Il futuro europeo dei Balcani passa dalla Bosnia Erzegovina
"Il 2010 può rappresentare un anno decisivo per i Balcani occidentali se riusciremo ad imprimere un nuovo e rinnovato impulso per superare i veri problemi che ancora incombono [...] I Balcani sono nel cuore dell'Europa. Il loro destino è europeo, nessuno ne dubita. La nostra responsabilità è di rendere questa affermazione inconfutabile una realtà". Così scrivevano i ministri degli Esteri di Italia e Francia, Franco Frattini e Bernard Kouchner, in una lettera pubblicata martedì 13 aprile su La Repubblica, ricordando quando nel 2000, a Zagabria, dopo il decennio delle guerre jugoslave, l'Ue per la prima volta affermò la vocazione europea dei Balcani occidentali.
E quando si parla delle prospettive europee ed euroatlantiche della regione, in tutti gli eventi, i colloqui e gli incontri che vedono coinvolta sia l’Unione Europea che gli Stati Uniti, spicca come cruciale la complicata situazione e la mancanza di una soluzione duratura in Bosnia Erzegovina che con grande fatica e lentamente porta avanti il processo di integrazione euroatlantica. La Bosnia è al momento, più ancora che il Kosovo, la priorità politica della regione. Recentemente, anche la cena degli undici capi di Stato e di governo dei Paesi centro-europei membri della Nato con il presidente Usa Barack Obama, svoltasi a Praga in occasione della firma dell'accordo Start con la Russia, uno dei temi principali è stata la Bosnia Erzegovina.
Negli stessi giorni il mini tour balcanico del vicesegretario di stato americano James Steinberg che insieme al ministro degli Esteri spagnoli, Miguel Angel Moratinos, presidente di turno dell'Ue, si è recato a Sarajevo, dove la scorsa settimana si è recato anche Frattini a Sarajevo con in primo piano la questione della liberalizzazione dei visti europei per i cittadini bosniaci. Mercoledì e giovedì della scorsa settimana so è svolta inoltre la prima visita ufficiale del neo presidente croato Ivo Josipovic a Mostar e a Sarajevo, dove ha incontrato tutti i vertici del Paese e dove è intervento in Parlamento, preceduto dal suo omologo serbo Boris Tadic.
Tutto questo in vista della conferenza internazionale sui Balcani che si terrà il 2 giugno non per caso a Sarajevo con la partecipazione di tutti i Paesi della regione insieme a Ue, Usa e Russia, mentre la Bosnia si avvicina all'appuntamento importantissimo delle elezioni politiche e presidenziali previste per ottobre mentre si cercano vie d'uscita alla situazione di stallo politoco-istituzionale conseguente ai numerosi tentativi falliti di trovare l’indispensabile consenso interno sulle riforme tra i rappresentanti dei tre popoli che costituiscono la Bosnia Erzegovina disegnata dagli accordi di pace di Dayton, ovvero bosgnacchi, serbi e croati.
Al nodo bosniaco, nel quadro del processo di integrazione euroatlantica dei Balcani occidentali, è dedicato lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 14 aprile a Radio Radicale.
La trasmissione, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è disponibile sul sito della radio nella sezione delle Rubriche.
martedì 20 aprile 2010
mercoledì 14 aprile 2010
MACROREGIONI EUROPEE: OPPORTUNITA' E RISCHI
Dopo l'adozione della strategia per la creazione di una macroregione del Mar Baltico nell'ottobre 2010 la Commissione Europea presenterà entro la fine di quest'anno un analogo progetto per la regione del Danubio e mentre la Regione Friuli Venezia Giulia spinge per il rilancio della macroregione Alpe-Adria, il governo italiano propone di metterne in cantiere un'altra per l'area Adriatico-Ionica auspicando che possa configurarsi come "motore attivo di una più stretta cooperazione" fra i territori e i popoli del sud Europa. Il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, intervenuto ieri a Bruxelles al forum del Comitato delle Regioni dedicato proprio alle macroregioni europee, ha chiesto "coraggio e lungimiranza complessiva" spiegando che l'Italia "condivide il recente approccio dell'Unione Europea sulle macroregioni ed è convinta che valga la pena perseguirlo senza esitazioni nelle aree che si dimostrino mature per attuarlo". Al forum ha partecipato il commissario Ue per la Politica regionale, Johannes Hahn, e oltre 300 fra politici ed esperti che si sono confrontati sulle potenzialità ma anche sui limiti delle strategie macroregionali esistenti e di quelle in preparazione.
Come base per costruire la macroregione Mantica ha proposto l'esempio della Iniziativa Adriatico-Ionica (Iai) che "ha tutte le carte in regola e i requisiti per configurarsi come macroregione omogenea, per la quale sviluppare un approccio strategico fondato sulla similarità e sulla comunanza di problemi, opportunità e prospettive". In quest'ottica il 5 maggio, in occasione della fine della presidenza italiana della Iai e del decennale della Iai, Italia, Grecia e Slovenia (in quanto Paesi membri dell'Ue) sottoscriveranno insieme agli altri 5 Paesi partner (Albania, Croazia, Bosnia, Serbia e Montenegro) un documento politico "per lanciare questa strategia adriatico-jonica", che potrà "fare tesoro della pluralità di iniziative, programmi e progetti già in atto, dando ad essi una compiuta cornice europea ed adattando gli strumenti a disposizione alle peculiarità delle varie realtà, senza per questo perdere di vista l'obiettivo complessivo ed unitario di rafforzare la coesione di tutta l'Ue". L'approccio "macroregionale" a livello di Unione Europea intende individuare le priorità per le grandi regioni europee e definire azioni concrete per la cooperazione transfrontaliera con l'obiettivo di rendere più efficaci le risorse esistenti in ambiti come le reti di trasporto e dell'energia o per affrontare questioni come l'inquinamento, lo sviluppo sociale, l'immigrazione o la politica di sicurezza.
La macroregione può costituire un approccio pragmatico per rendere più efficaci le politiche pubbliche, può coordinare meglio le istituzioni e le risorse esistenti e in questo senso può rappresentare un modello politico innovativo. Si pongono però una serie di questioni che non possono essere ignorate. Per esempio: un approccio diverso ma con gli stessi attori può essere più efficace delle istituzioni sovra-nazionali già esistenti? E su quale scala devono agire le macroregioni? E quali tensioni tra poteri rischiano di provocare? Mantica ha spiegato che "l'Italia condivide i tre 'no'" fissati dall'Ue su cui è stata costruita la Strategia del Mar Baltico, ovvero "no a nuovi fondi, no a nuova legislazione, no a nuove istituzioni". Ma le macroregioni senza norme chi legittimano? Senza fondi ad hoc quali capacità di coordinamento possono avere? E quale può essere la governence senza nuove istituzioni? sono le domande alla base di un breve saggio di Andrea Stocchiero pubblicato sul sito del CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) e intitolato "Macroregioni europee: del vino vecchio in una botte nuova?". "Queste domande - scrive Stocchiero nell'introduzione - hanno validità per l'area Baltica ma forse ancora di più nel caso del Mediterraneo dove già alcuni attori hanno cominciato a chiedersi se la strategia della macroregione sia applicabile e come". Il testo presenta presenta i diversi elementi che stanno alla base della strategia delle macroregioni e per ognuno di essi propone alcuni problemi che richiedono approfondimento con lo scopo di aprire un dibattito e un'analisi su quali potrebbero essere gli scenari di una macro-regione nel Mediterraneo, come quella che appunto propone l'Italia per l'area adriatico-jonica.
Come base per costruire la macroregione Mantica ha proposto l'esempio della Iniziativa Adriatico-Ionica (Iai) che "ha tutte le carte in regola e i requisiti per configurarsi come macroregione omogenea, per la quale sviluppare un approccio strategico fondato sulla similarità e sulla comunanza di problemi, opportunità e prospettive". In quest'ottica il 5 maggio, in occasione della fine della presidenza italiana della Iai e del decennale della Iai, Italia, Grecia e Slovenia (in quanto Paesi membri dell'Ue) sottoscriveranno insieme agli altri 5 Paesi partner (Albania, Croazia, Bosnia, Serbia e Montenegro) un documento politico "per lanciare questa strategia adriatico-jonica", che potrà "fare tesoro della pluralità di iniziative, programmi e progetti già in atto, dando ad essi una compiuta cornice europea ed adattando gli strumenti a disposizione alle peculiarità delle varie realtà, senza per questo perdere di vista l'obiettivo complessivo ed unitario di rafforzare la coesione di tutta l'Ue". L'approccio "macroregionale" a livello di Unione Europea intende individuare le priorità per le grandi regioni europee e definire azioni concrete per la cooperazione transfrontaliera con l'obiettivo di rendere più efficaci le risorse esistenti in ambiti come le reti di trasporto e dell'energia o per affrontare questioni come l'inquinamento, lo sviluppo sociale, l'immigrazione o la politica di sicurezza.
La macroregione può costituire un approccio pragmatico per rendere più efficaci le politiche pubbliche, può coordinare meglio le istituzioni e le risorse esistenti e in questo senso può rappresentare un modello politico innovativo. Si pongono però una serie di questioni che non possono essere ignorate. Per esempio: un approccio diverso ma con gli stessi attori può essere più efficace delle istituzioni sovra-nazionali già esistenti? E su quale scala devono agire le macroregioni? E quali tensioni tra poteri rischiano di provocare? Mantica ha spiegato che "l'Italia condivide i tre 'no'" fissati dall'Ue su cui è stata costruita la Strategia del Mar Baltico, ovvero "no a nuovi fondi, no a nuova legislazione, no a nuove istituzioni". Ma le macroregioni senza norme chi legittimano? Senza fondi ad hoc quali capacità di coordinamento possono avere? E quale può essere la governence senza nuove istituzioni? sono le domande alla base di un breve saggio di Andrea Stocchiero pubblicato sul sito del CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) e intitolato "Macroregioni europee: del vino vecchio in una botte nuova?". "Queste domande - scrive Stocchiero nell'introduzione - hanno validità per l'area Baltica ma forse ancora di più nel caso del Mediterraneo dove già alcuni attori hanno cominciato a chiedersi se la strategia della macroregione sia applicabile e come". Il testo presenta presenta i diversi elementi che stanno alla base della strategia delle macroregioni e per ognuno di essi propone alcuni problemi che richiedono approfondimento con lo scopo di aprire un dibattito e un'analisi su quali potrebbero essere gli scenari di una macro-regione nel Mediterraneo, come quella che appunto propone l'Italia per l'area adriatico-jonica.
martedì 13 aprile 2010
LE PROSPETTIVE EUROATLANTICHE DEI BALCANI
Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 10 aprile a Radio Radicale. La visita dela sottosegretario di Stato Usa, James Steinberg, nei Balcani insieme al ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, presidente di turno dell’Ue, ed il ruolo della Croazia nella Nato.
Moratinos e Steinberg ottimisti dopo i colloqui a Sarajevo
Il ministro degli esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos a nome della presidenza spagnola dell’Ue e il vice segretario di Stato americano James Steinberg, nell’ambito di un suo mini tour balcanico, hanno incontrato mercoledi’ a Sarajevo i leader dei partiti politici in Bosnia Erzegovina nonche’ l’Alto rappresentante Valentin Inzko. Anche se non hanno ottenuto alcuna promessa concreta sull’attuazione delle riforme nel Paese, alla conclusione di una due giorni a Sarajevo, hanno sottolineato comunque di essere incoraggiati “con il clima positivo” in questi incontri. C’e’ da dire che tra i leader bosgnacchi, serbi e croati della BiH non c’e’ ancora sufficiente prontezza per un compromesso e accordo sull’attuazione delle riforme. Ma dopo gli incontri a Sarajevo, il ministro spagnolo Moratinos ha dichiarato che lui e il suo collega americano ripartono “con maggiore speranza e fiducia nel futuro della BiH”. Questa missione congiunta dei due dimpolatici euro-americani e’ stata qualificata dal ministro degli esteri spagnolo come una missione “di successo” anche se ha confermato che non ci sono stati accordi concreti tranne una prontezza generale di continuare le riforme dopo le prossime elezioni politiche in BiH che si terranno in ottobre.
“Dopo i colloqui con i leader della BiH sono convinto che le cose stanno andando nella direzione giusta” ha detto ottimisticamente Moratinos sottolineando che l’Ue e gli Stati Uniti continueranno ad impegnarsi congiuntamente affinche’ la BiH venga stimolata nel suo cammino verso le integrazioni euroatlantiche. Il vice segretario di stato americano, James Steinberg ha valutato che nonostante l’avvicinamento delle elezioni in BiH, l’avanzamento in alcuni settori e’ ancora possibile ed e’ per questo importante mandare messaggi positivi. “E’ importante che vi sia la prontezza (tra i leader politici) affinche’ dopo le elezioni ci sia un governo che muovera’ le cose in avanti” ha sottolineato Steinberg. Ha aggiunto che nessuno si illude per quanto riguarda la serieta’ dei problemi che gravano sulla BiH, ma che bisogna impegnarsi a cercare le soluzioni giuste. Il ministro degli esteri Moratinos ha confermato che nei primi di giugno si svolgera’ a Sarajevo una riunione ad alto livello sui Balcani occidentali che sara’ organizzata dall’Ue. Ha aggiunto di aspettarsi che in quella occasione si potranno annunciare anche “buone notizie” per i cittadini della BiH relative all’attesa liberalizzazione del regime di visti per i viaggi dei cittadini della BiH nei paesi dell’Ue.
“La situazione in BiH e’ preoccupante e le elezioni di ottobre rappresentano l’occasione perche’ questo trend sia cambiato” ha detto l’alto rappresentante Valentin Inzko dopo il suo incontro con Steinberg e Moratinos. Le misure concrete da intraprendere – ha detto Inzko – riguardano l’economia e generalmente le riforme che trasformeranno la BiH in un candidato affidabile per l’ingresso nell’Ue. Cio’ significa anche che i leader politici devono astenersi dal provocare artificialmente le tensioni, ha avvertito Inzko. C’e’ da dire che la Spagna ha recentemente promosso una iniziativa per firmare la dichiarazione sulle riforme costituzionali in BiH con la quale i leader politici del Paese si impegnerebbero a raggiungere un accordo sulla questione dopo le prossime elezioni. Nella cosidetta “Dichiarazione di Madrid” i leader bosniaci si impegnerebbero anche per l’acceleramento delle riforme. Le riforme costituzionali si baserebbero sui principi definiti e relativi all’orientamento verso l’Ue, l’adesione alla Nato e precedentemente al Piano di azione per l’adesione (MAP), preotezione dei diritti umani, liberta’ ecc.
Il vicesegretario di stato americano James Steinberg anche questa volta ha espresso sostegno da parte dell’amministrazione statunitense alla BiH nella sua via verso l’adesione alla Nato e Ue sottolineando che gli Stati Uniti vogliono essere partner nel superamento dei problemi in BiH. “Vista l’importanza di questo anno elettorale, invitiamo il Governo e i leade politici di lavorare insieme nell’interesse di tutti i cittadini della BiH” ha detto Steinberg. Come ricorda Alenko Zornija, giornalista del quotidiano croato ‘Vjesnik’, e’ stato proprio il vicesegretario di stato americano, verso la fine dell’anno scorso a promuovere insieme al ministro degli esteri svedese,
Carl Bildt l’iniziativa euro-americana per le riforme costituzionali e l’attuazione delle riforme in BiH. I colloqui si sono svolti alla base militare di Butmir nei pressi di Sarajevo e l’intero processo e’ stato chiamato “l’iniziativa di Butmir”. L’iniziativa, purtroppo, non ha portato risultati verso soluzioni concrete poiche’ i leader della BiH hanno respinto il prosposto pacchetto di riforme. Uno dei problemi principali in BiH e’ che i leader politici locali hanno posizioni del tutto diverse sul come dovrebbe essere il processo delle riforme costituzionali e l’attuzione delle riforme. In piu’, nemmeno la comunita’ internazionale non e’ unanime quando si tratta dell’approcio ai problemi che appesantiscono la BiH il che rende ancora piu’ difficile la loro soluzione. Tuttavia, scrive ‘Vjesnik’, i membri della Presidenza della BiH nel corso dei colloqui con Steinberg e Moratinos hanno confermato che gli obiettivi strategici della BiH restano l’adesione alla Nato e all’Ue. Hanno espresso anche insoddisfazione perche’ la BiH, nonostante abbia compiuto passi significativi, non ha ottenuto la MAP e si sono detti preoccupati a causa di un evidente scetticismo presente in BiH che riguarda l’ingresso nella Nato. I leader bosniaci hanno sottolineato che questo scetticismo e’ aumentato, sia per il fatto che la BiH non ha ottenuto la MAP, sia per il costante rinvio ad ottenerlo nonche’ a causa delle nuove condizioni che vengono poste alla BiH per l’adesione alla Nato.
Altrettanto importante il fatto che i diplomatici dell’Ue e Stati Uniti durante la loro visita a Sarajevo hanno commentato le recenti dichiarazioni che arrivano dalla Republika Srpska guidata dal premier Milorad Dodik a proposito di una possibilita’ della “pacifica dissoluzione” della BiH. Steinberg e Moratinos hanno concordato con l’Alto rappresentante della comunita’ internazionale e rappresentante speciale dell’Ue, Valentin Inzko che l’Accordo di Dayton non offre una tale possibilita’. “Queste affermazioni sono inaccettabili e devono cessare”, ha detto Inzko sottolineando che la BiH puo’ diventare membro dell’Ue e della Nato soltanto come uno stato unico e che altri opzioni non esistono.
Il vicesegretario di Stato americano Steinberg a Belgrado
Il Presidente della Serbia Boris Tadic che ha incontrato il vicesegretario di stato americano James Steinberg a Belgrado, seconda tappa del suo mini tour nei Balcani, successivamente a quella di Sarajevo, ha dichiarato che con il suo ospite statunitense ha concordato che sono infondate le informazioni che la BiH e sotto minaccia du una nuova guerra. “Non si tratta di guerra, la situazione si dramatizza, e non so con quale obiettivo. Bisogna identificare i problemi attraverso un dialogo razionale e democratico dei tre popoli” ha detto Tadic. Il capo dello Stato serbo ha parlato di colloqui amichevoli e aperti con il rappresentante americano e che questi colloqui hanno riguardato la situazione in BiH e in Kosovo. Ha ribadito che la Serbia ha i suoi interessi nazionali legittimi ai quali non rinucera’. Secondo le parole di Tadic, Steinberg non ha illustrato le posizioni statunitensi sulla questione Kosovo. A proposito della BiH, Tadic ha ribadito che la Serbia non appoggia nessun tipo di divisione del Paese e ritiene che questo metterebbe a repentaglio la stabilita’ regionale. “La Serbia resta fedele all’Accordo di Dayton il che implica che tutto quello che i tre popoli e le due entita’ concordano e’ accettabile anche per la Serbia ma non ci possono essere soluzioni imposte” ha rilevato Tadic. Il vicepresidente del governo serbo e ministro degli interni, nonche’ leader del Partito socialista della Serbia, Ivica Dacic ha trasmesso al vicesegretario dello stato americano Steinberg che la Serbia vuole una buona cooperazione con i rappresentanti della comunita’ internazionale in Kosovo, Kfor, Unmik ed Eulex poiche’ il suo obiettivo e’ il mantenimento della pace e garanzia di sicurezza di tutti i cittadini in Kosovo.
In connessione con la visita dell’alto funzionario statunitense a Belgrado, gli esperti politici americani valutano che le relazioni tra Stati Uniti e Serbia in questo momento sono stagnanti. Secondo Marko Papic, analista della prestigiosa Stratford, si puo’ valutare come positiva la possibilita’ che le due parti “concordino di non essere d’accordo su alcune questioni” come ad esempio sul Kosovo. L’esperto politico serbo afferma che le relazioni tra Belgrado e Washington si basano su diversi punti. Da una parte vi e’ l’appoggio statunitense agli sforzi del governo serbo di aderire all’Ue. Gli Stati Uniti sostengono anche un eventuale ingresso della Serbia nella Nato, se Belgrado una volta lo decidesse. Al contempo, Washington preme la Serbia di estradare i due rimanenti fuggitivi dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic. Washington e’ pronta anche ad “evitare” la questione Kosovo nei colloqui con l’attuale governo di Belgrado, afferma l’esperto dell’agenzia Stratford.
Ma e’ stato propio James Steinberg prima del suo arrivo a Belgrado a dichiarare che uno dei temi importanti dei suoi incontri con i vertici serbi sara’ il Kosovo e ha ammesso che vi sono divergenze ma anche interessi comuni tra i due paesi. Dall’agenzia geopolitica americana Stratford valutano che tali dichiarazioni sono di “natura diplomatica”. Marko Papic aggiunge che “Il Kosovo e’ un conflitto che attualmente non ha soluzioni ed e’ sicuro che nemmeno Steinberg non potra’ farci nulla” . Ha ricordato che anche il vicepresidente americano Josef Biden e’ stato a Belgrado e Pristina ma da questa visita non e’ uscito fuori nulla. Le autorita’ di Belgrado, secondo Papic, attualmente sono piuttosto impegnate sulle integrazioni europee e nella lotta contro la crisi economica che sulla questione Kosovo.
Gli analisti americani della Stratford affermano di osservare con grande attenzione lo sviluppo della situazione nei Balcani occidentali, soprattutto dal punto di vista dell’influenza di altri stati su questa regione. E’ chiaro – dicono – che gli Stati Uniti non hanno un ruolo chiave in Serbia. Lo si vede, e’ dell’opinione Papic, dall’attenzione che Belgrado dedica alle relazioni con gli altri paesi, soprattutto la Russia ma anche la Turchia che e’ una potenza crescente e si inserisce sempre di piu’ nelle vicende balcaniche. “Mentre la competizione tra Turchia, Russia, Ue e Stati Uniti sta’ diventando sempre piu’ intensa nella regione balcanica, Serbia, BiH, Kosovo e altri paesi della regione possono diventare un campo di scacchi per le grandi potenze. Questo non e’ nell’interesse dei Balcani” spiega Marko Papic.
La Croazia tra gli undici Stati dell’Europa centrale a Praga con Obama
“L’invito a cena con il presidente americano Barack Obama significa che e’ stata riconosciuta la politica positiva croata verso i vicini e al tempo stesso e’ un sostegno alla Croazia nel suo cammino europeo” ha detto la premier croata Jadranka Kosor in vista della cena che si e’ svolta a Praga giovedi’ , offerta dal presidente statunitense ai capi di stato e governo degli 11 Paesi dell’Europa centro-orientale, membri della Nato. La Croazia e’ stata invitata a questo incontro per la prima volta, esattamente ad un anno dal suo ingresso nella Nato, e oltre alla primo ministro Kosor, alla cena c’erano i leader di Estonia, Lituania, Letonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Bulgaria e Romania. E’ indicativo, scrivono i media croati, che e’ stata invitata la Croazia in quanto ultimo aderente alla Nato, insieme all’Albania la quale non e’ stata invitata perche’ l’amministrazione americana ha ritenuto necessario discutere di questioni relative all’Europa centrale. Secondo le informazioni diplomatiche, la parte statunitense ha voluto sentire l’opinione croata sulla situazione in BiH, soprattutto la possibilita’ che questo Paese ottenga l’invito ad aderire al Piano di Azione (MAP) per l’ingresso nella Nato. La cena a Praga ha coinciso con l’arrivo di Obama nella capitale ceca per sottoscrivere con il presidente russo Dmitrij Medvedev il nuovo accordo START, dopodiche’ il presidente americano ha trascorso la serata per parlare con i leader dei paesi dell’Europa centrale con l’obbiettivo, si dice, di assicurare loro che il rafforzamento delle relazioni con la Russia non significa trascurare i loro interessi politici e di sicurezza. Per quanto riguarda i temi ‘al tavolo’, Jadranka Kosor a nome della Croazia ha parlato del sostegno del suo Paese in quanto membro della Nato e tra breve anche quello dell’Ue, ai paesi dell’Europa sudorientale, in particolare l’appoggio alla BiH. La premier croata ha detto che sarebbe bene che la BiH ottenga al piu’ presto la sua prospettiva verso la Nato, vale a dire il Piano di azione all’adesione – MAP, che non puo’ essere un premio bensi’ un insieme di obblighi per la BiH. Inoltre, la premier croata ha evidenziato l’accordo sul arbitrariato con la Slovenia in quanto un buon esempio del come si possono risolvere le questioni aperte con i paesi vicini. C’e da dire che per quanto riguarda i vertici croati, finora con il presidente Obama si sono incontrati l’ex presidente Stjepan Mesic e l’ex premier Ivo Sanader, tutti e due al summit della Nato l’anno scorso quando la Croazia e’ diventata ufficialmente membro a pieno titolo dell’Alleanza nordatlantica.
Moratinos e Steinberg ottimisti dopo i colloqui a Sarajevo
Il ministro degli esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos a nome della presidenza spagnola dell’Ue e il vice segretario di Stato americano James Steinberg, nell’ambito di un suo mini tour balcanico, hanno incontrato mercoledi’ a Sarajevo i leader dei partiti politici in Bosnia Erzegovina nonche’ l’Alto rappresentante Valentin Inzko. Anche se non hanno ottenuto alcuna promessa concreta sull’attuazione delle riforme nel Paese, alla conclusione di una due giorni a Sarajevo, hanno sottolineato comunque di essere incoraggiati “con il clima positivo” in questi incontri. C’e’ da dire che tra i leader bosgnacchi, serbi e croati della BiH non c’e’ ancora sufficiente prontezza per un compromesso e accordo sull’attuazione delle riforme. Ma dopo gli incontri a Sarajevo, il ministro spagnolo Moratinos ha dichiarato che lui e il suo collega americano ripartono “con maggiore speranza e fiducia nel futuro della BiH”. Questa missione congiunta dei due dimpolatici euro-americani e’ stata qualificata dal ministro degli esteri spagnolo come una missione “di successo” anche se ha confermato che non ci sono stati accordi concreti tranne una prontezza generale di continuare le riforme dopo le prossime elezioni politiche in BiH che si terranno in ottobre.
“Dopo i colloqui con i leader della BiH sono convinto che le cose stanno andando nella direzione giusta” ha detto ottimisticamente Moratinos sottolineando che l’Ue e gli Stati Uniti continueranno ad impegnarsi congiuntamente affinche’ la BiH venga stimolata nel suo cammino verso le integrazioni euroatlantiche. Il vice segretario di stato americano, James Steinberg ha valutato che nonostante l’avvicinamento delle elezioni in BiH, l’avanzamento in alcuni settori e’ ancora possibile ed e’ per questo importante mandare messaggi positivi. “E’ importante che vi sia la prontezza (tra i leader politici) affinche’ dopo le elezioni ci sia un governo che muovera’ le cose in avanti” ha sottolineato Steinberg. Ha aggiunto che nessuno si illude per quanto riguarda la serieta’ dei problemi che gravano sulla BiH, ma che bisogna impegnarsi a cercare le soluzioni giuste. Il ministro degli esteri Moratinos ha confermato che nei primi di giugno si svolgera’ a Sarajevo una riunione ad alto livello sui Balcani occidentali che sara’ organizzata dall’Ue. Ha aggiunto di aspettarsi che in quella occasione si potranno annunciare anche “buone notizie” per i cittadini della BiH relative all’attesa liberalizzazione del regime di visti per i viaggi dei cittadini della BiH nei paesi dell’Ue.
“La situazione in BiH e’ preoccupante e le elezioni di ottobre rappresentano l’occasione perche’ questo trend sia cambiato” ha detto l’alto rappresentante Valentin Inzko dopo il suo incontro con Steinberg e Moratinos. Le misure concrete da intraprendere – ha detto Inzko – riguardano l’economia e generalmente le riforme che trasformeranno la BiH in un candidato affidabile per l’ingresso nell’Ue. Cio’ significa anche che i leader politici devono astenersi dal provocare artificialmente le tensioni, ha avvertito Inzko. C’e’ da dire che la Spagna ha recentemente promosso una iniziativa per firmare la dichiarazione sulle riforme costituzionali in BiH con la quale i leader politici del Paese si impegnerebbero a raggiungere un accordo sulla questione dopo le prossime elezioni. Nella cosidetta “Dichiarazione di Madrid” i leader bosniaci si impegnerebbero anche per l’acceleramento delle riforme. Le riforme costituzionali si baserebbero sui principi definiti e relativi all’orientamento verso l’Ue, l’adesione alla Nato e precedentemente al Piano di azione per l’adesione (MAP), preotezione dei diritti umani, liberta’ ecc.
Il vicesegretario di stato americano James Steinberg anche questa volta ha espresso sostegno da parte dell’amministrazione statunitense alla BiH nella sua via verso l’adesione alla Nato e Ue sottolineando che gli Stati Uniti vogliono essere partner nel superamento dei problemi in BiH. “Vista l’importanza di questo anno elettorale, invitiamo il Governo e i leade politici di lavorare insieme nell’interesse di tutti i cittadini della BiH” ha detto Steinberg. Come ricorda Alenko Zornija, giornalista del quotidiano croato ‘Vjesnik’, e’ stato proprio il vicesegretario di stato americano, verso la fine dell’anno scorso a promuovere insieme al ministro degli esteri svedese,
Carl Bildt l’iniziativa euro-americana per le riforme costituzionali e l’attuazione delle riforme in BiH. I colloqui si sono svolti alla base militare di Butmir nei pressi di Sarajevo e l’intero processo e’ stato chiamato “l’iniziativa di Butmir”. L’iniziativa, purtroppo, non ha portato risultati verso soluzioni concrete poiche’ i leader della BiH hanno respinto il prosposto pacchetto di riforme. Uno dei problemi principali in BiH e’ che i leader politici locali hanno posizioni del tutto diverse sul come dovrebbe essere il processo delle riforme costituzionali e l’attuzione delle riforme. In piu’, nemmeno la comunita’ internazionale non e’ unanime quando si tratta dell’approcio ai problemi che appesantiscono la BiH il che rende ancora piu’ difficile la loro soluzione. Tuttavia, scrive ‘Vjesnik’, i membri della Presidenza della BiH nel corso dei colloqui con Steinberg e Moratinos hanno confermato che gli obiettivi strategici della BiH restano l’adesione alla Nato e all’Ue. Hanno espresso anche insoddisfazione perche’ la BiH, nonostante abbia compiuto passi significativi, non ha ottenuto la MAP e si sono detti preoccupati a causa di un evidente scetticismo presente in BiH che riguarda l’ingresso nella Nato. I leader bosniaci hanno sottolineato che questo scetticismo e’ aumentato, sia per il fatto che la BiH non ha ottenuto la MAP, sia per il costante rinvio ad ottenerlo nonche’ a causa delle nuove condizioni che vengono poste alla BiH per l’adesione alla Nato.
Altrettanto importante il fatto che i diplomatici dell’Ue e Stati Uniti durante la loro visita a Sarajevo hanno commentato le recenti dichiarazioni che arrivano dalla Republika Srpska guidata dal premier Milorad Dodik a proposito di una possibilita’ della “pacifica dissoluzione” della BiH. Steinberg e Moratinos hanno concordato con l’Alto rappresentante della comunita’ internazionale e rappresentante speciale dell’Ue, Valentin Inzko che l’Accordo di Dayton non offre una tale possibilita’. “Queste affermazioni sono inaccettabili e devono cessare”, ha detto Inzko sottolineando che la BiH puo’ diventare membro dell’Ue e della Nato soltanto come uno stato unico e che altri opzioni non esistono.
Il vicesegretario di Stato americano Steinberg a Belgrado
Il Presidente della Serbia Boris Tadic che ha incontrato il vicesegretario di stato americano James Steinberg a Belgrado, seconda tappa del suo mini tour nei Balcani, successivamente a quella di Sarajevo, ha dichiarato che con il suo ospite statunitense ha concordato che sono infondate le informazioni che la BiH e sotto minaccia du una nuova guerra. “Non si tratta di guerra, la situazione si dramatizza, e non so con quale obiettivo. Bisogna identificare i problemi attraverso un dialogo razionale e democratico dei tre popoli” ha detto Tadic. Il capo dello Stato serbo ha parlato di colloqui amichevoli e aperti con il rappresentante americano e che questi colloqui hanno riguardato la situazione in BiH e in Kosovo. Ha ribadito che la Serbia ha i suoi interessi nazionali legittimi ai quali non rinucera’. Secondo le parole di Tadic, Steinberg non ha illustrato le posizioni statunitensi sulla questione Kosovo. A proposito della BiH, Tadic ha ribadito che la Serbia non appoggia nessun tipo di divisione del Paese e ritiene che questo metterebbe a repentaglio la stabilita’ regionale. “La Serbia resta fedele all’Accordo di Dayton il che implica che tutto quello che i tre popoli e le due entita’ concordano e’ accettabile anche per la Serbia ma non ci possono essere soluzioni imposte” ha rilevato Tadic. Il vicepresidente del governo serbo e ministro degli interni, nonche’ leader del Partito socialista della Serbia, Ivica Dacic ha trasmesso al vicesegretario dello stato americano Steinberg che la Serbia vuole una buona cooperazione con i rappresentanti della comunita’ internazionale in Kosovo, Kfor, Unmik ed Eulex poiche’ il suo obiettivo e’ il mantenimento della pace e garanzia di sicurezza di tutti i cittadini in Kosovo.
In connessione con la visita dell’alto funzionario statunitense a Belgrado, gli esperti politici americani valutano che le relazioni tra Stati Uniti e Serbia in questo momento sono stagnanti. Secondo Marko Papic, analista della prestigiosa Stratford, si puo’ valutare come positiva la possibilita’ che le due parti “concordino di non essere d’accordo su alcune questioni” come ad esempio sul Kosovo. L’esperto politico serbo afferma che le relazioni tra Belgrado e Washington si basano su diversi punti. Da una parte vi e’ l’appoggio statunitense agli sforzi del governo serbo di aderire all’Ue. Gli Stati Uniti sostengono anche un eventuale ingresso della Serbia nella Nato, se Belgrado una volta lo decidesse. Al contempo, Washington preme la Serbia di estradare i due rimanenti fuggitivi dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic. Washington e’ pronta anche ad “evitare” la questione Kosovo nei colloqui con l’attuale governo di Belgrado, afferma l’esperto dell’agenzia Stratford.
Ma e’ stato propio James Steinberg prima del suo arrivo a Belgrado a dichiarare che uno dei temi importanti dei suoi incontri con i vertici serbi sara’ il Kosovo e ha ammesso che vi sono divergenze ma anche interessi comuni tra i due paesi. Dall’agenzia geopolitica americana Stratford valutano che tali dichiarazioni sono di “natura diplomatica”. Marko Papic aggiunge che “Il Kosovo e’ un conflitto che attualmente non ha soluzioni ed e’ sicuro che nemmeno Steinberg non potra’ farci nulla” . Ha ricordato che anche il vicepresidente americano Josef Biden e’ stato a Belgrado e Pristina ma da questa visita non e’ uscito fuori nulla. Le autorita’ di Belgrado, secondo Papic, attualmente sono piuttosto impegnate sulle integrazioni europee e nella lotta contro la crisi economica che sulla questione Kosovo.
Gli analisti americani della Stratford affermano di osservare con grande attenzione lo sviluppo della situazione nei Balcani occidentali, soprattutto dal punto di vista dell’influenza di altri stati su questa regione. E’ chiaro – dicono – che gli Stati Uniti non hanno un ruolo chiave in Serbia. Lo si vede, e’ dell’opinione Papic, dall’attenzione che Belgrado dedica alle relazioni con gli altri paesi, soprattutto la Russia ma anche la Turchia che e’ una potenza crescente e si inserisce sempre di piu’ nelle vicende balcaniche. “Mentre la competizione tra Turchia, Russia, Ue e Stati Uniti sta’ diventando sempre piu’ intensa nella regione balcanica, Serbia, BiH, Kosovo e altri paesi della regione possono diventare un campo di scacchi per le grandi potenze. Questo non e’ nell’interesse dei Balcani” spiega Marko Papic.
La Croazia tra gli undici Stati dell’Europa centrale a Praga con Obama
“L’invito a cena con il presidente americano Barack Obama significa che e’ stata riconosciuta la politica positiva croata verso i vicini e al tempo stesso e’ un sostegno alla Croazia nel suo cammino europeo” ha detto la premier croata Jadranka Kosor in vista della cena che si e’ svolta a Praga giovedi’ , offerta dal presidente statunitense ai capi di stato e governo degli 11 Paesi dell’Europa centro-orientale, membri della Nato. La Croazia e’ stata invitata a questo incontro per la prima volta, esattamente ad un anno dal suo ingresso nella Nato, e oltre alla primo ministro Kosor, alla cena c’erano i leader di Estonia, Lituania, Letonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Bulgaria e Romania. E’ indicativo, scrivono i media croati, che e’ stata invitata la Croazia in quanto ultimo aderente alla Nato, insieme all’Albania la quale non e’ stata invitata perche’ l’amministrazione americana ha ritenuto necessario discutere di questioni relative all’Europa centrale. Secondo le informazioni diplomatiche, la parte statunitense ha voluto sentire l’opinione croata sulla situazione in BiH, soprattutto la possibilita’ che questo Paese ottenga l’invito ad aderire al Piano di Azione (MAP) per l’ingresso nella Nato. La cena a Praga ha coinciso con l’arrivo di Obama nella capitale ceca per sottoscrivere con il presidente russo Dmitrij Medvedev il nuovo accordo START, dopodiche’ il presidente americano ha trascorso la serata per parlare con i leader dei paesi dell’Europa centrale con l’obbiettivo, si dice, di assicurare loro che il rafforzamento delle relazioni con la Russia non significa trascurare i loro interessi politici e di sicurezza. Per quanto riguarda i temi ‘al tavolo’, Jadranka Kosor a nome della Croazia ha parlato del sostegno del suo Paese in quanto membro della Nato e tra breve anche quello dell’Ue, ai paesi dell’Europa sudorientale, in particolare l’appoggio alla BiH. La premier croata ha detto che sarebbe bene che la BiH ottenga al piu’ presto la sua prospettiva verso la Nato, vale a dire il Piano di azione all’adesione – MAP, che non puo’ essere un premio bensi’ un insieme di obblighi per la BiH. Inoltre, la premier croata ha evidenziato l’accordo sul arbitrariato con la Slovenia in quanto un buon esempio del come si possono risolvere le questioni aperte con i paesi vicini. C’e da dire che per quanto riguarda i vertici croati, finora con il presidente Obama si sono incontrati l’ex presidente Stjepan Mesic e l’ex premier Ivo Sanader, tutti e due al summit della Nato l’anno scorso quando la Croazia e’ diventata ufficialmente membro a pieno titolo dell’Alleanza nordatlantica.
PASSAGGIO IN ONDA
Passaggio a Sud Est
è in onda il sabato alle 22,30
su Radio Radicale
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura.
Tutte le puntate di Passaggio a Sud Est e dello Speciale sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
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venerdì 9 aprile 2010
SCARONI, ENI: UNIRE NABUCCO E SOUTH STREAM
Unire Nabucco e South Stream. Interconnettere le due pipeline su cui l'Europa fonda le sue speranze di diversificazione degli approvvigionamenti per abbassare i costi e gli investimenti. E' la proposta avanzata dall'ad di Eni, Paolo Scaroni, secondo il quale tutti i partner dovrebbero decidere di unire le due opere per una parte del percorso: "Così si ridurrebbero gli investimenti e i costi operativi e si permetterebbe di aumentare il profitto complessivo". L'idea è suggestiva e sicuramente fondata su valutazioni concrete: indubbiamente faciliterebbe la soluzione di alcuni problemi, ma probabilmente ne creerebbe altri. La prima reazione di Mosca è piuttosto fredda. Secondo Scaroni le due pipeline non sono alternative ma complementari e dovrebbero interconnettersi nei Balcani condividendo il tratto tra Bulgaria e Austria, ma da Gazprom fanno notare che "al momento tutto si gioca a livello politico" e su questo piano le due opere "si annullano a vicenda".
Il progetto del gasdotto South Stream, frutto di una joint venture tra Eni e Gazprom, dovrebbe far arrivare il gas russo all'Europa aggirando l'Ucraina, il cui contenzioso energetico con Mosca ogni inverno mette a rischio le forniture russe ai Paesi occidentali. Il tracciato dovrebbe partire dal Caucaso e attraversare tutto il Mar Nero (grazie alle tecnologie d'avanguardia sviluppate da Eni) fino alla Bulgaria da dove la condotta si dividerebbe: il tratto sud arriverebbe fino all'Italia attraverso la Grecia ed il canale di Otranto, mentre il tratto nord punterebbe all'hub gasiero di Vienna attraverso la Serbia. La portata dovrebbe arrivare fino a 63 miliardi di metri cubi all'anno. La Russia crede molto nel progetto e ha già provveduto a stabilire accordi con i paesi interessati.
Il Nabucco, oltre ad aggirare l'Ucraina, farebbe arrivare all'Europa occidentale il gas dell'Asia centrale direttamente tragliando fuori la Russia. Partendo dal Caspio attraverserebbe il Caucaso e la Turchia e punterebbe all'hub viennese attraverso Bulgaria, Romania e Ungheria. Il problema riguarda chi dovrebbe fornire la materia prima: l'Azerbaigian per ora è l'unico fornitore e per garantire i 31 miliardi di metri cubi annui dovrebbe mettere a disposizione l'intera sua capacità produttiva, cosa ovviamente non possibile. Il problema è che il gas dovrebbe venire allora o da altri Paesi dell'area, che però sono sotto l'influenza russa, oppure dall'Iran con cui l'Occidente non ha al momento rapporti idilliaci. Nabucco è sostanuto dall'Unione Europea con la benedizione di Washington.
Nabucco e South Stream non sono le uniche opere in costruzione. Germania e Russia sono unite nel progetto North Stream che attraverserà il Mar Baltico aggirando la Polonia. A sud, invece, c'è l'Itgi, la pipeline che unirà Turchia, Grecia e Italia. Il che rende la partita dei gasdotti alquanto complessa e, al momento, di non facile interpretazione.
Il progetto del gasdotto South Stream, frutto di una joint venture tra Eni e Gazprom, dovrebbe far arrivare il gas russo all'Europa aggirando l'Ucraina, il cui contenzioso energetico con Mosca ogni inverno mette a rischio le forniture russe ai Paesi occidentali. Il tracciato dovrebbe partire dal Caucaso e attraversare tutto il Mar Nero (grazie alle tecnologie d'avanguardia sviluppate da Eni) fino alla Bulgaria da dove la condotta si dividerebbe: il tratto sud arriverebbe fino all'Italia attraverso la Grecia ed il canale di Otranto, mentre il tratto nord punterebbe all'hub gasiero di Vienna attraverso la Serbia. La portata dovrebbe arrivare fino a 63 miliardi di metri cubi all'anno. La Russia crede molto nel progetto e ha già provveduto a stabilire accordi con i paesi interessati.
Nabucco e South Stream non sono le uniche opere in costruzione. Germania e Russia sono unite nel progetto North Stream che attraverserà il Mar Baltico aggirando la Polonia. A sud, invece, c'è l'Itgi, la pipeline che unirà Turchia, Grecia e Italia. Il che rende la partita dei gasdotti alquanto complessa e, al momento, di non facile interpretazione.
18 ANNI FA L'ASSEDIO DI SARAJEVO
giovedì 8 aprile 2010
RISOLUZIONE SREBRENICA: LE REAZONI, I COMMENTI, LE CRITICHE
Di Marina Szikora
Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est del 7 marzo trasmesso da Radio Radicale e dedicato all'approvazione da parte del parlamento serbo il 30 marzo scorso della risoluzione che condanna il massacro di Srebrenica
La decisione del Parlamento serbo di approvare una risoluzione che condanna i crimini commessi contro i musulmani a Srebrenica nel 1995 ha suscitato reazioni diverse ma e' comunque un argomento molto commentato e discusso, non soltanto nei paesi direttamente colpiti da questa vicenda tragica, ma anche in tutti i paesi ex jugoslavi che ancora oggi vivono le conseguenze della guerra sanguinosa degli anni novanta. Nientemeno l'argomento e' stato commentato dalla comunita' internazionale. Generalmente si tratta di valutazioni positive della decisione del Parlamento serbo che e' stata tanto attesa e che per molti, rappresenta una conferma del coraggio e della coscienza ad ammettere la responsabilita' e il pentimento per uno dei piu' gravi massacri dopo la Seconda guerra mondiale. Dall'altra parte, ci sono anche dure critiche perche' nella risoluzione di Belgrado, oltre a qualificare la tragedia di Srebrenica come crimine, non vi e' stato alcun riferimento al termine genocidio.
Le reazioni in questo senso sono state divise, a partire dalla Bosnia Erzegovina, vittima diretta del massacro di Srebrenica. I partiti e organizzazioni non governative dell'entita' a maggioranza serba, la Republika Srpska sono insoddisfatti, i partiti bosgnacchi e le organizzazioni non governative musulmane invece sono stati molto cauti nelle loro prime valutazioni ma anche insodisfatti perche' si e' evitato di qualificare le vicende di Srebrenica come genocidio, mentre i politici croati della BiH ritengono generalmente che vi e' stato compiuto un passo significativo verso la riconciliazione.
L'Unione europea ha salutato l'approvazione della dichiarazione su Srebrenica in quanto «un passo avanti importante per la Serbia e per l'intera regione».
Da precisare che questa risoluzione e' stata approvata con 127 voti a favore di un totale di 250 deputati del Parlamento serbo. E' stata appoggiata dal gruppo Per la Serbia europea del presidente Boris Tadic, dal G17 plus, dal Partito socialista della Serbia – Serbia unita, dal Partito dei pensionati uniti della Serbia (PUPS) e dai parlamentari delle minoranze. Contrari sono stati il Partito democratico della Serbia (DSS) dell'ex premier Vojislav Kostunica, il Partito serbo del progresso (SNS) di Tomislav Nikolic i quali hanno abbandonato l'aula prima del voto, mentre i deputati dell'ultranazionalista Partito radicale serbo dell'imputato dell'Aja Vojislav Seselj e il Partito liberal-democratico di Cedomir Jovanovic non hanno partecipato al voto.
Oltre alla piu' dura condanna dei crimini commessi contro la popolazione bosgnacca di Srebrenica, nel testo della risoluzione si esprimono condoglianze e scruse alle famiglie delle vittime e il Parlamento serbo appoggia il lavoro degli organi statali incaricati a processare i crimini di guerra in cui particolare importanza ha il ritrovamento e l'arresto del super ricercato dell'Aja, Ratko Mladic. Ma nella dichiarazione viene sottolineato inoltre che il Parlamento serbo si aspetta che anche gli altri Paesi dell'ex Jugoslavia, nello stesso modo, condannino i crimini commessi contro i serbi e esprimano il loro cordoglio e scuse alle famiglie delle vittime serbe. Tutte le parti in BiH nonche' altri Stati dell'ex Jugoslavia, sono invitati a continuare il processo di riconciliaizione e il rafforzamento delle condizioni per una vita comune, basata su pari diritti dei popoli e sul pieno rispetto dei diritti umani e di minoranze e della liberta' affinche' questi crimini non vengano mai ripetuti. Va sottolineato che il dibattito al Parlamento serbo e' durato 13 ore ed e' stato trasmesso in diretta televisiva, caratterizzato da un dibattito molto acceso tra i deputati della coalizione governativa i quali ritengono che con questo documento viene tolta la colpa colettiva del popolo serbo e i deputati dell'opposizione i quali affermano che questa decisione non e' nell'interesse della Serbia.
Il Presidente della Serbia, Boris Tadic ha dichiarato a seguito della risoluzione approvata che la Serbia e i suoi cittadini hanno dimostrato di prendere le distanze e di non aver partecipato nei crimini mostruosi che sono stati commessi a Srebrenica. Ad una cofnerenza stampa, Tadic ha detto che l'approvazione della Dichiarazione su Srebrenica rappresenta una giornata importante per la Serbia che ha dimostrato di avere la forza ad affrontare le vittime dei crimini di guerra sottolineando che questo atto e' una prova di patriotismo e di un contributo serbo alla riconciliazione regionale. «Ritengo questa dichiarazione un contributo significativo alla democratizzazione della Serbia e alla riconciliazione regionale. Mi dispiace che non e' stata approvata negli anni precedenti, ma il mio recarsi, a suo tempo, a Srebrenica e questa dichiarazione parlano indubbiamente dei valori politici della Serbia e di come vediamo la regione, i nostri vicini e il futuro europeo comune» ha detto Tadic.
Alle critiche che nel testo e' mancata la parola genocidio, Tadic ha spiegato che la dichiarazione «non ha trattato la qualificazione legale e che il Parlamento serbo ha fatto semplicemente una valorizzazione del crimine». Ha sottolineato che questo crimine deve avere un epilogo da tribunale nel senso che devono essere processati tutti quelli che sono accusati di aver partecipato nei crimini. Il presidente della Serbia ha anche rigettato tutte le speculazioni che la dichiarazione e' stata approvata a causa di forti pressioni da parte dell'Ue. «Questa decisione e' nostra, del popolo serbo, una decisione del Parlamento serbo e dei partiti politici. La Serbia lo fa per se stessa» ha assicurato Tadic. Secondo Tadic, l'approvazione della Dichiarazione su Srebrenica dimostra l'orientamento della Serbia verso i valori europei ma questi valori – ha sottolineato il capo dello Stato serbo – includono anche il rispetto della dignita' del popolo serbo.
Il relatore del PE per la Serbia, lo sloveno Jelko Kacin ha valutato che con l'approvazione di questa risoluzione la Serbia si e' incamminata verso la direzione giusta, ma che «messaggi incompiuti non sono quelli della politica europea e dell'assumersi la responsabilita' per la riconciliazione che la Serbia e i suoi cittadini meritano e che l'intera regione attende cosi' a lungo». Secondo l'europarlamentare sloveno e' necessario che la Serbia accolga pienamente le decisioni della Corte internazionale di giustizia e ammetta esplicitamente che a Srebrenica e' stato commesso un genocidio. Ha aggiunto che resta ancora un ostacolo importante – quello della latitanza dell'ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic e la sua assenza dal banco di imputati dell'Aja. «Invece di affrontare realmente il passato, la Serbia con questa decisione del Parlamento, vale a dire con il voto della coalizione governativa, in un certo modo ha fatto perfino un passo piuttosto laterale e non abbastanza in avanti» ha rilevato Jelko Kacin.
La dichiarazione su Srebrenica del Parlamento serbo e' il minimo passo che poteva essere compiuto, ma essa non nomina le cose con il nome giusto e non raggiungera' l'obiettivo ne' verra' intesa come una vera scusa, ritiene l'europarlamentare Doris Pack che da anni segue l'Europa sudorientale e che attualmetne e' relatore del PE per la BiH. «Le donne e le figlie delle vittime di Srebrenica non possono accettare una tale Risoluzione come una vera scusa». Secondo la Pack, anche il popolo della Serbia merita una «risoluzione migliore» per capire quello che e' accaduto a Srebrenica. La relatrice del PE per la BiH ritiene che dall'estradizione di Milosevic all'Aja, in Serbia non e' stato detto nulla di concreto sul passato. Dall'altra parte – e' dell'opinione la Pack – l'Ue aspetta con impazienza anche un minimo avanzamento nella regione cosiche' «anche una risoluzione come questa e' meglio che niente».
«La Dichiarazione su Srebrenica e' deludente perche' per il Parlamento serbo l'uccisione di 8376 uomini non e' genocidio» commenta Tilmann Zilch dell'Organizzazione internazionale per i popoli minacciati. «Nel Parlamento vi sono anche deputati che in parte hanno partecipato nei crimini di Slobodan Milosevic. Loro avevano appoggiato la politica di Milosevic e in questo senso hanno sostenuto anche Karadzic e Mladic». Dice Zilch.
Per i rappresentanti delle associazioni bosgnacche per le vittime di guerra e' innacettabile l'assenza del termine 'genocidio' dal testo della risoluzione serba. La presidente dell'associazione «Madri di Srebrenica e Zepa» Munira Subasic ritiene che i deputati serbi hanno perso un'altra occasione di «guardare negli occhi alla verita'». «E' vergognoso che dopo 15 anni i deputati della Serbia non hanno potuto scrivere al posto di crimini – la parola genocidio» ha detto la Subasic. Ha salutato gli interventi di parlamentari come quello di Cedomir Jovanovic che ha parlato di verita' esprimendo rispetto alle vittime del genocidio di Srebrenica.
Nella Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba, sono invece amareggiati perche' la Dichiarazione non condanna tutti i crimini commessi sul territorio dell'ex Jugoslavia, dice il presidente dell'Organizzazione delle famiglie dei detenuti, difensori uccisi e civili scomparsi nella Republika Srpska, Nedeljko Mitrovic. L'analista politico di Banja Luka, Gostimir Popovic ritiene che il testo della risoluzione conferma che «la crisi sul territorio dell'ex Jugoslavia viene governata da alcuni centri di potere» e che cio' non contribuira' alla riconciliazione nella regione.
«La Dichiarazione su Srebrenica approvata recentemente nel Parlamento serbo doveva essere equilibrata con la Risoluzione del PE e doveva contenere la parola genocidio poiche' la sentenza della Corte internazionale di Giustizia fa riferimento proprio al genocidio» afferma la direttrice del Fondo per il diritto umanitario di Belgrado, Natasa Kandic. Kandic ritiene comunque che questa risoluzione avra' un effetto positivo e che e' importante che questo documento e' stato approvato con il forte appoggio del Partito socialista della Serbia il quale, ricorda la Kandic, e' stato il partito al potere nei tempi di tutti i crimini e genocidi e il cui presidente, Slobodan Milosevic e' stato accusato di genocidio.
«Per noi avrebbe un significato maggiore se fossero stati consegnati quelli che avevano partecipato nel genocidio, prima di tutto Ratko Mladic, l'architetto del male... Si tratta di una mera manipolazione e finche' si comporteranno in questo modo, non ci sara' vera pace, riconciliazione e fiducia, ne' un futuro migliore» ha detto Nura Begovic dell'associazione «Donne di Srebrenica».
L'organizzazione non governativa 'Donne in nero' valuta che si continua con la negazione dell'agressione della Serbia contro la BiH e che anche con questa risoluzione, il Parlamento serbo «anche questa volta ha preso in giro le vittime del genocidio».
Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est del 7 marzo trasmesso da Radio Radicale e dedicato all'approvazione da parte del parlamento serbo il 30 marzo scorso della risoluzione che condanna il massacro di Srebrenica
La decisione del Parlamento serbo di approvare una risoluzione che condanna i crimini commessi contro i musulmani a Srebrenica nel 1995 ha suscitato reazioni diverse ma e' comunque un argomento molto commentato e discusso, non soltanto nei paesi direttamente colpiti da questa vicenda tragica, ma anche in tutti i paesi ex jugoslavi che ancora oggi vivono le conseguenze della guerra sanguinosa degli anni novanta. Nientemeno l'argomento e' stato commentato dalla comunita' internazionale. Generalmente si tratta di valutazioni positive della decisione del Parlamento serbo che e' stata tanto attesa e che per molti, rappresenta una conferma del coraggio e della coscienza ad ammettere la responsabilita' e il pentimento per uno dei piu' gravi massacri dopo la Seconda guerra mondiale. Dall'altra parte, ci sono anche dure critiche perche' nella risoluzione di Belgrado, oltre a qualificare la tragedia di Srebrenica come crimine, non vi e' stato alcun riferimento al termine genocidio.
Le reazioni in questo senso sono state divise, a partire dalla Bosnia Erzegovina, vittima diretta del massacro di Srebrenica. I partiti e organizzazioni non governative dell'entita' a maggioranza serba, la Republika Srpska sono insoddisfatti, i partiti bosgnacchi e le organizzazioni non governative musulmane invece sono stati molto cauti nelle loro prime valutazioni ma anche insodisfatti perche' si e' evitato di qualificare le vicende di Srebrenica come genocidio, mentre i politici croati della BiH ritengono generalmente che vi e' stato compiuto un passo significativo verso la riconciliazione.
L'Unione europea ha salutato l'approvazione della dichiarazione su Srebrenica in quanto «un passo avanti importante per la Serbia e per l'intera regione».
Da precisare che questa risoluzione e' stata approvata con 127 voti a favore di un totale di 250 deputati del Parlamento serbo. E' stata appoggiata dal gruppo Per la Serbia europea del presidente Boris Tadic, dal G17 plus, dal Partito socialista della Serbia – Serbia unita, dal Partito dei pensionati uniti della Serbia (PUPS) e dai parlamentari delle minoranze. Contrari sono stati il Partito democratico della Serbia (DSS) dell'ex premier Vojislav Kostunica, il Partito serbo del progresso (SNS) di Tomislav Nikolic i quali hanno abbandonato l'aula prima del voto, mentre i deputati dell'ultranazionalista Partito radicale serbo dell'imputato dell'Aja Vojislav Seselj e il Partito liberal-democratico di Cedomir Jovanovic non hanno partecipato al voto.
Oltre alla piu' dura condanna dei crimini commessi contro la popolazione bosgnacca di Srebrenica, nel testo della risoluzione si esprimono condoglianze e scruse alle famiglie delle vittime e il Parlamento serbo appoggia il lavoro degli organi statali incaricati a processare i crimini di guerra in cui particolare importanza ha il ritrovamento e l'arresto del super ricercato dell'Aja, Ratko Mladic. Ma nella dichiarazione viene sottolineato inoltre che il Parlamento serbo si aspetta che anche gli altri Paesi dell'ex Jugoslavia, nello stesso modo, condannino i crimini commessi contro i serbi e esprimano il loro cordoglio e scuse alle famiglie delle vittime serbe. Tutte le parti in BiH nonche' altri Stati dell'ex Jugoslavia, sono invitati a continuare il processo di riconciliaizione e il rafforzamento delle condizioni per una vita comune, basata su pari diritti dei popoli e sul pieno rispetto dei diritti umani e di minoranze e della liberta' affinche' questi crimini non vengano mai ripetuti. Va sottolineato che il dibattito al Parlamento serbo e' durato 13 ore ed e' stato trasmesso in diretta televisiva, caratterizzato da un dibattito molto acceso tra i deputati della coalizione governativa i quali ritengono che con questo documento viene tolta la colpa colettiva del popolo serbo e i deputati dell'opposizione i quali affermano che questa decisione non e' nell'interesse della Serbia.
Il Presidente della Serbia, Boris Tadic ha dichiarato a seguito della risoluzione approvata che la Serbia e i suoi cittadini hanno dimostrato di prendere le distanze e di non aver partecipato nei crimini mostruosi che sono stati commessi a Srebrenica. Ad una cofnerenza stampa, Tadic ha detto che l'approvazione della Dichiarazione su Srebrenica rappresenta una giornata importante per la Serbia che ha dimostrato di avere la forza ad affrontare le vittime dei crimini di guerra sottolineando che questo atto e' una prova di patriotismo e di un contributo serbo alla riconciliazione regionale. «Ritengo questa dichiarazione un contributo significativo alla democratizzazione della Serbia e alla riconciliazione regionale. Mi dispiace che non e' stata approvata negli anni precedenti, ma il mio recarsi, a suo tempo, a Srebrenica e questa dichiarazione parlano indubbiamente dei valori politici della Serbia e di come vediamo la regione, i nostri vicini e il futuro europeo comune» ha detto Tadic.
Alle critiche che nel testo e' mancata la parola genocidio, Tadic ha spiegato che la dichiarazione «non ha trattato la qualificazione legale e che il Parlamento serbo ha fatto semplicemente una valorizzazione del crimine». Ha sottolineato che questo crimine deve avere un epilogo da tribunale nel senso che devono essere processati tutti quelli che sono accusati di aver partecipato nei crimini. Il presidente della Serbia ha anche rigettato tutte le speculazioni che la dichiarazione e' stata approvata a causa di forti pressioni da parte dell'Ue. «Questa decisione e' nostra, del popolo serbo, una decisione del Parlamento serbo e dei partiti politici. La Serbia lo fa per se stessa» ha assicurato Tadic. Secondo Tadic, l'approvazione della Dichiarazione su Srebrenica dimostra l'orientamento della Serbia verso i valori europei ma questi valori – ha sottolineato il capo dello Stato serbo – includono anche il rispetto della dignita' del popolo serbo.
Il relatore del PE per la Serbia, lo sloveno Jelko Kacin ha valutato che con l'approvazione di questa risoluzione la Serbia si e' incamminata verso la direzione giusta, ma che «messaggi incompiuti non sono quelli della politica europea e dell'assumersi la responsabilita' per la riconciliazione che la Serbia e i suoi cittadini meritano e che l'intera regione attende cosi' a lungo». Secondo l'europarlamentare sloveno e' necessario che la Serbia accolga pienamente le decisioni della Corte internazionale di giustizia e ammetta esplicitamente che a Srebrenica e' stato commesso un genocidio. Ha aggiunto che resta ancora un ostacolo importante – quello della latitanza dell'ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic e la sua assenza dal banco di imputati dell'Aja. «Invece di affrontare realmente il passato, la Serbia con questa decisione del Parlamento, vale a dire con il voto della coalizione governativa, in un certo modo ha fatto perfino un passo piuttosto laterale e non abbastanza in avanti» ha rilevato Jelko Kacin.
La dichiarazione su Srebrenica del Parlamento serbo e' il minimo passo che poteva essere compiuto, ma essa non nomina le cose con il nome giusto e non raggiungera' l'obiettivo ne' verra' intesa come una vera scusa, ritiene l'europarlamentare Doris Pack che da anni segue l'Europa sudorientale e che attualmetne e' relatore del PE per la BiH. «Le donne e le figlie delle vittime di Srebrenica non possono accettare una tale Risoluzione come una vera scusa». Secondo la Pack, anche il popolo della Serbia merita una «risoluzione migliore» per capire quello che e' accaduto a Srebrenica. La relatrice del PE per la BiH ritiene che dall'estradizione di Milosevic all'Aja, in Serbia non e' stato detto nulla di concreto sul passato. Dall'altra parte – e' dell'opinione la Pack – l'Ue aspetta con impazienza anche un minimo avanzamento nella regione cosiche' «anche una risoluzione come questa e' meglio che niente».
«La Dichiarazione su Srebrenica e' deludente perche' per il Parlamento serbo l'uccisione di 8376 uomini non e' genocidio» commenta Tilmann Zilch dell'Organizzazione internazionale per i popoli minacciati. «Nel Parlamento vi sono anche deputati che in parte hanno partecipato nei crimini di Slobodan Milosevic. Loro avevano appoggiato la politica di Milosevic e in questo senso hanno sostenuto anche Karadzic e Mladic». Dice Zilch.
Per i rappresentanti delle associazioni bosgnacche per le vittime di guerra e' innacettabile l'assenza del termine 'genocidio' dal testo della risoluzione serba. La presidente dell'associazione «Madri di Srebrenica e Zepa» Munira Subasic ritiene che i deputati serbi hanno perso un'altra occasione di «guardare negli occhi alla verita'». «E' vergognoso che dopo 15 anni i deputati della Serbia non hanno potuto scrivere al posto di crimini – la parola genocidio» ha detto la Subasic. Ha salutato gli interventi di parlamentari come quello di Cedomir Jovanovic che ha parlato di verita' esprimendo rispetto alle vittime del genocidio di Srebrenica.
Nella Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba, sono invece amareggiati perche' la Dichiarazione non condanna tutti i crimini commessi sul territorio dell'ex Jugoslavia, dice il presidente dell'Organizzazione delle famiglie dei detenuti, difensori uccisi e civili scomparsi nella Republika Srpska, Nedeljko Mitrovic. L'analista politico di Banja Luka, Gostimir Popovic ritiene che il testo della risoluzione conferma che «la crisi sul territorio dell'ex Jugoslavia viene governata da alcuni centri di potere» e che cio' non contribuira' alla riconciliazione nella regione.
«La Dichiarazione su Srebrenica approvata recentemente nel Parlamento serbo doveva essere equilibrata con la Risoluzione del PE e doveva contenere la parola genocidio poiche' la sentenza della Corte internazionale di Giustizia fa riferimento proprio al genocidio» afferma la direttrice del Fondo per il diritto umanitario di Belgrado, Natasa Kandic. Kandic ritiene comunque che questa risoluzione avra' un effetto positivo e che e' importante che questo documento e' stato approvato con il forte appoggio del Partito socialista della Serbia il quale, ricorda la Kandic, e' stato il partito al potere nei tempi di tutti i crimini e genocidi e il cui presidente, Slobodan Milosevic e' stato accusato di genocidio.
«Per noi avrebbe un significato maggiore se fossero stati consegnati quelli che avevano partecipato nel genocidio, prima di tutto Ratko Mladic, l'architetto del male... Si tratta di una mera manipolazione e finche' si comporteranno in questo modo, non ci sara' vera pace, riconciliazione e fiducia, ne' un futuro migliore» ha detto Nura Begovic dell'associazione «Donne di Srebrenica».
L'organizzazione non governativa 'Donne in nero' valuta che si continua con la negazione dell'agressione della Serbia contro la BiH e che anche con questa risoluzione, il Parlamento serbo «anche questa volta ha preso in giro le vittime del genocidio».
PASSAGGIO SPECIALE
Il parlamento serbo condanna il massacro di Srebrenica
"Il parlamento della Serbia condanna con forza il crimine commesso contro la popolazione musulmano bosniaca di Srebrenica nel luglio 1995" e porge le proprie "scuse e condoglianze alle famiglie delle vittime perché non è stato fatto di tutto per prevenire la tragedia". E' il passaggio chiave della risoluzione approvata nella notte del 30 marzo scorso dal parlamento di Belgrado al termine di una seduta fiume durata tredici ore. Pur con i suoi limiti si è trattato di un voto storico con cui la Serbia che guarda all'Ue dimostra di voler cominciare a fare i conti con il proprio passato e le proprie responsabilità nelle guerre jugoslave degli anni '90 e per i crimini contro l'umanità che segnarono quei conflitti, il più grave dei quali fu l'eccidio compiuto a Srebrenica nel luglio del 1995.
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda ieri sera, mercoledì 7 aprile alle 23,30 a Radio Radicale da conto delle reazioni, dei commenti e delle critiche anche aspre seguite allapprovazione della risoluzione non solo nei paesi direttamente interessati - Serbia e Bosnia - ma negli alti Paesi dell'ex-Jugoslavia e in tutti i Balcani, con attenzione anche alle reazioni nelle aree a maggioranza albanese in relazione al Kosovo teatro, meno di quattro anni dopo la fine della guerra in Bosnia, di un conflitto segnato da pulizie etniche e crimini di guerra.
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura.
Gli Speciali sono disponibili sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
"Il parlamento della Serbia condanna con forza il crimine commesso contro la popolazione musulmano bosniaca di Srebrenica nel luglio 1995" e porge le proprie "scuse e condoglianze alle famiglie delle vittime perché non è stato fatto di tutto per prevenire la tragedia". E' il passaggio chiave della risoluzione approvata nella notte del 30 marzo scorso dal parlamento di Belgrado al termine di una seduta fiume durata tredici ore. Pur con i suoi limiti si è trattato di un voto storico con cui la Serbia che guarda all'Ue dimostra di voler cominciare a fare i conti con il proprio passato e le proprie responsabilità nelle guerre jugoslave degli anni '90 e per i crimini contro l'umanità che segnarono quei conflitti, il più grave dei quali fu l'eccidio compiuto a Srebrenica nel luglio del 1995.
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda ieri sera, mercoledì 7 aprile alle 23,30 a Radio Radicale da conto delle reazioni, dei commenti e delle critiche anche aspre seguite allapprovazione della risoluzione non solo nei paesi direttamente interessati - Serbia e Bosnia - ma negli alti Paesi dell'ex-Jugoslavia e in tutti i Balcani, con attenzione anche alle reazioni nelle aree a maggioranza albanese in relazione al Kosovo teatro, meno di quattro anni dopo la fine della guerra in Bosnia, di un conflitto segnato da pulizie etniche e crimini di guerra.
La trasmissione è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura.
Gli Speciali sono disponibili sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
mercoledì 7 aprile 2010
TURCHIA-ISRAELE: QUINDICI MESI VISSUTI PERICOLOSAMENTE
Israele è una "delle principali minacce per la pace" in Medio Oriente. Non l'ha detto un ayatollah iraniano, ma il primo ministro turco, Recep Tayyp Erdogan, nel corso di una conferenza stampa oggi a Parigi, dove si trova in visita ufficiale. "Se un Paese fa un uso della forza sproporzionato in Palestina, usando proiettili al fosforo bianco, non possiamo dirgli, certo: 'Bravo'", ha affermato Erdogan, riferendosi all'operazione militare "Piombo fuso" lanciata da Israele nella Striscia di Gaza nel dicembre 2008. Dichiarazioni che ribadiscono l'estrema tensione versano i rapporti diplomatici tra Israele e Turchia dopo decenni di vicinanza sul piano politico e militare.
Per molto tempo la Turchia è stata per Israele l'alleato chiave nella regione, e nel 2008 Ankara, grazie ai suoi ritrovati buoni rapporti con la Siria, si spese in una mediazione indiretta tra Tel Aviv e Damasco per trovare una soluzione alla questione del Golan. Solo poche ore prima del lancio dell'operazione "Piombo fuso", il 27 dicembre, Erdogan aveva concordato al telefono con l'allora premier israeliano Olmert un nuovo round di colloqui indiretti, ma quando le armi israeliane cominciariono a colpire duramente la Striscia di Gaza, Erdogan andò su tutte le furie per non esserne stato informato e i negoziati con la Siria non sono stati più ripresi. Un mese dopo Erdogan ebbe l'occasione di manifestare la sua rabbia al summit internazionale di Davos nel corso di un acceso dibattito con il presidente israeliano Shimon Peres che il premier turco abbandonò platealmente con il pretesto di non aver potuto replicare ad un'invettiva rivoltagli da Peres. Al suo rientro ad Ankara, fu accolto come un eroe dai suoi concittadini. Da quel momento le relazioni turco-israeliane hanno continuato a peggiorare con ripetuti scambi di invettive e reciproci sgarbi politico-diplomatici.
Il 24 novembre il ministro israeliano dell'Industria, Benjamin Ben-Eliezer, cercò di stemperare la tensione con una visita ufficiale in Turchia, ma lo scontro è riesploso lo scorso gennaio quando la tv di stato turca ha mandato in onda una fiction in cui i militari israeliani venivano rappresentati come sanguinari assassini di donne e bambini. Il vice ministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, convocò allora l'ambasciatore turco per chiarimenti ma decise di umiliarlo dichiarando, a telecamere accese, "fate attenzione che sia seduto su una sedia piu' bassa, che ci sia solo una bandiera israeliana sul tavolo e che nessuno dei nostri sorrida". La reazione di Ankara non si fece attendere: intervenne il presidente della Repubblica Abdullah Gul in persona minacciando il ritiro dell'ambasciatore se non fossero arrivate scuse ufficiali.
Le scuse arrivarono e il 17 gennaio il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, si recò ad Ankara, definì il comportamento di Ayalon "un errore" e chiese al suo omologo turco Vecdi Gonul di lasciarsi alle spalle le tensioni degli ultimi mesi. Tutto inutile: appena qualche giorno più tardi la stampa israeliana riportò un rapporto sulle relazioni turco-israeliane preparato dal ministero degli Esteri israeliano, in cui si accusa Erdogan di "incitare e incoraggiare indirettamente" l'antisemitismo, mentre un nuovo duro attacco a Erdogan è arrivato due giorni fa dallo stesso ministro degli Esteri Lieberman secondo il quale che il premier turco sta lentamente diventando un Gheddafi o un Hugo Chavez.Oggi la replica di Erdogan che ancora una volta ha scelto una ribalta internazionale per attaccare Israele. Inutile dire che a Tel Aviv non l'hanno presa bene: il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha replicato infatti deplorando quelli che ha definito i ripetuti "attacchi" da parte della Turchia.
In un'intervista a Gigi Riva sull'Espresso di questa settimana, il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, butta acqua sul fuoco e dice più o meno che con Israele i problemi ci sono ma se c'è anche buona volontà una soluzione si trova. La questione però è assai complessa e non può essere separata dalla situazione generale del Medio Oriente. Sullo sfondo c'è anche il controverso dossier nucleare iraniano. Ankara, che con Teheran ha stretti legami economici, soprattutto nel settore dell'energia, sostiene il diritto della Repubblica islamica a dotarsi del nucleare a fini civili (ma non militari, ha detto Davutoglu all'Espresso) e chiede una soluzione diplomatica alla crisi in corso. Per Israele, invece, Teheran rappresenta una minaccia alla sua stessa esistenza, contro cui sono necessarie nuove e più dure sanzioni internazionali e l'ipotesi di un intervento militare non può essere esclusa. Se poi vogliamo allargare ancora di più il campo, estendiamo l'orizzonte fino al Caucaso, il che mette in gioco i rapporti tra Turchia e Russia (non molto propensa a penalizzare Teheran), e non dimentichiamo i rapporti economici tra Ankara e Pechino (contraria alle sanzioni contro l'Iran). Mettiamoci pure la questione dei gasdotti e come si vede la vicenda delle relazioni turco-israeliane può essere inserita in un più ampio e assai complicato puzzle. Metterlo insieme è tutt'altro che facile e il rischio che qualcuno rovesci il tavolo per niente remoto.
Per molto tempo la Turchia è stata per Israele l'alleato chiave nella regione, e nel 2008 Ankara, grazie ai suoi ritrovati buoni rapporti con la Siria, si spese in una mediazione indiretta tra Tel Aviv e Damasco per trovare una soluzione alla questione del Golan. Solo poche ore prima del lancio dell'operazione "Piombo fuso", il 27 dicembre, Erdogan aveva concordato al telefono con l'allora premier israeliano Olmert un nuovo round di colloqui indiretti, ma quando le armi israeliane cominciariono a colpire duramente la Striscia di Gaza, Erdogan andò su tutte le furie per non esserne stato informato e i negoziati con la Siria non sono stati più ripresi. Un mese dopo Erdogan ebbe l'occasione di manifestare la sua rabbia al summit internazionale di Davos nel corso di un acceso dibattito con il presidente israeliano Shimon Peres che il premier turco abbandonò platealmente con il pretesto di non aver potuto replicare ad un'invettiva rivoltagli da Peres. Al suo rientro ad Ankara, fu accolto come un eroe dai suoi concittadini. Da quel momento le relazioni turco-israeliane hanno continuato a peggiorare con ripetuti scambi di invettive e reciproci sgarbi politico-diplomatici.
Il 24 novembre il ministro israeliano dell'Industria, Benjamin Ben-Eliezer, cercò di stemperare la tensione con una visita ufficiale in Turchia, ma lo scontro è riesploso lo scorso gennaio quando la tv di stato turca ha mandato in onda una fiction in cui i militari israeliani venivano rappresentati come sanguinari assassini di donne e bambini. Il vice ministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, convocò allora l'ambasciatore turco per chiarimenti ma decise di umiliarlo dichiarando, a telecamere accese, "fate attenzione che sia seduto su una sedia piu' bassa, che ci sia solo una bandiera israeliana sul tavolo e che nessuno dei nostri sorrida". La reazione di Ankara non si fece attendere: intervenne il presidente della Repubblica Abdullah Gul in persona minacciando il ritiro dell'ambasciatore se non fossero arrivate scuse ufficiali.
Le scuse arrivarono e il 17 gennaio il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, si recò ad Ankara, definì il comportamento di Ayalon "un errore" e chiese al suo omologo turco Vecdi Gonul di lasciarsi alle spalle le tensioni degli ultimi mesi. Tutto inutile: appena qualche giorno più tardi la stampa israeliana riportò un rapporto sulle relazioni turco-israeliane preparato dal ministero degli Esteri israeliano, in cui si accusa Erdogan di "incitare e incoraggiare indirettamente" l'antisemitismo, mentre un nuovo duro attacco a Erdogan è arrivato due giorni fa dallo stesso ministro degli Esteri Lieberman secondo il quale che il premier turco sta lentamente diventando un Gheddafi o un Hugo Chavez.Oggi la replica di Erdogan che ancora una volta ha scelto una ribalta internazionale per attaccare Israele. Inutile dire che a Tel Aviv non l'hanno presa bene: il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha replicato infatti deplorando quelli che ha definito i ripetuti "attacchi" da parte della Turchia.
In un'intervista a Gigi Riva sull'Espresso di questa settimana, il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, butta acqua sul fuoco e dice più o meno che con Israele i problemi ci sono ma se c'è anche buona volontà una soluzione si trova. La questione però è assai complessa e non può essere separata dalla situazione generale del Medio Oriente. Sullo sfondo c'è anche il controverso dossier nucleare iraniano. Ankara, che con Teheran ha stretti legami economici, soprattutto nel settore dell'energia, sostiene il diritto della Repubblica islamica a dotarsi del nucleare a fini civili (ma non militari, ha detto Davutoglu all'Espresso) e chiede una soluzione diplomatica alla crisi in corso. Per Israele, invece, Teheran rappresenta una minaccia alla sua stessa esistenza, contro cui sono necessarie nuove e più dure sanzioni internazionali e l'ipotesi di un intervento militare non può essere esclusa. Se poi vogliamo allargare ancora di più il campo, estendiamo l'orizzonte fino al Caucaso, il che mette in gioco i rapporti tra Turchia e Russia (non molto propensa a penalizzare Teheran), e non dimentichiamo i rapporti economici tra Ankara e Pechino (contraria alle sanzioni contro l'Iran). Mettiamoci pure la questione dei gasdotti e come si vede la vicenda delle relazioni turco-israeliane può essere inserita in un più ampio e assai complicato puzzle. Metterlo insieme è tutt'altro che facile e il rischio che qualcuno rovesci il tavolo per niente remoto.
martedì 6 aprile 2010
SREBRENICA? SOLO UNA VENDETTA
Tra i non molti articoli apparsi sui quotidiani italiani a proposito della risoluzione sul massacro di Srebrenica approvata la scorsa settimana dal parlamento serbo, c'era anche quello del Manifesto siglato "t.d.f." che immagino sia Tommaso di Francesco. Si segnala che la risoluzione è stata votata solo da Democratici e Socialisti, "entrambi più che mai legati all'Occidedente e desiderosi di portare la Serbia nell'Ue", e si sottolinea come sia il documento approvato, sia "la collaborazione ora reale per l'arresto del ricercato generale Ratko Mladic erano e sono 'la' condizione perché l'Europa apra le sue porte". Fin qui niente da dire, a parte il giudizio negativo che sembra di leggere tra le righe sulle aspirazioni europee dell'attuale maggioranza governativa.
Ciò che mi pare più meritevole di attenzione è quanto si legge poco più avanti. Scrive Di Francesco: "Quello che non viene mai raccontato dai media occidentali è che a Srebrenica si consumò una sanguinosa vendetta per i crimini commessi prima contro i civili serbi dalle milizie musulmano-bosniache (arrivavano già i mujaheddin dall'Afghanistan e dai paesi islamici). Tra il maggio 1992 e il gennaio 1993 infatti unità musulmano bosniache, guidate dal comandante Naser Oric - inquisito per crimini di guerra all'Aja e incredibilmente assolto - attaccarono i villaggi serbi dell'area di Bratunac e Kravica, uccidendo migliaia di donne, anziani, bambini. Srebrenica, zona protetta dall'Onu e quindi disarmata, funzionava invece come base delle imprese militari delle truppe di Sarajevo la cui presidenza, con Izetbegovic, pensò bene di abbandonarla al suo destino".
Dunque, se capisco bene, Srebrenica non fu un efferato crimine contro l'umanità, come i media "occidentali" continuano a far credere, ma una "sanguinosa vendetta", una rappresaglia, per dirla in altri termini, sanguinosa certo ma provocata dai crimini compiuti dai bosgnacchi. Sarei curioso di sapere se Di Francesco sarebbe disposto ad applicare questa tesi anche alle stragi naziste compiute in Italia in risposta alle azioni dei partigiani. Perché quello sostenevano gli autori di quegli eccidi. Che più o meno è la stessa giustificazione che viene tirata in ballo a proposito delle foibe. Ma restando alle guerre jugoslave degli anni '90 potremmo parlare del Kosovo. Di Francesco sul Manifesto non perde occasione per ricordare l'efferatezza dei bombardamenti Nato sulla Serbia. Ma non era anche questo un intervento in risposta ai crimini che militari e paramilitari serbi compivano contro gli albanesi? Forse no, forse anche questa era una macchinazione degli occidentali e le "Tigri di Arkan" erano solo un gruppo di boy-scout al campeggio.
Ciò che mi pare più meritevole di attenzione è quanto si legge poco più avanti. Scrive Di Francesco: "Quello che non viene mai raccontato dai media occidentali è che a Srebrenica si consumò una sanguinosa vendetta per i crimini commessi prima contro i civili serbi dalle milizie musulmano-bosniache (arrivavano già i mujaheddin dall'Afghanistan e dai paesi islamici). Tra il maggio 1992 e il gennaio 1993 infatti unità musulmano bosniache, guidate dal comandante Naser Oric - inquisito per crimini di guerra all'Aja e incredibilmente assolto - attaccarono i villaggi serbi dell'area di Bratunac e Kravica, uccidendo migliaia di donne, anziani, bambini. Srebrenica, zona protetta dall'Onu e quindi disarmata, funzionava invece come base delle imprese militari delle truppe di Sarajevo la cui presidenza, con Izetbegovic, pensò bene di abbandonarla al suo destino".
Dunque, se capisco bene, Srebrenica non fu un efferato crimine contro l'umanità, come i media "occidentali" continuano a far credere, ma una "sanguinosa vendetta", una rappresaglia, per dirla in altri termini, sanguinosa certo ma provocata dai crimini compiuti dai bosgnacchi. Sarei curioso di sapere se Di Francesco sarebbe disposto ad applicare questa tesi anche alle stragi naziste compiute in Italia in risposta alle azioni dei partigiani. Perché quello sostenevano gli autori di quegli eccidi. Che più o meno è la stessa giustificazione che viene tirata in ballo a proposito delle foibe. Ma restando alle guerre jugoslave degli anni '90 potremmo parlare del Kosovo. Di Francesco sul Manifesto non perde occasione per ricordare l'efferatezza dei bombardamenti Nato sulla Serbia. Ma non era anche questo un intervento in risposta ai crimini che militari e paramilitari serbi compivano contro gli albanesi? Forse no, forse anche questa era una macchinazione degli occidentali e le "Tigri di Arkan" erano solo un gruppo di boy-scout al campeggio.
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