domenica 13 ottobre 2013

GENERAZIONE GEZI PARK


Da FaiNotizia.It un ritratto della giovane generazione turca protagonista delle proteste di piazza di giugno e luglio contro il premier Recep Tayyip Erdoğan. Un video di Andrea Di Grazia, con la collaborazione con Ilknur Doganay, giornalista e traduttrice, Jenk K., pilota di droni telecomandati, e il fotografo Burac Baructu.
Realizzato dopo lo sgombero di Gezi Park, il documentario tratteggia l'immagine di un movimento nonviolento nato dal basso e diffusosi grazie ai social network e al semplice passaparola. I sei protagonisti spiegano (in lingua turca ed inglese con sottotitoli in italiano) origini e motivazioni del loro dissenso nei confronti della linea tradizionalista e repressiva adottata dal governo turco contro le proteste che ha provocato 4 morti durante gli scontri con la polizia, 8000 feriti ed oltre 5000 arresti, tra i quali anche quelli dei reporter italiani Daniele Stefanini e Mattia Cacciatori, liberati in seguito all'intervento dell'ambasciata italiana. Il racconto passa in rassegna l'idea di un'Europa che appare sempre più lontana e simbolo di modernità, di una democrazia saldamente ancorata alle tradizioni islamiche, le difficoltà ed i divieti imposti ai ragazzi in pubblico.

Guarda qui Gezi Park Generation




“NON SI TRATTA DI UN ALBERO, MA DELLA DEMOCRAZIA”.
Ovvero da piazza Taksim ad un diverso futuro possibile

La protesta che tra giugno e luglio è dilagata nelle strade della Turchia, e che ha avuto nella piazza Taksim di Istanbul il suo epicentro, è stata molto di più e molto altro che non gli scontri che abbiamo visto nelle cronache dei telegiornali. Dal Gezi Park alle città dell'Anatolia teatro di decine di manifestazioni, è sceso in piazza un popolo multiforme e colorato fatto di giovani, studenti, intellettuali, massaie, militanti politici autorganizzati, curdi, musulmani, atei, aleviti che con i loro cartelli, i loro slogan e nelle loro assemblee spontanee hanno cercato di proporre un'idea di libertà in cui progettare una nuova convivenza possibile.

Tutto è partito dalla decisione delle autorità di cancellare l'ultimo spazio verde del centro di Istanbul per costruire al suo posto un centro commerciale, appartamenti di lusso ed una moschea. All’inizio i manifestanti erano pochi. La notte del 31 maggio la polizia è intervenuta duramente attaccando i giovani che si trovavano nel parco e distruggendo l'accampamento. La repressione violenta di quella protesta pacifica ha fatto scattare la reazione: grazie ai social network e ai media indipendenti, la rivolta è dilagata in decine di città di tutto il Paese, perfino nell’Anatolia da cui proviene quella nuova classe dirigente e imprenditoriale portata al potere da Erdogan e che in questi anni è stata il motore del successo economico turco.

La protesta non riguardava più solo gli alberi da salvare in un piccolo parco di Istanbul, ma ha espresso il malcontento verso un primo ministro e un governo accusati di metodi autoritari e repressivi. Nelle piazze è sceso un movimento spontaneo e trasversale, non riconducibile a nessuna etichetta politica o ideologica. Molti dei partecipanti non aveva mai preso parte ad alcuna manifestazione politica. Ed è apparso subito chiaro che “Taksim non era Tahrir”, che questa protesta non era affatto assimilabile alle “primavere arabe”. La Turchia è una democrazia, il premier Erdoğan è stato eletto per tre volte attraverso elezioni regolari e il movimento di Gezi Parkı non puntava alla caduta del governo. “Occupy Gezi Parkı” è diverso e peculiare anche rispetto a “Occupy Wall Street” e agli altri movimenti scesi in piazza in molti Paesi contro le misure adottate dai vari governi per far fronte alla crisi economica.

Sotto accusa era la politica di Erdoğan considerata autoritaria, moralistica e paternalistica, che fa sempre più riferimento ai princìpi religiosi e rappresenta un regressione rispetto ai principi di libertà e laicità su cui è stata fondata la Turchia moderna. Il movimento partito da Gezi Parkı, al contrario, proponeva un pensiero politico basato sul dialogo, che non rifiuta i diversi orientamenti ideologici e religiosi presenti nella società turca e proponeva una modalità di organizzazione e di partecipazione nuova rispetto a quella codificata fino ad oggi nel quadro politico turco così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, anche dopo la prepotente ascesa dell'Akp. A Gezi Parkı vi erano luoghi di discussione e di confronto, spazi per la danza, la lettura, l'espressione artistica e per i bambini, proiezioni e concerti. Un'organizzazione libera e sperimentale, senza gerarchie prestabilite.

Ciò che si è coagulato al Gezi Parkı di Istanbul ed è poi dilagato nelle piazze di tante altre città è un malcontento che da anni cova nelle pieghe della parte più consapevole della società turca, di un Paese, cioè, che ha vissuto nell'ultimo decennio uno straordinario successo economico, ma che resta agli ultimi posti della classifiche mondiali sulla libertà di espressione e in cui la forte coscienza nazionale viene declinata da tutti i principali partiti in un nazionalismo intollerante usato come arma per controllare le minoranze e ostacolare il dissenso. Il malessere è esploso per la difesa di qualche centinaio di alberi, ma ciò che è in gioco, in realtà, è il futuro della democrazia turca e la speranze di una generazione che chiede libertà di parola, di religione, di pensiero e di scelte di vita e un pieno rispetto dei diritti umani e civili. La protesta è ferma, per ora, ma il malcontento è sempre tutto lì. [RS]


sabato 12 ottobre 2013

KOSOVO: LA FALSA NORMALIZZAZIONE

Il 3 novembre il Kosovo andrà alle urne per le elezioni amminisrative. E' il primo appuntamento con le urne dopo l'accordo del 19 aprile per la normalizzazione dei rapporti con la Serbia. Ma al di là delle relazioni con Belgrado e della questione della minoranza serba che non riconosce l'indipendenza, qual è la condizione del Kosovo oggi? Secondo il noto giornalista kosovaro Veton Surroj  la realtà è quella di uno stato incompiuto, corrotto e mafioso che fa il pari con una comunità internazionale complice e con l'illusione della normalizzazione dei rapporti con Belgrado. Un paese che, a più di cinque anni e mezzo dall'indipendenza, deve fronteggiare gravi minacce che ne mettono in pericolo la sicurezza, mentre il suo futuro è condizionato da una classe politica infiltrata dalla criminalità e dai cinque paesi membri dell'Unione Europea che non riconoscono la sua indipendenza.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente da Koha Ditore, il 29 settembre 2013. Quella che segue è la traduzione pubblicata da Osservatorio Balcani e Caucaso.



Il Kosovo deve far fronte a tre minacce, che mettono in pericolo la sicurezza del paese: la pseudo-supervisione da parte della comunità internazionale; il carattere incompiuto del processo di costruzione dello stato kosovaro e l'influenza crescente dell'islam politico, che si presenta come alternativa alla corruzione endemica dell'attuale classe politica.
E' quantomai evidente che le autorità kosovare non la pensino allo stesso modo. Il loro sguardo è differente ed è stato forgiato dalle esperienze vissute negli ultimi 15 anni. Queste esperienze dimostrano, innanzitutto, che il Kosovo rappresenterà sempre un problema geopolitico e quindi il tema del suo statuto dal punto di vista del diritto internazionale, in vista della sua adesione all'Onu, non verrà mai risolto.
Le istituzioni kosovare hanno anche compreso che la comunità internazionale è incapace di supervisionare il Kosovo, ma ha bisogno di far apparire una sembianza di normalità. Hanno compreso che le formazioni politiche in grado di garantire quest'apparente normalità divengono i partner privilegiati della comunità internazionale.

Né legalità, né legittimità

Giocando a questo gioco, le autorità kosovare possono permettersi di proclamare all'opinione pubblica che il Kosovo è un partner importante per l'Occidente per garantire la pace nei Balcani, e che entrerà prossimamente nell'Unione europea...
L'élite kosovara ha inoltre ottenuto l'aiuto di Catherine Ashton per dare credibilità a queste affermazioni. I negoziati con Belgrado sono stati definiti “storici” perché l'Alta rappresentante dell'Unione europea per la politica estera aveva bisogno di presentare il dialogo tra serbi e kosovari come un successo, il solo successo della politica estera da lei condotta.
Ma la nostra élite politica, che contribuisce a questa apparenza di normalità, non deriva la sua forza né dalla legalità né dalla legittimità. La sua forza reale si fonda su di una “struttura parallela” portata al potere attraverso la frode elettorale e grazie a grandi mezzi finanziari. Da 15 anni, il partito democratico del Kosovo (PDK) è uno stato nello stato. Il PDK è riuscito ormai a esercitare la sua influenza e controllare praticamente tutte le istituzioni dello stato, tra le quali anche quelle che dovrebbero essere indipendenti dall'influenza della politica.

Il mutismo della comunità internazionale

Durante gli ultimi 15 anni la comunità internazionale è rimasta in silenzio davanti a questa situazione e l'ha addirittura incoraggiata. A seguire due esempi.
Una delle prime decisioni della missione delle Nazioni Unite in Kosovo (Unmik) è stata la distribuzione della benzina alle aziende indicate dal capo del provvisorio governo kosovaro di allora, che altri non era che l'attuale primo ministro Hashim Thaçi.
Altro esempio: malgrado le frodi elettorali “su scala industriale” del 2010, l'Alta rappresentante Catherine Ashton non si è occupata della questione ed ha preferito depistare l'attenzione sui negoziati con la Serbia, senza mettere in dubbio la legittimità e la legalità dei dirigenti kosovari. Lo smembramento di queste “strutture parallele” del PDK è un processo difficile da intraprendere ma indispensabile per il futuro della democrazia in Kosovo.
Lo spreco di fondi pubblici a un livello senza precedenti anche per i Balcani, è stimato in centinaia di milioni di euro. Non è nell'interesse della nostra élite politica e dei gruppi mafiosi con i quali collabora di porre fine al modello attuale e di orientare il paese verso una democrazia funzionante. Ma questi abusi causano conseguenze irreparabili a lungo termine e indeboliscono le istituzioni dello stato.
Il carattere incompleto del processo di costruzione dello stato kosovaro continua ad essere un problema essenziale per la sicurezza del paese. Sino ad ora la parte settentrionale del paese, a maggioranza serba, è stata amministrata dai dirigenti locali grazie ad un accordo di fatto tra la comunità internazionale e la Serbia. Quest'accordo è simile a quello in vigore con gli albanesi: è volto a fornire una facciata di normalità.

Mancano quadri giuridici

Per Belgrado, anche a seguito degli Accordi di Bruxelles, il Kosovo rappresenta ancora “parte integrante della Serbia” e questa è di conseguenza la posizione ufficiale della Russia, della Cina e di un buon numero di altri paesi, tra i quali cinque membri dell'Unione europea. Per tutti questi la questione dello status del Kosovo è ancora in dubbio, anche dopo due anni di negoziati. E' stato sottoscritto un accordo, che però non fornisce un quadro giuridico all'interno del quale si normalizzino le relazioni. Inoltre gli Accordi di Bruxelles lasciano spazio all'interpretazione su molti dei suoi punti che riguardano gli attuali problemi tra la Serbia e il Kosovo.
Il Kosovo non è riuscito ad ottenere una vera e propria soluzione giuridica alle sue negoziazioni con la Serbia. Al contrario Pristina, Belgrado e Bruxelles hanno avviato un processo di frizioni politiche e di conflitto tra le istituzioni centrali del Kosovo e della Serbia. Si tratta infatti di un processo che ha come obiettivo di creare un'autonomia serba in seno al Kosovo, al di fuori del sistema giuridico e costituzionale attuale del Kosovo.
Il Kosovo è uno stato corrotto ed incompleto. Ha (mal) speso le sue magre risorse di bilancio senza creare nuova ricchezza. Peggio ancora, il Kosovo ha sperperato l'energia collettiva nata dal desiderio di liberazione che avevamo accumulato sino al 1999. Quell'energia che fa emergere un vero nazionalismo, che è l'unico a permettere di portare a termine un processo credibile di costruzione statale.

Islam politico

L’islam politico si sta infiltrando nella nostra vita politica, nella speranza di prendere il controllo di una parte del dibattito pubblico, delle istituzioni religiose e, nel lungo termine, delle istituzioni statali. Forze islamiste internazionali stanno facendo pressione sul mondo albanese, nella valle di Preševo, in Macedonia e in Kosovo. Nei territori quindi dove vi sono stati conflitti armati e dove la situazione politica è tutt'ora instabile.
Si può constatare il potenziale di questa minaccia guardando a cosa sta accadendo in Siria. Sino ad oggi almeno cinque albanesi della regione, due dei quali originari del Kosovo, sono stati uccisi in quel paese.
Queste tre minacce pesano su di un paese che non ha una chiara prospettiva europea. Gli altri paesi della regione hanno ormai partnership istituzionalizzate con l'UE, nel quadro degli Accordi di stabilizzazione e associazione (ASA) ma questo non è ancora il caso del Kosovo.
Malgrado ciò che viene dichiarato sia da Bruxelles che da Pristina, la natura delle relazioni tra l'UE e il Kosovo non è cambiata e non cambierà sino a quando i restanti 5 paesi dell'UE non riconosceranno il Kosovo.
Qualunque cosa faccia Pristina per implementare gli Accordi di Bruxelles, il Kosovo verrà preso per la gola per due problemi che sono alla base del suo malfunzionamento: è guidato da un'élite infiltrata dalla criminalità e i suoi rapporti con l'Europa sono dettati dalla posizione di quei cinque paesi membri dell'Unione che non riconoscono la legittimità della sua indipendenza.

venerdì 11 ottobre 2013

ALBANIA E TURCHIA AVVIANO LA COOPERAZIONE STRATEGICA

I due ministri degli Esteri, Ahmet Davutoglu e Ditmir Bushati
A chi da noi pensa che l'Albania sia un Paese irrilevante in un'area marginale (i Balcani), e che dunque non valga la pena spendervi tempo ed energie, segnaliamo che pochi giorni prima dell'arrivo a Tirana del nostro ministro degli Esteri Emma Bonino, il suo collega turco, Ahmet Davutoglu, ha compiuto anch'egli una visita ufficiale nel Paese, durante la quale ha incontrato i vertici dello Stato e i rappresentanti delle principali forze politiche. Scopo della missione il rafforzamento della cooperazione tra i due paesi sintetizzata in un “accordo strategico” che stabilirà colloqui regolari tra i due governi e il consolidamento della presenza degli investimenti turchi nell'economia albanese, in particolare in settori cruciali come difesa, sicurezza ed energia, oltre che in quelli del turismo e della sanità. 
Il gasdotto trans-adriatico (Trans Adriatic Pipeline, TAP), che, attraverso il terminal in Puglia, garantirà l'arrivo in Europa occidentale del gas dell'Azerbaijan, legherà il Medio Oriente ed il Caspio all'Europa facendo dell'Albania un nodo importante anche attraverso la “bretella” dello Ionic Adriatic Pipeline (IAP). Per questo il premier albanese, Edi Rama, sottolineando "l'assistenza costante" che la Turchia ha offerto all'Albania, ha parlato di “partnership strategica” che rafforzerà la cooperazione in futuro tra i due Paesi. Anche il presidente della Repubblica, Bujar Nishani, ha ringraziato la Turchia per il sostegno sottolineando che Ankara è “un importante alleato dell'Albania, nella regione ed oltre”.

Delle relazioni tra Albania e Turchia, oltre che di quelle con l'Italia e l'Unione Europea, anche alla luce della visita di Emma Bonino a Tirana, si occupa Artur Nura nella sua corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 10 ottobre a Radio Radicale.

giovedì 10 ottobre 2013

BOSNIA: INIZIATO IL CENSIMENTO, IL PRIMO DOPO LA GUERRA

Dai dati raccolti la conformazione etnica, religiosa e linguistica del Paese a vent'anni dalla fine della guerra. I tentativi di strumentalizzazione a fini elettorali.

Dal primo ottobre in Bosnia Erzegovina e' iniziato il censimento della popolazione. L'ultimo si e' tenuto 22 anni fa, poco prima dell'inizio della guerra che ha cambiato drammaticamente la struttura del paese. Da ricordare che sono state uccise cento mila persone, oltre un milione di traslocati, ovvero' la meta' fuggita all'estero, l'altra meta' sfollata all'interno del paese mentre alcune parti dello stato sono state etnicamente pulite. Questo censimento e' senza dubbio, dunque, una vicenda storica e ha il sapore di una corsa elettorale. Conteranno i numeri di quelli che si pronunceranno secondo la loro appartenenza etnica, religiosa e linguistica ed e' proprio su questo che i partiti in Bosnia Erzegovina si sono scontrati per anni. Il Paese, cosi' come e stato concepito dall'accordo di pace di Dayton, si basa infatti sui pari diritti dei tre “popoli costituenti”, ovvero bosgnacchi, serbi e croati. Cosi' dovrebbe essere, ma la realta' e' ben diversa. Secondo i dati della Chiesa cattolica, il numero dei croati e' stato dimezzato e si teme che diventino addirittura meno del 10 per cento. I piu' tranquilli sono i serbi che vivono su un territorio etnicamente ripulito. La maggioranza sono comunque i bosgnacchi che per la prima volta verranno conteggiati con questo nome, mentre all'ultimo censimento apparivano ancora come musulmani. Saranno circa 19 mila i rilevatori che lavoreranno fino al 15 ottobre. I primi risultati preliminari si avranno dopo 90 giorni, mentre quelli definitivi arriveranno addirittura nel 2015.

Come detto, tra i politici le discussioni sulla modalita' del censimento sono durate per anni, soprattutto a causa del questionario relativo all'appartenenza etnica, religiosa e linguistica. Ciascuno dei partiti nazionalisti aveva infatti interesse a mantenere lo statu quo, temendo di avere qualcosa da perdere dal censimento. Ed e' stata l'Unione Europea a porre il censimento come condizione essenziale nel processo di integrazione. Per quanto riguarda la domanda sull'appartenenza etnica, le opzioni sono quattro: bosgnacco, croato, serbo o altro. Alla domanda della fede religiosa, le opzioni sono sei: islamica, cattolica, ortodossa, atea, agnostica o non dichiarata, mentre per il quesito linguistico si chiede al cittadino di scegliere tra bosniaco, serbo o croato. E' chiaro che in vista dell'inizio del censimento ci sono stati appelli definiti persino come pressioni per partecipare al censimento. Appelli anche da parte dei massimi esponenti religiosi. Cosi' il vescovo di Sarajevo, Vinko Puljić ha sottolineato l'importanza della partecipazione dei croati cattolici. Lo stesso da parte del Reis-el-ulema, la massima autorita' islamica, Husein Kavazović, il quale si e' rivolto con un discorso molto emotivo a sostegno dell'identita' bosgnacca. Anche l'Ufficio per i Croati fuori dalla Croazia, che dipende dal governo di Zagabria, ha lanciato un appello ai connazionali bosniaci di dichiararsi come croati, il che ha suscitato polemiche e critiche perche' ritenuto un'ingerenza negli affari dello stato bosniaco.

La settimana scorsa, il premier croato Zoran Milanović si è recato in visita in alcune parti della Bosnia Erzegovina. Commentando l'attuale processo di censimento, Milanović ha detto che esso e' importante per i croati, soprattutto per il modo in cui, secondo gli accordi di Dayton, e' stata organizzata la Bosnia Erzegovina come Stato formato da tre popoli costituenti. In ogni caso, quali che siano i risultati del censimento, nessun diritto potra' essere messo in questione, ha rilevato il premier croato, precisando di non essersi intromesso in nessuna campagna televisiva sul censimento per evitare che qualsiasi parola sbagliata possa disturbare qualcuno in Bosnia ed e' per questo che ha voluto recarsi nel Paese personalmente. Il premier croato ha ricordato che i rappresentanti dello stato croato hanno “un obbligo costituzionale e morale di collaborare e prendersi cura dei croati fuori dalla Croazia”, ma che la Bosnia Erzegovina e' uno stato che va rispettato nella sua totalita' e nel suo ordinamento costituzionale.

[*] Il testo è la trascrizione di parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 10 ottobre a Radio Radicale


MANDATO DI ARRESTO EUROPEO: ORA LA E' DISPUTA TRA CROAZIA E UNGHERIA

Di Marina Szikora [*]
Tra Croazia e Ungheria sempre piu’ aspre le discussioni sulla questione Ina-Mol. Ad aumentare le divergenze e’ la decisione delle autorita’ giudiziarie croate di spiccare un mandato di arresto internazionale, emesso tramite l’Interpol, ed europeo nei confronti del presidente della multinzionale petrolifera ungherese Mol, Zsolt Hernadi. La decisione di ricorrere al mandato di cattura internazionali e’ stata presa settimana scorsa dopo che le autorita’ ungheresi a piu’ riprese si sono rifiutate di consegnare a Hernadi il mandato di comparizione emesso dai giudici croati. La Procura croata (DORH) sospetta che il dirigente della MOL aveva corrotto l’ex premier croato Ivo Sanader offrendogli una tangente di 5 milioni di euro in cambio dei diritti di gestione della compagnia petrolifera di stato croata INA alla MOL. Proprio per questi atti illeciti, Sanader e’ stato condannato in primo grado nel 2012 a 10 anni di carcere.

La MOL ungherese ritiene la decisione delle autorita’ giudiziarie croate di spiccare il mandato di arresto nei confronti di Hernadi illegale e scandalosa e annuncia di voler battersi con tutti i mezzi legali disponibili contro questo atto. Per il momento, i due governi che sin dai tempi dell’indipendenza della Croazia curano ottime relazioni bilaterali si pronunciano piuttosto con cautela a riguardo di questo argomento. Tuttavia il ministro degli esteri ungherese, Janos Martony ha rinunciato a partecipare al Forum sulla sicurezza energetica che settimana scorsa si e’ svolto in Croazia, a Dubrovnik. Il governo ungherese del premier Viktor Orban annuncia la possibilita’ di vendere le quote che la MOL detiene nell’INA. Attualmente la MOL controlla circa il 49,1 per cento del capitale azionario della INA.

In una intervista alla radio ungherese, il premier Orban che davanti a se ha le elezioni tra un anno, ha detto che la Croazia deve esaminare l’aquisto delle quote che la MOL detiene nell’INA per evitare danni alle relazioni bilaterali. “La qualita’ eccellente delle relazioni tra Ungheria e Croazia sono molto preziose. Cosi’ preziose da non permettere di danneggiarle con la questione di una compagnia o di affari” ha detto Orban riconsocendo il diritto di ogni governo o stato di decidere autonomamente se e quando cedere le proprie quote in una societa’. Orban ha aggiunto che anche in Ungheria si e’ avuto casi analoghi. Esistono pero’ metodi per farlo in modo da rendere tale operazione accettabile a tutte le parti coinvolte. Una separazione puo’ avvenire anche in modo civilizzato, ha detto il primo ministro ungherese aggiungendo che il contenzioso va visto esclusivamente come un conflitto di affari. Budapest sottolinea che la MOL ha rispettato tutti gli obblighi assunti nei confronti della Croazia, a differenza di Zagabria, investendo circa tre miliardi di euro.

Settimana scorsa, alla riunione dei ministri della giustizia dell’Europa centrale svoltasi a Veszprem, in Ungheria, il vice presidente del governo ungherese e ministro della giustizia Tibor Navracsics ha accolto con amicizia il suo college croato Orsat Miljenić. I due ministri hanno voluto respingere ogni riferimento a tensioni tra i due paesi. Secondo Navracsics la situazione si calmera’ e le due parti guardano con molta fiducia al prossimo 25 ottobre quando i premier ungherese e croato si incontreranno al Consiglio europeo a Bruxelles. Questo incontro dovrebbe portare anche delle conclusioni concrete e uno scenario di come proseguire sulla questione. Il governo croato si astiene da commenti per quanto riguarda le reazioni dell’esecutivo ungherese e Banski dvori (la sede del governo croato) ribadiscono che in Croazia il governo non ha modo di influenzare l’operato degli organi giudiziari.

Secondo i media croati, si sa che i soldi per comprare le azioni della MOL non ci sono e vi e’ altrettanto il dubbio che gli annunci da parte del premier ungherese sulla vendita delle azioni e’ soltanto in funzione di pressioni sulla giustizia croata e sul team dei negoziati in corso. L’ipotesi dell’acquisto da parte del governo croato, sempre secondo i media sarebbe il meno probabile. Un secondo scenario sarebbe l’aquisto da parte di una terza parte. Le piu’ menzionate sono le compagnie russe, Gazprom, Rosneft e Lukoil, ma si parla anche della ENI italiana. Terzo scenario sarebbe uno status quo in cui le proprieta‘ sulle azioni rimarebbero tali quali con pero‘ un funzionamento della compagnia essenzialmente diverso. Sulla direzione di tali cambiamenti influirebbe notevolmente l’esito del processo contro Sanader ma anche i negoziati tra il governo croato e la MOL iniziati il mese scorso.

Anche se e’ mancato l’incontro dei ministro degli esteri croata e ungherese al Forum energetico a Dubrovnik, Vesna Pusić e Janos Martonyi si sono incontrati a Budva, in Montenegro, a latere di una riunione sulle integrazioni europee di questo paese. Dichiarazioni non ci sono state ma la ministro Pusić, rientrando in Paese ha detto che e’ stato concluso quanto sia nell’interesse dei due paesi che continuino i negoziati tra la MOL e il governo croato. “Le relazioni tra i due paesi sono estremamente importanti e a lungo termine molto piu’ importanti rispetto ai singoli problemi, quale che sia il loro peso” ha detto Vesna Pusić. Ultima notizia arriva dalla Procura ungherese la quale ribadisce di aver condotto indagini nei confronti di Hernadi, le accuse sono state rifiutate e i risultati delle indagini mandati in Croazia. In base a questo, e’ la conclusione della Procura ungherese, il mandato di arresto europeo non e’ valido nei confine del Paese e l’Ungheria non estradera’ Hernadi il quale resta alla guida della MOL, informa la compagnia ungherese.

[*] Il testo è la trascrizione di parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 10 ottobre a Radio Radicale


KOSOVO: DAČIĆ E THACI A BRUXELLES PER SUPERARE LE NUOVE TENSIONI

Ivica Dacic e Hashim Thaci
Di Marina Szikora [*]
Lunedi', una nuova riunione tra il premier serbo Ivica Dačić e quello kosovaro Hashim Thaci convocata a Bruxelles dall'Altro rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'UE Catherine Ashton. L'invito all'incontro e' stata una specie di reazione da parte di Bruxelles dopo l'inasprimento di tensioni tra Belgrado e Priština a seguito della decisione delle autorita' kosovare di proibire ai funzionari della Serbia, in concreto al premier Dačić, di recarsi in Kosovo durante la campagna elettorale per le elezioni locali che si terranno il prossimo 3 novembre. Dopo che settimana scorsa gli e' stato vietato l'ingresso in Kosovo, Dačić ha annunciato che se questo divieto continuera' ad essere in vigore, allora Belgrado si ritirera' dal dialogo con Priština. Per il premier Dačić, il divieto di poter recarsi in Kosovo e sollecitare la popolazione serba a votare alle elezioni indette in base alle regole di Priština significa puro ostruzionismo dell'accordo di Bruxelles.

Il diciassettesimo giro di colloqui, stando alle informazioni mediatiche serbe, si e' concluso con abbastanza successo. Tema principale dei colloqui e' stata appunto l'attuazione dell'accordo di Bruxelles nell'ambito dei preparativi per le elezioni locali in Kosovo. Dopo l'incontro, il premier serbo Dačić ha dichiarato che e' stato accordato un meccanismo secondo il quale ai funzionari serbi sara' acconsentito di recarsi in Kosovo durante la campagna elettorale. Oltre a questo argomento, Dačić ha spiegato che si e' parlato anche delle liste elettorali e della partecipazione dei serbi in quanto osservatori del processo elettorale. Nelle liste elettorali e' stato raggiunto l'accordo che verranno iscritti ancora 12.000 serbi kosovari dei quattro comuni al nord. Inoltre, in base a documenti nuovi, si riesaminera' anche la possibilita' di iscrivere un numero maggiore di profughi che attualmente vivono in Serbia. Allo stato attuale la Commissione elettorale centrale in Kosovo ha acconsentito di votare al 17 per cento di questa popolazione, un numero che secondo Dačić e' estremamente esiguo.

Anche il premier kosovaro Hashim Thaci ha confermato che la liberta' di circolazione „senza discriminazione“ sara' rispettata e che le autorita' kosovare risponderanno a ogni richiesta dei funzionari serbi di visitare il Kosovo, se queste richieste verranno presentate alle istituzioni competenti e secondo la legge.

[*] Il testo è la trascrizione di parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 10 ottobre a Radio Radicale

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 10 ottobre.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della trasmissione

La puntata odierna è dedicata in gran parte alla visita ufficiale compiuta dalla ministro degli Esteri Emma Bonino in Albania l'8 e 9 ottobre e durante la quale ha incontrato le più alte cariche dello Stato - il presidente Bujar Nishani, il premier Edi Rama, il presidente del parlamento Ilir Meta e il ministro degli Esteri Ditmir Bushati - i rappresentanti politici della maggioranza e dell'opposizione parlamentare, imprenditori e imprenditrici italini e albanesi. Al centro degli incontri lo sviluppo e il rafforzamento delle già intense relazioni bilaterali (soprattutto in campo economico con particolare attenzione al settore energetico con l'importante progetto del Trans Adriatic Pipeline) e il sostegno all'integrazione europea dell'Albania con l'obiettivo della candidatura per il quale l'Italia si sta spendendo molto in ambito UE. 

Altri argomenti della puntata: la disputa sul mandato di arresto europeo tra Croazia e Ungheria a proposito del presidente della compagnia petrolifera unghrerese Mol; il censimento della popolazione in Bosnia Erzegovina a 18 anni dalla fine della guerra che ha cambiato profondamente la composizione etnica del Paese; l'incontro tra il premier serbo Ivica Dacic e quello kosovaro Hashim Thaci a Bruxelles in vista delle elezioni locali in Kosovo del prossimo 3 novembre.

La trasmissione realizzata come sempre con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura è ascoltabile direttamente qui


mercoledì 9 ottobre 2013

TIRANA: LA MINISTRO BONINO INCONTRA LE DONNE IMPRENDITRICI ALBANESI

Non esiste sviluppo escludendo metà della popolazione, ma le donne non devono cercare protezione ma rischiare in proprio

Nel corso della sua visita ufficiale in Albania, la ministro degli Esteri Emma Bonino è intervenuta, insieme al suo omologo albanese Ditmir Bushati, ad una tavola rotonda con imprenditrici albanesi e italiane. All'incontro hanno preso parte Linda Rama, moglie del premier Edi Rama, la viceministro dello Sviluppo economico e del commercio Brunilda Paskali, la viceministro per il Benessere sociale e la gioventù Gentiana Sula Mara, la presidente dell'Associazione albanese delle donne imprenditrici Flutula Xhabija, la presidente dell'Associazione "Imprenditrici e Donne Dirigenti d'Azienda" (AIDDA) Franca Audisio Rangoni.

Presentata come “la donna delle cause forti”, Emma Bonino ha ricordato la scuola radicale da cui proviene, una scuola dei diritti, ma soprattutto una scuola dei doveri e ha spiegato che il suo impegno sui diritti delle donne non è un'ossessione per le minoranze, ma al contrario la sottolineatura di una maggioranza: “In quasi tutti i Paesi le donne sono la maggioranza della popolazione, ma non agli alti livelli della società”. In questo senso molte sono le similitudini tra l'Italia e l'Albania. Alle donne albanesi Emma Bonino ha portato quindi due messaggi: il primo è che, guardando a come è cambiata la condizione femminile in Italia in questi ultimi decenni, si vede che cambiare si può e se si può si deve; il secondo è che questo cambiamento però non è facile e soprattutto che le donne non devono aspettarsi che gli altri facciano loro spazio.


Non può esistere sviluppo, ha detto ancora Emma Bonino, se si esclude metà della popolazione. Se non lo si vuole fare per convinzione, almeno lo si faccia per necessità. Ma le donne, ha insistito la ministro, non devono cercare protezione ma, al contrario, devono esporsi e rischiare in proprio. Da questo punto di vista è fondamentale l'autonomia economica perché “due cuori e una capanna è bello, ma due cuori e due conti in banca e meglio”. Tutto ciò non toglie nulla ai sentimenti, ma aiuta nell'avere consapevolezza di sé. Le donne, ha insistito ancora una volta Emma Bonino, non sono una categoria: ciò che serve è uno spazio dove ciascuna possa crescere come meglio crede, perché se è vero che “la libertà non è sinonimo di felicità è sicuro che la non libertà è sinonimo di dolore”.

Il video dell'intervento di Emma Bonino alla tavola rotonda delle imprenditrici albanesi e italiane a Tirana
Riprese di Stefano Marrella per Radio Radicale




TIRANA: CONFERENZA STAMPA DEI MINISTRI DEGLI ESTERI BONINO E BUSHATI

La ministro Emma Bonino e, a sinistra, il suo omologo
albanese  Ditmir Bushati (Foto Stefano Marrella)
A Tirana per una visita ufficiale di due giorni la ministro degli Esteri Emma Bonino ha incontrato, tra gli altri, il suo omologo albanese Ditmir Bushati: è stato il secondo incontro nel giro di pochi giorni, dato che i due avevano già avuto un colloquio alla fine di settembre al Palazzo di vetro a New York, a margine dei lavori dell'Assemblea generale dell'Onu. Al termine dell'incontro i due ministri hanno tenuto un breve incontro con la stampa nel quale hanno riassunto i temi del loro incontro e le principali questioni bilaterali aperte tra i due Paesi.


Dichiarazione del ministro degli Esteri albanese Ditmir Bushati
E’ un piacere, privilegio ed emozione per me come ministro degli Esteri, di aver ricevuto oggi non solo un mio omologo, ma lo spirito europeo dell’Italia ed una delle piu’ intrepide attiviste del diritto internazionale e delle questioni umanitarie, Emma Bonino.
Abbiamo concordato in pieno sulle eccellenti relazioni, radicate da tempo, tra l’Italia e l’Albania e la necessita’ che queste relazioni vengano  impostate su un piu’ alto livello, sia tramiet un miglire sfruttamento degli strumenti esistenti, che nei settori di comune interesse, a partire da quelli politici ed economici a quelli nel settore della Difesa, cultura, educazione e degli scambi bilaterali.
Abbiamo avuto uno scambio di opinioni ed abbiamo pienamente concordato sul sostegno dhe l’Italia ha dato all’Albania nel suo percorso euroatlantico, con l’adesione alla Nato ed adesso con il processo di integrazione europea e la necessita’ di un’azione piu’ sincronizzata dell’Albania con il governo italiano anche in vista del fatto che il 2014 sara’ un anno determinante, non solo perche’ l’Italia, uno dei paesi fondatori dell’Ue guidera’ nel secondo semestre l’Ue, ma anche per le nostre ambizioni di avanzare nel processo di adesione all’Ue. L’Italia e’ stata e rimane un partner strategico che ci ha sempre sostenuto. In questo contesto ho ringraziato il ministro Bonino anche della chiara posizione espressa dal premierEnrico Letta all’assemblea delle Nazioni Unite, il quale ha riconfermato che la politica di allargamnto e’ stata una politica di successo e che deve proseguire anche con i paesi dei Balcani per poter portare piu’ democrazia e stabilita’ in tutta l’Europa.
Ho riconfermato la posizione del governo albanese ad andare avanti con le riforme ed in particolare con quelle riforme relative allo Stato di diritto, che sono importanti non solo per l’attuale livello di trasformazione democratica ed economica del nostro paese, ma anch per creare un clima piu’ favorevole agli investimenti esteri, e l’Italia e’ il principale investitore bilaterale.
Ho riconfermato anche l’impegno del governo albanese a collaborare con l’opposizione nell’ambito dell’inclusivita’ per poter definire l’agenda europea del paese quale una priorita’ nazionale.

Sintesi delle dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano Emma Bonino
Emma Bonino ha ricordato il suo legame con l'Albania, Paese che, ha detto, “ho frequentato e amato anche da semplice militante del Partito radicale transnazionale” con un riferimento al congresso svoltosi nel 2002 proprio a Tirana.
Quanto all'oggi Emma Bonino ha sottolineato la possibilità che Italia e Albania hanno di fare insieme cose di grande importanza. Sul piano economico, per esempio, i già ottimi rapporti bilaterali, la presenza di quattrocento piccole e medie imprese italiane e di una grande banca come Intesa San Paolo creano le condizioni per attrarre grandi imprese italiane in particolare nei settori dell'energia e delle infrastrutture. Da questo punto di vista il Trans Adriatic Pipeline è un'occasione essenziale di connessione e sviluppo per i nostri due Paesi, ha detto Emma Bonino, aggiungendo che per l'Albania la “bretella” dello Ionic Adriatic Pipeline crea un ulteriore opportunità di integrazione regionale.
Infine la ministro ha rassicurato sul sostegno italiano all'integrazione europea dell'Albania, ribadendo la sua previsione che l'ormai prossimo rapporto annuale della Commissione europea sarà positivo ed esprimendo il suo ottimismo circa una decisione favorevole alla concessione della candidatura all'adesione da parte del Consiglio europeo di dicembre, obiettivo per il quale l'Italia si è molto spesa intessendo una rete di alleanze favorevoli tra i 28. Emma Bonino ha ricordato che il 2014 sarà l'anno del Mediterraneo, con la presidenza di turno dell'UE prima della Grecia e poi, nel secondo semestre, proprio dell'Italia. Sarà dunque un anno di grandi possibilità per l'Albania che però è chiamata a fare la sua parte per il rientro nella famiglia europea.
Emma Bonino ha confermato l'attenzione dell'Italia nei confronti dell'Albania, attenzione che avviene anche attraverso la presenza di Radio Radicale e al lavoro di informazione che svolge sistematicamente ogni settimana e che consente agli italiani di sapere quello che accade in Albania e nell'area balcanica in generale.

Guarda qui il video integrale della conferenza stampa dei ministri Emma Bonino e Ditmir Bushati 
(riprese di Stefano Marrella per Radio Radicale / Radioradicale.It)




PROSEGUE LA VISITA UFFICIALE DELLA MINISTRO BONINO IN ALBANIA

L'arrivo di Emma Bonino a Tirana
(Foto Stefano Marrella)
Prosegue la visita ufficiale della ministro degli Esteri Emma Bonino in Albania a pochi giorni dalla presentazione del rapporto annuale della Commissione Europea sullo stato di avanzamento del processo di integrazione atteso per il prossimo 16 ottobre. L'integrazione europea dell'Albania è uno dei temi al centro di questa visita ufficiale, una questione molto sentita nel “Paese delle aquile” che, dopo aver firmato l'Accordo di stabilizzazione e associazione, si è vista negare per due volte la concessione dello status di Paese candidato a causa della lentezza delle riforme richieste da Bruxelles.

In un incontro informale con giornalisti albanesi e italiani svoltosi ieri sera alla nostra ambasciata a Tirana, Emma Bonino ha detto di avere buoni motivi per credere che il rapporto del 16 ottobre sarà positivo per l'Albania e si è detta fiduciosa che il Consiglio europeo di dicembre darà via libera alla candidatura all'adesione probabilmente senza fissare però la data di apertura dei negoziati. Decisione che verrebbe rimandata al successivo Consiglio di marzo o tutt'al più a quello di giugno che segnerà anche l'inizio del semestre di presidenza dell'UE da parte dell'Italia, che sostiene fortemente l'integrazione dell'Albania e si è mossa in questi mesi per creare una rete di alleanze adatta allo scopo.

E' evidentemente, ha aggiunto Emma Bonino, che una volta conquistato lo status, spetterà all'Albania portare a compimento il processo di riforme richieste dall'UE e di cui il Paese ha urgente bisogno. Come ama ripetere spesso la nostra ministro degli Esteri, “il tango si balla in due”: l'adesione all'Unione Europea è una grande opportunità, ma richiede anche molta disciplina. E l'Italia è un esempio evidente in questo senso.

La visita proseguirà oggi con un'agenda molto fitta di incontri con le massime autorità albanesi: il presidente della reubblica, Bujar Nishani, il premier Edi Rama, il presidente del parlamento, Ilir Meta, e il ministro degli Esteri, Ditmir Bushati. In programma anche un intervento ad una tavola rotonda con imprenditrici italiane ed albanesi, presso l'Istituto italiano di cultura, e un incontro con imprenditori italiani che operano in Albania presso la residenza dell'ambasciatore italiano Massimo Gaiani. L'Italia è il principale partner commerciale dell'Albania e secondo solo alla Grecia come volume di investimenti nel Paese. Particolarmente importante, come abbiamo già avuto modo di dire, il partenariato nel settore energetico con il progetto del Trans Adriatic Pipeline che è una delle questioni al centro della visita.

Testo della corrispondenza andata in onda questa mattina a Radio Radicale