mercoledì 18 maggio 2011

CIPRO AL VOTO

Foto da http://www.eastbordnet.org/
Domenica prossima si vota a Cipro, o meglio nella repubblica di Cipro, vale a dire la parte dell'isola riconosciuta dalla comunità internazionale. Cipro, infatti, è divisa in due dal 1974, da quando cioè le truppe della Turchia occuparono la parte settentrionale dell'isola (equivalente a poco meno del 40% del territorio). In quest'area, nel 1983, si costituì la “Repubblica Turca di Cipro Nord”, uno stato inesistente dal punto vista della legalità internazionale, riconosciuto soltanto dalla Turchia. Le vicissitudini che portarono all'occupazione turca della parte settentrionale dell'isola e alla sua divisione forzata sono come sempre in questi casi complesse e intricate e da entrambe le parti si attribuiscono torti e si rivendicano ragioni. E, come sempre in questi casi, la realtà non è mai bianca e nera, con i buoni tutti da una parte ed i cattivi tutti dall'altra.

In ogni caso, dal 2004 Cipro è nell’Unione Europea. Lo è nella sua interezza anche se nella parte occupata dalla Turchia il governo della repubblica di Cipro non può esercitare la sua sovranità. La questione di Cipro è divenuta, quindi, anche la chiave di volta per l’adesione della Turchia all’Ue. I negoziati tra Bruxelles ed Ankara, avviati nel 2005, sono al momento notevolmente rallentati – per non dire sostanzialmente fermi – a causa del fatto che molti dei 35 capitoli che compongono il processo di adesione non possono essere nemmeno aperti proprio per la mancanza di una qualche soluzione della questione cipriota. Il problema è ulteriormente complicato dal fatto che Ankara non applica gli accordi per l'unione doganale alla Repubblica di Cipro, cioè non permette l’ingresso nel proprio spazio marittimo e aereo di navi e velivoli provenienti dalla parte greco-cipriota, in risposta all'analogo veto opposto da Nicosia nei confronti di Cipro Nord.

Va adetto che l'Unione Europea nel 2004 si rese in pratica corresponsabile del fallimento del “piano Annan” per la riunificazione dell'isola che fu affossato dai greco-ciprioti. Il piano, voluto dall'allora segretario generale dell'Onu e frutto di non facili negoziati tra le due parti, fu sottoposto a referendum. Ma mentre i turco-ciprioti, anche grazie alla pressione di Bruxelles e in vista dell'adesione all'Ue, lo approvarono, le autorità greco-cipriote, al contrario, con un improvviso voltafaccia a pochi giorni dal voto, si espressero negativamente perché avrebbe portato alla nascita di una confederazione che avrebbe comportato l'ovvio riconoscimento dell'entità nata dall'occupazione turca.

Nonostante questo, e nonostante la Commissione europea stessa abbia ammesso di essere stata in pratica presa in giro da Nicosia, l'isola di Cipro è entrata formalmente nell'Unione il 1° maggio del 2004. Tutta l'isola, anche la parte nord che però di fatto ne resta esclusa. La richiesta turco-cipriota di stabilire relazioni commerciali dirette con l’Ue è stata respinta da Bruxelles. Nell’ottobre 2010 il Comitato del Parlamento Europeo per le questioni legali, con un voto ad ampia maggioranza, ha confermato che il commercio diretto tra Unione e Cipro Nord è in contrasto con la sovranità di Nicosia sull’intero territorio nazionale. Negli ultimi anni c'è stata anche una ripresa dei negoziati bilaterali, ma nonostante il sostegno dell'Onu e dell'Ue e le tante dichiarazioni di buona volontà, non si è fatto nessun concreto passo avanti e la situazione è di fatto ferma. In questa situazione che domenica prossima, 22 maggio, Cipro andrà al voto.

CITTADINI CONTRO LE MAFIE TRANSNAZIONALI

Voglio segnalare questo sito che si presenta come un "nuovo canale di comunicazione tra europa occidentale e orientale" e "un ponte tra realtà associative" e che intende "accendere, grazie ai cittadini, i riflettori dei media sulla criminalità organizzata transnazionale" a partire da due realtà europee molto diverse fra loro: l’Italia e la Romania" (passando da Bruxelles). Due realtà viste come "due angoli d’Europa allo specchio che relativamente alle problematiche sollevate interpellano direttamente le istituzioni europee": due paesi che da una parte sono legati da forti interessi economici e commerciali, ma che allo tempo stesso si conoscono poco.

Le principali aree tematiche in cui il progetto intende indagare e analizzare l’influenza della criminalità in Europa sono tre: l’immigrazione, gli investimenti in ambito energetico e quelli in ambito immobiliare. I promotori del progetto, che è stato promosso dall’Associazione Ilaria Alpi e da FLARE Network in collaborazione con Crji (romanian centre for investigative journalism) ed è sostenuto da "Europe for citizens" e dall'Unione Europea, ritengono impellente l’esigenza di informare i cittadini riguardo l’espansione e la presenza della criminalità organizzata ed il loro coinvolgimento nella creazione di flussi informativi in materia.

Il progetto Est al momento ha prodotto 9 brevi inchieste giornalistiche trasmesse da Rai News 24, che trovate sul sito, ed un workshop che si terrà a giugno 2011 sulla criminalità organizzata transnazionale nel contesto europeo.

Trovate tutto questo su www.estproject.eu

martedì 17 maggio 2011

BOSNIA: SEGNALI DI (FINE?) TEMPESTA

di Wolfgang Petritsch e Christophe Solioz  (Ginevra, Parigi 17 maggio 2011)*


Una quindicina d'anni dopo la firma degli Accordi di Dayton, il 14 dicembre 1995 a Parigi, la Bosnia resta invischiata in quel che rimane di una transizione post-bellica interminabile. Le crisi hanno il gusto amaro del “già visto”, scandiscono il ritmo della vita quotidiana dei suoi cittadini (dis)illusi. Ogni volta si prevede il peggio, il sollievo che segue è dunque grande quanto illusorio.

La Bosnia è ora puntualmente di fronte a una nuova crisi. Vediamola più da vicino: dalle elezioni dell'ottobre 2010 lo Stato non ha un governo; i partiti bosniaco-croati (HDZ e HDZ 1990) e la Commissione elettorale contestano la formazione del governo della Federazione croato-mussulmana; la creazione di una “assemblea nazionale croata” a Mostar; la costruzione di una chiesa ortodossa a due passi dal monumento di Potočari in ricordo del genocidio di Srebrenica; infine, la minaccia di referendum nella Republika Srpska sul sistema giudiziario e le competenze delle autorità internazionali.

-Si intuisce una certa agitazione nelle cancellerie occidentali. E l'Unione europea s'affretta a mandare a Banja Luka Catherina Ashton per ottenere in extremis l'annullamento del referendum. Mentre l'altro rappresentante dell'UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza ha altre gatte da pelare, è apprezzabile che si rechi di persona in una provincia bosniaca per riportare alla ragione un primo ministro che ha gli occhi più grandi dello stomaco. Per quanto riguarda gli altri problemi, si farà quel che si può, giorno per giorno. Intanto, tutto sembra più o meno rientrato nell'ordine. Per quanto tempo?

Tale scenario si ripete troppo spesso, è necessario capirne la logica. Queste mosse, cui unico scopo è la destabilizzazione dello Stato bosniaco, sono lo strumento di baratto dei nazionalisti, sopratutto serbi, ma non solo, che trovano così un mezzo per occupare la scena politica. Canto del cigno che non si deve però sottovalutare. A questo si aggiunge l'interesse di milioni di bosniaci di ogni parte a far prevalere lo status quo e a intralciare il processo di ormeggio all'Unione europea. Non meno costernante, l'assenza totale di un movimento di opposizione significativo: la primavera araba non sembra agitare le sponde della Neretva. L'innesto della democrazia non sembra attecchire o forse ha bisogno di tempi particolarmente lunghi. Ma il tempo passa.

Alle resistenze interne, bisogna aggiungere anche il comportamento goffo e le mancanze della “comunità internazionale”. Gli Stati uniti, occupati altrove, sembrano poco desiderosi di togliere le castagne dal fuoco. Dal 2006, l'OHR ha perso in efficacia e, sopratutto, in credibilità. Il trattato di Lisbona (2009) non ha risolto per il momento i problemi di governance di un'Unione sempre incapace di parlare con una sola voce (Barroso, Van Rompuy, Ashton).

Il Servizio europeo per l'azione esterna e specialmente il suo Direttore per i Balcani, ex-altro rappresentante Miroslav Lajčák, devono ancora orientarsi. Alla fine ci restano solo gli occhi per piangere e deplorare l'assenza di una strategia convincente per uscire dal labirinto bosniaco a testa alta.

Tra le crisi a ripetizione e le cantonate prese dalla cosiddetta “comunità internazionale”, è inutile sottolineare che tutto il processo di riforma in Bosnia è bloccato da anni. Questa situazione non può più durare, è l'ora delle scelte e dell'azione.

Prima di tutto, è importante rimaneggiare gli Accordi di Washington (1994) che regolano il funzionamento della Federazione della Bosnia-Erzegovina, cioè l'entità croato-mussulmana, dal 2006 in fallimento e al limite dell'implosione.

Diventa ineluttabile sopprimere uno dei tre livelli di governo territoriale al fine di ottenere un'architettura istituzionale più razionale che conceda nello specifico più spazio ai poteri locali.

Un raggruppamento regionale di agglomerati dovrebbe permettere di soddisfare le rivendicazioni dei bosniaco-croati, senza che ci sia neppure il problema di creare una terza entità. Si tratta dunque di salvare una nave alla deriva e di equilibrare il rapporto di forza con l'altra Entità, la Republika Srpska.

In secondo luogo, l'OHR ha fatto il suo tempo. L'attuale crisi dimostra che si può ormai sostituire ai poteri coercitivi dell'OHR (Bonn powers), i mezzi persuasivi e non coercitivi dell'UE (Soft powers). Bisogna dunque portare a termine il processo di trasferimento alle autorità bosniache delle competenze ancora tenute da questo organismo che dovrebbe rapidamente trasformarsi in osservatorio che vigila il rispetto dell'integrità territoriale del Paese. Parallelamente, è indispensabile istituire una missione Ue dotata di una visione e di una strategia forte.

Infine, si dovrà un giorno affrontare direttamente la revisione degli Accordi di Dayton. Ci sembra arrivato il momento di non aver paura d'aprire il vaso di Pandora, unico modo per far riemergere la speranza di un futuro diverso per questo Paese che ha sofferto nel dopo guerra quasi come durante la guerra. È importante avviare un negoziato sulle competenze centrali necessarie a uno Stato che aspira a diventare membro dell'UE.

Lo storico accordo di Mrakovica-Sarajevo (2002) dimostra che è possibile seguire questa via coinvolgendo i politici bosniaci in un processo che questa volta avrà come obiettivo il superamento delle contraddizioni e delle insufficienze degli Accordi di Dayton. Da qui la nostra proposta di un conclave sotto l'egida dell'Unione europea, che coinvolga gli stati garanti degli Accordi di Dayton (la Serbia e la Croazia) e la Turchia.

Partendo da un bilancio di questi quindici anni di semi-protettorato, la posta in gioco sarà di riconsiderare la ripartizione delle competenze a diversi livelli (Stato, Entità, distretti e comuni). La linea rossa da non oltrepassare è nota a tutti, a Banja Luka come a Sarajevo: non si può considerare né un'indipendenza delle Entità, né una centralizzazione assoluta. Tra questi due estremi, il negoziato deve avere come obiettivo l'istituzione di un sistema confederale avente come bussola i criteri e le esigenze, molto pragmatiche, per l'adesione all'UE.

Tra i sostenitori dell'interventismo, che pensano che solo l'azione della comunità internazionale possa impedire l'implosione della Bosnia, e quelli che, al contrario, ritengono che i bosniaci soli sono responsabili del loro futuro, noi siamo per una via intermedia: quella di una responsabilità condivisa, di un partenariato esigente che superi gli errori del passato per mettere il Paese nell'orbita di Bruxelles.

Wolfgang Petritsch
ex Altro rappresentante in Bosnia Erzegovina (1999-2002), attualmente ambasciatore d'Austria presso l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) a Parigi

Christophe Solioz
segretario generale del Centro per le Strategie di Integrazione Europea (CEIS) a Ginevra

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso

lunedì 16 maggio 2011

CAMPAGNA ELETTORALE IN TURCHIA: SCANDALI E VELENI

Se pensate che il proditorio attacco rivolto da Letizia Moratti a Giuliano Pisapia durante un faccia a faccia televisivo in vista delle elezioni comunali di Milano sia un segno del degrado della politica italiana non sapete cosa sta avvenendo in questo periodo a cavallo del Bosforo. La Turchia andrà infatti alle urne il 12 giugno per le elezioni politiche e a poco meno di un mese dal voto la campagna elettorale è già segnata da veleni e colpi bassi. Nelle ultime settimane la stampa ha registrato numerosi scandali che riguarderebbero partiti concorrenti dell'Akp, il partito islamico-moderato del premier Recep Tayyip Erdogan che governa con una solida maggioranza parlamentare grazie al 47% dei voti ha conquistato nel 2007. I sondaggi indicano che l'Akp potrebbe ripetere quell'exploit o comunque avvicinarvisi molto garantendosi un altro quadriennio di governo monocolore.

Prima c'è stato il caso dei candidati indipendenti del Bdp, il Partito curdo per la Pace e la Democrazia, bloccati per qualche giorno dall'Alta Commissione Elettorale con un cavillo legale con una decisione che ha scatenato durissime proteste nel sud-est del Paese a maggioranza curda. Il segretario del Bdp, Nurettin Demirtas, ha accusato l'Akp e il premier Erdogan di aver organizzato una manovra politica per prendere il sopravvento nella regione. Pochi giorni dopo, guerriglieri curdi del Pkk hanno attaccato un convoglio di dirigenti dell'Akp che tornavano da una manifestazione politica con Erdogan, provocando la morte di un agente di polizia. Quindi, il fondatore del Pkk, Adbullah Ocalan, ha fissato il 13 giugno come data ultima per avviare un programma di riforme per la minoranza curda minacciando, in caso contrario, di scatenare l'inferno nel Paese.

Ai primi di maggio sono state arrestate per corruzione una quarantina di persone nelle province di Smirne e Aydin, storicamente governate dal Chp, il Partito repubblicano del Popolo, principale voce dell'opposizione erede del padre della patria Kemal Ataturk. Umut Oran, vice presidente del Chp, non ha dubbi: si è trattato del tentativo di mettere il partito in cattiva luce a poche settimane dal voto, proprio mentre era dato in risalita nei sondaggi. Questa settimana, invece, è stata la volta del Mhp, il partito nazionalista di orientamento laico conservatore che alle elezioni del 2007 aveva conquistato il 14%. Due suoi dirigenti, candidati alle prossime elezioni, si sono dovuti dimettere dopo che su internet sono circolati video in cui avevano rapporti sessuali con ragazze molto giovani. Il leader del partito, Devlet Bahceli, ha indicato senza mezzi termini l'Akp come mandante.

Più di una “vittima” ritiene che dietro le “rivelazioni” che rischiano di creare politico avvelenato e sempre più teso man mano che la campagna elettorale entra nel vivo, ci siano l'Akp ma anche la confraternita islamica di Fetullah Gulen, il filosofo autoesiliatosi negli Usa, ma molto vicino al governo Erdogan, considerato dalla parte più conservatrice del Paese una guida spirituale, mentre la parte laica lo giudica un nemico della Turchia moderna. Erdogan ha liquidato le insinuazioni dicendo che i suoi oppositori dovrebbero imbarazzarsi anziché fare accuse infondate, mentre Gulen, in un articolo pubblicato da Zaman, il quotidiano filogovernativo di cui è l'editore, ha affermato che nel Paese è in corso una campagna diffamatoria contro coloro che fanno il massimo sforzo per diffondere la cultura turca nel resto del mondo.

Sia come sia, non va comunque dimenticato che in Turchia la soglia di sbarramento è al 10%: per poter continuare a governare da solo, Erdogan ha bisogno che l'opposizione resti il più possibile fuori dal parlamento o sia comunque ridotta ai minimi termini. Un altro quadriennio di governo sostenuto da una maggioranza forte è ciò di cui il premier ha bisogno per condurre in porto le riforme istituzionali avviate in questi anni, ridurre il potere dei militari e dell'establishment kemalista e puntare poi alla presidenza della repubblica. Ciò non significa, ovviamente, che dietro gli scandali ci siano Erdogan o i suoi uomini, ma è naturale che chi osteggia il disegno politico del premier e tema l'islamizzazione della Turchia pensi questo. Anche da noi c'era chi diceva che a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si azzecca.

domenica 15 maggio 2011

ALBANIA: EDI RAMA SINDACO DI TIRANA PER SOLI 10 VOTI

Ma il centro destra non ci sta: "Aspettiamo i dati ufficiali".

Edi Rama riconfermato sindaco di Tirana per soli 10 voti. Si è dovuto attendere fino allo scrutinio dell'ultimo seggio, il numero 485, per stabilire la vittoria del primo cittadino uscente sullo sfidante del Partito democratico, l'ex ministro dell'Interno, Lulzim Basha: 124.623 contro 124.613, un risultato che sta già suscitando polemiche e discussioni.

Nella serata di ieri, parlando alla folla dei suoi sostenitori davanti alla sede del Partito socialista, Rama ha proclamato la sua vittoria, mentre il premier Sali Berisha non sembra voler accettare l'idea della sconfitta del suo "delfino" Basha per soli 10 voti e ha già dichiarato che bisogna aspettare la proclamazione ufficiale dei risultati dalla Commissione elettorale centrale.

All'inizio della giornata, quando mancavano ancora da contare 8 urne, Basha era ancora in vantaggio di 600 voti. Il recupero di Rama è stato lento (con un media di 45 schede per urna) fino alla svolta registrata con le ultime tre urne. Non si era mai visto, nella storia delle elezioni in Albania, un risultato in bilico fino alle ultime schede: infatti, fino al termine dello scrutinio, hanno continuato a festeggiare sia i sostenitori di Rama che quelli di Basha.

Un appello ad aspettare la proclamazione ufficiale dei risultati è stato rivolto, a entrambi gli schieramenti, dall'ambasciata statunitense a Tirana, dalla delegazione dell'Unione europea e dall'ufficio a Tirana dell'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa). "Nella situazione in cui tutte e due le parti cantano vittoria, è particolarmente importante che i risultati siano prima certificato in conformità al codice elettorale", ribadisce il messaggio diffuso nel pomeriggio. E che nel dopo voto i partiti diano quella prova di maturità richiesta dalla comunità internazionale, aggiungiamo noi.

venerdì 13 maggio 2011

BOSNIA: BANJA LUKA RINUNCIA AL REFERENDUM

La Republika Srpska ha deciso di rinunciare al referendum che rischiava di approfondire ulteriormente la crisi politica nel paese. Lo ha annunciato oggi un portavoce dell'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione Europea, Catherine Ashton. Fino a pochi giorni fa le autorità di Banja Luka minacciavano di uscire dalle istituzioni centrali create con l'accordo di Dayton del 1995 nel caso in cui l'Alto rappresentante internazionale in Bosnia, Valentin Inzko, fermanente contrario al referendum, fosse intervenuto, esercitando i suoi poteri di ingerenza, bloccando la consultazione e imponendo sanzioni contro i leader serbo-bosniaci.

"Volevamo risolverla in modo europeo e l'alto rappresentante e' potuto andare li' ieri sera e raggiungere un accordo", ha dichiarato Michael Mann a Bruxelles. "Non andranno avanti con il referendum". Invece in Bosnia si svolgera' "un dialogo strutturato sulla giustizia", con un primo incontro forse ai primi di giugno a Banja Luka, secondo quanto annunciato dalla Ashton. Il dialogo consentira' di svolgere "una revisione globale dell'intero apparato giudiziario", ha assicurato la Ashton in Bosnia e "siamo convinti che questo dialogo fornira' soluzioni ai problemi concreti e rimettera' il paese sulla strada per l'Ue".

La visita a sorpresa oggi del capo della diplomazia europea a Banja Luka ha sortito dunque l'effetto sperato, almeno per ora. "Penso che per il momento il referendum non sia necessario", ha dichiarato Dodik alla stampa spiegando di aver ricevuto garanzie dalla Ashton sul fatto che sarà avviata una riforma della giustizia centrale bosniaca, tenendo conto delle richieste delle autorità serbo-bosniache, che la accusano di occuparsi quasi solo dei crimini di guerra commessi dai serbi durante il conflitto del 1992-95. Dodik stesso ieri aveva annunciato "contatti con Bruxelles" e la disponibilità a rimandare il referendum come "segnale di buona volontà".
"Se avremo una dichiarazione da un alto e importante rappresentante dell'Ue che le nostre richieste sono giuste e corrette, il referendum non dovrebbe avere più senso" ha detto Dodik alla vigilia della visita di Ashton in Bosnia. Dopo l'incontro il presidente della Republika Srpska ha confermato che i suoi concittadini sono decisi a fornire un'occasione al dialogo" ed ha annunciato che chiedera' "al parlamento di raggiungere una decisione che rifletta la nuova situazione".

giovedì 12 maggio 2011

UNA CONFERENZA INTERNAZIONALE PER LA BOSNIA ERZEGOVINA?

Di Marina Szikora [*]
La presidente del Gruppo internazionale di crisi (ICG) Louise Arbour ha inviato lo scorso 2 maggio una lettera ai leader dell'Ue in cui esprime la sua preoccupazione con la situazione in BiH. "La Bosnia sta' affrontando la sua piu' grande crisi dalla fine della guerra nel 1995. Arbour sottolinea che secondo le valutazioni dell'ICG i serbi ed i croati si ritireranno dalle istituzioni della BiH e invita la comunita' internazionale a non prendere decisioni apprestate. "La comunita' internazionale e i suoi alleati in BiH devono piuttosto esaminare congiuntamente la strategia per il futuro della BiH" suggerisce Arbour. Secondo le sue parole, il governo federale e' illegale e i croati della BiH vi hanno risposto istituendo il Sabor popolare croato. Il referendum nella RS viene valutato come provocatorio. Arbour accusa inoltre la decisione dell'alto rappresentante Velentin Inzko di sospendere le decisioni della Commissione centrale elettorale sulle elezioni dei leader della Federazione BiH e del suo Governo nonche' gli annunci su una rafforzata presenza dell'Ue in BiH che hanno contribuito a destabilizzare ulteriormente il Paese.

Per tutte queste ragioni, Louis Arbour ha proposto lo svolgimento di una conferenza internazionale sulla BiH ad alto livello affinche' sia "definito un set di priorita' della politica internazionale a basi solide". La conferenza dovrebbe svolgersi gia' questo mese su organizzazione del Consiglio per gli affari esteri dell'Ue e dovrebbe contribuire alla conferma del principio fodamentale di Dayton che defiinisce la BiH come uno stato unico con due entita'. Secondo la leader dell'ICG, i partecipanti internazionali della conferenza dovrebbero dichiarare che l'entita' che pretende di disocciarsi dalla BiH non sara' diplomaticamente riconosciuta ne' avra' degli aiuti. Al tempo stesso, il Consiglio per l'implementazione della pace dovrebbe assumersi l'impegno di eliminare l'alto rappresentante dalla politica locale e ridurre le sue attivita', dargli forme concrete di impegno e in tal modo aiutare la ricostruzione dell'Ufficio dell'alto rappresentante in quanto istituzione credibile il cui compito e' quello di essere un arbitro neutrale e garante della pace. L'ufficio dell'altro rappresentatne dovrebbe, secondo Louis Arbour spostarsi dalla BiH forse a Vienna o a Ginevra. Il Consiglio per l'attuazione della Pace dovrebbe altrettanto decidere di utilizzare i poteri di Bonn solo in caso di mera necessita', vale a dire se viene minacciata direttamente la pace in BiH. A fin di assumersi ancora una volta la responsabilita' di rispettare l'accordo di Dayton, la RS dovrebbe pero' annullare la decisione di indire il referendum e Milorad Dodik dovrebbe pubblicamente rigettare qualsiasi atto unilaterale in cui mette in questione le attivita' della Corte della BiH, come ad esempio il ritiro dei serbi da questa istituzione.

Dopo l'annuncio che l'alto rappresentante internazionale per la BiH, Valentin Inzko potrebbe destituire i leader della RS e annulare la decisione sul referendum, l'Ue ha concesso una settimana aggiuntiva al presidente della RS di ritirare l'iniziativa annunciata. In effetti, in questo momento cosi' delicato per la BiH, l'Ue ha offerto ai vertici della RS di annullare la decisione sull'indizione del referendum e in compenso la comunita' internazionale inizierebbe una sostanziale riforma della giustizia in BiH, scrive il quotidiano di Sarajevo 'Dnevni avaz'. Secondo le informazioni, un tale compromesso potrebbe bloccare la decisione sul referendum in modo tale che la concessione alla RS sarebbe sufficiente per giustificare all'opinione pubblica nella RS il rinunciamento al referendum. Da una parte, l'Ue garantirebbe una sostanziale riforma del sistema giudiziario nel piu' breve termine possibile, dall'altra parte in BiH verrebbe formato finalmente il governo statale dopo le elezioni svoltesi nel ottobre 2010. In caso contrario, vale a dire se Dodik rifiuta la proposta europea, l'alto rappresentante per la BiH avrebbe il pieno sostegno dell'Ue non soltanto di anullare il referendum bensi' di "intraprendere tutti gli altri passi necessari" dicono le informazioni anche se non ci sono precisazioni quali dovrebbero essere questi "passi concreti".

Lunedi', l'alto rappresentante per la BiH Valentin Inzko ha informato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che la BiH sta' affrontando una delle peggiori crisi politiche dalla fine della guerra nel 1995. L'accordo che ha portato la pace per 15 anni e' sottoposto a serie violazioni, ha detto Inzko davanti al Consiglio di sicurezza dedicato alla BiH e ha accusato apertamente le autorita' della RS di sollecitare la dissoluzione del paese. Il processo di integrazione nell'Ue e le integrazioni euroatlantiche sono pienamente fermi ha constatato il diplomatico austriaco.
[*] Corrispondente di Radio Radicale.

IL PREMIO GALILEO PER LA PACE A IVO JOSIPOVIĆ

http://www.lanazione.it/
di Marina Szikora [*]
"La lotta per la liberta' deve essere il compito piu' importante di ogni politico" ha detto lunedi' 9 maggio, giornata d'Europa, nel famoso teatro fiorentino 'La Pergola' il presidente croato Ivo Josipović ricevendo il prestigioso Premio Galileo per la Pace. "Il compito piu' importante di ogni politico deve essere la lotta per la pace" ha detto Josipović ricordando le numerose vittime di diverse guerre nel mondo, in particolare quellA del suo paese, la Croazia e dei paesi vicini nella recente sanguinosa guerra degli anni novanta. Il presidente croato ha concluso il suo ringraziamento per il Premio dedicandolo a tutte le vittime della guerra. Questo prestigioso premio, ideato dal fondatore, l'Avvocato Alfonso de Virgiliis, Josipović ha ricevuto al teatro la Pergola dal conduttore di fama mondiale, il maestro Zubin Mehta. Un gesto molto emozionante con il quale Alfonso de Virgiliis ha voluto che il Premio sia conferito al presidente Josipović da un artista musicale perche' oltre ad essere un capo di stato, Ivo Josipović e' anche uno stimato compositore di musica classica.

Il Premio Galileo e' stato istituito dall'Avvocato de Virgiliis nel 1996, inizialmente come un premio per la cultura che poi con il passare degli anni si e' sempre arrichito di nuove categorie, quindi anche quella per la politica, diritti umani e per la pace. Per la prima volta il premio Galileo per la pace e' stato conferito nel 2003 al presidente israeliano Shimon Peres, anche premio Nobel per la Pace. Nella motivazione per l'attribuizione del Galileo per la Pace quest'anno a Josipović si legge tra l'altro che il presidente croato si impegna da tempo per una visione europea dell'Europa sudorientale, per i diritti umani e per la giustizia internazionale. Ha dato un grande contributo all'apertura della Croazia e dell'intera regione ai valori europei, alla riconciliazione dei popoli sul territorio dell'ex Jugoslavia e per l'implementazione dei valori democratici. Oltre a Josipović, i laureati di quest'anno sono Jose Manuel Barroso per le scienze politiche e il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker per l'economia.

Precedentemente alla serata della consegna dei premi, il capo dello stato croato ha partecipato alla conferenza svoltasi al Palazzo Vecchio di Firenze sullo "Stato dell'Unione" svoltasi in occasione della Giornata d'Europa e nell'ambito delle celebrazioni che per diversi gioni si sono tenute a Firenze. Il presidente Josipović e' stato uno degli oratori al pannel presieduto dal presidente dell'Istituto universitario europeo, Joseph Borrell al quale hanno preso parte anche la commissaria europea per l'educazione, kultura e gioventu' Androulla Vassiliou, membri del PE e altri prominenti funzionari europei. Nel suo intervento il presidente croato ha sottolineato che la Croazia tra poco terminera' i negoziati per l'ingresso nell'Ue e la domanda che si pone e' che cosa la Croazia in quanto nuovo stato membro puo' contribuire all'Europa, nello spirito della dichiarazione Schumann presentata il 9 maggio 1950 e che ha posto la cornice politica per l'Ue. E' appunto questa data che viene celebrata come la Giornata d'Europa.

Secondo il presidente Josipović, la Croazia puo' dare un contributo importante per la pace in Europa e mandare un messaggio significativo per la stabilita' della regione e dell'intera Europa. Josipović ha ricordato che vi esistono grandi differenze ma la Croazia puo' contribuire al ridimensionamento di queste differenze. "La Croazia allarghera' lo spazio dei diritti umani e della democrazia e completera' la mappa dell'Europa dove manca tutta la parte sudorientale" ha detto il presidente croato e ha rilevato che l'ingresso della Croazia nell'Ue sara' importante anche per gli altri paesi della regione dotandoli di nuovi slanci. E' importante altrettanto la costruzione della nuova identita' europea il che non significa perdere l'identita' nazionale" ha concluso il presidente Josipović.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 12 maggio

PASSAGGIO IN ONDA

La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 12 maggio a Radio Radicale

Sommario della tramissione

In apertura si parla di Europa e del futuro del progetto politico dell'unità europea: dalla dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950, ai rischi attuali del tramonto di quell'ideale con il prevalere dell'Europa delle (piccole) patrie rispetto al progetto della patria europea. Vivere insieme: il rapporto dei "nove saggi" del Consiglio d'Europa su diversità e libertà nell'Europa del 21° secolo. L'opinione di Emma Bonino.

Bosnia: la difficile situazione politica e il minaccioso referendum nella Republika Srpska.

Croazia, negoziati di adesione all'Ue: possibile chiusura entro giugno ma non mancano le difficoltà.

Grecia, sempre grave la crisi economica: tra scioperi e ipotesi di nuovi aiuti internazionali si parla di possibile ristrutturazione del debito.

Albania, elezioni locali dell'8 maggio: voto regolare ma continua lo scontro tra i partiti mentre tardano ancora i risultati ufficiali.

Europeismo: il presidente croato Ivo Josipovic insignito a Firenze del Premio Galileo per la pace.

La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui



oppure sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.

mercoledì 11 maggio 2011

COSTRUIRE UN'EUROPA INTEGRATA

“Dalla Scandinavia al Mediterraneo, l'Europa è attraversata da cambiamenti sociali e politici di così vasta portata da mettere in discussione i suoi principi fondamentali. Anche la diversità, da sempre una costante europea che ha arricchito la nostra storia, viene vissuta oggi come una minaccia. I segnali sono davanti ai nostri occhi: intolleranza e fanatismi che dilagano; crescente sostegno a partiti populisti e xenofobi; presenza sempre più massiccia di migranti senza status e senza diritti; comunità "parallele" che non interagiscono con il resto della società; libertà individuali compresse; democrazia, e democrazie, in crisi”.

Inizia così l'intervento pubblicato sul Sole 24 Ore di ieri da Emma Bonino a proposito del rapporto su come combinare libertà e diversità - “due concetti al cuore dell'identità europea nell'Europa del 21° secolo” - elaborato da un gruppo composto di "personalità" europee - Emma Bonino, Timothy Garton Ash, Martin Hirsh, Danuta Hubner, Ayse Kadioglu, Sonja Licht, Vladimir Lukin e Javier Solana - presieduto dall'ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer. Il documento, reso pubblico oggi a Strasburgo e redatto su incarico del Segretario generale del Consiglio d'Europa, Thorbjorn Jagland, “propone un'alternativa a questa ondata di populismo e tenta d'indicare la strada per un'Europa più forte e più sicura di sé, e che integri le diversità anziché rifuggirle o respingerle, inutilmente”. Sono 59 le azioni che, secondo i 9 “saggi”, Stati e istituzioni europee devono mettere in atto se vogliono che l'Europa resti uno dei luoghi 'piu' sicuri, liberi, sani, prosperosi, confortevoli e umani del mondo.

Il rapporto - intitolato ''Vivere insieme. Combinare diversita' e liberta' nell'Europa del 21 secolo'' - contiene 17 principi guida indirizzati a governanti, legislatori e attivisti. Secondo gli autori, la base deve essere “una condivisione di fondo sul fatto che la legalità vale per tutti, mettendo però ciascuno in condizione di capire cosa dicono le leggi e come possono essere cambiate”. Ovvero: misure particolari in grado di assicurare uguali opportunità a membri di comunità marginalizzate o svantaggiate. Perché “la libertà di espressione va sempre difesa, mai limitata per rabbonire atteggiamenti violenti o intimidatori; allo stesso tempo, dichiarazioni pubbliche che alimentano il pregiudizio contro minoranze o gruppi d'immigrati non vanno mai ignorate né sottovalutate”.

Quindi, per attuare questi principi, il rapporto invita gli Stati membri del Consiglio d'Europa a concedere i diritti e doveri derivanti dalla cittadinanza, incluso il diritto di voto, al maggior numero di abitanti possibile cominciando dal riconoscere a tutti i residenti stranieri il diritto di voto alle elezioni amministrative. Il rapporto invita gli Stati anche a correggere l'immagine stereotipata degli immigrati e a fornire all'opinione pubblica un quadro più realistico dei bisogni in termini di forza lavoro, considerando anche che, come indicano attente ricerche, senza immigrati, gli europei autoctoni saranno sempre di meno e sempre più vecchi.

Il rapporto segnala anche con forza il grande scandalo del trattamento subito dalla più ampia minoranza europea, cioè quella Rom (stimata tra i 10 e i 12 milioni di persone): una minoranza vista con fastidio qui da noi, ma che nei Paesi dell'Est, non ancora investiti dall'immigrazione musulmana, rappresenta invece una questione centrale.

L'articolo di Emma Bonino sul Sole 24 Ore lo trovate qui

Il testo ufficiale del rapporto in inglese invece è disponibile qui