Marković, i buoni conoscitori della scena politica turca difficilmente trascureranno il fatto che la Serbia con il Partito del progresso, il partito del presidente Nikolic, che ha preso le distanze dal passato estremista, ha una formazione politica che ricorda moltissimo l'avvicinamento di Erdogan e Gul (l'attuale presidente turco) ai circoli politici influenti e alla lobby ebraica di Washington per poi rompere il lungo legame con il suo mentore islamista, Necmetin Erbacan. Con la politica verso la Siria, Ankara in modo significativo ha limitato il suo spazio di manovra e si e' confrontata non soltanto con il presidente siriano Assad, bensi' anche con i Paesi quali la Russia, l'Iran, la Cina e l'Iraq che hanno le loro ragioni per cui vogliono ostacolare o almeno rinviare la caduta del regime di Assad. Quando si tratta della possibilita' di un riorientamento economico-politico della Turchia su altre regioni, senza dubbio, oltre la crisi in Siria, il maggiore ostacolo e' la "lettura" curda della primavera araba, conclude Marković e afferma che una tale mossa potrebbe ancora maggiormente accelerare l'ulteriore escalation della questione curda nella regione. Va precisato che l'autore di questo commento che volevamo illustrarvi in questa trasmissione e' collaboratore del Centro europeo per la cooperazione regionale e si occupa di politica estera turca nonche' di vita politica in Turchia.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio aSud Est andata in onda giovedì 7 febbraio a Radio Radicale.


I BALCANI ALLA CONFERENZA SULLA SICUREZZA DI MONACO


Di Marina Szikora [*]
L'evento principale dello scorso fine settimana, per quanto riguarda le relazioni internazionali e la politica di sicurezza, e' stata la 49esima Conferenza sulla sicurezzasvoltasi a Monaco di Baviera, dal 1 al 3 febbraio, una delle riunioni piu' importanti su questi temi che ogni anno riunisce i capi di stato e di governo, ministri degli esteri e della difesa ma anche rappresentanti di organizzazioni nongovernative, esperti nel campo della politica internazionale e di sicurezza nonche' importanti uomini di affari. Quest'anno, alla conferenza di Monaco di Baviera hanno preso parte circa quattrocento leader politici ed economici, tra cui dieci capi di Stato e di governo, cinque commissari europei. Particolarmente significativa la presenza del vicepresidente americano Joe Biden. Si e' discusso e riflettuto del miglioramento della cooperazione internazionale e del dialogo in cerca di soluzioni dei focolai di crisi e di questioni geostrategiche del nostro mondo.

La Croazia era rappresentata dal presidente Ivo Josipović il quale e' intervenuto nella sessione dedicata a "Sicurezza e stabilita' in Europa Sudorientale e nel Caucaso", moderata dall'ex presidente finlandese ed inviato speciale dell'Onu per il Kosovo, Martti Ahtissari. Nella sessione si e' discusso della situazione di sicurezza nelle due regioni dopo che l'attenzione della politica internazionale e' stata trasferita su altri focolai di crisi. Oltre a Josipović, in questo dibattito sono intervenuti anche i presidenti della Macedonia e dell'Azerbejdzan, i ministri degli esteri della Georgia e del Kazakstan. Ai margini della conferenza, il capo dello stato croato ha avuto tutta una serie di incontri bilaterali, tra cui quelli con il vicepresidente americano Joe Biden, con i presidenti macedone, azero e del Kosovo, con il premier del Quatar, nonché con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e con quello tedesco, Guido Westerwelle.

Gli Stati Uniti si aspettano che presto inizi la ratifica dell'accordo di adesione della Croazia all'Ue in Slovenia. La notizia e' giunta dall'Ufficio del presidente croato Ivo Josipović dopo il suo colloquio con il vicepresidente americano Joe Biden ai margini della conferenza di Monaco di Baviera. "La Croazia e la Slovenia sono i partner americani nella Nato e mi aspetto che il contenzioso sulla Ljubljanska banka venga risolto presto", ha detto Biden. Un comunicato ufficiale ha reso noto che la presidente del Kosovo, Atifete Jahjaga, ha discusso con il vicepresidente americano Biden della cooperazione bilaterale tra Washington e Pristina, nonché dell'imminente incontro della stessa Jahjaga con il presidente della Serbia, Tomislav Nikolić. La presidente del Kosovo si e' detta pronta ad incontrare il suo collega serbo ed ha precisato che con questo vuole dare il suo appoggio al dialogo e alla piena normalizzazione delle relazioni tra, come ha detto, "due stati indipendenti e sovrani" [l'incontro si è svolto martedì 6 febbraio a Bruxelles, n.d.r.]. Biden, da parte sua, ha ribadito che gli Stati Uniti continueranno ad appoggiare il Kosovo sul suo cammino europeo e in tutti i processi democratici e che la posizione americana è che "la sovranita' e l'integrita' territoriale del Kosovo sono risolti". Quanto alla presidente del Kosovo, le istituzioni del Kosovo sono dell'atteggiamento che le animosita' del passato nelle relazioni con la Serbia non devono essere lasciate alle giovani generazioni ma si devono risolvere adesso. Jahjaga ha ringraziato gli Stati Uniti per l'aiuto che avevano dato e che offrono tutt'ora al consolidamento dello Stato e della societa' kosovara.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio aSud Est andata in onda giovedì 7 febbraio a Radio Radicale.


PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale oggi 7 febbraio. La trasmissione è ascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.