mercoledì 8 settembre 2010
JOSIP BROZ, DOBAR SKROZ
A chi di voi soffre di "jugonostalgia" segnalo gli articoli di Matteo Tacconi raccolti sul suo blog: una panoramica sul mito della Jugoslavia e su quello di Tito, personaggio abile e controverso che in modo efficace ma con metodi totalitari riuscì a tenere insieme una creatura artificiale come la Jugoslavia e a darle dignità e prestigio sul piano internazionale. Come dice Matteo, non fu la migliore delle patrie possibili, ma dopotutto neanche la peggiore. Negli altri Paesi dell'est Europa - questo lo dico io - fu certamente peggio: l'importante è non confondere la realtà con la mitologia.
martedì 7 settembre 2010
MA COSA C'ENTRIAMO NOI CON LA MOLDAVIA?
Moldavia? Cos'è? Un fiume o uno stato? E dove si trova? E poi, si chiama Moldavia o Moldova?
Andiamo con ordine. Cominciamo dal referendum costituzionale voluto dalla coalizione di governo filo-europeista per cercare di sbloccare lo stallo politico in cui il paese si trova da più d'un anno: la consultazione non ha raggiunto il quorum ed è stata quindi annullata. Il referendum intendeva introdurre l'elezione diretta del presidente della repubblica superando lo stallo che sì è determinato dopo le elezioni anticipate del 2009 che videro il Partito comunista confermarsi come forza di maggioranza relativa, ma in minoranza rispetto alla coalizione filo-europeista. Questa situazione ha impedito per due volte consecutive che in Parlamento si trovasse la maggioranza necessaria per l'elezione del capo dello stato (l'Alleanza dispone infatti di soli 53 voti su 101). Oltre l'87 % dei votanti al referendumsi è espresso a favore degli emendamenti alla Costituzione, ma ai seggi si è recato solo poco più del 29% degli aventi diritto, pochissimo meno quindi del 30% più uno richiesto dalla legge che stabilisce, inoltre, che il referendum invalidato non potrà essere ripresentato prima di due anni. Per l'Alleanza per l'integrazione europea, l'articolata coalizione di formazioni politiche grandi e piccole che sostiene il governo del premier Vlad Filat, è una dura sconfitta perché il Partito comunista aveva chiamato al boicottaggio considerando la consultazione una truffa.
Mihai Ghimpu, il presidente del Parlamento facente funzione di capo dello stato provvisorio, ci va giù duro: "I comunisti hanno esercitato pressioni sugli elettori, hanno ricattato gli elettori e hanno continuato a fare pressioni anche nel giorno del referendum. Abbiamo una quantità di notizie su violazioni commesse dai comunisti. Il loro boicottaggio del referendum s'è sviluppato in pressioni attraverso i mass media e in tecnologie sporche". Sul fronte opposto non nasconde la sua soddisfazione Vladimir Voronin, ex presidente e leader del Partito comunista, secondo il quale il mancato raggiungimento del quorum è di fatto un voto di sfiducia alla coalizione che guida il paese: "Senza dubbio, il 5 settembre 2010 resterà nella storia del nostro paese come il giorno della massima dignità civica, come il giorno del vero coraggio politico dell'intero popolo moldavo. Avete trovato la forza per una difesa organizzata e di massa dell'indipendenza del paese, della nostra costituzione, della supremazia della legge e della democrazia", ha detto in un discorso Voronin, secondo il quale a questo punto non c'è altro sbocco che elezioni parlamentari anticipate.
Quella delle elezioni anticipate è un'opzione sulla quale sembra orientato anche il premier Filat secondo cui le cose devono andare "secondo legge" e quindi che il Parlamento "deve essere sciolto". La Costituzione in effetti impone lo scioglimento del Parlamento dopo due tentativi falliti di eleggere il capo dello stato, ma non indica i tempi. "Noi dovremo discutere quando potrà accadere. Io insisterò per elezioni al più presto", ha detto Filat, aggiungendo che bisogna discutere anche della coalizione, nella quale la sconfitta referendaria sembra aver aperto delle crepe: "L'Alleanza per l'integrazione europea è mancata di coordinamento. Tutti si stavano accanendo sul banchetto perché credevano che il referendum, fosse destinato al successo", ha sostenuto il primo ministro. E a creare un clima di serena riflessione sulla sconfitta non hanno certo contribuito le dichiarazioni del presidente del Parlamento. D'altra parte bisogna pure dire che anche in caso di vittoria, il referendum di fatto avrebbe aperto la strada a elezioni anticipate parlamentari e presidenizali che si sarebbero tenute probabilmente il 14 novembre.
Tutto questo è certamente interessante per chi segue in particolare le vicende dell'Europa centro-sud orientale, altri sono i teatri che in questo momento sono al centro dell'attenzione del grande pubblico e delle grandi manovra della politica internazionale. Eppure, quello che accade in questa piccolo stato (ri)nato dal crollo dell'Unione Sovietiva meriterebbe un po' più di attenzione e il referendum di domenica scorsa potrebbe essere l'occasione per riflettere su quanto sta accadendo ai confini orientali dell'Europa.
La Moldavia è uno dei paesi più poveri paesi dell'Europa, incuneato tra Romania e Ucraina, ma nonostante la sua irrilevanza politica ed economica è uno dei terreni di confronto tra le grandi potenze e uno degli scenari su cui si misurerà anche il futuro dell'Unione Europea. Il paese resta diviso tra la profonda influenza culturale, storica, politica ed economica della Romania e quella della Russia che punta ad affermare una propria di influenza che comprendeBielorussia, Georgia, Ucraina e le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. In questo disegno rientra anche la Moldavia. Non è un caso che Mosca, attraverso le parole di un alto funzionario del governo, abbia sottolineato come un cambiamento dell'assetto attuale del paese potrebbe dare alla Transdnistria un pieno diritto all'autodeterminazione. Quello della Transdnistria, una striscia di terra ad est del fiume Nistro (Dnestr) è un problema che si trascina del crollo dell'Urss. Poco dopo l'indipendenza della Moldavia, questo territorio dichiarò a sua volta l'indipendenza. Da allora non è stato risconosciuto da nessuno, nemmeno dalla Russia, che però vi esercita un'influenza pesante usandola di fatto come testa di ponte della sua pressione verso la Romania e l'Ue. La Transdnistria, nel frattempo, è diventata il porto franco per traffici illegali di ogni tipo.
Il gioco, come si vede, potrebbe farsi difficile ed è per questo che i ministri degli Esteri di Romania e Polonia, dopo il fallimento del referendum hanno fatto subito appello alla Moldavia a proseguire le riforme. "E' essenziale che l'Alleanza per l'integrazione europea prosegua le riforme con il sostegno finanziario e politico della Romania e dell'Unione europea", ha dichiarato il ministro romeno nel corso di una conferenza stampa congiunta col suo omologo polacco aggiungendo che "le forze pro-europee e riformiste devono essere capaci di beneficiare d'un fondo per un ammontare di due miliardi di euro e che sono finanziati dall'Ue, dal Fondo monetario internazionale e sulla base di accordi bilaterali". Anche perché a gennaio di quest'anno la Cina ha concesso alla Moldavia un finanziamento da un miliardo di dollari nell'ambito di una strategia chiara per estendere la propria influenza nei Paesi europei deboli, con problemi economici, ancora lontani dall'Ue e dalla Nato. E i banchieri cinesi sono più veloci e fanno mendo domande di quelli del Fmi e della Bce (vedi Grecia). La Cina, negli ultimi anni, forte del suo potere economico, ha esteso la sua influenza in Asia e in Africa. Ora sta saggiando le sue possibilità di penetrazione in Europa: in un Paese dell'Ue come la Grecia, in un Paese chiave, la Serbia, di una regione chiave, i Balcani, e in un paese debole ma in posizione interessante come la Moldavia. A Mosca se ne sono accorti. E a Bruxelles?
Andiamo con ordine. Cominciamo dal referendum costituzionale voluto dalla coalizione di governo filo-europeista per cercare di sbloccare lo stallo politico in cui il paese si trova da più d'un anno: la consultazione non ha raggiunto il quorum ed è stata quindi annullata. Il referendum intendeva introdurre l'elezione diretta del presidente della repubblica superando lo stallo che sì è determinato dopo le elezioni anticipate del 2009 che videro il Partito comunista confermarsi come forza di maggioranza relativa, ma in minoranza rispetto alla coalizione filo-europeista. Questa situazione ha impedito per due volte consecutive che in Parlamento si trovasse la maggioranza necessaria per l'elezione del capo dello stato (l'Alleanza dispone infatti di soli 53 voti su 101). Oltre l'87 % dei votanti al referendumsi è espresso a favore degli emendamenti alla Costituzione, ma ai seggi si è recato solo poco più del 29% degli aventi diritto, pochissimo meno quindi del 30% più uno richiesto dalla legge che stabilisce, inoltre, che il referendum invalidato non potrà essere ripresentato prima di due anni. Per l'Alleanza per l'integrazione europea, l'articolata coalizione di formazioni politiche grandi e piccole che sostiene il governo del premier Vlad Filat, è una dura sconfitta perché il Partito comunista aveva chiamato al boicottaggio considerando la consultazione una truffa.
Mihai Ghimpu, il presidente del Parlamento facente funzione di capo dello stato provvisorio, ci va giù duro: "I comunisti hanno esercitato pressioni sugli elettori, hanno ricattato gli elettori e hanno continuato a fare pressioni anche nel giorno del referendum. Abbiamo una quantità di notizie su violazioni commesse dai comunisti. Il loro boicottaggio del referendum s'è sviluppato in pressioni attraverso i mass media e in tecnologie sporche". Sul fronte opposto non nasconde la sua soddisfazione Vladimir Voronin, ex presidente e leader del Partito comunista, secondo il quale il mancato raggiungimento del quorum è di fatto un voto di sfiducia alla coalizione che guida il paese: "Senza dubbio, il 5 settembre 2010 resterà nella storia del nostro paese come il giorno della massima dignità civica, come il giorno del vero coraggio politico dell'intero popolo moldavo. Avete trovato la forza per una difesa organizzata e di massa dell'indipendenza del paese, della nostra costituzione, della supremazia della legge e della democrazia", ha detto in un discorso Voronin, secondo il quale a questo punto non c'è altro sbocco che elezioni parlamentari anticipate.
Quella delle elezioni anticipate è un'opzione sulla quale sembra orientato anche il premier Filat secondo cui le cose devono andare "secondo legge" e quindi che il Parlamento "deve essere sciolto". La Costituzione in effetti impone lo scioglimento del Parlamento dopo due tentativi falliti di eleggere il capo dello stato, ma non indica i tempi. "Noi dovremo discutere quando potrà accadere. Io insisterò per elezioni al più presto", ha detto Filat, aggiungendo che bisogna discutere anche della coalizione, nella quale la sconfitta referendaria sembra aver aperto delle crepe: "L'Alleanza per l'integrazione europea è mancata di coordinamento. Tutti si stavano accanendo sul banchetto perché credevano che il referendum, fosse destinato al successo", ha sostenuto il primo ministro. E a creare un clima di serena riflessione sulla sconfitta non hanno certo contribuito le dichiarazioni del presidente del Parlamento. D'altra parte bisogna pure dire che anche in caso di vittoria, il referendum di fatto avrebbe aperto la strada a elezioni anticipate parlamentari e presidenizali che si sarebbero tenute probabilmente il 14 novembre.
Tutto questo è certamente interessante per chi segue in particolare le vicende dell'Europa centro-sud orientale, altri sono i teatri che in questo momento sono al centro dell'attenzione del grande pubblico e delle grandi manovra della politica internazionale. Eppure, quello che accade in questa piccolo stato (ri)nato dal crollo dell'Unione Sovietiva meriterebbe un po' più di attenzione e il referendum di domenica scorsa potrebbe essere l'occasione per riflettere su quanto sta accadendo ai confini orientali dell'Europa.
La Moldavia è uno dei paesi più poveri paesi dell'Europa, incuneato tra Romania e Ucraina, ma nonostante la sua irrilevanza politica ed economica è uno dei terreni di confronto tra le grandi potenze e uno degli scenari su cui si misurerà anche il futuro dell'Unione Europea. Il paese resta diviso tra la profonda influenza culturale, storica, politica ed economica della Romania e quella della Russia che punta ad affermare una propria di influenza che comprendeBielorussia, Georgia, Ucraina e le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. In questo disegno rientra anche la Moldavia. Non è un caso che Mosca, attraverso le parole di un alto funzionario del governo, abbia sottolineato come un cambiamento dell'assetto attuale del paese potrebbe dare alla Transdnistria un pieno diritto all'autodeterminazione. Quello della Transdnistria, una striscia di terra ad est del fiume Nistro (Dnestr) è un problema che si trascina del crollo dell'Urss. Poco dopo l'indipendenza della Moldavia, questo territorio dichiarò a sua volta l'indipendenza. Da allora non è stato risconosciuto da nessuno, nemmeno dalla Russia, che però vi esercita un'influenza pesante usandola di fatto come testa di ponte della sua pressione verso la Romania e l'Ue. La Transdnistria, nel frattempo, è diventata il porto franco per traffici illegali di ogni tipo.
Il gioco, come si vede, potrebbe farsi difficile ed è per questo che i ministri degli Esteri di Romania e Polonia, dopo il fallimento del referendum hanno fatto subito appello alla Moldavia a proseguire le riforme. "E' essenziale che l'Alleanza per l'integrazione europea prosegua le riforme con il sostegno finanziario e politico della Romania e dell'Unione europea", ha dichiarato il ministro romeno nel corso di una conferenza stampa congiunta col suo omologo polacco aggiungendo che "le forze pro-europee e riformiste devono essere capaci di beneficiare d'un fondo per un ammontare di due miliardi di euro e che sono finanziati dall'Ue, dal Fondo monetario internazionale e sulla base di accordi bilaterali". Anche perché a gennaio di quest'anno la Cina ha concesso alla Moldavia un finanziamento da un miliardo di dollari nell'ambito di una strategia chiara per estendere la propria influenza nei Paesi europei deboli, con problemi economici, ancora lontani dall'Ue e dalla Nato. E i banchieri cinesi sono più veloci e fanno mendo domande di quelli del Fmi e della Bce (vedi Grecia). La Cina, negli ultimi anni, forte del suo potere economico, ha esteso la sua influenza in Asia e in Africa. Ora sta saggiando le sue possibilità di penetrazione in Europa: in un Paese dell'Ue come la Grecia, in un Paese chiave, la Serbia, di una regione chiave, i Balcani, e in un paese debole ma in posizione interessante come la Moldavia. A Mosca se ne sono accorti. E a Bruxelles?
giovedì 2 settembre 2010
PASSAGGIO SPECIALE
La riconciliazione nell'ex Jugoslavia
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est del 1 settembre è dedicato al tema della riconciliazione nei Paesi dell'ex Jugoslavia dopo i conflitti degli anni '90. La riconciliazione come "ricostruzione sociale". La necessità di ricostruire la verità storica di quanto accaduto. Il ruolo ma anche i limiti del Tribunale internazionale e le possibilità offerte dall'istituzione di una commissione indipendente per la verità. L'iniziativa della "Coalition for Rekom" che il 30 agosto ha incontrato il presidente croato Ivo Josipovic e il 1 settembre quello serbo Boris Tadic. Il possibile ruolo di mediazione dell'Albania tra Serbia e Kosovo.
Lo Speciale è disponibile sul sito di Radio Radicale oppure è riascoltabile direttamente qui
L'idea della riconciliazione nelle situazioni successive ad un conflitto è un tema ricorrente, ma il concetto in sé è controverso. Alcuni parlano di riconciliazione in un senso morale includendovi la confessione ed il perdono dei singoli individui, ma questo è solo uno dei significati della parola. Oggi la violenza nei Balcani si è conclusa e non ci sono timori fondati che possa riesplodere su vasta scala. Tuttavia nella regione restano ancora molti motivi di divisione. Per questo nel contesto dei Paesi dell'ex Jugoslavia, sui quali pesano ancora i sanguinosi conflitti degli anni '90, molti trovano più utile intendere la riconciliazione come "ricostruzione sociale" con una visione pragmatica che riguarda il (ri)costruire relazioni costruttive a livello politico e sociale. L'idea è che non è obbligatorio tornare o diventare amici di qualcuno, non è obbligatorio smettere di odiare qualcuno. L'idea è quella di partire anche da situazioni minime per creare la possibilità di lavorare insieme politicamente, senza più violenze reciproche. L'idea è che queste relazioni minime, magari ancora rancorose, possono far nascere un qualche tipo di riconciliazione che tra qualche anno o tra qualche decennio, potranno trasformarsi in pace duratura e magari anche in amicizia. I Paesi dell'ex Jugoslavia, con maggiore o minore determinazione, stanno affrontando il problema del ritorno dei rifugiati e la cooperazione economica sta crescendo nella regione grazie anche alla prospettiva di integrazione europea. Questo non significa che si arrivi in tempi brevi ad una riconciliazione su vasta scala, nel senso della confessione e del perdono. Anche perché la riconciliazione è un processo molto complesso, in cui tutti i segmenti della società devono essere coinvolti e deve esserci una volontà sufficientemente forte per impegnarsi in un simile processo ed iniziare a lavorarci come si deve. insomma, la riconciliazione come "work in progress", e tale è almeno allo stato attuale.
In ogni caso, comunque si presenti la situazione attuale, e in qualsiasi accezione noi intendiamo il termine "riconciliazione", sono in pochi a credere che essa possa essere efficacemente raggiunta ignorando gli errori del passato.Da qui l'idea ampiamente condivisa che le corti penali, come il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, abbiano un ruolo importante da giocare. Per quanto riguarda i Balcani occidentali in questi anni molti hanno sperato che il Tribunale dell'Aja potesse svolgere un ruolo anche al di là di quello strettamente giudiziario. E' ovvio che le decisioni del tribunale hanno un impatto sul processo di riconciliazione nella regione, ma l'aspettativa era che l'operato del Tpi avesse un ruolo attivo, potesse o dovesse aiutare la riconciliare tra i popoli balcanici dopo i conflitti degli anni '90. Opinioni del genere in questi anni sono venute anche dall'interno del Tribunale. Nel 2001, durante un discorso tenuto a Sarajevo, l'allora presidente del tribunale, il giudice Claude Jorda, parlò della "missione di riconciliazione" della corte. Questo ruolo include l'essere di aiuto nel consolidare la stabilità e nel creare un ambiente politico sano, in un'area in cui il conflitto ha disgregato queste cose. Nel suo discorso del 2001 il giudice Jorda sostenne che il TPI poteva essere d'aiuto, se riusciva a "neutralizzare" i principali criminali di guerra e ad impedirgli di fare altri danni e suggerì anche che il Tibunale poteva trasformare le responsabilità per i crimini di guerra in responsabilità "personali", evitando la stigmatizzazione di interi gruppi etnici, nel cui nome quei crimini erano stati commessi. E poteva tentare di alleviare il dolore delle vittime dando loro una collocazione "istituzionale, solenne, ma pubblica".
Un altro compito a cui il giudice Jorda fece riferimento, una questione centrale per il processo di riconciliazione come dimostrano altri esempi nel mondo, è la ricostruzione storica degli eventi. E' ovvio che sarebbe ingenuo aspettarsi che tutte le parti coinvolte nei conflitti nei Balcani arrivino rapidamente ad un consenso su cosa esattamente avvenne. Ma quello che è ancora possibile ed auspicabile fare è almeno restringere il campo delle falsità. In questo senso i tribunali hanno dei limiti evidenti. I giudizi penali provengono da istituzioni legittime e autorevoli, si basano su prove vagliate attentamente e riguardano fatti provati al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma le indagini e la valutazione delle prove davanti ad una corte di giustizia devono incentrarsi sulle accuse formulate in atti d'accusa strettamente separati, riguardanti singoli individui. Inoltre, il processo penale pone gli imputati in una situazione in cui rivelare o confermare la verità potrebbe risolversi per loro in una condanna e li spinge quindi a chiudersi in difesa. Questi limiti delle corti di giustizia, porta molti a ritenere che per raggiungere la verità sui conflitti siano più adatte istituzioni come le commissioni sulla verità. Da questo punto di vista c'è l'esempio del Sudafrica (anche se così com'è stata quell'esperienza non è replicabile nei Balcani).
Nei Balcani da un paio di anni una coalizione di Ong sta portando avanti il progetto di Rekom. La "Coalition for Rekom" (Koalicija za Rekom) nasce da un'iniziativa sviluppatasi nella società civile per la creazione di una commissione internazionale e indipendente incaricata di indagare e rivelare pubblicamente i fatti sui crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani, commessi sul territorio della ex Jugoslavia, compresa la verità su i dispersi. Nel documento che illustra il senso e lo scopo dell'iniziativa pubblicato sul sito di ReKom si legge che l'iniziativa è nata per prevenire la diffusione di menzogne sul passato o confutare quelle già presentate al pubblico, aiutare a costruire una tribuna pubblica per le vittime di crimini di guerra (che può suscitare la solidarietà verso le vittime anche da parte di coloro che non conoscono il passato), costruire una banca dati delle vittime e degli scomparsi per evitare la manipolazione dei dati, aiutare gli uffici giudiziari che indagano sui crimini di guerra fornendo elementi di prova, incoraggiando i testimoni e le vittime a partecipare ai processi e aiutare ad organizzare la documentazione su alcuni casi, coadiuvare le commissioni ufficiali sugli scomparsi nelle fosse comuni a scoprire quelle rimaste segrete e contribuire a chiarire la sorte dei dispersi. Tutto questo per creare una maggiore comprensione e tolleranza e ridare dignità alle vittime e alle loro famiglie. La commissione potrebbe arrivare dove molti politici ancora non vogliono e dove i tribunali non sempre possono e potrebbe contribuire a fornire una ricostruzione completa del conflitto nell'ex Jugoslavia facendo parlare le vittime, tutte le vittime, non solo nelle loro rispettive comunità, ma anche con tutte le altre.
Per arrivare a tutto questo ci vuole una forte richiesta dal basso: la "Coalition for Rekom" sta portando avanti in tutta l'ex Jugoslavia incontri e consultazioni per allargare la presa di coscienza da parte della società civile, ma anche per ottenere consenso e appoggi dai governi della regione in accordo tra di loro. Per impedire che qualcuno possa dire che la commissione è anti-serba, anti- albanese, anti-croata, ecc.
Il sito ufficiale della Coalition for Rekom (Koalicija za Rekom)
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est del 1 settembre è dedicato al tema della riconciliazione nei Paesi dell'ex Jugoslavia dopo i conflitti degli anni '90. La riconciliazione come "ricostruzione sociale". La necessità di ricostruire la verità storica di quanto accaduto. Il ruolo ma anche i limiti del Tribunale internazionale e le possibilità offerte dall'istituzione di una commissione indipendente per la verità. L'iniziativa della "Coalition for Rekom" che il 30 agosto ha incontrato il presidente croato Ivo Josipovic e il 1 settembre quello serbo Boris Tadic. Il possibile ruolo di mediazione dell'Albania tra Serbia e Kosovo.
Lo Speciale è disponibile sul sito di Radio Radicale oppure è riascoltabile direttamente qui
L'idea della riconciliazione nelle situazioni successive ad un conflitto è un tema ricorrente, ma il concetto in sé è controverso. Alcuni parlano di riconciliazione in un senso morale includendovi la confessione ed il perdono dei singoli individui, ma questo è solo uno dei significati della parola. Oggi la violenza nei Balcani si è conclusa e non ci sono timori fondati che possa riesplodere su vasta scala. Tuttavia nella regione restano ancora molti motivi di divisione. Per questo nel contesto dei Paesi dell'ex Jugoslavia, sui quali pesano ancora i sanguinosi conflitti degli anni '90, molti trovano più utile intendere la riconciliazione come "ricostruzione sociale" con una visione pragmatica che riguarda il (ri)costruire relazioni costruttive a livello politico e sociale. L'idea è che non è obbligatorio tornare o diventare amici di qualcuno, non è obbligatorio smettere di odiare qualcuno. L'idea è quella di partire anche da situazioni minime per creare la possibilità di lavorare insieme politicamente, senza più violenze reciproche. L'idea è che queste relazioni minime, magari ancora rancorose, possono far nascere un qualche tipo di riconciliazione che tra qualche anno o tra qualche decennio, potranno trasformarsi in pace duratura e magari anche in amicizia. I Paesi dell'ex Jugoslavia, con maggiore o minore determinazione, stanno affrontando il problema del ritorno dei rifugiati e la cooperazione economica sta crescendo nella regione grazie anche alla prospettiva di integrazione europea. Questo non significa che si arrivi in tempi brevi ad una riconciliazione su vasta scala, nel senso della confessione e del perdono. Anche perché la riconciliazione è un processo molto complesso, in cui tutti i segmenti della società devono essere coinvolti e deve esserci una volontà sufficientemente forte per impegnarsi in un simile processo ed iniziare a lavorarci come si deve. insomma, la riconciliazione come "work in progress", e tale è almeno allo stato attuale.
In ogni caso, comunque si presenti la situazione attuale, e in qualsiasi accezione noi intendiamo il termine "riconciliazione", sono in pochi a credere che essa possa essere efficacemente raggiunta ignorando gli errori del passato.Da qui l'idea ampiamente condivisa che le corti penali, come il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, abbiano un ruolo importante da giocare. Per quanto riguarda i Balcani occidentali in questi anni molti hanno sperato che il Tribunale dell'Aja potesse svolgere un ruolo anche al di là di quello strettamente giudiziario. E' ovvio che le decisioni del tribunale hanno un impatto sul processo di riconciliazione nella regione, ma l'aspettativa era che l'operato del Tpi avesse un ruolo attivo, potesse o dovesse aiutare la riconciliare tra i popoli balcanici dopo i conflitti degli anni '90. Opinioni del genere in questi anni sono venute anche dall'interno del Tribunale. Nel 2001, durante un discorso tenuto a Sarajevo, l'allora presidente del tribunale, il giudice Claude Jorda, parlò della "missione di riconciliazione" della corte. Questo ruolo include l'essere di aiuto nel consolidare la stabilità e nel creare un ambiente politico sano, in un'area in cui il conflitto ha disgregato queste cose. Nel suo discorso del 2001 il giudice Jorda sostenne che il TPI poteva essere d'aiuto, se riusciva a "neutralizzare" i principali criminali di guerra e ad impedirgli di fare altri danni e suggerì anche che il Tibunale poteva trasformare le responsabilità per i crimini di guerra in responsabilità "personali", evitando la stigmatizzazione di interi gruppi etnici, nel cui nome quei crimini erano stati commessi. E poteva tentare di alleviare il dolore delle vittime dando loro una collocazione "istituzionale, solenne, ma pubblica".
Un altro compito a cui il giudice Jorda fece riferimento, una questione centrale per il processo di riconciliazione come dimostrano altri esempi nel mondo, è la ricostruzione storica degli eventi. E' ovvio che sarebbe ingenuo aspettarsi che tutte le parti coinvolte nei conflitti nei Balcani arrivino rapidamente ad un consenso su cosa esattamente avvenne. Ma quello che è ancora possibile ed auspicabile fare è almeno restringere il campo delle falsità. In questo senso i tribunali hanno dei limiti evidenti. I giudizi penali provengono da istituzioni legittime e autorevoli, si basano su prove vagliate attentamente e riguardano fatti provati al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma le indagini e la valutazione delle prove davanti ad una corte di giustizia devono incentrarsi sulle accuse formulate in atti d'accusa strettamente separati, riguardanti singoli individui. Inoltre, il processo penale pone gli imputati in una situazione in cui rivelare o confermare la verità potrebbe risolversi per loro in una condanna e li spinge quindi a chiudersi in difesa. Questi limiti delle corti di giustizia, porta molti a ritenere che per raggiungere la verità sui conflitti siano più adatte istituzioni come le commissioni sulla verità. Da questo punto di vista c'è l'esempio del Sudafrica (anche se così com'è stata quell'esperienza non è replicabile nei Balcani).
Nei Balcani da un paio di anni una coalizione di Ong sta portando avanti il progetto di Rekom. La "Coalition for Rekom" (Koalicija za Rekom) nasce da un'iniziativa sviluppatasi nella società civile per la creazione di una commissione internazionale e indipendente incaricata di indagare e rivelare pubblicamente i fatti sui crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani, commessi sul territorio della ex Jugoslavia, compresa la verità su i dispersi. Nel documento che illustra il senso e lo scopo dell'iniziativa pubblicato sul sito di ReKom si legge che l'iniziativa è nata per prevenire la diffusione di menzogne sul passato o confutare quelle già presentate al pubblico, aiutare a costruire una tribuna pubblica per le vittime di crimini di guerra (che può suscitare la solidarietà verso le vittime anche da parte di coloro che non conoscono il passato), costruire una banca dati delle vittime e degli scomparsi per evitare la manipolazione dei dati, aiutare gli uffici giudiziari che indagano sui crimini di guerra fornendo elementi di prova, incoraggiando i testimoni e le vittime a partecipare ai processi e aiutare ad organizzare la documentazione su alcuni casi, coadiuvare le commissioni ufficiali sugli scomparsi nelle fosse comuni a scoprire quelle rimaste segrete e contribuire a chiarire la sorte dei dispersi. Tutto questo per creare una maggiore comprensione e tolleranza e ridare dignità alle vittime e alle loro famiglie. La commissione potrebbe arrivare dove molti politici ancora non vogliono e dove i tribunali non sempre possono e potrebbe contribuire a fornire una ricostruzione completa del conflitto nell'ex Jugoslavia facendo parlare le vittime, tutte le vittime, non solo nelle loro rispettive comunità, ma anche con tutte le altre.
Per arrivare a tutto questo ci vuole una forte richiesta dal basso: la "Coalition for Rekom" sta portando avanti in tutta l'ex Jugoslavia incontri e consultazioni per allargare la presa di coscienza da parte della società civile, ma anche per ottenere consenso e appoggi dai governi della regione in accordo tra di loro. Per impedire che qualcuno possa dire che la commissione è anti-serba, anti- albanese, anti-croata, ecc.
Il sito ufficiale della Coalition for Rekom (Koalicija za Rekom)
mercoledì 1 settembre 2010
IL TOUR BALCANICO DI WESTERWELLE
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| Guido Westerwelle |
Per la Serbia "l'Unione europea è una grande opportunità di stabilità e prosperità, ma è necessaria flessibilità nel migliorare i rapporti con i paesi vicini che non possono essere basati sul confronto", ha detto Westerwelle, chiedendo a Belgrado di rinunciare alla sua intransigenza sull'indipendenza del Kosovo durante una conferenza stampa congiunta tenuta a Belgrado con il suo omologo serbo, Vuk Jeremic, che, da parte sua, ha puntualizzato che "la Serbia non ritirerà la risoluzione sul Kosovo" già depositata presso l'Assemblea generale dell Nazioni unite, che affronterà il tema nel corso del mese di settembre.
Westerwelle, ha anche invitato i cinque Paesi Ue che non l'hanno ancora fatto a riconoscere l'indipendenza del Kosovo dopo il parere della Corte internazionale di giustizia dell'Onu secondo la quale la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia "non è contraria al diritto internazionale". Westerwelle, inoltre, ha definito "senza fondamento" il timore dei paesi con forti spinte secessioniste interne, che quello kosovaro possa costituire un pericoloso precedente: "Il Kosovo è un caso sui generis e questo è un messaggio chiaro, anche per l'Unione europea".
Durante il suo viaggio il ministro degli Eteri tedesco ha chiesto a tutti i paesi balcanici di adottare le riforme necesarie per adeguarsi agli standard richiesti per l'adesione all'Ue. Obiettivo che mentre per i paesi della ex Jugoslavia non ancora membri è ancora lontano dall'avere una data certa, per la Croazia potrebbe concretizzarsi entro il 2012 o al massimo nel 2013.
La corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 28 agosto a Radio Radicale
Incontrando i vertici croati, il presidente Ivo Josipovic e la premier Jadranka Kosor, Westerwelle ha detto che sulla sua via verso l’Ue, la Croazia e’ arrivata alla fase finale dei negoziati di adesione e che con una mobilitazione di tutte le forze politiche, potrebbe concludere i negoziati il prossimo anno. Il vice cancelliere tedesco ha aggiunto che il 2011 sara’ un anno molto importante per la Croazia anche perche’ sara’ celebrato il ventesimo anniversario dal suo riconoscimento e dalla sua indipendenza. Westerwelle ha valutato che la via verso l’Ue e’ molto faticosa ma degna di impegno. “L’Europa significa piu’ liberta’, maggiore sicurezza e maggiore benessere”. Secondo le sue parole, la Croazia ha lavorato in maniera molto impegnativa per la sua adesione all’Ue.
“La Germania aveva appoggiato la Croazia su questa via sin dall’inizio....potete aver fiducia nella politica estera tedesca” ha detto il capo della diplomazia tedesca ricordando anche il ruolo, a suo tempo, di Hans-Dietrich Genscher che fu sottoposto a molte critiche per il suo impegno relativo al riconoscimento della Croazia. “Nonostante le contestazioni, ha seguito la sua convinzione e la storia ha dato ragione a lui e alla sua visione. Proprio come allora, cosi’ anche nel futuro, potete contare sull’appoggio della Germania” ha assicurato Westerwelle nel suo discorso tenuto a Zagabria. Ha plaudito i risultati che ha Croazia ha raggiunto nella lotta alla corruzione ma ha rilevato anche che per quanto riguarda la giustizia c’e’ ancora lavoro da fare. Si e’ soffermato inoltre sulla soluzione del contenzioso sul confine con la Slovenia e ha sottolineato che l’accordo tra i due paesi “e’ un esempio da seguire per tutta l’Europa sudorientale”.
Parlando della globalizzazione, il vice cancelliere tedesco ha detto che gli stati europei possono affermarsi molto meglio come Unione che singolarmente. “L’Ue nel processo di globalizzazione e’ garante del nostro benessere” ha detto Westerwelle. Ha valutato che adesso ci sono tre grandi compiti davanti all’Ue: terminare il processo dell’unificazione interna dell’Europa, garantire la stabilita’ dell’economia e dell’unione monetaria a lungo termine e infine, impegnarsi affinche’ l’Europa rimanga operativa. Westerwelle ha espresso al tempo stesso ottimismo per quanto riguarda il futuro dell’Europa poiche’ l’Ue “incorpora lo stato di diritto, dignita’ umana e diritto di liberta’ individuale per tutti, soprattutto per le minoranze”.
E’ per la prima volta dopo 14 anni che un ministro degli esteri tedesco arriva in visita ufficiale in Croazia. Secondo le interpretazioni, il motivo di questa lunga assenza e’ stata l’opposizione della Germania ad una parte del coinvolgimento della Croazia durante la guerra in BiH. Oggi le relazioni tra i due paesi sono migliorate a tal punto che la cooperazione economica e’ molto stretta e non ci sono questioni politiche aperte, ha detto il vice cencelliere tedesco. L’arrivo di Westerwelle nella regione, secono i commenti della stampa croata, capita in un momento importante, quando la Croazia e’ giunta alla conclusione del suo cammino verso l’Ue mentre i paesi dell’Europa sudorientale si aspettano una posizione chiara relativa alla loro prospettiva europea.
Con la premier Kosor, il Westerwelle ha parlato anche della cooperazione economica tra i due Paesi. C’e’ da sottolineare che la Germania e’ il terzo investitore straniero in Croazia poiche’ dal 1993 al 2010 gli investimenti hanno raggiuno quasi tre miliardi di euro. Per quanto riguarda il turismo croato, lo scorso anno come anche negli anni precedenti, i turisti tedeschi erano tra i piu’ numerosi in Croazia. Gli investimenti di grandi compagnie tedesche in Croazia, secondo le parole di Westerwelle, confermano che l’economia tedesca ha piena fiducia nello stato croato. Per questo, ha aggiunto “la trasparenza negli affari, lo stato di diritto e gli strumenti di sicurezza sono nell’interesse della Croazia come futuro membro dell’Ue, della sua economia ma anche di tutti quelli che vogliono investire in questo paese”. “Una competizione commerciale onesta e uno stato di diritto affidabile sono le due colonne su cui deve appoggiarsi uno stato” ha rilevato il capo della diplomazia tedesca. In questo senso ha particolarmene apprezzato gli sforzi del presidente croato Josipovic nel campo della collaborazione regionale e per quanto riguarda il miglioramento della cooperazione bilaterale con i vicini. La Germania, ha precisato Westerwelle, apprezza la cooperazione raggiunta nella lotta contro la criminalita’ organizzata e contro la corruzione nella regione.
Il motivo della visita di Westerwelle nei Balcani occidentali rappresenta il desiderio di Berlino di mandare un messaggio alla regione che bisogna proseguire con le indispensabili riforme che conducono verso l’ingresso nell’Ue. In questa direzione, la Germania ha dato forte sostegno alla Croazia ritenendo che questo Paese ha un ruolo chiave nella soluzione dei problemi della regione e che sara’ un ponte tra i Balcani occidentali e Bruxelles, scrive il quotidiano di Zagabria ‘Vjesnik’. Il sostegno alle ambizioni europee della Croazia ha dato anche la cancelliere Angela Merkel lo scorso gennaio, in occasione della visita ufficiale della premier Jadranka Kosor in Germania. La Merkel ha appoggiato in particolare gli sforzi dei vertici croati nella lotta alla corruzione e contro la criminalita’ organizzata.
A Belgrado, il vice cancelliere tedesco e ministro degli esteri Westewelle ha incontrato i vertici serbi per discutere della ratifica dell’Accordo di stabilizzazione e associazione, informano i media serbi. Belgrado si aspetta che il parlamento tedesco approvi l’accordo e che Berlino appoggi anche un accelerato avvicinamento della Serbia all’Ue di cui il primo passo sara’ l’accettazione della candidatura di adesione. Restano anche le questioni aperte importanti, innanzitutto le posizioni contrastanti sul Kosovo ma anche la richiesta imperativa, non soltanto tedesca bensi’ dell’Europa intera, di arrestare ed estradare all’Aja i super ricercati criminali di guerra, Ratko Mladic e Goran Hadzic.
Incontrando giovedi’ a Belgrado i rappresentanti dei partiti politici serbi, Westerwelle ha detto che la Serbia ha una prospettiva europea chiara e che il processo di allargamento dell’Ue non e’ compromesso a causa della crisi economica. Il ministro degli esteri tedesco ha aggiunto che l’Ue si impegna per colloqui diretti tra Belgrado e Pristina ma che questi colloqui devono svolgersi a Bruxelles e non a New York. Nel corso del loro incontro, il presidente serbo Boris Tadic e Guido Westerwelle hanno concordato che il futuro della Serbia e’ nell’Ue e che la Germania per la Serbia e’ uno dei partner politici ed economici piu’ importanti. Tadic non ha mancato di informare l’alto rappresentante tedesco che Belgrado conta con l’aiuto dell’Ue nella soluzione della questione Kosovo e ha sottolineato che l’impegno della Serbia resta quello di trovare la soluzione attraverso il dialogo tra Belgrado e Pristina. A tal proposito, il capo della diplomazia serba Vuk Jeremic, a seguito del suo incontro con il collega tedesco, ha dichiarato che la Serbia non ritirera’ la proposta di risoluzione sul Kosovo consegnata all’AG delle Nazioni Unite ma di essere pronta anche ad un dialogo costruttivo.
“Siamo pronti a colloqui costruttivi su tutto quindi anche sulla risoluzione, ma non possiamo condividere conclusioni che eventualmente confermerebbero l’indipendenza del Kosovo” ha detto Jeremic. Non negando la possibilita’ di colloqui diretti tra Belgrado e Pristina, ma non a New York bensi’ a Bruxelles, Westerwelle ha ribadito che “l’indipendenza del Kosovo e’ una realta’” e che “il dialogo e’ indispensabile”. Il diplomatico tedesco ha precisato che “e’ molto importante dimostrare flessibilita’ e prontezza a concessioni invece di andare verso confrontazioni”. Secondo le sue parole, l’Ue apre grandissime possibilita’ per lo sviluppo economico e di ogni altro tipo alla Serbia e questo e’ un obbiettivo per il quale vale la pena lavorare intensamente. Infine, il vice cancelliere tedesco ha sottolineato che “l’Ue e’ un progetto che sara’ concluso solo quando tutti i paesi dei Balcani occidentali ne diventeranno membri”.
Mentre i media serbi scrivono della visita di Westerwelle con accento sulla prospettiva della Serbia nell’Ue, molto piu’ espliciti sono stati i media internazionali secondo i quali, il capo della diplomazia tedesca ha portato a Belgrado un messaggio molto chiaro – cessare con il dibatitto sullo status del Kosovo perche’ altrimenti la Serbia dovra’ affrontare il rallentamento dell’integrazione europea. Secondo la Radio Free Europe, non si aspetta che l’AG delle Nazioni Unite il prossimo 9 settembre accolga la risoluzione della Serbia poiche’ molti Stati membri dell’ONU ritengono che la questione della legittimita’ dell’autoproclamata indipendenza del Kosovo e’ conclusa con la decisione dell’ICJ. Tuttavia, informa la Radio Europa libera, visto il parere di alcuni stati membri dell’ONU che il problema Kosovo frena il progresso di tutta la regione balcanica, Westerwelle chiedera’ a Belgrado se non rinunciare alla risoluzione, allora almeno di “amorbidire” i toni del testo. L’agenzia americana AP afferma che la prima visita ufficiale di Westerwelle in Serbia ha come obiettivo “esprimere disapprovazione della Germania alla risoluzione sul Kosovo che la Serbia ha inviato all’AG dell’ONU”. Anche la Reuters britannica informa del messaggio principale di Westerwelle a Belgrado – “la Serbia deve capire che l’indipendenza del Kosovo e’ una realta’ nella luce del suo impegno ad avvicinarsi all’Ue”.
La successiva tappa del vice cancelliere tedesco e’ stata la BiH. A Sarajevo Westerwelle ha incontrato i membri della presidenza tripartita della BiH e l’Alto rappresentante per la BiH, Velentin Inzko. Una occasione questa per Inzko di illustrare la sua veduta sull’attuale situazione politica in BiH, incluso il livello di soddisfazione delle condizioni per la lungo attesa liberalizzazione del regime di visti e delle riforme relative al processo di integrazione euroatlantica. Inzko ha valutato che la BiH non ha raggiunto sufficiente progresso nelle riforme indispensabili per l’avvicinamento all’Ue il che e’ necessario anche per acconsentire la chiusura dell’Ufficio dell’Alto rappresentante (OHR) e la trasformazione della presenza internazionale in BiH. Ha espresso pero’ speranza che dopo le prossime elezioni politiche che si terranno ad ottobre, l’atmosfera politica si girera’ verso un dialogo politico costruttivo, verso il compromesso e verso le riforme indispensabili affinche’ la BiH potrebbe oltrepassare la lunga sosta politica.
Gli Usa e la Gran Bretagna impegnati contro la risoluzione serba all'Assemblea generale dell'Onu
Per quanto riguarda il lobbing contro la risoluzione serba sul Kosovo all’Assamblea Generale delle Nazioni Unite, l’impegno in prima persona hanno preso il segretario di stato americano, Hillary Clinton e il ministro degli esteri britannico, William Heigh, informa il quotidiano serbo ‘Blic’ facendo riferimento alle fonti diplomatiche a New York. I due alti diplomatici avrebbero inviato lettere personali ai capi di stato e di governo di una cinquantina di paesi, tra cui anche alla Cina, in cui si chiede loro di rigettare la risoluzione serba con – scrive ‘Blic’ – una motivazione alquanto offensiva che testimonia della posizione irragionevole della Serbia.
Nelle due lunghe lettere sarebbe spiegato detagliatamente che proprio su richiesta della Serbia, l’Assemblea Generale dell’Onu ha chiesto il parere della Corte internazionale di giustizia dell’Aja se la dichiarazione kosovara sull’indipendenza contrasta il diritto internazionale. La massima corte ha chiaramente illustrato il parere che non si tratta di illegittimita’, scrivono la Clinton e Heigh nella loro lettera. Spiegano inoltre che la Serbia si rifiuta di accettare anche questa chiara opinione ed e’ per questo che ha proposto una risoluzione all’AG delle Nazioni Unite. I due diplomatici chiedono di rigettare questa risoluzione “poiche’ il futuro sia del Kosovo che della Serbia e’ nell’Ue”.
Oltre alla Clinton e a Heigh, in un lobbing attivo contro la risoluzione serba si sono aggiunti anche i ministri degli esteri della Francia e dell’Arabia Saudita, scrive ‘Blic’. Tutto cio’ viene interpretato come risultato di un particolarmente grande nervosismo che la risoluzione serba avrebbe provocato in questi paesi, aggiunge il quotidiano di Belgrado. Un cosi’ alto livello di attivita’ diplomatica si interpreta come conseguenza di preoccupazione, innanzitutto degli Stati Uniti relativa alla stabilita’ politicia in Kosovo. Fionora, conclude ‘Blic’, Belgrado ha ottenuto la promessa da parte di 50 stati che voteranno a favore della risoluzione serba. Dall’altra parte, secondo fonti diplomatiche, gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Arabia Saudita avrebbero il sostegno di 65 paesi contro la risoluzione serba.
Molti paesi resteranno comunque astenuti. Per 30 paesi non si sa ancora come voteranno e proprio per convincere questi paesi si conduce la maggiore battaglia diplomatica perche’ dalla loro decisione dipende l’esito all’AG delle Nazioni Unite relativo al voto sulla risoluzione Serbia – Kosovo. L’approvazione della risoluzione serba, secondo le grandi potenze, potrebbe praticamente anullare l’effetto positivo del parere della ICJ.
Secondo fonti vicine alle autorita’ serbe – scrive ancora il quotidiano di Belgrado ‘Blic’ – il parere della Corte dell’Aja avra’ la sua vera conclusione solo dopo la risoluzione dell’Assemblea Generale. E’ per questo cosi’ importante. Nel caso migliore, la risoluzione serba, che annulla l’effetto causato al primo momento dal parere dell’ICJ, rigettera’ la secessione unilaterale e chiedera’ i negoziati. Nel caso peggiore, la risoluzione verra’ cambiata con emendamenti oppure sara’ approvata un’altra risoluzione che accetta lo stato attuale del protettorato internazionale fino ad una soluzione accettabile sia per Belgrado che per Pristina. Una risoluzione che saluterebbe esplicitamente l’indipendenza del Kosovo non ha possibilita’ di ottenere la maggioranza all’AG. Entrambi le ipotesi, sia quella migliore che quella peggiore, in effetti vanno bene per la Serbia: nel primo caso vince la Serbia, nel secondo caso si tratterebbe di pareggio dopodiche’ seguono i negoziati – conclude ‘Blic’. L’AG dell’Onu dovrebbe discutere la proposta di risoluzione serba sul Kosovo il prossimo 9 settembre.
PASSAGGIO IN ONDA
La puntata di Passaggio a Sud Est del 28 agosto
In primo piano il tour balcanico del ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle che a Zagabria, Belgrado, Sarajevo e Pristina ha ribadito il sostegno all'integrazione europea dei Balcani occidentali, ha invitato ai Paesi interessati a continuare le riforme e ha chiesto alla Serbia di essere più disponibile sulla questione dell'indipendenza del Kosovo se vuole entrare in Europa.
A proposito del Kosovo: Belgrado e Pristina si preparano alla battaglia di settembre all'Onu mentre Usa e Regno Unito fanno lobbing contro la risoluzione della Serbia.
In Albania il governo indica gli indirizzi della politica energetica e della politica estera per i prossimi mesi. Per quanto riguarda quest'ultima i tre pilastri dell'iniziativa di Tirana riguardano il processo di integrazione europea, la liberalizzazione dei visti e il sostegno all'indipendenza del Kosovo.
L'ultima parte del programma è dedicato alla questione della minoranze: con riferimento in particolare ai problemi in Albania tra greci e albanesi e in Macedonia tra albanesi e macedoni.
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura.
La registrazione è disponibile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche
In primo piano il tour balcanico del ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle che a Zagabria, Belgrado, Sarajevo e Pristina ha ribadito il sostegno all'integrazione europea dei Balcani occidentali, ha invitato ai Paesi interessati a continuare le riforme e ha chiesto alla Serbia di essere più disponibile sulla questione dell'indipendenza del Kosovo se vuole entrare in Europa.
A proposito del Kosovo: Belgrado e Pristina si preparano alla battaglia di settembre all'Onu mentre Usa e Regno Unito fanno lobbing contro la risoluzione della Serbia.
In Albania il governo indica gli indirizzi della politica energetica e della politica estera per i prossimi mesi. Per quanto riguarda quest'ultima i tre pilastri dell'iniziativa di Tirana riguardano il processo di integrazione europea, la liberalizzazione dei visti e il sostegno all'indipendenza del Kosovo.
L'ultima parte del programma è dedicato alla questione della minoranze: con riferimento in particolare ai problemi in Albania tra greci e albanesi e in Macedonia tra albanesi e macedoni.
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura.
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venerdì 27 agosto 2010
RADIO EUROPA UNITA
Non è un'emittente radiofonica, è il blog di Matteo Tacconi, uno che di Europa dell'est e del sud est se ne intende. Matteo Tacconi è infatti un giornalista freelance che si occupa di Balcani, Europa centro-orientale e area post-sovietica, spesso andando direttamente sul posto. Suoi pezzi li potete leggere sul quotidiano Europa, sulle riviste Limes, East e Narcomafie e sul sito resetdoc.it oltre che su altre testate. E' autore anche di (per ora) due libri entrambi pubblicati da Castelvecchi. Il primo è Kosovo: la storia, la guerra, il futuro, uscito nel giugno 2008, mentre il secondo si intitola C’era una volta il Muro: viaggio nell’Europa ex-comunista, ed è uscito nell'ottobre 2009 nel ventennale della caduta del Muro. A proposito di questo suo secondo lavoro vi segnalo la mia intervista a Matteo Tacconi per Radio Radicale
Radio Europa Unita si occupa degli "orienti" del Vecchio Continente: i Balcani, allargati alla Turchia, i paesi del cosiddetto "gruppo Visegrad" (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia), i paesi baltici, la Russia e tutta l’area post-sovietica, partendo dall’idea che, malgrado ci siano storia, cultura e politica a separare i vari segmenti geografici del vecchio continente, c’è anche qualcosa che unisce e lega uno spazio all’altro che fa sì che ciò che accade in un posto, è connesso a ciò che accade in un altro.
Nel blog trovate gli articoli di Matteo Tacconi, una sezione di reportage, una di speciali e anche una sezione di fotografie su quello che si trova "da Trieste in là", oltre ad una serie di link utili.
Radio Europa Unita, il blog di Matteo Tacconi
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I KOSOVARI ALBANESI VANNO IN EUROPA CON IL PASSAPORTO SERBO
La realtà è sempre più complicata dell'immagine che i politici forniscono di essa. Il bianco ed il nero si fondono in una teoria infinita di grigi con tanti saluti a tutti coloro che vorrebbero liquidare tutto nella semplicistica contrapposizione torto/ragione, giusto/sbagliato, noi/loro, amico/nemico. Se volete averne una prova andate nei Balcani e vedrete che le divisioni ci sono, e sono forti, ma le necessità della vita le fanno superare senza tanto badare all'appartenenza etnica o al credo religioso o all'orgoglio nazionale. Necessità della vita per alcuni che diventano opportunità di affari per altri, come sempre succede.
Così, mentre Belgrado e Pristina si affrontano e si scontrano sulla questione dell'indipendenza, molti hanno capito che trovarsi a vivere in una terra che per alcuni è la repubblica indipendente del Kosovo e per altri è e rimane Serbia, può essere un'opportunità da sfruttare. Per esempio per ottenere un passaporto con cui entrare liberamente nell'Ue o, vivecersa, per sfruttare il bisogno di chi cerca quel passaporto. Quando lo scorso dicembre Bruxelles ha abolito il regime dei visti per i cittadini serbi, per i kosovari albanesi, esclusi dalla libera circolazione nell'Ue, diventare serbi, almeno all'anagrafe, può essere la strada buona per l'Europa.
Infatti, se "Il Kosovo è Serbia", la Serbia non può rifiutare il passaporto ai cittadini di etnia albanese che abitano in quella che continua a considerare una sua provincia. Un problema che il ministero dell'Interno serbo ha risolto decidendo che i documenti sarebbero stati conferiti a tutti i cittadini kosovari in possesso di una residenza in Serbia. Così, mentre i serbo-kosovari cercano parenti o amici disposti a farli registrare presso la propria abitazione, agli albanesi-kosovari ci pensa la criminalità locale che ha subito fiutato l'affare e ha stabilito uno dei sui centri operativi nel piccolo comune di Merosina, nel sud-ovest della Serbia a una quindicina di km del capoluogo Nis, poco lontano dal confine con il Kosovo.
La "agenzia di servizi" trova un serbo disposto a offrire il proprio indirizzo come residenza fittizia dell'albanese che potrà così ottenere il passaporto serbo che gli permetterà di circolare liberamente nell'Ue senza richiedere il visto. Il tutto per una somma che varia tra i 500 e 1000 euro. E tutti guadagnano qualcosa: il kosovaro che fa un'investimento sul suo futuro, il pensionato serbo che concendendo il suo indirizzo arrotonda una pensione da 80 euro al mese, il poliziotto compiacente che arrotonda il non certo ricco stipendio mensile di 150-200 euro. E naturalmente ci guadgana anche la "agenzia" che assicura il servizio.
Così, mentre Belgrado e Pristina si affrontano e si scontrano sulla questione dell'indipendenza, molti hanno capito che trovarsi a vivere in una terra che per alcuni è la repubblica indipendente del Kosovo e per altri è e rimane Serbia, può essere un'opportunità da sfruttare. Per esempio per ottenere un passaporto con cui entrare liberamente nell'Ue o, vivecersa, per sfruttare il bisogno di chi cerca quel passaporto. Quando lo scorso dicembre Bruxelles ha abolito il regime dei visti per i cittadini serbi, per i kosovari albanesi, esclusi dalla libera circolazione nell'Ue, diventare serbi, almeno all'anagrafe, può essere la strada buona per l'Europa.
Infatti, se "Il Kosovo è Serbia", la Serbia non può rifiutare il passaporto ai cittadini di etnia albanese che abitano in quella che continua a considerare una sua provincia. Un problema che il ministero dell'Interno serbo ha risolto decidendo che i documenti sarebbero stati conferiti a tutti i cittadini kosovari in possesso di una residenza in Serbia. Così, mentre i serbo-kosovari cercano parenti o amici disposti a farli registrare presso la propria abitazione, agli albanesi-kosovari ci pensa la criminalità locale che ha subito fiutato l'affare e ha stabilito uno dei sui centri operativi nel piccolo comune di Merosina, nel sud-ovest della Serbia a una quindicina di km del capoluogo Nis, poco lontano dal confine con il Kosovo.
La "agenzia di servizi" trova un serbo disposto a offrire il proprio indirizzo come residenza fittizia dell'albanese che potrà così ottenere il passaporto serbo che gli permetterà di circolare liberamente nell'Ue senza richiedere il visto. Il tutto per una somma che varia tra i 500 e 1000 euro. E tutti guadagnano qualcosa: il kosovaro che fa un'investimento sul suo futuro, il pensionato serbo che concendendo il suo indirizzo arrotonda una pensione da 80 euro al mese, il poliziotto compiacente che arrotonda il non certo ricco stipendio mensile di 150-200 euro. E naturalmente ci guadgana anche la "agenzia" che assicura il servizio.
LA SITUAZIONE DEI ROM IN SERBIA E CROAZIA
di Marina Szikora (*)
Il polverone sulla questione del destino dei Rom in Francia, come notizia, e’ seguito anche nei paesi balcanici, ma al momento non diventa tema di approfondimento nella regione che affronta altrettanto il problema dell’inserimento sociale della popolazione rom nella vita quotidiana.
Attualmente le autorita’ in Serbia affermano che i rom vivono meglio che negli anni precedenti, ma tutti i rappresentanti di questa minoranza non condividono tali valutazioni. E’ vero che alcuni di loro, grazie all’educazione, riescono ad uscire dal ‘circolo magico della poverta’’, ma gli altri restano alle margini senza alcuna sicurezza finanziaria o sanitaria, informa la Radio Europa libera trattando questo tema. Ultimamente si e’ potuto leggere nei media serbi che i rappresentanti governativi serbi usano termini del tutto inaspettati e affermano che “i rom vivono una specie di rinascimento”. Cosi’ il ministro per i diritti umani e di minoranze serbo, Svetozar Ciplic ha detto che lo Stato si comporta verso i rom meglio che negli anni precedenti e che la Serbia sta facendo molto di piu’ sul piano della loro integrazione risptto agli anni precedenti. “La posizione dei Rom non puo’ essere cambiata e non puo’ progredire in tempo breve e tutti quelli che lo dicono non sanno qual’e’ la vera situazione e non sono persone serie. La comunita’ rom e’ cambiata, ha avuto la sua evoluzione, ha avuto progresso e ha raggiunto una certa maturita’ al suo interno. Cosi’ dopo cinque anni del decennio dei rom, la Serbia offre assistenza in questo decennio e i rom migliorano la loro posizione” ha detto il ministro Ciplic.
Ci sono anche rappresentanti rom che concordano con queste affermazioni ma si tratta comunque di piccoli passi in avanti rispetto a quello che necessariamente dovrebbe essere fatto affinche’ l’integrazione dei rom possa essere compiuta definitivamente. C’e’ da dire che in Serbia solo il 9 percento della popolazione rom ha un lavoro fisso, che solo il 30 percento ha terminato la scuola elementare, circa 9 percento frequenta le medie mentre il solo 0,01 percento ha una educazione universitaria. In una intervista alla Radio Free Europe, Dragoljub Ackovic, vicepresidente del Parlamento mondiale dei Rom ha detto che i problemi che questa popolazione affronta in Serbia sono simili o quasi identici come in altre parti del mondo e che il problema principale, in effetti, e’ l’educazione. Un esempio di come l’educazione puo’ garantire una vita decente e’ quello di Dejan Marinkovic, ingegnere di trasporto di Valjevo. Grazie all’educazione, afferma questo rappresentante rom, con la sua famiglia vive molto decentemente e proprio grazie all’educazione e’ riuscito a far fine con la poverta’. Dall’altra parte, i dati dimostrano che la gran maggioranza dei bambini rom sono fuori dal sistema scolastico, i genitori disoccupati, vivono in pessime condizioni igieniche nelle periferie delle citta’ e dei villaggi affrontando ovunque poverta’, violenze e discriminazione raziale.
Secondo le valutazioni, sul territorio della Serbia esistono oltre 100 villaggi rom in pessime condizioni igieniche. Secondo il censimento del 2002, in Serbia ci sono circa 110.000 rom, ma secondo le valutazioni degli esperti ce ne sono tra 400.000 e 700.000. Ad esempio, ci sono molti rom in Kursumija che e’ una delle citta’ piu’ povere della Serbia. Questi rom dichiarano di avere una vita molto difficile, non hanno ne’ soldi ne’ cibo, sono senza lavoro e non possono educare i figli. Uno di questi, padre di una famiglia di nove bambini racconta di ricevere un minimo di aiuto dallo Stato ed e’ costretto a chiedere l’elemosina per poter comprare il pane. Questo e’ il destino del maggior numero dei rom in Kursumija. Come segno di sostegno, in occasione della Giornata dei Rom, il Ministero per i diritti umani e di minoranze ha dirstribuito 40 computer portatili ai migliori allievi di nazionalita’ rom. Milan Rakic, 18 anni, di Krusevac ha dichiarato a tal proposito che questo gli significa molto “poiche’ dimostra che valgo qualcosa, mi fa crescere la fede in me stesso e mi fa credere in un futuro migliore”. In Serbia, nel 2002 ai rom e’ stato riconosciuto lo status di minoranza nazionale il che ha contribuito a migliorare la loro situazione istituzionale. In realta’ pero’ a causa di distanza etnica e un’aiuto insufficiente dello Stato, lo status dei rom non e’ migliorato notevolmente. Da ricordare anche che cinque anni fa e’ stata stabilito il cosidetto “Primo decennio” dei Rom (2005-2015) promosso da 8 paesi dell’Europa sudorientale. Questo decennio dovrebbe rappresentare un obbligo politico dei paesi firmatari di effettuare, a livello nazionale, i programmi e le riforme con l’obbiettivo di migliorare la posizione dei rom. Come settori prioritari questi paesi si sono posti l’educazione, sanita’, occupazione e abitazione. Serbia e Croazia fanno parte di questa iniziativa.
Negli ultimi anni e’ stato fatto molto per il miglioramento delle condizioni di vita dei rom in Croazia, ha detto la premier croata Jadranka Kosor, in occasione della Giornata mondiale dei Rom. E’ stata anche un’occasione questa per ricevere i membri della Commissione per seguire l’attuazione del Programma nazionale per i rom. Kosor ha sottolineato che la Croazia ha notevolmente aumentato i fondi per il miglioremanto delle condizioni di vita di questa minoranza. Nel 2005 a tal proposito il Governo croato ha stanziato soltanto 2,7 milioni di kune, mentre l’anno scorso perfino 38 milioni di kune. In effetti, il Governo croato nel periodo stabilito come Decennio dei rom, dal 2005 al 2015, in quanto parte del Programma nazionale per i rom sta’ effettuando il piano di azione per l’inserimento dei rom nella vita sociale. La premier croata ha rilevato che l’educazione dei bambini rom e’ una delle condizioni del miglioramento della vita della comunita’ rom in Croazia e ha constatato che e’ stato aumentato notevolmente il numero degli stipendi per l’educazione nelle scuole medie dei bambini rom. Anche il presidente croato Ivo Josipovic ricevendo nel suo Ufficio i membri delle associazioni rom ha espresso speranza che la Croazia ogni anno avra’ sempre migliori rapporti relativi alla situazione dei rom.
Il numero di rom che oggi vivono in Croazia si puo’ solo suporre. Secondo il censimento del 2001, sono stati registrati soltanto 9.463 rom, ma il loro numero reale e’ molto maggiore. L’Ufficio del governo per le minoranze nazionali valuta che in Croazia vivono tra 30.000 e 40.000 rom. C’e’ da sottolineare che in Croazia la comunita’ rom ha il suo rappresentante in Parlamento. Secondo le valutazioni del parlamentare Nazif Memedi in Croazia ci sono oltre 40.000 rom. Molti di loro si dichiarano come macedoni o albanesi, dipendentemente dal paese dal quale si sono trasferiti. In Croazia il maggior numero vive nella contea di Medjimurje. Nuovi e recenti sondaggi sullo status dei rom in Croazia, sulla percentualita’ dei bambini inclusi nell’educazione elementare obbligatoria, sulla percentuale di quelli che hanno un lavoro fisso nonche’ sul livello di tutela sanitaria e status sociale dei rom, non ci sono ancora. L’ultimo sondaggio di questo tipo e’ stato effettuato nel 2002 il quale ha mostrato uno status molto precario di occupazione sociale ed educativa dei rom e soprattutto una posizione molto difficile e senza diritti delle donne rom. Anche se proprio il Programma nazionale del governo per i rom prevede come una delle priorita’ l’inserimento dei bambini rom nelle scuole e la sopressione della loro segregazione, e’ proprio la segregazione dei rom nelle scuole elementari croate uno dei problemi maggiori. C’e’ da aggiungere che lo scorso marzo, la Corte europea per i diritti umani ha inflitto una sentenza contro la Croazia a causa della segregazione di 15 bambini rom in quattro scuole elementari a Medjimurje. La sentenza riguarda la situazione del 2000 quando nelle scuole di questa contea i bambini rom erano tenuti in classi separate perche’ non conoscevano sufficientemente la lingua croata.
L’avvocato Lovorka Kusan e il Centro europeo per i diritti di rom hanno fatto causa contro lo Stato croato perche’ con la segregazione dei bambini rom viola i loro diritti umani e di minoranze. Davanti alle corti croate, ivi compresa la Corte costituzionale avevano perso tutti i processi. Ma il diritto alla soddisfazione e’ arrivato quest’anno dalla Corte europea per i diritti umani. Secondo questa sentenza la Croazia deve pagare a questi bambini che oggi sono magiorenni una riparazione di 4.000 euro. La sentenza obbliga le autorita’ croate a intraprendere le misure che serviranno ad ostacolare queste e simili violazioni di diritti umani e di minoranze nel futuro. Anche se la sentenza e’ relativa alla situazione di dieci anni fa, l’avvocato Lovorka Kusan avverte che la situazione attuale, per quanto riguarda la segregazione dei bambini rom nelle scuole elementari, e’ ancora peggiore rispetto al 2000. Kusan afferma che dieci anni fa, in Croazia c’erano 28 classi separate per i bambini rom, mentre oggi ce ne sono addirittura 67. E’ vero che l’aumento del numero di classi separate e’ parzialmente conseguenza di una larga azione per il maggiore inserimento dei bambini rom nel sistema scolastico, ma lo Stato – afferma l’avvocato – deve impegnarsi di piu’ affinche’ i bambini rom possano imparare la lingua croata e seguire l’insegnamento con i bambini della popolazione maggioritaria.
(*) Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in aonda mercoledì 25 agosto e dedicato alla condizione dei Rom nei Balcani
Il polverone sulla questione del destino dei Rom in Francia, come notizia, e’ seguito anche nei paesi balcanici, ma al momento non diventa tema di approfondimento nella regione che affronta altrettanto il problema dell’inserimento sociale della popolazione rom nella vita quotidiana.
Attualmente le autorita’ in Serbia affermano che i rom vivono meglio che negli anni precedenti, ma tutti i rappresentanti di questa minoranza non condividono tali valutazioni. E’ vero che alcuni di loro, grazie all’educazione, riescono ad uscire dal ‘circolo magico della poverta’’, ma gli altri restano alle margini senza alcuna sicurezza finanziaria o sanitaria, informa la Radio Europa libera trattando questo tema. Ultimamente si e’ potuto leggere nei media serbi che i rappresentanti governativi serbi usano termini del tutto inaspettati e affermano che “i rom vivono una specie di rinascimento”. Cosi’ il ministro per i diritti umani e di minoranze serbo, Svetozar Ciplic ha detto che lo Stato si comporta verso i rom meglio che negli anni precedenti e che la Serbia sta facendo molto di piu’ sul piano della loro integrazione risptto agli anni precedenti. “La posizione dei Rom non puo’ essere cambiata e non puo’ progredire in tempo breve e tutti quelli che lo dicono non sanno qual’e’ la vera situazione e non sono persone serie. La comunita’ rom e’ cambiata, ha avuto la sua evoluzione, ha avuto progresso e ha raggiunto una certa maturita’ al suo interno. Cosi’ dopo cinque anni del decennio dei rom, la Serbia offre assistenza in questo decennio e i rom migliorano la loro posizione” ha detto il ministro Ciplic.
Ci sono anche rappresentanti rom che concordano con queste affermazioni ma si tratta comunque di piccoli passi in avanti rispetto a quello che necessariamente dovrebbe essere fatto affinche’ l’integrazione dei rom possa essere compiuta definitivamente. C’e’ da dire che in Serbia solo il 9 percento della popolazione rom ha un lavoro fisso, che solo il 30 percento ha terminato la scuola elementare, circa 9 percento frequenta le medie mentre il solo 0,01 percento ha una educazione universitaria. In una intervista alla Radio Free Europe, Dragoljub Ackovic, vicepresidente del Parlamento mondiale dei Rom ha detto che i problemi che questa popolazione affronta in Serbia sono simili o quasi identici come in altre parti del mondo e che il problema principale, in effetti, e’ l’educazione. Un esempio di come l’educazione puo’ garantire una vita decente e’ quello di Dejan Marinkovic, ingegnere di trasporto di Valjevo. Grazie all’educazione, afferma questo rappresentante rom, con la sua famiglia vive molto decentemente e proprio grazie all’educazione e’ riuscito a far fine con la poverta’. Dall’altra parte, i dati dimostrano che la gran maggioranza dei bambini rom sono fuori dal sistema scolastico, i genitori disoccupati, vivono in pessime condizioni igieniche nelle periferie delle citta’ e dei villaggi affrontando ovunque poverta’, violenze e discriminazione raziale.
Secondo le valutazioni, sul territorio della Serbia esistono oltre 100 villaggi rom in pessime condizioni igieniche. Secondo il censimento del 2002, in Serbia ci sono circa 110.000 rom, ma secondo le valutazioni degli esperti ce ne sono tra 400.000 e 700.000. Ad esempio, ci sono molti rom in Kursumija che e’ una delle citta’ piu’ povere della Serbia. Questi rom dichiarano di avere una vita molto difficile, non hanno ne’ soldi ne’ cibo, sono senza lavoro e non possono educare i figli. Uno di questi, padre di una famiglia di nove bambini racconta di ricevere un minimo di aiuto dallo Stato ed e’ costretto a chiedere l’elemosina per poter comprare il pane. Questo e’ il destino del maggior numero dei rom in Kursumija. Come segno di sostegno, in occasione della Giornata dei Rom, il Ministero per i diritti umani e di minoranze ha dirstribuito 40 computer portatili ai migliori allievi di nazionalita’ rom. Milan Rakic, 18 anni, di Krusevac ha dichiarato a tal proposito che questo gli significa molto “poiche’ dimostra che valgo qualcosa, mi fa crescere la fede in me stesso e mi fa credere in un futuro migliore”. In Serbia, nel 2002 ai rom e’ stato riconosciuto lo status di minoranza nazionale il che ha contribuito a migliorare la loro situazione istituzionale. In realta’ pero’ a causa di distanza etnica e un’aiuto insufficiente dello Stato, lo status dei rom non e’ migliorato notevolmente. Da ricordare anche che cinque anni fa e’ stata stabilito il cosidetto “Primo decennio” dei Rom (2005-2015) promosso da 8 paesi dell’Europa sudorientale. Questo decennio dovrebbe rappresentare un obbligo politico dei paesi firmatari di effettuare, a livello nazionale, i programmi e le riforme con l’obbiettivo di migliorare la posizione dei rom. Come settori prioritari questi paesi si sono posti l’educazione, sanita’, occupazione e abitazione. Serbia e Croazia fanno parte di questa iniziativa.
Negli ultimi anni e’ stato fatto molto per il miglioramento delle condizioni di vita dei rom in Croazia, ha detto la premier croata Jadranka Kosor, in occasione della Giornata mondiale dei Rom. E’ stata anche un’occasione questa per ricevere i membri della Commissione per seguire l’attuazione del Programma nazionale per i rom. Kosor ha sottolineato che la Croazia ha notevolmente aumentato i fondi per il miglioremanto delle condizioni di vita di questa minoranza. Nel 2005 a tal proposito il Governo croato ha stanziato soltanto 2,7 milioni di kune, mentre l’anno scorso perfino 38 milioni di kune. In effetti, il Governo croato nel periodo stabilito come Decennio dei rom, dal 2005 al 2015, in quanto parte del Programma nazionale per i rom sta’ effettuando il piano di azione per l’inserimento dei rom nella vita sociale. La premier croata ha rilevato che l’educazione dei bambini rom e’ una delle condizioni del miglioramento della vita della comunita’ rom in Croazia e ha constatato che e’ stato aumentato notevolmente il numero degli stipendi per l’educazione nelle scuole medie dei bambini rom. Anche il presidente croato Ivo Josipovic ricevendo nel suo Ufficio i membri delle associazioni rom ha espresso speranza che la Croazia ogni anno avra’ sempre migliori rapporti relativi alla situazione dei rom.
Il numero di rom che oggi vivono in Croazia si puo’ solo suporre. Secondo il censimento del 2001, sono stati registrati soltanto 9.463 rom, ma il loro numero reale e’ molto maggiore. L’Ufficio del governo per le minoranze nazionali valuta che in Croazia vivono tra 30.000 e 40.000 rom. C’e’ da sottolineare che in Croazia la comunita’ rom ha il suo rappresentante in Parlamento. Secondo le valutazioni del parlamentare Nazif Memedi in Croazia ci sono oltre 40.000 rom. Molti di loro si dichiarano come macedoni o albanesi, dipendentemente dal paese dal quale si sono trasferiti. In Croazia il maggior numero vive nella contea di Medjimurje. Nuovi e recenti sondaggi sullo status dei rom in Croazia, sulla percentualita’ dei bambini inclusi nell’educazione elementare obbligatoria, sulla percentuale di quelli che hanno un lavoro fisso nonche’ sul livello di tutela sanitaria e status sociale dei rom, non ci sono ancora. L’ultimo sondaggio di questo tipo e’ stato effettuato nel 2002 il quale ha mostrato uno status molto precario di occupazione sociale ed educativa dei rom e soprattutto una posizione molto difficile e senza diritti delle donne rom. Anche se proprio il Programma nazionale del governo per i rom prevede come una delle priorita’ l’inserimento dei bambini rom nelle scuole e la sopressione della loro segregazione, e’ proprio la segregazione dei rom nelle scuole elementari croate uno dei problemi maggiori. C’e’ da aggiungere che lo scorso marzo, la Corte europea per i diritti umani ha inflitto una sentenza contro la Croazia a causa della segregazione di 15 bambini rom in quattro scuole elementari a Medjimurje. La sentenza riguarda la situazione del 2000 quando nelle scuole di questa contea i bambini rom erano tenuti in classi separate perche’ non conoscevano sufficientemente la lingua croata.
L’avvocato Lovorka Kusan e il Centro europeo per i diritti di rom hanno fatto causa contro lo Stato croato perche’ con la segregazione dei bambini rom viola i loro diritti umani e di minoranze. Davanti alle corti croate, ivi compresa la Corte costituzionale avevano perso tutti i processi. Ma il diritto alla soddisfazione e’ arrivato quest’anno dalla Corte europea per i diritti umani. Secondo questa sentenza la Croazia deve pagare a questi bambini che oggi sono magiorenni una riparazione di 4.000 euro. La sentenza obbliga le autorita’ croate a intraprendere le misure che serviranno ad ostacolare queste e simili violazioni di diritti umani e di minoranze nel futuro. Anche se la sentenza e’ relativa alla situazione di dieci anni fa, l’avvocato Lovorka Kusan avverte che la situazione attuale, per quanto riguarda la segregazione dei bambini rom nelle scuole elementari, e’ ancora peggiore rispetto al 2000. Kusan afferma che dieci anni fa, in Croazia c’erano 28 classi separate per i bambini rom, mentre oggi ce ne sono addirittura 67. E’ vero che l’aumento del numero di classi separate e’ parzialmente conseguenza di una larga azione per il maggiore inserimento dei bambini rom nel sistema scolastico, ma lo Stato – afferma l’avvocato – deve impegnarsi di piu’ affinche’ i bambini rom possano imparare la lingua croata e seguire l’insegnamento con i bambini della popolazione maggioritaria.
(*) Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in aonda mercoledì 25 agosto e dedicato alla condizione dei Rom nei Balcani
giovedì 26 agosto 2010
SHUTKA, LA CITTA' DEI ROM
Suto Orizari, che tutti abbreviano in Shutka, è un quartiere della periferia di Skopje, capitale della Macedonia. Qui esiste la prima e per ora unica municipalità rom ufficialmente riconosciuta del mondo. In seguito al terremoto che nel 1963 distrusse Skopje, i rom che da secoli vivevano nel quartiere di Topana furono trasferiti in questa zona lontano dal centro e qui rimasero. Nel 1996 il governo macedone riconobbe ufficialmente la municipalità rom che da allora ha accolto migliaia di persone. Oggi sono ottantamila.
Di Shutka e della sua realtà ha scritto Pietro Del Re su Repubblica del 21 agosto scorso.
"La terra promessa dei rom sorge tra un cimitero e una discarica, ha richiamato già ottantamila nomadi e perciò è entrata nella storia di quel popolo come il suo insediamento più affollato. Salvo poche baracche di lamiere, che servono agli ultimi arrivati, tutti possiedono case in muratura, con elettricità e acqua corrente. Degli ottantamila, la metà vive al di sotto della soglia della povertà, il 90 per cento è analfabeta e il 95 per cento disoccupato. Sono percentuali da quarto mondo: eppure in questo paesino percepisci ovunque l'orgoglio di chi intende dare finalmente una patria a una nazione da sempre sparpagliata. Così, quella che fino a pochi anni fa era la periferia più povera di Skopje, capitale della Macedonia, è diventato il primo comune rom della storia. Un ghetto? "Sì, ma un ghetto urbanizzato", ci dice Erduan Iseini, sindaco di Suto Orizari, che tutti abbreviano in Shutka. "Abbiamo infranto il luogo comune che ci vuole randagi, mendicanti e ladri. Soprattutto, abbiamo dimostrato che siamo capaci di vivere in una società moderna e democratica".
Inizia così il reportage di Del Re che poi spiega che a Shutka i rom usano il loro alfabeto e che il romanes, il loro antico idioma, è diventato lingua ufficiale. Ci sono due televisioni, un giornale e una stazione di polizia. Tra i rom di Shutka ci sono quelli fuggiti dalla Serbia, altri dal Kosovo, altri ancora dalla Bulgaria e quelli cacciati dai paesi dall'Europa ricca. "Se non fosse per la carnagione color tabacco dei suoi abitanti e per i cumuli d'immondizie che colonizzano le strade - scrive ancora Del Re - Shutka sembrerebbe una qualsiasi cittadina balcanica". Ci sono una pasticceria, un fornaio ed una macelleria che però non vende carne di maiale perché la maggior parte dei rom macedoni è musulmana. Naturalmente c'è anche un Internet caffè, mentre alle porte della cittadina un mercato espone merci di contrabbando per lo più fabbricate in Cina che consente ad ogni famiglia di sopravvivere con i suoi piccoli commerci.
"Hai l'impressione che gli abitanti di Shutka godano di ogni diritto", scrive Del Re che però scrive anche dei tanti problemi della comunità. Lo sviluppo è stato troppo rapido, Shutka "è diventata una piccola città troppo in fretta", dice il sindaco. La sovrappopolazione unita alla mancanza di lavoro "ha prodotto una povertà fisica e morale, mancano i soldi per garantire una casa a tutti, un liceo ai nostri figli, un letto d'ospedale ai nostri padri". Il budget cittadino non raggiunge i 40 mila euro, non c'è una biblioteca e solo una decina di rom frequenta l'università di Skopje, ma la delinquenza è più bassa che a Parigi o Londra e le moschee sono sempre piene, come spiega Nezdet Mustafa, laureato in filosofia e in scienze politiche, che dopo esser stato il primo sindaco di Shutka da anni è l'unico deputato rom al parlamento macedone e si dice convinto che prima o poi convincerà i suoi colleghi deputati a garantire la raccolta dei rifiuti e un'assistenza sanitaria adeguata ai bisogni della popolazione. Il problema è anche quello dell'istruzione: Klara Mischel Ilieva, responsabile della sede locale della Caritas tedesca, ritiene che tutto dipenda dall'educazione che riceveranno i loro bambini: "Bisogna puntare su di loro. Al momento, nelle scuole di Shutka ci sono cinquemila alunni, ma le antiche tradizioni spesso si scontrano con la modernità. Molte ragazzine, per esempio, vengono tolte dagli studi quando sono giovanissime, per essere date in sposa".
"Nei giorni in cui la Francia ha avviato un controverso programma di espulsione di rom - conclude Del Re - c'è da chiedersi se il modello Shutka sia esportabile altrove. Sì, dice Nezdet Mustafa, "a condizione che ci sia la volontà di integrare i rom e di liberarsi dei pregiudizi che li hanno sempre accompagnati". Più utopistica è la risposta dell'attuale sindaco: "Vorrei che i rom venissero tutti a Shutka, perché nel resto d'Europa sono considerati un popolo inferiore e pericoloso che genera soltanto criminali, prostitute e tossicodipendenti". Quanto meno, qui godrebbero del rispetto che si meritano".
Di Shutka e della sua realtà ha scritto Pietro Del Re su Repubblica del 21 agosto scorso.
"La terra promessa dei rom sorge tra un cimitero e una discarica, ha richiamato già ottantamila nomadi e perciò è entrata nella storia di quel popolo come il suo insediamento più affollato. Salvo poche baracche di lamiere, che servono agli ultimi arrivati, tutti possiedono case in muratura, con elettricità e acqua corrente. Degli ottantamila, la metà vive al di sotto della soglia della povertà, il 90 per cento è analfabeta e il 95 per cento disoccupato. Sono percentuali da quarto mondo: eppure in questo paesino percepisci ovunque l'orgoglio di chi intende dare finalmente una patria a una nazione da sempre sparpagliata. Così, quella che fino a pochi anni fa era la periferia più povera di Skopje, capitale della Macedonia, è diventato il primo comune rom della storia. Un ghetto? "Sì, ma un ghetto urbanizzato", ci dice Erduan Iseini, sindaco di Suto Orizari, che tutti abbreviano in Shutka. "Abbiamo infranto il luogo comune che ci vuole randagi, mendicanti e ladri. Soprattutto, abbiamo dimostrato che siamo capaci di vivere in una società moderna e democratica".
Inizia così il reportage di Del Re che poi spiega che a Shutka i rom usano il loro alfabeto e che il romanes, il loro antico idioma, è diventato lingua ufficiale. Ci sono due televisioni, un giornale e una stazione di polizia. Tra i rom di Shutka ci sono quelli fuggiti dalla Serbia, altri dal Kosovo, altri ancora dalla Bulgaria e quelli cacciati dai paesi dall'Europa ricca. "Se non fosse per la carnagione color tabacco dei suoi abitanti e per i cumuli d'immondizie che colonizzano le strade - scrive ancora Del Re - Shutka sembrerebbe una qualsiasi cittadina balcanica". Ci sono una pasticceria, un fornaio ed una macelleria che però non vende carne di maiale perché la maggior parte dei rom macedoni è musulmana. Naturalmente c'è anche un Internet caffè, mentre alle porte della cittadina un mercato espone merci di contrabbando per lo più fabbricate in Cina che consente ad ogni famiglia di sopravvivere con i suoi piccoli commerci.
"Hai l'impressione che gli abitanti di Shutka godano di ogni diritto", scrive Del Re che però scrive anche dei tanti problemi della comunità. Lo sviluppo è stato troppo rapido, Shutka "è diventata una piccola città troppo in fretta", dice il sindaco. La sovrappopolazione unita alla mancanza di lavoro "ha prodotto una povertà fisica e morale, mancano i soldi per garantire una casa a tutti, un liceo ai nostri figli, un letto d'ospedale ai nostri padri". Il budget cittadino non raggiunge i 40 mila euro, non c'è una biblioteca e solo una decina di rom frequenta l'università di Skopje, ma la delinquenza è più bassa che a Parigi o Londra e le moschee sono sempre piene, come spiega Nezdet Mustafa, laureato in filosofia e in scienze politiche, che dopo esser stato il primo sindaco di Shutka da anni è l'unico deputato rom al parlamento macedone e si dice convinto che prima o poi convincerà i suoi colleghi deputati a garantire la raccolta dei rifiuti e un'assistenza sanitaria adeguata ai bisogni della popolazione. Il problema è anche quello dell'istruzione: Klara Mischel Ilieva, responsabile della sede locale della Caritas tedesca, ritiene che tutto dipenda dall'educazione che riceveranno i loro bambini: "Bisogna puntare su di loro. Al momento, nelle scuole di Shutka ci sono cinquemila alunni, ma le antiche tradizioni spesso si scontrano con la modernità. Molte ragazzine, per esempio, vengono tolte dagli studi quando sono giovanissime, per essere date in sposa".
"Nei giorni in cui la Francia ha avviato un controverso programma di espulsione di rom - conclude Del Re - c'è da chiedersi se il modello Shutka sia esportabile altrove. Sì, dice Nezdet Mustafa, "a condizione che ci sia la volontà di integrare i rom e di liberarsi dei pregiudizi che li hanno sempre accompagnati". Più utopistica è la risposta dell'attuale sindaco: "Vorrei che i rom venissero tutti a Shutka, perché nel resto d'Europa sono considerati un popolo inferiore e pericoloso che genera soltanto criminali, prostitute e tossicodipendenti". Quanto meno, qui godrebbero del rispetto che si meritano".
mercoledì 25 agosto 2010
PASSAGGIO SPECIALE
La condizione dei Rom nei Balcani
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est in onda questa sera alle 23,30 a Radio Radicale si occupa della situazione dei rom dei Balcani. Nei giorni in cui la Francia ha avviato il suo controverso piano di espulsione "volontaria" dei rom, e in cui il ministro degli Interni, Roberto Maroni, annuncia anche da noi un giro di vite repressivo, facciamo una sintetica panoramica sulle condizioni di vita dei Rom in Croazia, Serbia, Bosnia, Albania, Kosovo e Macedonia.
La registrazione dello Speciale è disponibile sul sito di Radio Radicale oppure direttamente qui
Il popolo Rom è uno dei principali gruppi etnici della popolazione di lingua romanì, che si presume essere originaria dell'India del Nord. Come per la storia delle origini delle popolazioni di lingua romanì, anche l'origine del termine Rom è oggetto di discussione tra gli studiosi. I Rom propriamente detti sono un gruppo etnico che vive principalmente in Europa, distribuito in una galassia di minoranze presenti soprattutto nei Balcani, in Europa centrale e in Europa orientale.
I Rom non sempre si definiscono così, perché si identificano con la patria d'immediata origine: è questo il caso soprattutto dei rom della Romania presenti e radicati nel paese da diversi secoli. In Italia si fa spesso confusione e i Rom vengono definiti "romeni" o "slavi". In realtà non c'è relazione tra il termine "Rom" e il nome dello stato della Romania, o con il popolo dei romeni o con la lingua rumena che è una lingua neo-latina. Gli slavi poi appartengono a differenti gruppi etnici e linguistici.
Secondo le stime nel mondo ci sono tra i 12 e i 15 milioni di Rom. Il numero ufficiale di rom in molti paesi è i certo anche perché molti di loro rifiutano di farsi registrare come di etnia rom per timore di subire discriminazioni. La discriminazione e la persecuzione è infatti un dato costante della storia dei Rom che nel corso dei secoli hanno subito la riduzione in schiavitù, la deportazione e lo sterminio.
La loro storia è strettamente legata alla diffidenza verso di loro comparsa fin dal loro primo apparire in Europa nel Medioevo. Gli “zingari” sono stati definiti “stranieri pericolosi”, sono stati accusati di spionaggio, di stregoneria, di rapimento di bambini, di rifiutare di lavorare per la loro “predisposizione al furto”. Le credenze popolari basate su pregiudizi e luoghi comuni, avallati dai mezzi di comunicazione di massa, sfruttati dai politici, hanno contribuito ad aggravare la discriminazione nei confronti dei rom. La storia dei Rom e dei Sinti è una storia di persecuzioni che va dalle discriminazioni quotidiane all'emarginazione razzista, dall'eliminazione fisica fino al genocidio sistematico, come quello messo in atto dal nazismo. La parola Porajmos o Porrajmos (che in lingua romaní significa «devastazione» o anche «grande divoramento»), oppure il termine Samudaripen (che significa «genocidio») indicano lo sterminio delle popolazioni rom.
Lo sterminio nazista distrusse la gran parte delle organizzazioni sociali preesistenti tra i gruppi Rom e Sinti dell'Europa centrale ed orientale ed i sopravvissuti, a causa del trauma subito, non riuscirono a ristabilire una nuova identità Rom. La politica di assimilazione forzata dei paesi ex socialisti contribuì a mettere fine al carattere nomadico delle popolazioni rom ed alla struttura sociale che ne conseguiva. La tradizionale struttura sociale dei Rom si è così preservata solo presso alcuni piccoli gruppi.
Anche dal punto di vista della religione i rom non hanno una propria religione ma adottano la religione delle popolazioni fra cui vivono, perché considerano la religione come un elemento culturale da acquisire per realizzare una buona integrazione sociale. E' interessante notare che nella tradizione Rom il rispetto tra le persone e i gruppi, compresi i gruppi religiosi, è più importante che l'ideologia religiosa stessa. Nei Balcani la maggioranza dei rom è cristiana-ortodossa, ma ci sono anche Rom musulmani come quelli del Kosovo e della Bosnia.
Per quanto riguarda l'attuale situazione dei Rom dei Balcani bisogna dire prima di tutto che allo scoppio delle guerre jugoslave, all'inizio degli anni '90, molti Rom si trovavano sul territorio di altri paesi europei. Altri invece sono emigrati successivamente per fuggire dalla guerra e alle persecuzioni etniche, venendosi così a trovare di fatto nella condizione di essere di fatto degli apolidi. In molti casi le autorità dei paesi ospitanti non hanno tutelato questa condizione così come stabilito dalla convenzione di Ginevra. In Italia, per esempio, molti sono stati obbligati a fornire un certificato anagrafica del proprio paese. Una richiesta impossibile da rispettare sia per la distruzione dei registri anagrafici di molte località colpite dalla guerra in Bosnia e in Kosovo, sia perché si trattava di rom nati nel nostro Paese.
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est di Radio Radicale è realizzato con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est in onda questa sera alle 23,30 a Radio Radicale si occupa della situazione dei rom dei Balcani. Nei giorni in cui la Francia ha avviato il suo controverso piano di espulsione "volontaria" dei rom, e in cui il ministro degli Interni, Roberto Maroni, annuncia anche da noi un giro di vite repressivo, facciamo una sintetica panoramica sulle condizioni di vita dei Rom in Croazia, Serbia, Bosnia, Albania, Kosovo e Macedonia.
La registrazione dello Speciale è disponibile sul sito di Radio Radicale oppure direttamente qui
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| Shutka, Macedonia: prima municipalità rom riconosciuta |
Il popolo Rom è uno dei principali gruppi etnici della popolazione di lingua romanì, che si presume essere originaria dell'India del Nord. Come per la storia delle origini delle popolazioni di lingua romanì, anche l'origine del termine Rom è oggetto di discussione tra gli studiosi. I Rom propriamente detti sono un gruppo etnico che vive principalmente in Europa, distribuito in una galassia di minoranze presenti soprattutto nei Balcani, in Europa centrale e in Europa orientale.
I Rom non sempre si definiscono così, perché si identificano con la patria d'immediata origine: è questo il caso soprattutto dei rom della Romania presenti e radicati nel paese da diversi secoli. In Italia si fa spesso confusione e i Rom vengono definiti "romeni" o "slavi". In realtà non c'è relazione tra il termine "Rom" e il nome dello stato della Romania, o con il popolo dei romeni o con la lingua rumena che è una lingua neo-latina. Gli slavi poi appartengono a differenti gruppi etnici e linguistici.
Secondo le stime nel mondo ci sono tra i 12 e i 15 milioni di Rom. Il numero ufficiale di rom in molti paesi è i certo anche perché molti di loro rifiutano di farsi registrare come di etnia rom per timore di subire discriminazioni. La discriminazione e la persecuzione è infatti un dato costante della storia dei Rom che nel corso dei secoli hanno subito la riduzione in schiavitù, la deportazione e lo sterminio.
La loro storia è strettamente legata alla diffidenza verso di loro comparsa fin dal loro primo apparire in Europa nel Medioevo. Gli “zingari” sono stati definiti “stranieri pericolosi”, sono stati accusati di spionaggio, di stregoneria, di rapimento di bambini, di rifiutare di lavorare per la loro “predisposizione al furto”. Le credenze popolari basate su pregiudizi e luoghi comuni, avallati dai mezzi di comunicazione di massa, sfruttati dai politici, hanno contribuito ad aggravare la discriminazione nei confronti dei rom. La storia dei Rom e dei Sinti è una storia di persecuzioni che va dalle discriminazioni quotidiane all'emarginazione razzista, dall'eliminazione fisica fino al genocidio sistematico, come quello messo in atto dal nazismo. La parola Porajmos o Porrajmos (che in lingua romaní significa «devastazione» o anche «grande divoramento»), oppure il termine Samudaripen (che significa «genocidio») indicano lo sterminio delle popolazioni rom.
Lo sterminio nazista distrusse la gran parte delle organizzazioni sociali preesistenti tra i gruppi Rom e Sinti dell'Europa centrale ed orientale ed i sopravvissuti, a causa del trauma subito, non riuscirono a ristabilire una nuova identità Rom. La politica di assimilazione forzata dei paesi ex socialisti contribuì a mettere fine al carattere nomadico delle popolazioni rom ed alla struttura sociale che ne conseguiva. La tradizionale struttura sociale dei Rom si è così preservata solo presso alcuni piccoli gruppi.
Anche dal punto di vista della religione i rom non hanno una propria religione ma adottano la religione delle popolazioni fra cui vivono, perché considerano la religione come un elemento culturale da acquisire per realizzare una buona integrazione sociale. E' interessante notare che nella tradizione Rom il rispetto tra le persone e i gruppi, compresi i gruppi religiosi, è più importante che l'ideologia religiosa stessa. Nei Balcani la maggioranza dei rom è cristiana-ortodossa, ma ci sono anche Rom musulmani come quelli del Kosovo e della Bosnia.
Per quanto riguarda l'attuale situazione dei Rom dei Balcani bisogna dire prima di tutto che allo scoppio delle guerre jugoslave, all'inizio degli anni '90, molti Rom si trovavano sul territorio di altri paesi europei. Altri invece sono emigrati successivamente per fuggire dalla guerra e alle persecuzioni etniche, venendosi così a trovare di fatto nella condizione di essere di fatto degli apolidi. In molti casi le autorità dei paesi ospitanti non hanno tutelato questa condizione così come stabilito dalla convenzione di Ginevra. In Italia, per esempio, molti sono stati obbligati a fornire un certificato anagrafica del proprio paese. Una richiesta impossibile da rispettare sia per la distruzione dei registri anagrafici di molte località colpite dalla guerra in Bosnia e in Kosovo, sia perché si trattava di rom nati nel nostro Paese.
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est di Radio Radicale è realizzato con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura
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