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giovedì 20 marzo 2014

ELEZIONI IN SERBIA: UN LEADER, UN PARTITO

Di Marina Szikora
Domenica 16 marzo i cittadini della Serbia hanno votato alle elezioni anticipate per il rinnovo del parlamento. Alla corsa per i 250 seggi parlamentari si sono presentate 19 liste di coalizioni, partiti, movimenti e associazioni con in tutto 3020 candidati. 8262 erano le sezioni elettorali allestite in Serbia, 90 quelle in Kosovo e 35 all'estero. Le elezioni anticipate sono state indette su richiesta del Partito serbo del progresso (SNS) di Aleksandar Vučić, maggiore partito della coalizione governativa al quale gia' i sondaggi dell'opinione pubblica e le analisi degli esperti politici prospettavano una vittoria netta. C'e' da dire che la campagna elettorale e' stata segnata anche da una grande attivita' dei partecipanti alle elezioni su Internet e sulle reti sociali. In contemporanea con le elezioni parlamentari si sono svolte anche quelle per i 110 consiglieri dell'Assemblea di Belgrado la quale, secondo l'attuale legge, con una maggioranza di voti elegge il sindaco della capitale serba.

Il Partito serbo del progresso ha conquistato il 48% dei voti, una vittoria attesa e non sorprendente, anche se forse non in queste dimensioni. Si dice che dai tempi di Slobodan Milošević, queste sono state le elezioni piu' scontate. E poi, questa vittoria cosi' eclatante ha battuto anche il risultato di Milošević del 1990. Le prime parole del vincitore Vučić a seguito delle prime proiezioni sono state quelle della promessa: “Siamo pronti a porgere la mano a molti, dimostrare che vogliamo collaborare. Non cercheremo di disprezzare nessuno per questo risultato elettorale. Al contrario, vogliamo sentire le loro idee”. Vučić si e' detto certo che i cittadini dopo molti anni hanno riconosciuto una grande occasione per essere “prudenti, lavorare di piu' e comportarsi diversamente”.

Le analisi del voto in Serbia
Gli analisti politici serbi concordano che il potere assoluto significa anche responsabilita' assoluta dopo questa vittoria netta. Vučić ha annunciato che le priorita' del suo futuro governo saranno il consolidamento fiscale e le riforme strutturali, dialoghera' con tutti perche' non gli interessa la forma bensi' la sostanza”. Ha annunciato inoltre che la Serbia continuera' il cammino europeo ma collaborera' strettamente anche con tutti gli amici nel mondo: “Con russi, americani, cinesi”. Ha promesso una feroce lotta alla corruzione e come compito piu' importante quello di risolvere il problema della disoccupazione.
Il quotidiano di Belgrado ‘Blic’, all’indomani del voto ha scritto che molti sapevano che queste elezioni avrebbero portato alla ricomposizione della scena politica serba, ma quasi nessuno poteva prevedere i grandi cambiamenti. Significativo il fatto che il nuovo Parlamento sara’ il primo parlamento serbo in cui ci saranno soltanto i partiti pro europei che si impegnano per l’ingresso della Serbia nell’Ue. E’ rimasto fuori perfino il Partito democratico della Serbia di Vojislav Koštunica, ma si tratta anche di una grave sconfitta del Partito liberaldemocratico di Čedomir Jovanović. Secondo i commenti, non e’ forse cosi’ sorprendente il 3,1 percento dei liberaldemocratici a livello parlamentare, ma la totale sconfitta a Belgrado e’ un colpo durissimo. Tutti si chiedono cosa fara’ adesso il leader liberaldemocratico Čedo Jovanović?

La sconfitta dei liberaldemocratici e degli europeisti
E Čedomir Jovanović risponde con una lettera aperta ai membri del suo partito. “La Serbia non avanzera’ ne’ con i progressisti ne’ avra’ la democrazia come nemmeno l’opposizione con gli altri partiti entrati in parlamento. L’ottanta per cento dei seggi parlamentari occupano i partiti responsabili per la politica degli anni novanta, meno di 40 deputati sono dai partiti durante il cui potere la Serbia ha perso sia l’economia che il 5 ottobre. Con un tale parlamento, il nostro paese non ha di che cosa sperare fino alle prossime elezioni” si legge nella lettera di Čedo Jovanović. “LDP gia’ da oggi ha la responsabilita’ di lottare con maggiore forza per i suoi valori e convinzioni…. La Serbia ha detto oggi che i tempi non sono per noi: e quando la Serbia dira’ e’ arrivato il momento, sara’ molto peggio rispetto ai tempi odierni”, ha concluso il leader liberaldemocratico promettendo di non cedere e se necessario riprendere il lavoro dall’inizio.
Anche se il premier uscente, Ivica Dačić con il suo Partito socialista serbo, dal terzo posto alle elezioni precedenti, questa volta ha ottenuto la seconda posizione, secondo ‘Blic’ si tratta solo di “una vittoria di Piro” che ha visto poca festa tra i socialisti. Con il trionfo assoluto del SNS e il 14 per cento dei socialisti, il peso del potere e’ cambiato drasticamente a danno dei socialisti, osserva il quotidiano di Belgrado ‘Blic’.
Superando la soglia elettorale, i due partiti democratici, il DS di Dragan Đilas e il neo Nuovo partito democratico dell’ex presidente Boris Tadić possono almeno consolarsi che non hanno avuto il destino di Koštunica, Čedo Jovanović o Mlađan Dinkić. Anche se il suo neo partito e’ entrato in parlamento, Boris Tadić ha detto di non essere soddisfatto con l’esito elettorale anche se il Nuovo partito democratico e’ stato formato soltanto tre settimane prima dell’indizione delle elezioni. “Il risultato e’ buono nelle date circostanze quando non sono entrati in parlamento i partiti che esistono da un quarto del secolo” ha detto Tadić dicendosi pronto ad assumere la responsabilita’ per quello che il partito non e’ riuscito a raggiungere. L’ex presidente della Serbia ha osservato pero’ che non hanno avuto ne’ l’infrastruttura ne’ i mezzi finanziari come nemmeno una campagna elettorale intensa. Si e’ congratulato con i vincitori e ha rilevato che non vi e’ nessun accordo segreto con il Partito serbo del progresso.

I commenti all'estero
Sotto il titolo “La Serbia torna ad essere governata da un leader e da un partito” il sito della radiotelevisione croata informa dei risultati elettorali in Serbia e rileva che queste elezioni hanno dimostrato una totale divisione dell’opposizione nonche’ dell’opzione civica come anche la sconfitta dell’ex DOS e il collasso delle opzioni antieuropee e ultranazionaliste radicali. Sospensione della democrazia e la piu’ grande vittoria degli ultimi 24 anni in Serbia, cosi’ il notiziario serale della HTV croata all’indomani delle elezioni in Serbia. In piu’ la prima intervista al grande vincitore Aleksandar Vučić e chiaramente in primo piano la domanda sulle future relazioni tra Serbia e Croazia. “Non dobbiamo amarci, ma dobbiamo rispettarci. Quelli che non lo capiscono non sono maturi ne’ responsabili per alte posizioni in Serbia” ha detto Vučić nell’intervista. Ha aggiunto che a causa dell’accusa e controaccusa per genocidio davanti all’ICJ ci sono grandi tensioni, ma si e’ detto credulo che una soluzione sara’ trovata perche’ “entrambi i paesi adesso hanno dei problemi piu’grandi, in primo logo quelli economici. Vučić ha detto che in prospettiva saranno “aperte cose economiche importanti”. I vertici croati sono comunque riservati nei commenti e felicitazioni. La ministro degli esteri e affari europei, nonche’ primo vicepresidente del governo croato, Vesna Pusić ha ripetuto che i politici della Croazia e Serbia devono risolvere i problemi oderni e quelli del future e non possono essere ostaggi di questioni del passato. Con la Serbia abbiamo relazioni normali, di vicinato con tutti i problemi del passato che stiamo risolvendo e risolveremo presso le istituzioni competenti, ha detto la ministro Pusić.
E da Vienna, da un incontro trilaterale informale tra i tre presidenti, austriaco Heinz Fisher, croato Ivo Josipović e sloveno Borut Pahor una valutazione positiva per quanto riguarda l’esito elettorale in Serbia perche’, secondo i tre presidenti esso dimostra che i serbi non sono contrari al dialogo tra Belgrado e Priština. Secondo Pahor si e’ trattato addirittura di un “referendum sulle relazioni con Priština”. Per il presidente croato Josipović il risultato delle elezioni e’ un messaggio che la Serbia e’ pronta a proseguire il dialogo con il Kosovo e restare sul cammino europeo.
Secondo Euronews potrebbe essere proprio Aleksandar Vučić quello che introdurra' la Serbia nell'Ue il che e' inaspettato per questo ex ultranazionalista, ministro durante l'epoca di Milošević e per anni avversario dell'Ue. 'Le Figaro' francese riporta le opinioni degli analisti politici di Belgrado che adossano la colpa per la transizione fallita al Partito Democratico durante la quale la Serbia e' precipitata nella crisi e corruzione. Riportano anche le parole dell'analista Dejan Stanković secondo il quale vi e' anche „il pericolo di una putinizzazione della Serbia“. Secondo questo analista serbo, Vučić e' pero' l'ultima speranza e se fallisce non si sa che cosa accadra'.

E ora, governo “monocolore” o di coalizione?
Per adesso non e’ ancora chiaro con chi Vučić entrera’ in coalizione per avere gli oltre due terzi di seggi, il numero necessario per modificare la Costituzione e il paragrafo in cui si dice che il Kosovo e’ parte costituente della Serbia, scrivono i media tedeschi e ricordano che ci sono molti politici europei che chiedono il cambiamento di questo paragrafo della costituzione e pieno riconoscimento dello stato Kosovo in quanto condizione per l’integrazione della Serbia nell’Ue. In piu’ ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’ scrive che SNS deve adesso dimostrare se veramente puo’ risolere i problemi, in primo luogo quelli economici. Alcuni analisti si aspettano che il partito governativo gia’ l’anno prossimo dovra’ proclamare la “bancarotta” perche’ non ci sono gli esperti per le indispensabili riforme sostanziali.
Interessante il commento di Dragoslav Dedović, redattore della Deutsche Welle in lingua serba. Dedović ritiene che “adesso si vedra‘ se Vučić si impegna per una democrazia terrestre oppure per ambizioni immortali”. E osserva che “il trionfatore Aleksandar Vučić ha paragonato la sua vittoria con quella di Slobodan Milošević del 1990. Un paragone un po’ strano per un “grande Europeo”, scrive Dedović e aggiunge che l’elite politiche in Serbia hanno spesso ingannato i loro elettori. Quelle di Milošević hanno portato alla guerra, quelle dopo di lui invece alla transizione che ha avuto dimensioni da cleptomani. Adesso tutte le speranze sono concentrate sui nazionalisti riformatori che all’ordine del giorno non hanno la grande Serbia bensi’ la grande Europa, afferma questo giornalista e si chiede se il risultato e’ tale perche’ la Serbia manca di una vera offerta politica? Oppure i risultati delle elezioni sono la giusta misura per la Serbia, per i paesi vicini e per l’Europa? Quali che siano le ragioni, con le elezioni Vučić ha trasformato la dominazione informale in maggioranza assoluta. Con questo e’ stato adempiuto il senso delle elezioni anticipate, organizzate perche’ lui possa essere alla guida del governo, conclude Dedović.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

giovedì 1 novembre 2012

ČEDO JOVANOVIĆ: LA SERBIA MAI COSI' LONTANA DALL'IDEA EUROPEA


L'Unione Europea starebbe preparando una “decisione condizionata” per l'inizio dei negoziati di adesione con la Serbia
La settimana scorsa il quotidiano serbo Blic ha rivelato che Belgrado potrebbe ottenere la data di apertura dei negoziati di adesione all'Ue per mezzo di una “decisione condizionata” del Consiglio europeo con la quale la Serbia inizierebbe automaticamente i negoziati nel momento in cui avesse adempiuto ad alcuni criteri chiave. Una tale decisione, scriveva sempre Blic, potrebbe essere presa a dicembre e fino ad allora Bruxelles dovrebbe definire i compiti prioritari per la Serbia. Un'analoga procedura è stata adottata anche nel caso del Montenegro. I criteri per la Serbia non sarebbero ancora del tutto definiti ma sarebbero collegati alla questione del Kosovo: riguarderebbero l'attuazione degli accordi finora raggiunti tra Belgrado e Priština, nonche' un concreto avanzamento nelle relazioni bilaterali. Questa ipotesi, scriveva Blic, sarebbe un segnale di buona volontà di Bruxelles verso Belgrado, ma anche un'opportunita' per la Serbia.

Cedomir Jovanovic (Foto Tanjug)
Di Marina Szikora, corrispondente di Radio Radicale [*]
Il Partito Liberaldemocratico non appoggera' la nuova piattaforma sul Kosovo perche' si tratta di una espressione politica che distruggerebbe la Serbia. Lo ha dichiarato il leader liberaldemocratico serbo Čedomir Jovanović, avvertendo che tutte le idee sulle quali e' stata costruita la Serbia sono fatalmente minacciate e che l'idea europea in Serbia non e' mai stata cosi' debole. Intervenendo alla riunione del comitato generale del suo partito, Jovanović ha spiegato di non poter appoggiare il piano statale sul Kosovo rilevando che i problemi non si possono risolvere con i "metodi miloševićiani", sottolineando che la Serbia non e' pronta a riconoscere l'indipendenza del Kosovo e che e' stato un errore richiederlo dalla Serbia.

Secondo Jovanović non c'e' nulla di storico nella stretta di mano tra Dačić e Thaci, come non vi e' stato nemmeno nulla di storico precedentemente nell'incontro tra Tadić e Thaci, a meno che non si consideri storico il fatto che di generazione in generazione i serbi ripetono gli stessi errori. Il leader liberaldemocratico ha criticato l'attuale governo e il presidente Nikolić giudicando ogni suo intervento internazionale un incidente diplomatico. E a proposito della commemorazione del centenario di Kumanovo, Jovanović ha detto che bisognerebbe dire la verita', vale a dire che la Serbia oggi e' un paese distrutto e trascurato. Secondo Jovanović, il fatto che "Nikolić non ha fretta di entrare in Europa, non significa che la Serbia deve costruire la propria felicita' accanto ad una caldaia per la grappa". "Noi abbiamo bisogno dell'Europa piu' che mai. Se lui non ha fretta, noi dobbiamo sbrigarci" ha detto Jovanović.

Oltre a criticare il presidente della Serbia, il lider liberaldemocratico ha fatto lo stesso nei confronti del governo serbo rilevando che l'esecutivo ha dimostrato di non avere il potenziale per guidare il paese nell'attuale situazione. Le persone che oggi fanno parte della maggioranza governativa – ha precisato Jovanović – sono stati da anni al potere e quindi, si è chiesto, "per quanti secoli Dačić deve essere al potere a fin di capire di essere responsabile per la situazione nel paese? Quale deve essere ancora la funzione di Mlađan Dinkić per essere consapevole della propria responsabilita' per il colasso finanziario? Che cosa deve ottenere ancora Rasim Ljajić per diventare consapevole di far parte del governo?". Jovanović, constatando che il paese e' preda della corruzione, ha detto che la lotta contro la corruzione si e' trasformata in una campagna mediatica.

Indicando che in Serbia l'idea europea non e' mai stata cosi' debole come adesso, il presidente del Ldp ha puntato il dito sui responsabili che, secondo la sua opinione, sono il Partito democratico e Boris Tadić, presidente della Serbia per otto anni. Rivolgendosi ai membri del comitato generale del suo partito, Jovanović ha detto che non vi e' mai stata una maggiore necessita' per un profilamento piu' chiaro del partito e che l'Ldp e' l'unica opposizione nel Paese, la vertebra del paese sia quando si parla di Srebrenica o del Gay pride, delle pensioni o del bilancio. Secondo Jovanović la Serbia deve prendere anche una posizione che aiutera' la Bosnia Erzegovina e il Kosovo e ha sottolineato che e' necessario un accordo storico con tutti quelli che con la Serbia non si intendono.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 1° novembre a Radio Radicale


giovedì 5 luglio 2012

SERBIA: LE INCERTEZZE SULLA FORMAZIONE DEL NUOVO GOVERNO


Di Marina Szikora - Corrispondente di Radio Radicale

"Vorrei che il governo fosse finalmente una squadra. Il governo non sono feudi, i ministeri non sono governi. Questo governo non ha il diritto agli errori, sara' sotto esame, cosi' come lo sara' anche il presidente", ha detto Tomislav Nikolić ospite di una trasmissione della televisione indipendente serba B92. Il neo presidente serbo ha rilevato di essere rimasto lo stesso uomo, ma piu' vecchio e piu' serio, vale a dire consapevole di aver vinto ma che nei presidenti precedenti la Serbia non ha un personaggio esemplare. Nikolić ha precisato che negli ultimi vent'anni la Serbia e' stata guidata da "Milošević e Tadić con molto di singolare, mentre Milutinović non aveva nulla di suo". "In tutto bisogna trovare la misura" ha aggiunto Nikolić, rilevando che la sua richiesta al nuovo governo, quale che esso sia, sara' quella di indagare sulla criminalita'. "Il mio obbligo costituzionale e' di rendere possibile la formazione del governo a quello che offrira' le prove di avere dietro di se la maggioranza in parlamento", ha detto Nikolić che ha anche avvertito qual e' il costo per la Serbia di ogni giorno in più senza governo e del rinvio della sua formazione. Per questo e' stato felicissimo quando si e' trovato qualcuno che ha affermato di avere la maggioranza parlamentare.


"Il Partito Liberaldemocratico non deve assolutamente nulla al Partito Democratico, come nemmeno il Partito Democratico non deve nulla ai liberaldemocratici. Abbiamo la responsabilita' verso i nostri elettori e verso il paese. Per questo motivo, fino all'ultimo momento, abbiamo protetto la possibilita' di formare il governo in cui LDP potrebbe promuovere le riforme", ha detto il leader liberaldemocratico Čedomir Jovanović in una intervista al giornale serbo 'Blic'. Jovanović aggiunge che esiste l'obbligo dell'onesta' politica e un limite al compromesso. Ha rivelato che il suo partito ha accettato perfino l'ultima richiesta del Partito Democratico di dare al socialista Ivica Dačić alcuni giorni aggiuntivi per decidere con chi formare la coalizione di governo. Quando anche questo termine e' scaduto, e' diventato chiaro che non c'era ancora disponibilità per un governo con il Partito Libaraldemocratico. Jovanović ha rigettato le critiche giunte dal Partito Democratico con le quali ai liberaldemocratici e' stata data la colpa di aver per primi abbandonato i negoziati e di aver voltato le spalle ai democratici lasciandoli senza maggioranza parlamentare. "Ci siamo comportati sempre onestamente nei confronti del Partito Democratico, in ogni momento nei precedenti quattro anni. Perfino quando non e' stato sufficientemente decisivo nelle riforme o non ha avuto la forza ad assicurare l'appoggio dei partner nel governo, ha spiegato Jovanović.

Il presidente dei liberaldemocratici ha precisato inoltre che il Partito Democratico ha condotto i colloqui singolarmente, attraversando una via dall'evidente sorpresa dopo la perdita delle elezioni parlamentari, attraverso un periodo di ottimismo, fino alla fase di sempre piu' aperti ricatti nei confronti di Ivica Dačić, 'il pacchetto' con Mlađan Dinkić, il ritorno alla vecchia prassi di non sincerita' e di inganno dell'opinione pubblica. Jovanović ha sottolineato che a tutti, sin dall'inizio, e' stato chiaro che l'entrata del Partito Liberaldemocratico nel governo avrebbe rappresentato la fine della cattiva politica e l'inizio della svolta in tutti i settori. Secondo Čedomir Jovanović non c'era disponibilità, ne' dall'una, ne' dall'altra parte, affinche' la Serbia possa uscire dalla crisi distruttiva con una politica di modernizzazione. Jovanovic ha precisato di aver indicato a Boris Todić, durante i colloqui sulla formazione del governo, che e' indispensabile avere uno sguardo realistico della politica sul Kosovo, che bisogna essere piu' costruttivi nella politica regionale, che nei primi mesi bisogna togliere tutti gli ostacoli per ottenere la data dei negoziati di adesione all'Ue. Il Partito Liberaldemocratico ha proposto i punti chiave per mettere ordine nelle finanze pubbliche, un risparmio razionale, ordine nelle imprese pubbliche, grandi riforme dell'educazione, sanita', media e lo sviluppo della liberta' della stampa, la riforma della situazione insostenibile del fondo pensionistico.

Nei prossimi quattro anni, Jovanović si aspetta una combinazione di populismo e costante calcolo da parte dei partner nel governo e la scelta di un timing migliore per le nuove elezioni. In ogni caso, ha promesso che il suo partito sara' duro ma farà una opposizione razionale e responsabile. "Avranno il nostro sostegno per la politica dell'integrazione della Serbia nell'Ue e nella NATO, per lo sviluppo di una aperta economia di mercato, nuove relazioni regionali, affermazione dello stato di diritto, liberta' civili e saremo la piu' dura opposizione per quanto riguarda qualunque decisione contraria a questi valori e obiettivi", ha concluso Jovanović. 



venerdì 11 maggio 2012

PREOKRET: LA SERBIA DELLA "SVOLTA"

A pochi giorni dalle elezioni del 6 maggio, Čedomir Jovanović, candidato presidente del movimento Preokret (“Svolta” o anche “Cambiamento”) e leader del Ldp (Partito liberaldemocratico) ha rilasciato un’intervista al quotidiano serbo Danas. Nei riporto qui di seguito un estratto inviato da Nicola Dotto che ringrazio molto per la traduzione.
“Lavoreremo sodo, fino alla fine delle nostre forze, grazie all’energia che ci hanno dato i nostri sostenitori [...] energia che c’è sempre stata negli incontri fatti durante la campagna elettorale lunga 16.000 chilometri”, dice Jovanovic nell'intervista, aggiungendo che dopo il voto “ci sarà un Paese nel quale le persone vedranno un futuro migliore per loro e i loro figli” e che la Serbia “sarà uno Stato efficace e orientato al futuro, altruista e responsabile, felice e pacifico”.
Il risultato di Preokret – singolare coalizione nata dall'accordo tra Jovanovic e Vuk Draskovic – è stato alla fine inferiore alle attese. “Solo con un grande appoggio elettorale potremmo essere al governo e realizzare quello che i nostri elettori si aspettano”, dice Jovanovic nell'intervista. Il grande successo non c'è stato, ma alla fine i 20 seggi ottenuti di Preokret potrebbero essere determinanti per il futuro governo dato che i seggi di democratici e socialisti da soli non bastano.
L'intervista, anche se pubblicata prima del voto, è comunque interessante per quanto riguarda le posizioni di Jovanovic e il suo possibili atteggiamento dopo il ballottaggio del 20 maggio per le presidenziali.

Vuk Draskovic e cedomir Jovanovic

Poco tempo fa avete detto che solo il partito DS di Tadić potrebbe essere un vostro partner al governo. Il weekend scorso invece avete dichiarato che Tadić e Nikolić sono uguali. Potreste chiarire questa contraddizione?
Guardate le loro campagne politiche, come si relazionano uno con l’altro scappando dai problemi reali del Paese, facendo silenzio su questioni alle quali devono rispondere e su problemi che non sono riusciti a risolvere in passato, anche se avrebbero potuto. Sono uguali anche nella ricerca dell’appoggio di “Preokret” e nel non prendersi le responsabilità per le loro scelte.

I DS e Dinkić hanno garantito che dopo le elezioni non ci sarà un governo di coalizione con l’SNS di Nikolić. Perchè voi non l’avete fatto?
Non vedo nel partito SNS di Nikolić né politica, né capacità, né persone che possano lavorare insieme nel governo. Nikolić però ha il diritto, almeno verbalmente, di iniziare a mandare messaggi accettabili e diversi dopo 20 anni di errori terribili e di grandi danni fatti alla Serbia, ai nostri vicini e alle persone che qui hanno sofferto. Questo diritto non glielo posso togliere ma voglio dirgli di cambiare gesti e retorica e seguire politiche concrete, non offrendosi solo come copia di Tadić.

Come spiegate che Tadić costantemente dica che l’SPS di Dacić è un partito vicino e simile a voi di “Preokret”?
Anche il vice presidente deve essere schietto e capisco che a lui Dacić e l’SPS siano simpatici, infatti con loro ha intessuto rapporti con noi impossibili. I DS di Tadić e l’SPS di Dacić hanno coniato il motto: “Don’t ask, don’t tell”. Con noi l’accordo è possibile ma con principi completamente diversi, con chiari e pubblici accordi politici che contengano un piano su cosa vogliamo cambiare nel Paese, la verità sull’economia, la fine della demagogia, una diversa politica estera e regionale.

Potete dire le riforme che il nuovo governo deve portare avanti con l’obiettivo di sanare e sviluppare l’economia e l’impresa?
Subito nei primi 100 giorni di governo faremo nuove leggi sull’agricoltura, sul lavoro, sulla salute e le pensioni, sulle politiche giovanili, sulla cultura e l’insegnamento, perseguendo efficaci politiche di anticorruzione e riduzione delle tasse; adotteremo regole severe ma giuste per imprese statali e private, dando sovvenzioni solo per quelle che adotteranno misure di razionalizzazione, uscendo dal monopolio e sopportando la concorrenza. Basta agli arroganti, non ci saranno più garanzie statali per prestiti ad aziende che buttano via i soldi. Nello specifico il cambiamento della legge sul lavoro avverrà in due modi; difesa efficace dei diritti dei lavoratori in modo concreto e non una lista di desideri che nessuno rispetta e poi flessibilità legislativa, possibilità per i giovani e gli studenti di entrare nel mondo del lavoro così come succede nelle economie a libero mercato.

Dopo il 6 maggio che passi farete in tema di politica estera?
Faremo nuovi accordi con Bruxelles, Washingon e Mosca, nell’interesse reciproco, accanto a una chiara direzione europea; inizio degli accordi per l’ingresso nella UE, attivazione di aiuti reciproci tra le ex repubbliche jugoslave. Daremo soluzioni a vecchie domande e a cause ancora in corso con la Croazia, aiutando la Bosnia a diventare un paese che funzioni e andando insieme verso l’Europa nell’interesse di tutti i cittadini, serbi, bosniaci e croati. Anche sul Kosovo, apriremo un nuovo orizzonte politico per noi, il nostro popolo e quelli che con il nostro popolo là vivono e dai quali dipendono, cioè i kosovari albanesi... Non dobbiamo lasciare questi problemi ai nostri figli.

Cosa succederebbe se dopo le elezioni in Serbia (non) si svoltasse? In quale società vivremo?
Se vinceremo e svolteremo sarà l’inizio di un enorme e brillante lavoro nel quale ci sarà posto per tutti. Vogliamo fare un cambiamento per un Paese nel quale i politici lavorino nelle istiuzioni, ci sia successo nel lavoro e più qualità della vita per le persone ambiziose, laboriose e impegnate. Lo Stato e i partiti non soffocheranno più la vita e il potenziale degli uomini umiliandoli e sottovalutandoli.

Nella vostra campagna elettorale non avete mai parlato di una vita migliore, ma della creazione di una società nella quale tutti possano realizzare le loro potenzialità e “vengano valorizzate le persone che valgono”. Non è una strategia troppo rischiosa? Perchè non avete parlato di aziende e investimenti da attrarre?
Non dirò mai alla gente che “Preokret” può fare un governo che sia il loro tutore per sempre, che viva le loro vite, che cambi le fortune familiari...non desidero offendere le persone e mai mentirò. Non voglio che fra quattro anni qualcuno mi chieda: “Dove sono i miei 1000 euro di risparmio o cosa facciamo con 200.000 nuovi posti di lavoro se nel frattempo ne abbiamo persi altri 400.000?” Starò accanto alle persone per 4 anni e dirò loro cosa abbiamo fatto insieme per costruire un Paese normale.

giovedì 29 marzo 2012

SERBIA: COMINCIA IL LUNGO PROCESSO DI ADESIONE ALL'UNIONE EUROPEA

E in attesa della data di inizio dei negoziati si scalda la campagna per le elezioni del 6 maggio

Di Marina Szikora[*]
Dopo l'attribuzione dello status di candidato per l'adesione all'Ue, Belgrado si prepara pre la prima fase del processo di negoziati con la Commissione europea. Secondo il presidente del Sottogruppo per la giustizia e diritti fondamentali del Gruppo di esperti del coordinamento per l'adesione all'Ue, Slobodan Homen, la Commissione europea dimostra chiaramente di contare con la Serbia e afferma che dopo lo status Belgrado entra nella fase dei negoziati. Si e' detto credulo che in breve tempo riusciranno ad entrare anche nella fase successiva delle integrazioni europee che in un termine visibile portera' all'ingresso della Serbia nell'Ue. Secondo le sue parole, dopo aver ottenuto lo status di candidato, la Serbia e' in una posizione molto migliore quando si tratta della questione degli investimenti stranieri e della promozione di tutti i valori per i quali la Serbia da lungo tempo si sta impegnando. Homen ha spiegato che con l'ingresso nell'Ue la Serbia puo' contare con nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro, sviluppo di piccole e medie imprese, sviluppo delle infrastrutture, soldi dei fondi di preadesione ecc.
Va detto che i preparativi per i negoziati, il cosidetto screening si sta svolgendo a Bruxells dal 26 al 30 marzo e include le analisi delle regole nonche' l'illustrazione dei problemi chiave. In base a queste analisi, l'Ue scegliera' le questioni di cui discutera' con la Serbia. Si sa di gia' che quando iniziera' il processo di negoziati della Serbia con l'Ue si partira' dai capitoli 23 e 24 ralativi al funzionamento dello stato di diritto e protezione di diritti umani e di minoranze, migrazione legale e illegale, diritto all'asilo, collaborazione giudiziaria in questioni civili, commerciali e penali, collaborazione con gli organi giudiziari, doganali e di polizia nella lotta contro la criminalita' organizzata. Nell'ambito di questi capitoli si trova anche la lotta contro il traffico di droghe ed esseri umani, denaro sporco, criminale economico e altotecnologico, mandati di cattura europei e processo di estradizione, sequestro di patrimonio aquistato per via della criminalita', formazione di team investigativi congiunti nonche' la collaborazione con Europol ed Eurojust.

Cedo Jovanovic: la Serbia ha bisogno di nuovi valori e di una nuova responsabilità
Con le elezioni politiche, locali e regionali indette per il prossimo 6 maggio, si fa sempre piu' calda la campagna elettorale in Serbia. Il leader del Partito liberaldemocratico e del movimento 'Svolta' Čedomir Jovanović sottolinea che la campagna dei partiti che incitano alla guerra degli uni contro gli altri e' molto brutta. Jovanović punta sul "troppo veleno in Serbia" e avverte che e' necessario quel tipo di responsabilita' alla quale, secondo la sua opinione, non sono pronti ne' il presidente Tadić ne' il suo principale avversario Tomislav Nikolić. Jovanović ha detto che la versione sia dell'una o dell'altra Serbia in cui si dovrebbe vivere secondo le regole o del Partito Democratico oppure di quello del Partito serbo del progresso non e' quello che si dovrebbe acconsentire. "Per questo ci presentiamo davanti alla gente con il messaggio della grande svolta. In questo lavoro naturalmente c'e posto per tutti, ma e' chiaro che la lidership e' in effetti la qualifica della nostra politica, lo e' stata sempre e noi questa responsabilita' siamo pronti ad assumere" ha detto Jovanović. Ha avvertito che la Serbia non diventera' migliore da un giorno all'altro. Ma un paese moderno, efficace e di successo si puo' creare se si condividera' una visione comune, ha sottolineato il leader liberaldemocratico serbo e della coalizione Svolta. "In questa Serbia c'e' posto per tutti ma essa deve basarsi su valori diversi, devono regnarci diverse regole di vita, quelle che obbligano alla responsabilita' politica le persone che guideranno il paese" ha sottolineato Čedo Jovanović.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi

giovedì 9 febbraio 2012

BOSNIA: POLEMICHE SULLE ORIGINI E SUL FUTURO DELLA REPUBLIKA SRPSKA

di Marina Szikora [*]
L'ultima vicenda di un durissimo scontro tra il leader liberaldemocratico serbo Čedomir Jovnović e il presidente della RS Milorad Dodik, e' stato il tema di una intervista del quotidiano di Sarajevo 'Dnevni avaz' con Jelko Kacin, europarlamentare e relatore per la Serbia. Secondo Kacin, la sentenza del Tribunale dell'Aja ha stabilito che a Srebrenica nel 1995 e' stato commesso un genocidio e qui non c'e' piu' nulla da aggiungere. "E' un fatto. Lo si commenta, se ne prende atto" ha detto l'europarlamentare sloveno. Kacin non ha voluto pero' commentare piu' profondamente le dichiarazioni di Čedo Jovanović che la RS e' nata sul genocidio come nemmeno tutte le tensioni che queste dichiarazioni hanno suscitato. Il fatto e' comunque che il leader della RS nega e respinge duramente queste imputazioni e si aggiunge un'altra scintilla che non e' per niente nuova: secondo Dodik la BiH prima o poi si disgreghera'. Quanto a Jelko Kacin, la BiH ha una chiara prospettiva europea e la RS ha una prospettiva europea all'interno della BiH. Dall'altra parte, la Serbia nelle prossime fasi di avvicinamento all'Ue si trovera' in dilemmi molto chiari. Le verra' richiesto di appoggiare tutti i vicini sul loro cammino verso l'Ue, spiega Kacin e aggiunge che bisogna creare il futuro e non sognare il passato. Secondo le sue parole, in questo momento non ci sono veri argomenti per una disgregazione della BiH. I processi europei sono integrativi, sottolinea l'europarlamentare, sono processi di allargamento mentre quello che si e' potuto sentire nel duello tra Dodik e Jovanović e' qualcosa che manda messaggi di divisione, frammetanzione, isolamento, odio, mancanza di fiducia e di collaborazione internazionale. La Serbia, afferma Kacin, non puo' ottenere lo status di candidato se non vengono create le condizioni per una libera circolazione di persone, merce, servizi, capitale e idee. Le barricate e le divisioni non sono la via verso l'Ue. L'isolamento di una entita' non e' altrettanto una via verso l'Ue. Sono una ottima ricetta per il 19-esimo secolo, conclude Kacin e si esprime positivamente nei confronti del candidato a premier, vale a dire presidente del Consiglio dei ministri della BiH Vjekoslav Bevanda. Secondo l'europarlamentare sloveno, con le sue dichiarazioni e posizioni, Bevanda ha dimostrato che in BiH ci sono rappresentanti dello stato consapevoli di responsabilita' politica il che fa sperare che tra breve verra' nominato il Consiglio dei ministri in BiH.
[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza andata in onda nella puntata di Passaggio a Sud Est di oggi.

giovedì 22 dicembre 2011

SERBIA: L'INTEGRAZIONE EUROPEA IN SECONDO PIANO?

di Marina Szikora [*]
I messaggi che in questo momento arrivano da Belgrado suggeriscono che la politica europea non e' piu' posizionata in alto sull'agenda dei politici in Serbia, e' la valutazione del relatore per la Serbia del PE, lo sloveno Jelko Kacin. Proprio quando la Croazia ha firmato il Trattato di adesione all'Ue, che e' un evento storico e la piu' grande sconfitta degli euroscettici nell'Ue, il prossimo paese, la Serbia, come se volesse evitare l'agenda europea, ha detto Kacin in una intervista alla Radio Europa libera. Secondo Kacin e' fuori luogo dare la colpa per il rinvio di status di candidato all'Ue in cui una stragrande maggioranza di stati membri appoggiano sinceramente e attivamente la Serbia oppure dare la colpa alla Germania. Kacin afferma che i cittadini della Serbia meritano di sentire la verita' per voce dei suoi piu' alti rappresentanti e ripete che l'Ue non ha chiesto alla Serbia di riconoscere il Kosovo. Secondo le parole dell'europarlamentare sloveno, il dibattito sulla risoluzione 1244, in occasione della presentazione di Priština alle riunioni internazionali significa "gettare inutilmente la sabbia negli occhi dell'opinione pubblica serba" e "una storia che non porta da nessuna parte". Kacin precisa in questo senso che in Serbia nessuno sa che in questo momento presso la CEFTA, che e' l'associazione di libero mercato dell'Europa centrale, il Kosovo tiene la presidenza e finora nessuna riunione, nessun evento non e' stato disdetto. Per quanto riguarda i condizionamenti alla candidatura serba per il prossimo marzo, Kacin ha detto che si chiede sempre la stessa cosa, vale a dire il dialogo con Priština inclusa l'implementazione di quanto e' stato accordato.

Il Partito liberaldemocratico di Čedomir Jovanović chiede invece una sessione parlamentare di urgenza per discutere le sfide della Serbia, una normale campagna elettorale e la formulazione di una politica che potra' ostacolare che i prossimi mesi siano "un finale della distruzione della societa'". Il presidente del Partito liberaldemocratico in un comunicato scritto ha valutato che a dieci giorni dalla decisione del Consiglio europeo, nei giorni in cui tutti i leader europei ancora una volta ripetono chiaramente quello che la Serbia dovrebbe fare per ottenere lo status di candidato, Boris Tadić e Ivica Dačić, che e' il ministro degli interni, hanno trasformato la politica in una competizione quotidiana di slogan e di ricerca di alibi per gli errori commessi. Secondo Jovanović l'opinione pubblica viene "costantemente avvelenata e confusa con illusioni sulle nuove linee rosse, tagli cesarei, revocazioni di Stalin e Churchill e storie del modello delle due Germanie". Il leader liberaldemocratico ha sottolineato che continua ad essere imposto "il falsificato che alla Serbia qualcuno dall'Europa ha consegnato nuove condizioni e che i leader serbi hanno difeso la sovranita' territoriale in Kosovo facendo riferimento alla Risoluzione 1244 che e' un atto di capitolazione della Serbia nella guerra contro il mondo in cui il Kosovo e' stato perso 12 anni fa". Jovanović avverte che la Serbia ha bisogno di una nuova politica verso il Kosovo e verso l'Ue ma anche della verita' che deve essere comunicata pubblicamente alla gente perche' si tratta dell'unica via di fare qualcosa per il paese.

Sulla questione Kosovo, il presidente della Serbia Boris Tadić propone in questi giorni l'esempio del modello irlandese e con esso spera ad un acceleramento del processo di adesione del Paese all'Ue. Tadić spiega questa sua opinione con il fatto che la Repubblica dell'Irlanda non riconosce la divisione dell'integrita' territoriale dell'isola e tuttavia e' membro dell'Ue. Rilasciando una intervista al quotidiano della macedonia 'Dnevnik', il presidente serbo ha menzionato anche altre soluzioni per le dispute territoriali in Europa, quali l'esempio del sud Tirolo. Ha rigettato la possibilita' della divisione del Kosovo e ha nuovamente invitato alla "soluzione sostenibile" per il Kosovo. "La Serbia non ha illusioni di poter restituire il Kosovo nell'ordinamento statale della Serbia cosi' come fu stato prima del 2000, ma la Serbia non rinuncia ai negoziati e alla ricerca di una soluzione sostenibile" ha detto Tadić.

La presidente del Consiglio di politica estera del Ministero degli esteri della Serbia Sonja Liht spiega che la decisione del Consiglio europeo sulla candidatura della Serbia non significa il rifiuto bensi' una candidatura condizionata. Il problema, secondo Sonja Licht, e' che la decisione presa a Bruxelles lo scorso 9 dicembre viene interpretata diversamente. Secondo le sue parole, e' indispensabile che l'aproccio statale sia flessibile e pronto a compromessi quando si tratta di integrazioni europee. La Licht si e' detta preoccupata che con le dimissioni del vicepresidente del governo incaricato per le integrazioni europee, Božidar Đelić alcuni progetti importanti in Serbia potrebbero avere problemi. Ha aggiunto che la Serbia ha anche seri problemi con gli asilanti e che l'aiuto dell'Ue in questo senso e' indispensabile.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di oggi di Passaggio a Sud Est

venerdì 9 dicembre 2011

SERBIA: LETTERA DI CEDOMIR JOVANOVIC A EMMA BONINO E AL CONGRESSO RADICALE

Letter of Cedomir Jovanovic, President of Ldp (Liberalno Demokratska Partija) to Emma Bonino and the 39 congress of the Nonviolent Radical Party transnational and transparty

Cedomir Jovanovic
Dear Emma,

Thank you very much for your kind invitation to attend the second session of the 39th Congress of the Nonviolent Radical Party, Transnational and Transparty.

You know how much I admire and support the views and global campaigns of the Radical Party, such as the Universal Moratorium of the Death Penalty and a worldwide ban on Female Genital Mutilation. I also share your conviction, triggered by the events of the Arab Spring, that wider, international and global legal frameworks and jurisdictions must be established or put to use to protect and promote the Human Rights that continue to be violated at the national level even by so-called democratic regimes. In general, my views have always aspired to projects of a transnational and transparty nature that focuses in its work on the affirmation of national and international Rule of Law.

As much as it would be an honor and a privilege to attend your Congress in Rome, urgent and critical duties here in Serbia regrettably prevent me from doing so.

Allow me, in brief, to say a few words on the situation in Serbia and the Liberal Democratic Party’s efforts to bring about a “turnabout” in practically all the policies of the current government. On December 9, Serbia may or may not be granted the status of candidate nation by the Council of the European Union. The erroneous and shortsighted policies of the present government, especially as regards Kosovo, have brought Serbia to the brink of all its EU integration efforts since now there is a real possibility of not being granted even the candidate nations status (a date on the beginning of negotiations for EU accession is presently out of the question). This is all due to the misconceived and misguided actions of the Serbian government which has stubbornly insisted on a “double track policy”, namely pursuing (insincerely, if I may add) EU integration policy, side by side with a nationalistic policy towards Kosovo, regional relations and Euro-Atlantic integration, that has its roots all the way back to the Milosevic era and beyond (xenophobic and anti-European attitudes have been a mainstay of Serbia for the last 200 years). These two policies are incompatible and really present an oxymoron (as in the government, but also many opposition parties’, slogan: “Both Europe and Kosovo”).

In response to this double bind, we have formulated a new policy of “Turnabout”, asking for an about face in all the mainstay government policies towards EU integration itself, the Kosovo policy, regional policy (especially towards Bosnia, Montenegro and Croatia), implementation of EU approved legislation, the fight against corruption, etc. The Manifesto “Turnabout”, an English translation of which please find enclosed, has due to wide public acclaim and support, turned into a movement with three national parties signing (apart from LDP, the Serbian Renewal Movement of Vuk Draskovic and the Socialdemocratic Union of Zarko Korac), together with several ethnic minorities parties, the entire Serbian civil sector and NGO scene, as well as many prominent individuals from public life: authors, professors, artists and the technical intelligentsia. Let me stress that this is not an electoral coalition but a growing movement. At the same time, it has doubled our ratings.

The wave of this movement, whose expanding scope cannot as yet be determined, requires that I focus all my energy on present events in Serbia. So, once again, allow me to express my deepest regrets for not being able to attend your Congress whose topics I find so interesting. I hope that in the future, time will allow us to discuss the advanced policies of the Radical Party, Transnational and Transparty.

Warm Regards,
Cedomir Jovanović

giovedì 1 dicembre 2011

LA VISITA DI EMMA BONINO A BELGRADO

Reportage di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

Nell'ambito dei viaggi e appuntamenti politici dei leader del Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito in vista del prossimo Congresso che si terrà dall'8 all’11 dicembre, Emma Bonino ha visitato Belgrado. Un’occasione importante per conoscere' l'attuale situazione difficile della Serbia, in cui va sottolineato, siamo già nell'atmosfera preelettorale. Belgrado in questo momento guarda al prossimo appuntamento dei vertici europei che sull'agenda del Consiglio fissato per il 9 dicembre dovrebbe avere anche la decisione se la Serbia avrà ufficialmente lo status di candidato all'adesione. Allo stato attuale, questa decisione è in grande forse e la notizia negativa da Bruxelles potrebbe ulteriormente destabilizzare la scena politica interna della Serbia. L'ostacolo serio per l'approvazione dello status è la posizione ferma della Serbia verso il Kosovo e il proseguimento delle tensioni al nord, dove la maggioranza serba non riconoscendo le istituzioni kosovare e trovandone appoggio a Belgrado, da mesi innalza barricate ai confini amministrativi.

L’incontro di Emma Bonino con Čedomir Jovanović
In questo quadro politico, la leader radicale Emma Bonino ha incontrato Čedomir Jovanović, presidente del Partito liberaldemocratico e promotore dell'iniziativa, vale a dire del manifesto chiamato 'Svolta' con il quale Jovanović è riuscito a trovare sostegno di altri politici, quali ad esempio Vuk Drašković, presidente del Movimento per il rinnovamento serbo (SPO), intellettuali, personalità del mondo culturale, rappresentanti di organizzazioni nongovernative e che chiede alle autorità della Serbia di cambiare definitivamente la politica ufficiale serba nei confronti del Kosovo. Il leader liberaldemocratico è conosciuto da lungo tempo come l'unica vera voce nel mondo politico serbo che riconosce la necessità della svolta nei confronti del Kosovo e chiede apertamente al presidente serbo Boris Tadić di fare un gesto serio verso i cittadini della Serbia ammettendo che il Kosovo è stato perso ancora dal regime di Slobodan Milosević e che la situazione odierna ne è solo la conseguenza di questa politica di gravi errori. Jovanović vede il cammino europeo come priorità assoluta di Belgrado, appoggia la necessità di un dialogo serio con Priština a fin di stabilire relazioni di progresso e buon vicinato per garantire pace, stabilità e democrazia nella regione balcanica e tutto ciò seguendo quanto definito dal piano di Marty Ahtisaari che offre la soluzione migliore per i serbi in Kosovo. Nel suo colloquio con Emma Bonino, Jovanović si è detto preoccupato dell'esito a Bruxelles il prossimo 9 dicembre avvertendo che la risposta negativa da parte dell'Ue relativa allo status di candidato della Serbia sarebbe una minaccia seria alla stabilità dell’attuale governo pro europeo e porterebbe quasi sicuramente alle elezioni anticipate in cui, secondo le valutazioni, l'opposizione guidata da Tomislav Nikolić, presidente del Partito serbo del progresso (SNS) ha grandi possibilità di vincere. Va sottolineato che Tomislav Nikolić già il vice dell'ultranazionalista Partito radicale serbo guidato dall'imputato dell'Aja Vojislav Šešelj, staccandosi da questo partito ha fondato lo SNS, attualmente il maggiore partito di opposizione che ha buone possibilità di vincere le prossime elezioni.

L’incontro di Emma Bonino con Nataša Kandić
Tra gli incontri di Emma Bonino anche quello con Nataša Kandić, prestigiosa rappresentante della società civile serba, direttrice del Fondo del diritto umanitario e promotore dell'iniziativa per RECOM che vuole l'istituzione di una commissione regionale per far luce sulla verità delle guerre degli anni novanta in ex Jugoslavia e per stabilire i dati di tutte le vittime: croate, bosniache, kosovare e serbe. E' seguito poi un incontro con un altro nome molto conosciuto in Serbia sempre nell'ambito delle organizzazioni per i diritti umani - Sonja Licht, direttrice del Fondo per l'eccellenza politica e attualmente presidente della Commissione per la politica estera del presidente Boris Tadić. A fine della sua permanenza a Belgrado, Emma Bonino ha incontrato il presidente della Serbia Boris Tadić. Anche questa è stata l'occasione per approfondire la complicata situazione politica in Serbia nel contesto europeo e in relazione della questione Kosovo. Va sottolineato che il presidente Tadić anche se convinto che il cammino della Serbia deve essere quello europeo non rinuncia alla ferma posizione serba che rifiuta il riconoscimento dell'indipendenza unilaterale di Priština. Tadić ha assicurato il contributo serbo a fin di trovare soluzioni nei ripresi colloqui tra Belgrado e Priština. Il prossimo appuntamento dovrebbe essere questa settimana. Al tempo stesso il presidente serbo si è detto deluso dell'incomprensione da parte dell'Europa della situazione nei Balcani. Emma Bonino, accompagnata dall'ambasciatore italiano a Belgrado, Armando Varricchio, ha sottolineato che l'Ue vuole la Serbia nel suo ambito ma che il ruolo della Serbia è altrettanto indispensabile nella regione. Ha puntato sull'importanza delle iniziative coraggiose dei due presidenti, quello croato Ivo Josipović e del presidente serbo Tadić di cui siamo stati testimoni da quando Ivo Josipović ha assunto l'incarico di capo dello stato croato e ha indicato il particolare valore del proseguimento e approfondimento di tali iniziative che sono l'unico modo per garantire pace e stabilità nella regione ma al tempo stesso in Europa nel suo complesso.

Anche Vuk Drašković appoggia la “Svolta” sul Kosovo
Come detto, il manifesto promosso da Čedo Jovanović e dai liberaldemocratici ha trovato sostegno anche di alcuni altri politici, come ad esempio Vuk Drašković. In difesa dell'iniziativa, Drašković afferma che 'la Svolta' non significa rinunciare al Kosovo bensì accettare la realtà di costruire una politica che proteggerà in modo efficace i diritti dei serbi in Kosovo. Questa politica deve altrettanto salvaguardare il patrimonio culturale e storico nonché spirituale, dice il leader del SPO in una intervista al giornale serbo 'Pres'. Per attuare una tale politica, spiega Drašković, il più grande ostacolo è il preambolo della Costituzione che spinge inevitabilmente la Serbia nella guerra. E' necessaria – è dell'opinione Drašković – la sua modifica poiché vi è uno squilibrio tra la realtà in Kosovo e il preambolo costituzionale. Il politico serbo precisa che la Costituzione serba afferma che il Kosovo è una regione all'interno della Serbia e che bisogna salvaguardare la sovranità su questa regione. Ma la realtà in Kosovo è tale che non vi è nessuna autorità dello stato serbo. Questo deve essere risolto, rileva Vuk Drašković e ritiene che bisogni dire al popolo della Serbia che per accordare la realtà con il Kosovo e la Costituzione bisognerebbe istituire in Kosovo la sovranità della Serbia. Ciò è possibile soltanto con la guerra premesso che la guerra sia vinta. Siccome questa guerra sarebbe tragica sia per lo stato che per l'intero popolo, resta solo l'unica soluzione ragionevole, vale a dire che anche se non riconoscendo l'indipendenza del Kosovo con questo Kosovo siano stabiliti i migliori rapporti economici, commerciali, culturali e altro. In più che sia dedicata massima attenzione alla salvaguardia del popolo serbo in Kosovo e del patrimonio culturale, precisa Drašković. Secondo la sua opinione, anche il nord del Kosovo nel dialogo tra Belgrado e Priština, con la mediazione dell'Ue, sicuramente potrebbe vincere un tasso speciale di autonomia come quello del Sud Tirolo. Drašković spiega che la sua alleanza con Čedomir Jovanović potrebbe essere anche una linea di coalizione elettorale che potrebbe essere un movimento popolare per non spegnere le luci europee in Serbia e che alle prossime elezioni non avvenga un'altra svolta – quella verso gli anni novanta. Drašković precisa altrettanto di essere in buoni rapporti con il Partito democratico di Boris Tadić, che lo SPO è parte della coalizione governativa "Per la Serbia europea" ma che sarà tragico se non si avrà lo status di candidato. "E' impossibile spiegare al popolo che la coalizione che porta questo nome abbia portato il paese fino alla chiusura delle porte verso l'Ue" conclude il presidente dello SPO.

Le nuove tensioni nel nord del Kosovo e le ripercussioni sulla candidatura serba
Il nuovo incidente tra i serbi locali alle barricate sulla via verso il posto di confine Brnjak verso la Serbia, nel villaggio Jagnjenici è accaduto nel momento in cui le forze della KFOR hanno deciso di togliere le barricate e due soldati della KFOR sono stati feriti da armi da fuoco. Il presidente Boris Tadić ha lanciato un appello in cui ha chiesto alla KFOR, EULEX e ai rappresentanti politici dei serbi di calmare immediatamente la situazione e la garanzia della libera circolazione esclusivamente attraverso il dialogo e senza ricorrere alle violenze. Il capo dello stato serbo ha avvertito che l'escalazione del conflitto mette a repentaglio 'gli interessi vitali della Serbia' e diminuisce la possibilità di una soluzione di compromesso e sostenibile in Kosovo.
L'escalation del conflitto al nord del Kosovo diminuisce le possibilità della Serbia in vista della decisione del 9 dicembre, scrive il quotidiano 'Večernje novosti' e aggiunge che è sempre più reale che la decisione verrà spostata per marzo o aprile prossimi. Secondo il giornale serbo attualmente non ci sono molte probabilità per dare il segnale verde alla candidatura, ma è anche più probabile che non prevalga la posizione dura della Germania che sostiene un categorico 'no' alla candidatura di adesione di Belgrado. Quali saranno le posizioni della Serbia per il giorno di attesa si saprà già praticamente il prossimo 5 dicembre quando si riuniranno i capi di diplomazia dei stati membri dell'Ue. "Un gran numero di paesi appoggia la nostra candidatura, ma alcuni stati hanno posto la condizione che sia raggiunto un avanzamento aggiuntivo nei colloqui con Priština, nonché che sia attuato quanto finora accordato" ha detto da Bruxelles Božidar Đelić, vicepremier serbo incaricato per le integrazioni europee dopo il suo incontro con i rappresentanti permanenti degli stati membri. Dal governo serbo affermano che i ministri nei prossimi giorni continueranno l'offensiva diplomatica in Europa per assicurare il consenso di tutti i 27 paesi membri dell'Ue alla candidatura serba.

giovedì 24 novembre 2011

IL KOSOVO AGITA LA POLITICA IN SERBIA

Il liberaldemocratico Jovanović insiste su una nuova politica, ma il presidente Tadić ribadisce il no al riconoscimento, né implicito, né esplicito

Il parlamento serbo (Tanjug)
Di Marina Szikora [*]
Il presidente del Partito liberaldemocratico Čedomir Jovanović ha dichiarato che il potere di Belgrado intende fare con i serbi al nord del Kosovo quello che all'epoca fece Slobodan Milošević con i serbi in Croazia e in Bosnia. Nel riaffermare la sua posizione di necessario cambiamento della politica serba relativa alla questione Kosovo, Jovanović ha detto che "i Serbi al nord del Kosovo hanno oggi maggior ragione rispetto allo scorso luglio quando il governo (serbo) lo condusse alle barricate e diede loro sostegno. Oggi invece, consapevole di perdere il diritto di sedersi sulle due sedie, il potere ha deciso, a causa dell'importanza della sedia 'europea' di fare con i serbi al nord del Kosovo quello che fece Milošević con i serbi in Croazia e in Bosnia" ha detto il leader liberaldemocratico ad un convegno del partito a Belgrado.
Jovanović ha rigettato le critiche che il manifesto "Svolta" sia un tradimento e ha indicato che le decisioni del presidente della Serbia Boris Tadić che i suoi ministri non vogliono firmare alle riunioni del Governo bensi' vengono firmate dai sottosegretari, sono molto peggio rispetto a quello che Tadić critica come tradimento nazionale quando giudica il manifesto promosso dai liberaldemocratici. Jovanović ha indicato che la cancelliera tedesca Angela Merkel non era venuta la scorsa estate a Belgrado in una spedizione di punizione bensi' per dire quello che i leader serbi avrebbero dovuto dire ai cittadini ben prima. "Se teniamo ai serbi in Kosovo allora dobbiamo condurre una tale politica che acconsentira' a questi serbi una vita normale, vale a dire una politica che possa garantire loro quel livello di diritto indispensabile per una vita normale in comunita' con gli albanesi che altrettanto hanno diritto ad una vita normale" ha detto Jovanović.
Il capo dello stato serbo, Boris Tadić resta però fermo e ribadisce che "nel proseguimento dei colloqui con Priština la Serbia non riconoscera' ne' in modo implicito ne' in quello esplicito l'indipendenza del Kosovo" e aggiunge che "la Serbia non vuole mettere la questione del Kosovo sotto tappeto ma al contrario, vuole con iniziative risolvere il problema che colpisce non soltanto il popolo serbo bensi' l'intero continente europeo". Tadić ha sottolineato che a Bruxelles si conducono negoziati tecnici che possono mettere in questione, eccome, la posizione della Serbia attraverso il rischio di un riconoscimento implicito dell'indipendenza di Priština e ha rilevato che se ne tiene conto nel corso dei colloqui.
Il presidente serbo ha detto che la Serbia continuera' con le iniziative per la soluzione del problema Kosovo perche' si tratta di una potenziale fonte di instabilita' per la Serbia, per la regione e per l'Europa. Ma la Serbia – ha rilevato il suo presidente – continuera' a lottare per i suoi interessi, sacralita', patrimonio e per il suo popolo in Kosovo. A tal fine pero', Tadić ha detto che non si vuole fare nessun male al popolo albanese bensi' portare stabilita' e pace nell'intera regione. "Sono convinto che cio' e' possibile" ha concluso Tadić.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla puntata di “Passaggio a Sud Est” andata in onda oggi.

giovedì 10 novembre 2011

SERBIA: I LIBERALDEMOCRATICI CHIEDONO UN "CAPOVOLGIMENTO" SUL KOSOVO

di Marina Szikora [*]
Il presidente del Partito liberaldemocratico Čedomir Jovanović ha invitato il presidente della Serbia Boris Tadić a firmare un manifesto sotto il titolo "Capovolgimento" che comporta un cambiamento della politica serba sul Kosovo e il proseguimento delle integrazioni europee. Ad un convegno lo scorso fine settimana, nella Casa della gioventu' di Belgrado, dove Jovanović ha presentato il manifesto valutando che, entro il 9 dicembre quando si decidera' sulla richiesta della candidatura serba per l'ingressi nell'Ue, esso andrebbe firmato anche dal patriarca, dal presidente dell'Accademia serba delle scienze e dell'arte nonche' da altri soggetti prestigiosi.  Al convegno, a favore del manifesto ha parlato anche il presidente del Movimeno serbo del rinnovamento Vuk Drašković, il presidente dell'Unione socialdemocratica Žarko Korać e c'erano molti altri rappresentanti di organizzazioni nongovernative, artisti e itellettuali che hanno dato il loro sostegno a questo documento promosso dai liberldemocratici e che hanno contribuito alla sua nascita. Nel testo viene espressa particolare insoddisfazione a causa dell'inutile e pericolosa approvazione "dell'isterismo e della strategia antieuropei da parte del governo proeuropeo che permette alle barricate al nord del Kosovo di bloccare l'attribuzione dello status di candidato e la data dell'inizio dei negoziati di adesione della Serbia all'Ue. In un paese senza tempo, la perdita dello status di candidato o la candidatura senza la data dei negoziati significheranno soltanto un'altra uccisione del futuro normale, un altro sfascio di tutto cio' che in Serbia e' persistito, un altro isolamento alla periferia dell'Europa di tutti quelli che non sono fuggiti dalla Serbia", si legge nel testo del manifesto.

Dopo la presentazione del manifesto a Belgrado, e' intenzione dei suoi promotori e sostenitori di viaggiare per il paese e di far conoscere ai cittadini l'idea europea. L'attivita' dovrebbe durare fino al 9 dicembre quando la Serbia dovrebbe ottenere da parte del Consiglio europeo lo status di candidato. Ma la risposta del presidente Tadić all'appello del leader dei liberaldemocratici non e' stata positiva. Il capo dello stato serbo giudicato da lungo come filoeuropeo ha detto che e' una illusione e un errore che la Serbia con un cambiamento della politica verso il Kosovo possa accelerare il processo di avvicinamento all'Ue. Al tempo stesso, ha osservato Tadić, fatto e' che le grandi potenze non permettono che quello che e' stato attuato in Kosovo venisse posto in questione. "La politica in Kosovo non puo' essere una pietra al nostro collo, ma il problema non lo possiamo risolvere amputando una parte del corpo" ha detto il presidente serbo. Tadić ha valutato che e' strano che il Partito liberaldemocratico e il Movimento serbo del rinnovamento lo chiamino di firmare questo documento. Ha spiegato che non puo' appoggiare le richieste programmatiche dei partiti che insistono sulla svolta nella politica sul Kosovo accettando il piano di Marty Ahtisaari la cui attuazione, ha detto Tadić, causerebbe il completo cancellamento del popolo serbo in Kosovo tra tre decenni. Il presidente della Serbia ha aggiunto che il paese che facilmente rinuncia ai suoi interessi legittimi verra' giudicato dalle grandi potenze come un paese al quale nuove condizioni vengono presentate molto semplicemente e un tale paese perde la sua credibilita' in politica. Tadić ha precisato che tutti in Europa sanno che gli interessi della Serbia in Kosovo sono legittimi e ha aggiunto che per questo nessuno richiede da Belgrado di riconoscere esplicitamente il Kosovo, anche se alcuni stati vorrebbero che la Serbia lo faccia in modo implicito. Il presidente serbo ha indicato che continuera' a costruire la politica che alla Serbia garantisce un futuro europeo e la prosperita' economica, nonche' la politica di protezione degli interessi legittimi in Kosovo ai quali lo stato serbo non puo' e non deve rinunciare. "E' importante che la Serbia mantenga l'identita' in Kosovo e che ottenga quello che le appartiente, vale a dire il diritto di salvaguardare la propria integrita'. Cio' non e' possibile confrontandosi con il mondo intero" ha detto Tadić.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi.

giovedì 27 ottobre 2011

IL PROBLEMA NON E' IL KOSOVO, MA BELGRADO

“Ha costruito le barricate in Kosovo come fece 20 anni fa in Croazia”, accusa il leader liberaldemocratico Cedomir Jovanovic che aggiunge: “Il problema è anche il presidente Tadic che dobbiamo aiutare”.

Cedomir Jovanovic
di Marina Szikora [*]
Alla riunione del Comitato generale del Partito liberaldemocratico tenutasi settimana scorsa a Belgrado, il suo presidente e leader Čedomir Jovanović ha accusato il potere di Belgrado per "aver costruito le barricate in Kosovo, come lo fece 20 anni fa anche in Croazia" e di essere impotente a proporre la soluzione del problema in quest'area. "Il problema non e' il Kosovo, il problema e' Belgrado. Il problema e' anche il nostro presidente che dobbiamo aiutare" ha detto Jovanović. Ha valutato che i quattro autoproclamati presidenti dei comuni al nord del Kosovo stanno provocando il presidente serbo. "I serbi al nord del Kosovo sono ostaggi dell'impotenza di Belgrado perche' il potere non ha la forza di proporre soluzioni" ha affermato il leader liberaldemocratico indicando che la soluzione del problema del nord del Kosovo e' l'attuazione del piano di Marty Ahtisaari. Jovanović ha criticato anche il patriarca Irinej esortandolo ad abbandonare la politica perche', ha rilevato Jovanović, commette costantemente errori. "Quando parlera' dello spargere del sacro sangue, che ci chieda se noi ne siamo d'accordo" ha detto Jovanović. Il presidente dei liberaldemocratici ha invitato il presidente della Serbia Boris Tadić "a liberare i media" poiche', secondo le sue parole, non si puo' tollerare la campagna antieuropea dei media statali. Jovanović ritiene che la Serbia necessita' di una nuova Costituzione e di riforme politiche ed economiche senza compromessi. Va detto che a questa riunione del Comitato generale di LDP hanno partecipato anche i presidenti del Movimento di rinnovamento serbo, Vuk Drašković, del Partito sociademocratico della Serbia, Rasim Ljajić e dell'Unione socialdemocratica, Žarko Korač.

Secondo le informazioni del quotidiano di Belgrado 'Blic' questi partiti starebbero negoziando sulla possibile coalizione elettorale. A favore di questo supposizioni parlerebbe anche il fatto che alla riunione del Partito liberaldemocratico davanti ai nomi dei presidenti dei quattro partiti ospiti c'era la scritta "Svolta". Le supposizioni di 'Blic', al momento, sono state smentite dallo stesso Jovanović. Intanto, LDP chiede una sessione del Parlamento serbo in cui si discuterebbe della situazione al nord del Kosovo. L'iniziativa dei liberaldemocratici viene appoggiata dal Movimento del rinnovemento serbo e il deputato di questo partito, Aleksandar Jugović afferma che la richiesta della LDP e' giustificata poiche' non e' normale che la politica statale sia condotta dai quattro presidenti dei comuni al nord del Kosovo. Secondo le sue parole, a questa riunione parlamentare si prenderebbe la decisione di togliere le barricate e di accettare la parte del piano di Marty Ahtisaari che non riguarda lo status in quanto base per i prossimi negoziati tra Belgrado e Priština con la mediazione dall'Ue. "Non esiste la maggioranza in questo parlamento che sia pronta a prendere una tale decisione proeuropea e statale" ha detto Jugović valutando che una veloce decisione e un messaggio alla gente al nord del Kosovo potrebbe creare una situazione in cui la Serbia affronterebbe in modo molto piu' adeguato l'attuale stato dei fatti.

Belgrado vuole tornare ai negoziati con Priština
"Belgrado vuole il ritorno ai negoziati perche' senza i negoziati non possiamo arrivare a dei risultati, risolvere i problemi della gente e proteggere gli interessi vitali nazionali" ha detto lunedi' il presidente serbo Boris Tadić ai giornalisti visitando la Fiera dei libri di Belgrado. Tadić ha detto che il suo colloquio con i rappresentatni dei serbi al nord del Kosovo domenica scorsa e' stato aperto e costruttivo. "Ho detto loro com'e' la situazione politica reale ed i potenziali della Serbia per quanto riguarda la difesa degli interessi in Kosovo ed i principi ai quali noi daremo fede nel prossimo periodo e ai quali non rinunceremo" ha detto il presidente serbo. Secondo le sue parole, la Serbia non e' responsabile per la sospensione del dialogo con Priština e sono in corso i colloqui per far tornare il nord del Kosovo ad un processo normale. "Tutti quelli che pensano che noi dobbiamo chiuderci nella nostra casa, non comunicare e non negoziare, mentre noi invece abbiamo un problema mondiale, che e' internazionalizzato, commettono errori metodologici" ha detto Tadić. Sempre lunedi', durante i suoi colloqui con il procuratore generale del team speciale di inchiesta dell'Ue John Clinton Williamson, il presidente della Serbia ha chiesto nuovamente un'inchiesta indipendente sul traffico di organi in Kosovo. Il procuratore Williamson, che si trova a capo del team dell'Ue per le indagini nell'inchiesta relativa al presunto traffico di organi umani in Kosovo, e' stato nominato lo scorso agosto e lunedi' ha visitato Belgrado dopo aver trascorso tre giorni a Priština. Da Belgrado, Williamson si e' recato anche a Tirana.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di oggi Passaggio a Sud Est.

giovedì 29 settembre 2011

KOSOVO: BORIS TADIC ALL'ONU DIFENDE LA POSIZIONE SERBA

Ma il leader liberaldemocratico Jovanovic ribadisce la necessità di una nuova politica

Di Marina Szikora [*]
Settimana scorsa e' stata nel segno degli interventi dei capi di stato e di governo alla 66 Assemblea Generale ONU. Tra questi anche quello del presidente della Serbia Boris Tadić. Come preannunciato e del tutto aspettato, il capo dello stato serbo, anche in questa occasione ha posto al centro del suo discorso il tema Kosovo. Tra i politici serbi, praticamente l'unico a sollevare esplicitamente la necessita' di un approcio nuovo relativo alla politica della Serbia verso il Kosovo, da lungo tempo e' il leader liberaldemocratico Čedomir Jovanović. Per Jovanović, il presidente della Serbia Tadić ha mancato all'occasione di promuovere una nuova politica serba alle Nazioni Unite e ha ripetuto che LDP si impegna per l'attuazione del piano Ahtisaari nella soluzione della crisi kosovara. Ad una conferenza stampa, Jovanović ha valutato che Tadić ha mancato all'occasione di promuovere una politica che avrebbe trovato comprensione nel mondo senza la quale non e' possibile risolvere i problemi e dare risposta alla piu' grave crisi che la Serbia sta' affrontando.

Secondo il leader liberaldemocratico "Tadić con il suo intervento ha condotto un dialogo con se stesso. Non abbiamo udito nessuna idea nuova, soltanto molte frasi, atteggiamenti che ripetiamo, nei quali noi stessi non crediamo piu' e che soltanto confermano la mancanza di idee della leadership di questo paese". Secondo le sue parole, l'intervento di Tadić all'Assemblea Generale ONU pronunciato venerdi' scorso impegna LDP di ripetere ancora una volta i passi che la Serbia deve intraprendere per uscire, ha detto Jovanović, dal vicolo cieco. "Invece delle soluzioni che nessuno capisce e che sono molto lontane dalla vita, e qui intendo la frase sulla necessita' di condurre un costante dialogo e che soltanto attraverso il compromesso e' possibile trovare una soluzione, noi insistiamo sul documento Ahtisaari come base sulla quale e' possibile costruire il futuro della comunita' serba in Kosovo" ha detto Jovanović. Ha aggiunto che LDP propone una rielaborazione del piano Ahtisaari per risolvere il problema delle relazioni tra serbi e albanesi in Kosovo e tra Belgrado e Priština. Il leader liberaldemocratico ha rilevato che se adesso si fallisce in questa occasione, la Serbia rimarra' senza quei meccanismi del documento Ahtisaari che proteggono anche i diritti dei serbi kosovari. "Dobbiamo decidere se continueremo a lottare per quello che non esiste, vale a dire per lo stato serbo in Kosovo, oppure inizieremo finalmente a riflettere di serbi che in Kosovo ci vivono" ha concluso Čedomir Jovanović.

Il presidente del Partito liberaldemocatico ha criticato cosi' il discorso del presidente della Serbia Boris Tadić davanti all'Assemblea Generale Onu in cui il capo dello stato serbo ha sottolineato due obiettivi della Serbia: assicurare l'accordo comunemente accettabile sul Kosovo che acconsentirebbe ferme garanzie alla comunita' serba e un accelerato avanzamento sulla via verso l'adesione all'Ue. Secondo Tadić, entrambi questi obiettivo sono realizzabili e ritiene che sarebbe poco serio se qualcuno pensasse che uno di questi obiettivi deve essere sacrificato nell'interesse dell'altro. Sono gli altri che dovrebbero decidere se la realizzazione di questi due obiettivi e' positiva per la regione balcanica e per la sua stabilita', ha detto Tadić dicendosi convinto che questo e' nell'interesse di tutti. Ha ringraziato tutti i membri Onu che non hanno riconsociuto l'indipendenza unilaterale del Kosovo rispettando gli obblighi della Carta delle Nazioni Unite sul rispetto della sovranita' ed integrita' territoriale della Serbia. Parlando del tentativo delle autorita' kosovare dello scorso luglio ad imporre i loro doganieri alle frontiere del nord del Kosovo, Tadić ha rilevato che la Serbia ha fatto il tutto possibile per ostacolare la difusione delle violenze. "La Serbia, vi assicuro, rimarra' impegnata nel dialogo con Priština" ha detto il presidente serbo aspettandosi che la Kfor e l'Eulex, in base alla Risoluzione 1244 rimangano neutrali. Ai margini dell'Assemble Generale, il presidente della Serbia ha tenuto colloqui con il segretario di stato americano Hillary Clinton sulla "collaborazione eccezionale tra Serbia e Stati Uniti nella lotta contro la criminalita' organizzata e terrorismo" e ha ringraziato Washington per il sostegno all'ingresso della Serbia nell'Ue. Tadić ha constatato pero' che continuano ad esserci divergenze tra i due paesi sul tema Kosovo.

Per il presidente della Serbia, qualsiasi tipo di comprensione sulla questione Kosovo deve avere come precondizione fondamentale un accordo su quattro questioni che, secondo Tadić, sono cruciali per la protezione dei serbi in Kosovo. La prima questione riguarda lo status della popolazione serba al nord del Kosovo. La seconda questione, ritiene Tadić, implica una efficace decentralizzazione del Kosovo. I serbi che vivono nelle enclavi, ha spiegato il capo dello stato serbo, devono avere gli standard politici, giuridici ed economici per una vita normale e progresso. In questo senso, ha ribadito Tadić, la Serbia resta pronta ad offrire tutto il sostegno indispensabile a questa popolazione minacciata. Come terza questione ha menzionato lo status della Chiesa ortodosssa serba e dei suoi luoghi sacri in Kosovo, sottolineando la necesitta' della loro salvaguardia, status speciale, protezione dell'identita' unica il che rappreseenta una importanza fondamentale. Tadić ha aggiunto che bisogna risolvere anche la questione del patrimonio, intendendovi il patrimonio delle persone internamente trasferite del Kosovo e quello di tipo commerciale.

Il presidente Tadić ha sottolineato che la Serbia ha adempiuto i criteri per ottenere lo status di candidato per l'adesione all'Ue. "Il nostro desiderio di aderire all'Ue rappresenta la piattatorma sulla quale intendiamo lavorare per realizzare i nostri obiettivi. La collaborazione regionale e' la pietra miliare della nostra diplomazia e crediamo che essa sia positiva per tutta la regione" ha detto Tadić nel suo intervento alle Nazioni Unite. In questo contesto ha valutato che con la Croazia e' stato istituito un livello di fiducia del tutto nuovo, il che e' importante dal punto di vista strategico anche per la stabilita' della BiH. Ricordando che la Serbia ha impegnato grandi sforzi per arrestare tutti gli imputati di crimini di guerra e in tal modo ha adempiuto l'obbligo anche verso se stessa e verso la comunita' internazionale, Tadić ha detto che questo testimonia la volonta' di Belgrado di creare un clima per la piena riconciliazione nella regione e ha ripetuto l'appello al Consiglio di Sicurezza di iniziare le indagini sul presunto traffico di organi umani in Kosovo.

[*] Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

giovedì 22 settembre 2011

JOVANOVIĆ INSISTE: LA SERBIA HA BISOGNO DI UNA NUOVA POLITICA IN KOSOVO

Di Marina Szikora [*]
La Serbia è minacciata nella sua stessa esistenza dall'abuso della questione del Kosovo, in cui i circoli nazionali anti-europei vedono la loro chance e provocando caos e instabilità ostacolano ancora una volta il Paese nell'ultimo passo per ottenere lo status di candidato all'adesione all'Ue: lo ha dichiarato il presidente del Partito liberaldemocratico serbo, Čedomir Jovanović.
Ai cittadini viene offerto un surrogato di vita, le barricate e il tira e molla sulle interpretazioni mediatiche relative ad una evidente sconfitta della politica sul Kosovo, ha sottolineato Jovanović aggiungendo che si dimentica la gente viva e il problema di come riusciranno a sopravvivere con i muri eretti.
"La Serbia non deve essere kosovizzata, bensì europeizzata. Se blocchiamo la vita al nord del Kosovo, noi stessi saremo colpiti da un tale blocco perché così distruggeremo i serbi kosovari e poi la stessa Serbia", ha avvertito il leader liberaldemocratico.
Jovanović ha ripetuto che l'uscita dal problema dei serbi in Kosovo, della Serbia e dell'intera regione, si potrebbe cercare soltanto nelle regole europee, nelle garanzie e nella vita che relativizza l'importanza di tutti i confini.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi.

venerdì 16 settembre 2011

IN SERBIA C'E' ANCHE CHI CHIEDE UNA SVOLTA NELLA POLITICA SUL KOSOVO

Cedomir Jovanovic
Di Marina Szikora [*]
A proposito delle per nulla superate tensioni tra Serbia e Kosovo, il leader del Partito liberaldemocratico serbo, Čedomir Jovanović, ha rilevato in questi giorni la necessità di adottare il “Piano Ahtisaari” e ha fatto appello ad una svolta nella politica serba sul Kosovo al fine di porre fine alle tensioni ed alle incertezze.
Secondo Jovanović non c'è più né tempo, né diritto ai calcoli politici. Ha avvertito che non bisogna aspettare di nuovo l'ultimo momento e che il 16 settembre bisogna fare una svolta nella politica sul Kosovo, smettere con le incertezze che creano nevrosi e impegnarsi ad attuare il “Piano Ahtisaari”. A proposito dell'annuncio delle autorità di Priština che dal prossimo 16 settembre collocheranno doganieri e agenti di polizia lungo i confini amministrativi al nord del Kosovo, Jovanović ha puntato sull'indispensabile necessità di “liberarsi dalle tensioni con le barricate e dalla paura di azioni militari, nonché sulla necessita' di iniziare il dialogo sui modelli reali di autonomia, illustrati anche dalle autorità internazionali“.
Il primo punto deve essere l'attuazione del “Piano Ahtisaari”, ha detto il presidente dei liberademocratici serbi, aggiungendo che i serbi e i serbi-kosovari, ad appena quattro giorni dalla scadenza dell'accordo con la Kfor, “non hanno bisogno di messaggi in codice e di politica riciclata”. Jovanović ha sottolineato che, secondo il “Piano Ahtisaari”, i serbi in Kosovo hanno il diritto di organizzare il sistema sanitario, scolastico, comunale, giuridico, culturale ed istituzionale, ad influenzare in modo decisivo il lavoro della polizia e non soltanto nei comuni dove sono la maggioranza.
“Sulle decisioni statali e locali cruciali, i rappresentanti legittimi dei serbi hanno diritto di veto e di negoziare sulle soluzioni più appropriate”, ha concluso Jovanović ricordando che il “Piano Antisaari” permette inoltre la regolamentazione delle relazioni tra Belgrado e la comunità serba in Kosovo.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione di una parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 15 settembre

martedì 2 agosto 2011

LA NUOVA SERBIA DI TADIC: E' TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA?

Il presidente serbo Boris Tadic
A oltre un decennio dalla fine delle guerre jugoslave e dalla caduta del regime di Slobodan Milosevic, la Serbia è un paese democratico che, lentamente ma con costanti passi in avanti, sta portando avanti il processo di integrazione europea e si sta liberando del proprio passato, grazie alla volontà politica dell'attuale presidente della repubblica Boris Tadić, leader del Partito democratico. Un politico liberale, europeista, degno erede del primo premier democraticamente eletto della storia serba, Zoran Đinđić, che con pragmatismo e lungimiranza ha saputo credere nel nuovo SPS di Ivica Dačić, il partito socialista che fu di Milošević, col quale Tadić ha stretto un'alleanza nel 2008, riuscendo anche in seguito, indirettamente, a provocare una spaccatura tra gli ultranazionalisti con la nascita del Partito progressista di Tomislav Nikolic, staccatosi dal Partito radicale di Vojslav Seselj, sotto processo all'Aja per crimini di guerra. Questa è, a grandi linee, la sintesi che analisti ed esperti occidentali di cose balcaniche fanno dell'attuale realtà della Serbia. Secondo Filip Stefanović, però, questa immagine è frutto di un atteggiamento di "colpevole superficialità o fiducioso ottimismo", che non coglie, invece, il dilagante malessere che monta nella società serba.

In un articolo molto interessante, pubblicato su EaST Journal, Stefanovic punta il dito su un sistema partitico marcio e corrotto, sulla lottizzazione ed il parassitismo, sulla tacita e massiccia censura dei media, su una politica, estera e interna, cinica e ipocrita, sul testardo mantenimento e sovenzionamento di strutture parallele in territorio straniero (Kosovo) e sulla ripetizione di slogan degni dell'epoca di Milošević, che hanno portato in questi ultimi giorni ad un grave crescendo di tensioni interetniche. Secondo Stefanovic, le due coalizioni partitiche che si appoggiano al governo, sono totalmente incapaci di occuparsi e stanno favorendo la prossima vittoria elettorale di Nikolić, che per quanto possa rappresentare l’ala moderata e costituzionalista della destra serba, condivide pur sempre nel proprio Dna le origini storiche degli ultranazionalisti. In questo quadro l’unica alternativa possibile è il Partito liberaldemocratico di Čedomir Jovanović, più vicino alle posizioni originarie dell’ex premier Zoran Đinđić e più sinceramente europeista, oltre che unico partito favorevole all’indipendenza del Kosovo: ma esso rappresenta solo il 5% circa dell’elettorato e alle prossime elezioni potrebbe allearsi coi Democratici di Tadic per garantirne la maggioranza, venendo così neutralizzato.

Io non mi considero certo un grande esperto di cose balcaniche, però ammetto di condividere abbastanza quell'immagine della Serbia attuale che Stefanovic accusa di essere troppo superficiale e troppo ottimista. Ma, nonostante la sua analisi, in qualche passaggio, mi sembri eccessivamente pessimista, trovo il suo articolo molto interessante, anche perché condivido le conclusioni, là dove Stefanovic scrive che se ad oggi le uniche speranze per mettere in moto la Serbia stanno in spinte esterne da parte dell’Europa, "sarebbe ancora più opportuno che l’occidente avesse una visione quanto più obiettiva e disincantata della politica serba, lasciando da parte certi affreschi ormai banali e quasi stucchevoli di una democrazia in costruzione, e chiedendosi finalmente perché, a dodici anni dalla rivoluzione che ha detronizzato Milošević, più di quanti sia durato il suo stesso regime, la “transizione” sia un processo ormai eternalizzato, quasi mitico, piuttosto che felicemente riuscito e storicamente concluso". [RS]

Leggi: "Serbia: Boris Tadić, la faccia (poco) filoeuropea di un paese in affanno" di Filip Stefanović