Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda a Radio Radicale il 25 gennaio
Albania
La situazione economica del paese è uno dei principali terreni di scontro tra la maggioranza di centri-sinistra che sostiene il governo di Edi Rama e l'opposizione guidata dal sindaco di Tirana, Lluzim Basha, leader del Partito Democratico.
Cooperazione multilaterale
Il vertice tra i ministri degli Esteri di Italia, Albania e Serbia che si è svolto a Roma nei giorni scorsi.
Kosovo
Le relazioni e la cooperazione bilaterale con l'Italia al centro dell'incontro tra la presidente kosovara Atifete Jahjaga e la presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini.
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lunedì 26 gennaio 2015
domenica 25 gennaio 2015
PASSAGGIO IN ONDA
E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 25 gennaio 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
La puntata odierna si apre con le parole di Primo Levi in occasione del "Giorno della memoria" della Shoah per non dimenticare che quella tragedia è pronta a materializzarsi di nuovo, seppure non in quelle dimensioni, nell'intolleranza e nel razzismo che si manifestano nella nostra società contemporanea.
Gli argomenti della trasmissione
Europa: la crisi economica favorisce e alimenta i nazionalismi; le considerazioni dell'ex ministro degli Esteri tedesco Joshcka Fischer in un articolo pubblicato dalla Suddeutsche Zeitung.
Energia: l'Unione Europea avrebbe bisogno di un mercato unico dell'energia ma deve vedersela con il nazionalismo dei Paesi fornitori, come la Russia, e anche con quello di alcuni Paesi membri.
Albania: la situazione economica è uno dei principali terreni di scontro tra il governo di centro-sinistra di Edi Rama e l'opposizione guidata dal sindaco di Tirana Llulzim Basha
Italia-Balcani: le relazioni trilaterali tra Roma, Tirana e Belgrado in un vertice alla Farnesina tra i rispettivi ministri degli Esteri
Kosovo: la cooperazione bilaterale con l'Italia in un incontro tra la presidente Atifete Jahjaga e la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini.
Infine si parla di libertà di stampa, diritto all'informazione dei cittadini e tutela dei giornalisti, temi divenuti di stretta attualità dopo la strage di Charlie Hebdo: mercoledì 28, con un seminario al Parlamento europeo si conclude il progetto europeo "Safety Net for Europea Journalist" promosso e coordinato da Osservatorio Balcani e Caucaso. Se ne parla con un'intervista a Luka Zanoni direttore della testata giornalistica di Obc.
La puntata, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Sommario della puntata
La puntata odierna si apre con le parole di Primo Levi in occasione del "Giorno della memoria" della Shoah per non dimenticare che quella tragedia è pronta a materializzarsi di nuovo, seppure non in quelle dimensioni, nell'intolleranza e nel razzismo che si manifestano nella nostra società contemporanea.
Gli argomenti della trasmissione
Europa: la crisi economica favorisce e alimenta i nazionalismi; le considerazioni dell'ex ministro degli Esteri tedesco Joshcka Fischer in un articolo pubblicato dalla Suddeutsche Zeitung.
Energia: l'Unione Europea avrebbe bisogno di un mercato unico dell'energia ma deve vedersela con il nazionalismo dei Paesi fornitori, come la Russia, e anche con quello di alcuni Paesi membri.
Albania: la situazione economica è uno dei principali terreni di scontro tra il governo di centro-sinistra di Edi Rama e l'opposizione guidata dal sindaco di Tirana Llulzim Basha
Italia-Balcani: le relazioni trilaterali tra Roma, Tirana e Belgrado in un vertice alla Farnesina tra i rispettivi ministri degli Esteri
Kosovo: la cooperazione bilaterale con l'Italia in un incontro tra la presidente Atifete Jahjaga e la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini.
Infine si parla di libertà di stampa, diritto all'informazione dei cittadini e tutela dei giornalisti, temi divenuti di stretta attualità dopo la strage di Charlie Hebdo: mercoledì 28, con un seminario al Parlamento europeo si conclude il progetto europeo "Safety Net for Europea Journalist" promosso e coordinato da Osservatorio Balcani e Caucaso. Se ne parla con un'intervista a Luka Zanoni direttore della testata giornalistica di Obc.
La puntata, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui
martedì 20 gennaio 2015
LE GRECIA, L'EUROPA E LA DEMOCRAZIA
Ecco perché un radicale liberista si augura la vittoria di Tsipras
di Marco Cappato, Consigliere del Gruppo Radicale federalista europeo al Comune di Milano, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
Il Manifesto - 20 gennaio 2015
L'eventuale successo di Tsipras sarebbe (a titolo personalissimo) una buona notizia anche per me, radicale e liberista, perché segnalerebbe l’esigenza di democratizzazione federalista della politica economica europea e rappresenterebbe una speranza persino per obiettivi antistatalisti e liberali estranei a Tsipras.
Prima il metodo: la “governance” economica europea non è “governo” perché è il risultato di una selva di trattati tecnicamente complicatissimi cresciuti attorno al fiscal compact e sottratti ad un processo democratico. Non vale obiettare che la responsabilità è comunque di governi democratici, perché il filtro della governance è opaco e tecnicistico al punto da non tollerare interazione con l’opinione pubblica. Una vittoria di Tsipras impedirebbe ai protagonisti della governance europea di operare prescindendo dall’opinione pubblica di un paese europeo che raccoglie ampi riscontri anche in altri paesi. I Greci possono avere torto, ma l’ostilità contro Bruxelles e Berlino è problema europeo prima che greco. La democratizzazione federalista delle politiche economiche europee è obiettivo non più rinviabile, e il semplice fatto che Tsipras sia favorito sta obbligando l’Unione europea (e la Germania nell’Ue) a trattare la questione più seriamente, a partire dalle trattative sull’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea.
Se vince Tsipras, infatti, la linea Draghi esce rafforzata nella richiesta di riforme istituzionali nella direzione federalista, per trasformare l’acquisto di debito pubblico da misura d’emergenza a soluzione strutturale di governo europeo dei debiti sovrani; si rafforza la proposta di Michel Rocard che la Banca centrale europea possa prestare direttamente a tasso zero ai paesi in avanzo primario, attivando il ciclo virtuoso della diminuzione del costo del debito.
Solo così esiste una speranza di arrivare a ridurre gradualmente debiti consistenti, magari riuscendo, paradossalmente, ad evitare ciò che Tsipras propone: la ristrutturazione dei debiti nazionali, che potrebbe comunque essere necessaria in paesi come l’Italia, come lo è stata per la Grecia (ma la Germania è riuscita a scaricare il costo sul fondo monetario internazionale invece che sulla banche tedesche) o come lo fu nel ’53 per la Germania, quando la comunità internazionale evitò di ripetere l’errore dell’umiliazione del debito che dopo la prima guerra mondiale spianò la strada al nazismo.
Passando dal metodo al merito, la speranza “liberista” in Tsipras è certamente meno scontata, ma è fondata. Finché un paese come il nostro è soffocato dagli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico, l’ostacolo a politiche liberali è immenso perché l’effetto delle riforme finirebbe inghiottito dal pozzo senza fondo del debito e degli interessi, come accaduto per le riforme delle pensioni o per le privatizzazioni. Schiacciati dal debito, non rimane spazio per ricentrare la spesa dall’assistenzialismo al welfare, per disinvestire da aziende partecipate inefficienti e investire nella conversione ecologica e contro il dissesto idrogeologico. La popolarità di una rivoluzione liberale, ancora necessaria, era forte negli anni ’90 ma, dopo il boicottaggio anti-costituzionale dei referendum radicali, è oggi indebolita sia da 20 anni di promesse non mantenute da parte di chi ha usato i vessilli liberali per svendere privilegi monopolistici, sia dalla sensazione che ogni “sacrificio” sia vano di fronte ai vincoli di debito e deficit. Non è un caso se due economisti liberisti come Alesina e Giavazzi propongono di passare per lo sfondamento del vincolo del 3% del rapporto tra deficit e debito pubblico per realizzare riforme pur molto diverse o opposte da quelle di Tsipras.
Conoscendo gli epigoni italiani di Tsipras, dove la “sua” lista è servita da scialuppa di salvataggio per gli spezzoni della sinistra conservatrice italiota, c’è certamente il rischio che sia usato o si lasci usare per riproporre soluzioni stataliste, corporativiste e di difesa di ciò che rimane dell’iniquo welfare dei garantiti (che sono sempre di meno) contro gli ultimi (che sono sempre di più). Il rischio c’è, ma è meglio correrlo, perché l’alternativa è la certezza depressiva e antidemocratica della “governance” europea. Una boccata di ossigeno federalista europeo, e magari persino liberale, può essere una delle conseguenze della eventuale vittoria di Tsipras.
di Marco Cappato, Consigliere del Gruppo Radicale federalista europeo al Comune di Milano, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
Il Manifesto - 20 gennaio 2015
L'eventuale successo di Tsipras sarebbe (a titolo personalissimo) una buona notizia anche per me, radicale e liberista, perché segnalerebbe l’esigenza di democratizzazione federalista della politica economica europea e rappresenterebbe una speranza persino per obiettivi antistatalisti e liberali estranei a Tsipras.
Prima il metodo: la “governance” economica europea non è “governo” perché è il risultato di una selva di trattati tecnicamente complicatissimi cresciuti attorno al fiscal compact e sottratti ad un processo democratico. Non vale obiettare che la responsabilità è comunque di governi democratici, perché il filtro della governance è opaco e tecnicistico al punto da non tollerare interazione con l’opinione pubblica. Una vittoria di Tsipras impedirebbe ai protagonisti della governance europea di operare prescindendo dall’opinione pubblica di un paese europeo che raccoglie ampi riscontri anche in altri paesi. I Greci possono avere torto, ma l’ostilità contro Bruxelles e Berlino è problema europeo prima che greco. La democratizzazione federalista delle politiche economiche europee è obiettivo non più rinviabile, e il semplice fatto che Tsipras sia favorito sta obbligando l’Unione europea (e la Germania nell’Ue) a trattare la questione più seriamente, a partire dalle trattative sull’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea.
Se vince Tsipras, infatti, la linea Draghi esce rafforzata nella richiesta di riforme istituzionali nella direzione federalista, per trasformare l’acquisto di debito pubblico da misura d’emergenza a soluzione strutturale di governo europeo dei debiti sovrani; si rafforza la proposta di Michel Rocard che la Banca centrale europea possa prestare direttamente a tasso zero ai paesi in avanzo primario, attivando il ciclo virtuoso della diminuzione del costo del debito.
Solo così esiste una speranza di arrivare a ridurre gradualmente debiti consistenti, magari riuscendo, paradossalmente, ad evitare ciò che Tsipras propone: la ristrutturazione dei debiti nazionali, che potrebbe comunque essere necessaria in paesi come l’Italia, come lo è stata per la Grecia (ma la Germania è riuscita a scaricare il costo sul fondo monetario internazionale invece che sulla banche tedesche) o come lo fu nel ’53 per la Germania, quando la comunità internazionale evitò di ripetere l’errore dell’umiliazione del debito che dopo la prima guerra mondiale spianò la strada al nazismo.
Passando dal metodo al merito, la speranza “liberista” in Tsipras è certamente meno scontata, ma è fondata. Finché un paese come il nostro è soffocato dagli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico, l’ostacolo a politiche liberali è immenso perché l’effetto delle riforme finirebbe inghiottito dal pozzo senza fondo del debito e degli interessi, come accaduto per le riforme delle pensioni o per le privatizzazioni. Schiacciati dal debito, non rimane spazio per ricentrare la spesa dall’assistenzialismo al welfare, per disinvestire da aziende partecipate inefficienti e investire nella conversione ecologica e contro il dissesto idrogeologico. La popolarità di una rivoluzione liberale, ancora necessaria, era forte negli anni ’90 ma, dopo il boicottaggio anti-costituzionale dei referendum radicali, è oggi indebolita sia da 20 anni di promesse non mantenute da parte di chi ha usato i vessilli liberali per svendere privilegi monopolistici, sia dalla sensazione che ogni “sacrificio” sia vano di fronte ai vincoli di debito e deficit. Non è un caso se due economisti liberisti come Alesina e Giavazzi propongono di passare per lo sfondamento del vincolo del 3% del rapporto tra deficit e debito pubblico per realizzare riforme pur molto diverse o opposte da quelle di Tsipras.
Conoscendo gli epigoni italiani di Tsipras, dove la “sua” lista è servita da scialuppa di salvataggio per gli spezzoni della sinistra conservatrice italiota, c’è certamente il rischio che sia usato o si lasci usare per riproporre soluzioni stataliste, corporativiste e di difesa di ciò che rimane dell’iniquo welfare dei garantiti (che sono sempre di meno) contro gli ultimi (che sono sempre di più). Il rischio c’è, ma è meglio correrlo, perché l’alternativa è la certezza depressiva e antidemocratica della “governance” europea. Una boccata di ossigeno federalista europeo, e magari persino liberale, può essere una delle conseguenze della eventuale vittoria di Tsipras.
lunedì 22 dicembre 2014
LA CINA CERCA AFFARI NELL'EUROPA CENTRO E SUDORIENTALE
Di Marina Szikora
La Cina sta preparando per l'Europa centro-orientale dieci miliardi di euro. Cosi' i media croati in apertura del vertice dei capi di governo cinese e quelli dell'Europa centro-orientale ospitato questa settimana a Belgrado. Martedi', un giorno prima del summit dei capi di governo e delle delegazioni di 16 paesi dell'Europa centrale ed orientale (CEEC), e' arrivato il premier cinese Li Keqiang, accolto a Belgrado dal premier serbo Aleksandar Vucic. In vista del vertice, il premier cinese ha dichiarato per il giornale di Belgrado 'Politika' che la collaborazione della Cina con i paesi dell'Europa centrale ed orientale e quindi la riunione annuale dei capi di governo “rappresenta il maggiore motore e il piu' affidabile appoggio”. Il premier cinese ha sottolineato che per l'appoggio alle ditte nella regione e' prevista una linea di credito di dieci miliardi di dollari ed ha espresso aspettative che il commercio tra la Cina e questa parte d'Europa entro quest'anno per la prima volta oltrepassera' 60 miliardi di dollari. Il premier cinese ha valutato che “l'economia Cinese e quelle dei 16 paesi del CEE sono molto complementari”. Li Kequiang ha indicato i settori in cui e' possibile il miglioramento della collaborazione. CEEC ha l'industria, scienza, tecnologia, educazione e risorse umane. La Cina ha un buon sistema industriale, un settore di produzione economico e solide riserve di valuta il che potrebbe soddisfare le richieste dei paesi CEE per l'infrastruttura, commercio e investimenti.
L'arrivo di Li Keqiang a Belgrado e' la prima visita di un capo di governo cinese nella capitale serba dopo 28 anni e va rilevato che Belgrado da giorni si preparava per la visita dell'alto ospite cinese. Per l'evento sono stati registrati circa 1.100 giornalisti e fotoreporter di 110 testate nazionali ed internazionali. In parallelo con la riunione dei capi di governo si e' svolto il forum economico-commerciale il quale ha riunito le delegazioni dei settori in questione. Si e' discusso in tre pannel: quello sull'infrastruttura – relativo all'energetica, traffico ed infrastruttura, quello economico – relativo all'industria, tecnologie e agricoltura e infine il pannel commerciale-turistico. La delegazione croata, come si e' annunciato precedentemente, dovuto all'inasprimento delle relazioni tra Serbia e Croazia per motivi del caso Seselj, non e' stata guidata dal suo premier, Zoran Milanovic bensi' dalla vicepresidente del governo e ministro degli esteri, Vesna Pusic. Sul premier cinese, Li Keqiang, il quotidiano croato 'Jutarnji list' ha rilevato il fatto che si tratta del politico che appartiene alla generazione di politici cinesi che sono arrivati al potere nel 2013. Laureato in legge e con un dottorato in scienze economiche, a 43 anni fu eletto governatore della provincia Henan e cosi' e' diventato il piu' giovane capo di una regione in Cina. Trasformo' la provincia povera in un risorgimento economico e la fece attrattiva per gli investimenti. Nel 2008 divento' vicepremier incaricato per lo sviluppo economico, finanze e macroeconomia. Dal marzo 2013 e' presidente del governo cinese.
Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 21 dicembre a Radio Radicale
La Cina sta preparando per l'Europa centro-orientale dieci miliardi di euro. Cosi' i media croati in apertura del vertice dei capi di governo cinese e quelli dell'Europa centro-orientale ospitato questa settimana a Belgrado. Martedi', un giorno prima del summit dei capi di governo e delle delegazioni di 16 paesi dell'Europa centrale ed orientale (CEEC), e' arrivato il premier cinese Li Keqiang, accolto a Belgrado dal premier serbo Aleksandar Vucic. In vista del vertice, il premier cinese ha dichiarato per il giornale di Belgrado 'Politika' che la collaborazione della Cina con i paesi dell'Europa centrale ed orientale e quindi la riunione annuale dei capi di governo “rappresenta il maggiore motore e il piu' affidabile appoggio”. Il premier cinese ha sottolineato che per l'appoggio alle ditte nella regione e' prevista una linea di credito di dieci miliardi di dollari ed ha espresso aspettative che il commercio tra la Cina e questa parte d'Europa entro quest'anno per la prima volta oltrepassera' 60 miliardi di dollari. Il premier cinese ha valutato che “l'economia Cinese e quelle dei 16 paesi del CEE sono molto complementari”. Li Kequiang ha indicato i settori in cui e' possibile il miglioramento della collaborazione. CEEC ha l'industria, scienza, tecnologia, educazione e risorse umane. La Cina ha un buon sistema industriale, un settore di produzione economico e solide riserve di valuta il che potrebbe soddisfare le richieste dei paesi CEE per l'infrastruttura, commercio e investimenti.
L'arrivo di Li Keqiang a Belgrado e' la prima visita di un capo di governo cinese nella capitale serba dopo 28 anni e va rilevato che Belgrado da giorni si preparava per la visita dell'alto ospite cinese. Per l'evento sono stati registrati circa 1.100 giornalisti e fotoreporter di 110 testate nazionali ed internazionali. In parallelo con la riunione dei capi di governo si e' svolto il forum economico-commerciale il quale ha riunito le delegazioni dei settori in questione. Si e' discusso in tre pannel: quello sull'infrastruttura – relativo all'energetica, traffico ed infrastruttura, quello economico – relativo all'industria, tecnologie e agricoltura e infine il pannel commerciale-turistico. La delegazione croata, come si e' annunciato precedentemente, dovuto all'inasprimento delle relazioni tra Serbia e Croazia per motivi del caso Seselj, non e' stata guidata dal suo premier, Zoran Milanovic bensi' dalla vicepresidente del governo e ministro degli esteri, Vesna Pusic. Sul premier cinese, Li Keqiang, il quotidiano croato 'Jutarnji list' ha rilevato il fatto che si tratta del politico che appartiene alla generazione di politici cinesi che sono arrivati al potere nel 2013. Laureato in legge e con un dottorato in scienze economiche, a 43 anni fu eletto governatore della provincia Henan e cosi' e' diventato il piu' giovane capo di una regione in Cina. Trasformo' la provincia povera in un risorgimento economico e la fece attrattiva per gli investimenti. Nel 2008 divento' vicepremier incaricato per lo sviluppo economico, finanze e macroeconomia. Dal marzo 2013 e' presidente del governo cinese.
Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 21 dicembre a Radio Radicale
lunedì 10 novembre 2014
CROAZIA: LE PREVISIONI ECONOMICHE NEGATIVE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
Di Marina Szikora
Con il titolo “La Croazia, il nuovissimo stato membro non trova un facile approccio alla prosperita'” la Reuters britannica descrive l'attuale situazione del 28-esimo stato membro dell'Ue. Mentre a mezzogiorno e' impressionante il mercato centrale nella capitale pittoresca croata con i suoi colori, suoni e profumi, scrive il giornalista della Reuters, nel pomeriggio, quando i mercanti richiudono le loro bancarelle, il piu' giovane stato membro dell'Ue dimostra anche l'altro lato: i poveri iniziano a raccogliere la frutta e la verdura gettata per terra. “Lo vedo sempre di piu'” afferma una fruttivendola e aggiunge che e' ancora piu' triste il fatto che non si tratta soltanto di pensionati che lo fanno e i senzatetto, adesso lo fanno anche le persone giovani”. La Croazia non ha goduto nulla del grande boom che potevano godere i paesi della classe 2004-10, maggiormente ex paesi comunistici e paesi dell'Europa dell'Est i quali aderirono all'Ue dieci anni fa quando ancora l'economia mondiale fioriva, scrive la Reuters e aggiunge che la Croazia ha mancato a questo punto di partenza soprattutto a causa di un potere autoritario che aveva afferrato Zagabria poco prima dell'inizio delle guerre le quali portarono poi alla dissoluzione della Jugoslavia. Nel frattempo la Croazia ha riguadagnato il credito democratico, ma ha dovuto combattere per cambiare i mercati perduti e ha dovuto rinunciare ai suoi cantieri navali sovvenzionati per poter soddisfare i criteri dell' adesione all'Ue. La poverta' non e' inconsueta nelle vicinanze balcaniche della Croazia, osserva la Reuters, oppure nelle tasche dei ricchi paesi Occidentali dell'Ue sei anni dopo l'inizio della crisi finanziaria globale.
Con il titolo “La Croazia, il nuovissimo stato membro non trova un facile approccio alla prosperita'” la Reuters britannica descrive l'attuale situazione del 28-esimo stato membro dell'Ue. Mentre a mezzogiorno e' impressionante il mercato centrale nella capitale pittoresca croata con i suoi colori, suoni e profumi, scrive il giornalista della Reuters, nel pomeriggio, quando i mercanti richiudono le loro bancarelle, il piu' giovane stato membro dell'Ue dimostra anche l'altro lato: i poveri iniziano a raccogliere la frutta e la verdura gettata per terra. “Lo vedo sempre di piu'” afferma una fruttivendola e aggiunge che e' ancora piu' triste il fatto che non si tratta soltanto di pensionati che lo fanno e i senzatetto, adesso lo fanno anche le persone giovani”. La Croazia non ha goduto nulla del grande boom che potevano godere i paesi della classe 2004-10, maggiormente ex paesi comunistici e paesi dell'Europa dell'Est i quali aderirono all'Ue dieci anni fa quando ancora l'economia mondiale fioriva, scrive la Reuters e aggiunge che la Croazia ha mancato a questo punto di partenza soprattutto a causa di un potere autoritario che aveva afferrato Zagabria poco prima dell'inizio delle guerre le quali portarono poi alla dissoluzione della Jugoslavia. Nel frattempo la Croazia ha riguadagnato il credito democratico, ma ha dovuto combattere per cambiare i mercati perduti e ha dovuto rinunciare ai suoi cantieri navali sovvenzionati per poter soddisfare i criteri dell' adesione all'Ue. La poverta' non e' inconsueta nelle vicinanze balcaniche della Croazia, osserva la Reuters, oppure nelle tasche dei ricchi paesi Occidentali dell'Ue sei anni dopo l'inizio della crisi finanziaria globale.
lunedì 3 novembre 2014
CROAZIA: IL PRESIDENTE IVO JOSIPOVIC INTERVISTATO DAL FINANCIAL TIMES
Di Marina Szikora
A due mesi, piu' o meno, dalle elezioni presidenziali in Croazia, di cui la data ufficiale non e' ancora stata decisa, l'attuale presidente Ivo Josipovic rilascia una intervista al giornale britannico, 'The Financial Times'. In questa intervista, il capo dello stato croato si appella ai suoi cittadini di superare la sfiducia che nutrono nei confronti delle riforme. Secondo Josipovic, proprio la sfiducia verso il capitalismo che e' diffusa nella societa' croata e' una delle ragioni per cui nessun governo croato finora non ha voluto attuare le riforme necessarie per poter modernizzare l'economia e sanare le finanze pubbliche. Josipovic afferma che nessuno dei governi croati e' riuscito ad attuare le riforme economiche indispensabili per attirare gli investimenti stranieri, creare nuovi posti di lavoro e tirare il Paese fuori dalla recessione che potrebbe prolungarsi anche nel 2015, il che sarebbe il settimo anno consecutivo, avverte il presidente croato.
Come membro del Partito Socialdemocratico, ricorda il 'Financial Times', Ivo Josipovic fu eletto presidente nel 2010 sulla piattaforma che si occupava di ingiustizia sociale, corruzione e criminalita' organizzata. “Il piu' grande ostacolo alle riforme sta nelle nostre teste” afferma Josipovic e aggiunge che quando arriva qualcuno in veste di importante investitore, la societa' reagisce dicendo: “arriva per poter guadagnare e noi questo non lo possiamo permettere”. Si tratta molto probabilmente di una eredita' del sistema precedente, del socialismo, e' dell'opinione il presidente croato e punta sul periodo tra il 1945 e il 1990 quando la Croazia faceva parte della Jugoslavia comunista. Un tale approccio e' visibile nei media e tra i politici. E' diffusa la paura di investitori e di imprenditori. Adesso pero' abbiamo una nuova legislazione che incoraggia gli investimenti, ma questo non e' sufficiente, spiega Josipovic. Per quanto riguarda misure difficili, quali ad esempio un ipotetico programma di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale, Josipovic afferma che in tal caso si dovrebbe pensare alla stabilita' della societa' e relazioni oneste nella societa'. “Spero che con noi non si comporterebbero come con la Grecia” dice il presidente.
La Croazia e' simile alla Grecia, che nel 2010 doveva essere salvata dall'Ue e dal FMI in cambio di severe misure di risparmio e di riforme dell'amministrazione ed economia statali, appesantita da un costoso e affollato settore pubblico, disciplina di bilancio insufficiente e debole concorrenza, osserva il Financial Times e aggiunge che il BDP di questo paese dal 2008 e' calato del quasi 13 per cento mentre la disoccupazione nello scorso settembre era del 17,7 per cento. Il debito pubblico cresce a picco e l'anno scorso ha raggiunto il 67 per cento del PIL, oltre il doppio rispetto al 2008. Il programma del FMI per la Croazia sarebbe comunque diverso rispetto a quello che si e' adoperato per la Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro, paesi che sono membri della zona euro.
Gli esperti economici dicono che la Croazia, se si decidesse di chiedere aiuti internazionali, aspetterebbe molto probabilmente che prima si svolgessero le elezioni parlamentari previste regolarmente tra un anno. Pensando alle elezioni, Zoran Milanovic, premier socialdemocratico dal 2011, scrive Financial Times, ha promesso a settembre che il suo esecutivo evitera' le misure che sono socialmente penose, come il grande ridimensionamento del numero dei posti di lavoro nel settore pubblico e che proseguira' “per un cammino di riforme piu' lento ma meno traumatico”. Infine, in questo articolo-intervista, si e' fatto riferimento anche alle recenti dichiarazioni del governatore della Banca Centrale Croata, Boris Vujcic il quale ha criticato aspramente la classe politica croata nel suo governamento economico dicendo che nella politica nazionale era prevalso “un obiettivo miope di come guadagnarsi facilmente i voti piuttosto che creare un'economia efficace, aperta e flessibile che porterebbe alla creazione di nuovi posti di lavoro”.
Va detto ancora che il presidente Josipovic ha rilasciato questa intervista al 'Financial Times' subito dopo la sua partecipazione, in quanto relatore introduttivo, alla recentissima conferenza svoltasi a Londra sul futuro dell'energetica. Il capo dello stato croato, in quella occasione, e' stato presentato come la persona che sta realizzando il programma “di lotta contro l'ingiustizia sociale, corruzione e criminalita' organizzata”. Sottolineando che il Presidente non ha una influenza diretta sulla politica economica, il Financial Times scrive che il capo dello stato croato attraverso il suo Ufficio “promuove presso l'opinione pubblica i pregi del mercato libero e degli investimenti internazionali” a fin di superare la paura dell'imprenditoria.
Il teso è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 2 novembre a Radio Radicale
A due mesi, piu' o meno, dalle elezioni presidenziali in Croazia, di cui la data ufficiale non e' ancora stata decisa, l'attuale presidente Ivo Josipovic rilascia una intervista al giornale britannico, 'The Financial Times'. In questa intervista, il capo dello stato croato si appella ai suoi cittadini di superare la sfiducia che nutrono nei confronti delle riforme. Secondo Josipovic, proprio la sfiducia verso il capitalismo che e' diffusa nella societa' croata e' una delle ragioni per cui nessun governo croato finora non ha voluto attuare le riforme necessarie per poter modernizzare l'economia e sanare le finanze pubbliche. Josipovic afferma che nessuno dei governi croati e' riuscito ad attuare le riforme economiche indispensabili per attirare gli investimenti stranieri, creare nuovi posti di lavoro e tirare il Paese fuori dalla recessione che potrebbe prolungarsi anche nel 2015, il che sarebbe il settimo anno consecutivo, avverte il presidente croato.
Come membro del Partito Socialdemocratico, ricorda il 'Financial Times', Ivo Josipovic fu eletto presidente nel 2010 sulla piattaforma che si occupava di ingiustizia sociale, corruzione e criminalita' organizzata. “Il piu' grande ostacolo alle riforme sta nelle nostre teste” afferma Josipovic e aggiunge che quando arriva qualcuno in veste di importante investitore, la societa' reagisce dicendo: “arriva per poter guadagnare e noi questo non lo possiamo permettere”. Si tratta molto probabilmente di una eredita' del sistema precedente, del socialismo, e' dell'opinione il presidente croato e punta sul periodo tra il 1945 e il 1990 quando la Croazia faceva parte della Jugoslavia comunista. Un tale approccio e' visibile nei media e tra i politici. E' diffusa la paura di investitori e di imprenditori. Adesso pero' abbiamo una nuova legislazione che incoraggia gli investimenti, ma questo non e' sufficiente, spiega Josipovic. Per quanto riguarda misure difficili, quali ad esempio un ipotetico programma di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale, Josipovic afferma che in tal caso si dovrebbe pensare alla stabilita' della societa' e relazioni oneste nella societa'. “Spero che con noi non si comporterebbero come con la Grecia” dice il presidente.
La Croazia e' simile alla Grecia, che nel 2010 doveva essere salvata dall'Ue e dal FMI in cambio di severe misure di risparmio e di riforme dell'amministrazione ed economia statali, appesantita da un costoso e affollato settore pubblico, disciplina di bilancio insufficiente e debole concorrenza, osserva il Financial Times e aggiunge che il BDP di questo paese dal 2008 e' calato del quasi 13 per cento mentre la disoccupazione nello scorso settembre era del 17,7 per cento. Il debito pubblico cresce a picco e l'anno scorso ha raggiunto il 67 per cento del PIL, oltre il doppio rispetto al 2008. Il programma del FMI per la Croazia sarebbe comunque diverso rispetto a quello che si e' adoperato per la Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro, paesi che sono membri della zona euro.
Gli esperti economici dicono che la Croazia, se si decidesse di chiedere aiuti internazionali, aspetterebbe molto probabilmente che prima si svolgessero le elezioni parlamentari previste regolarmente tra un anno. Pensando alle elezioni, Zoran Milanovic, premier socialdemocratico dal 2011, scrive Financial Times, ha promesso a settembre che il suo esecutivo evitera' le misure che sono socialmente penose, come il grande ridimensionamento del numero dei posti di lavoro nel settore pubblico e che proseguira' “per un cammino di riforme piu' lento ma meno traumatico”. Infine, in questo articolo-intervista, si e' fatto riferimento anche alle recenti dichiarazioni del governatore della Banca Centrale Croata, Boris Vujcic il quale ha criticato aspramente la classe politica croata nel suo governamento economico dicendo che nella politica nazionale era prevalso “un obiettivo miope di come guadagnarsi facilmente i voti piuttosto che creare un'economia efficace, aperta e flessibile che porterebbe alla creazione di nuovi posti di lavoro”.
Va detto ancora che il presidente Josipovic ha rilasciato questa intervista al 'Financial Times' subito dopo la sua partecipazione, in quanto relatore introduttivo, alla recentissima conferenza svoltasi a Londra sul futuro dell'energetica. Il capo dello stato croato, in quella occasione, e' stato presentato come la persona che sta realizzando il programma “di lotta contro l'ingiustizia sociale, corruzione e criminalita' organizzata”. Sottolineando che il Presidente non ha una influenza diretta sulla politica economica, il Financial Times scrive che il capo dello stato croato attraverso il suo Ufficio “promuove presso l'opinione pubblica i pregi del mercato libero e degli investimenti internazionali” a fin di superare la paura dell'imprenditoria.
Il teso è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 2 novembre a Radio Radicale
sabato 24 maggio 2014
CCBS: UNA STORIA DI SUCCESSO DELL'IMPRENDITORIA ITALIANA IN ALBANIA
Intervista all'ad Luca Busi
La Ccbs è una impresa italiana, imbottigliatrice e distributrice dei prodotti Coca Cola in Albania, che nel 2014 ha festeggiato vent'anni di presenza nel "paese delle aquile". Una sfida imprenditoriale partita in anni in cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo sull'Albania e che nel corso del tempo ha saputo radicarsi e svilupparsi affrontando anche momenti estremamente difficili, come la grave crisi politica ed economica del 1997 che portò il Paese sull'orlo della guerra civile. Quella della Ccbs della famiglia Busi non è il solito caso di delocalizzazione verso un paese con basso costo del lavoro, ma un esempio della capacità dell'imprenditoria italiana di espandersi e di creare impresa e lavoro in un paese dalle grandi potenzialità.
Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale
La Ccbs è una impresa italiana, imbottigliatrice e distributrice dei prodotti Coca Cola in Albania, che nel 2014 ha festeggiato vent'anni di presenza nel "paese delle aquile". Una sfida imprenditoriale partita in anni in cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo sull'Albania e che nel corso del tempo ha saputo radicarsi e svilupparsi affrontando anche momenti estremamente difficili, come la grave crisi politica ed economica del 1997 che portò il Paese sull'orlo della guerra civile. Quella della Ccbs della famiglia Busi non è il solito caso di delocalizzazione verso un paese con basso costo del lavoro, ma un esempio della capacità dell'imprenditoria italiana di espandersi e di creare impresa e lavoro in un paese dalle grandi potenzialità.
Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale
giovedì 1 maggio 2014
LA CROAZIA IN CERCA DELLA RIPRESA ECONOMICA
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| Il primo ministro croato Zoran Milanovic |
In Croazia la priorita’ del governo di Zoran Milanović continua ad essere la ripresa economica per far fronte alla lunga crisi che da anni travolge il neo stato membro dell’Ue. Attualmente, il governo croato ha annunciato nuove misure tese a facilitare investimenti stranieri nel paese. Tra queste misure c’e’ anche l’introduzione di una nuova figura che e’ il commissario per gli investitori. Questo nuovo incarico fa parte del progetto legato alla diplomazia economica e avra’ il compito di attuare contatti diretti con gli investitori interessati e di rimanere costantemente a loro disposizione. In questo senso, e’ previsto che ciascun investitore avra’ il suo commissario a disposizione 24 ore su 24. Le nuove misure del governo sono indirizzate ad attirare gli investitori poiche’, come spiegato dal ministro degli esteri e affari europei Vesna Pusić, “si tratta del fattore piu’ importante per il ripristino della crescita economica della Croazia”. Secondo il premier croato Zoran Milanović, il governo si impegnera’ a rendere piu’ attraente il paese ma non potra’ costringere nessuno a venire ad investire. Il premier ha precisato che verranno esaminate le possibilita’ quali sgravi fiscali e incentivi.
Nell’attuale situazione che abbonda di dissonanze politiche tra i due massimi schieramenti, quello del Partito socialdemocratico, governativo e del maggiore partito di opposizione, l’Unione democratica croata, il presidente croato Ivo Josipović chiama pubblicamente al consenso. “Ritengo che questo e’ il momento e la serieta’ e’ tale almeno in alcune questioni importanti che necessita di consenso” ha detto Josipović indicando che il consenso e’ necessario per quanto riguarda l’ordinamento territoriale, il sistema pensionistico, quello sanitario e forse alcune basi della politica sugli investimenti. Domandato se vede qualche programma politico capace di risolvere i problemi economici, Josipović ha detto che un tale programma deve ancora essere creato perche’ tutti sanno che cos’e’ la soluzione ma non sanno come arrivarci. In questo senso, il Presidente vorrebbe aiutare e ha proposto anche alcune misure. Secondo le sue parole, in tutto e’ visibile la paura di prendere delle decisioni. Le leggi per sollecitare gli investimenti sono buone, ritiene il capo dello stato ma secondo la sua opinione bisogna ancora facilitare le cose e rendere piu’ semplici la prassi.
Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 1° maggio a Radio Radicale
giovedì 6 marzo 2014
"QUI TIRANA": LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA
Gli argomenti della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale
Macedonia
Le elezioni presidenziali del 13 aprile e le ormai più che probabili elezioni politiche anticipate che dovrebbero tenersi in contemporanea.
Albania
La situazione politica e l'accordo tra il governo di Tirana e il Fondo Monetario Internazionale per un piano di assistenza finanziaria da 330 milioni di Euro.
Kosovo
Le elezioni di giugno: il ruolo possibile del partito "Srpska" sostenuto da Belgrado nella parte serba e la nuova formazione politica albanese fondata da Fatmir Limaj e Jakup Krasniqi dopo la lor uscita dal partito del premier Hashim Thaci.
Macedonia
Le elezioni presidenziali del 13 aprile e le ormai più che probabili elezioni politiche anticipate che dovrebbero tenersi in contemporanea.
Albania
La situazione politica e l'accordo tra il governo di Tirana e il Fondo Monetario Internazionale per un piano di assistenza finanziaria da 330 milioni di Euro.
Kosovo
Le elezioni di giugno: il ruolo possibile del partito "Srpska" sostenuto da Belgrado nella parte serba e la nuova formazione politica albanese fondata da Fatmir Limaj e Jakup Krasniqi dopo la lor uscita dal partito del premier Hashim Thaci.
venerdì 7 febbraio 2014
TURCHIA: OLTRE LO SCONTRO ERDOGAN vs. GÜLEN, LA FINE DEL MIRACOLO ECONOMICO?
Il 30 marzo si vota in Turchia per il rinnovo delle amministrazioni locali e in vista di questo importante appuntamento elettorale, il clima politico si fa piuttosto rovente. Dopo l'estate di proteste per Gezi Park a metà dicembre è scoppiato lo scandalo di corrusione che ha provocato un terremoto nel quadro politico e che avviene nell'ambito del durissimo scontro in atto tra Recep Tayyip Erdogan e Fetullah Gülen, il potente capo del movimento cultural-religioso Hizmet che accusa il premier di stare minando il "modello turco" con le sue scelte politiche, sia sul piano interno che su quello internazionale. Ora c'è un ulteriore fattore che potrebbe rimescolare ulteriormente le carte: la possibile fine del miracolo economico vissto dalla Turchia nell'ultimo decennio, che è stato il maggiore successo di Erdogan e che ha consolidato l'ascesa della nuova classe dirigente espressa dall'Akp.
Di tutto questo ho parlato con Matteo Tacconi in un'intervista per Radio Radicale a partire dal suo pezzo pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Ascolta qui l'intervista a Matteo Tacconi
Crisi turca, il fattore economico
di Matteo Tacconi – pubblicato il 30
gennaio 2014 su Osservatorio Balcani e Caucaso
Lo scontro tra il primo ministro turco
Recep Tayyip Erdoğan e Fethullah Gülen, capo di Hizmet, potente
movimento culturale e religioso, con forti ramificazioni
nell’educazione e nei media, continua a tenere la Turchia su una
corda, tesissima, di violino.
La storia ormai è nota. Tutto è
cominciato a dicembre, quando è scattata un’inchiesta giudiziaria,
su corruzione e dintorni, che ha portato all’arresto di diverse
persone. Tra queste i figli di tre ministri. Che si sono dimessi.
Erdoğan, oltre a loro, ha cambiato altri sette membri della sua
squadra, cercando di allontanare dall’esecutivo l’ombra insidiosa
della maxi-inchiesta.
Erdoğan vs Gülen
Questo è stato solo l’inizio. Nei
giorni e nelle settimane seguenti il capo del governo ha dato il via
a due purghe. L’una tra i quadri della polizia, con centinaia di
ufficiali, tra Istanbul e la capitale Ankara, spostati da funzioni
inquirenti a mansioni inferiori. L’altra nella magistratura, dove
una raffica di nuove nomine ai vertici delle procure ha ridisegnato
gli equilibri del potere giudiziario, in senso favorevole
all’esecutivo.
Ma perché tutto questo? Qui sta il
punto. Secondo Erdoğan l’inchiesta sulla corruzione, che ha
lambito anche uno dei suoi figli, Bilal, è un attacco inaudito al
suo governo, costruito artificiosamente da Fethullah Gülen grazie
alle sponde importanti che può vantare nei ranghi di polizia e
magistratura. Ne è scaturito il contrattacco, durissimo. Gülen
respinge le accuse.
In ogni caso è innegabile che i
rapporti tra i due si sono incrinati. Prima erano molto buoni.
L’ascesa al potere di Erdoğan, avvenuta ormai più di dieci anni
fa, è legata tra le altre cose alla mobilitazione elettorale dei
seguaci di Hizmet e all’assorbimento di alcune delle idee del
gülenismo – molti lo dipingono come la versione islamica del
calvinismo – nella piattaforma dell’Akp, il partito del primo
ministro.
Molte cose sono cambiate negli ultimi
tempi. A Gülen non è piaciuta la sterzata di Erdoğan sui rapporti
con Israele, piombati verso il basso, né la gestione dei fatti di
Gezi Park. Il suo timore è che il cosiddetto modello turco, sintesi
tra democrazia e islam, evolva in qualcosa di più autoritario. In
questa cornice si iscrive la “tangentopoli”, legata a doppio filo
alle imminenti scadenze elettorali. A marzo ci sono le
amministrative, in agosto le presidenziali, le prime con voto
diretto. Non è escluso che Erdoğan voglia salire sul gradino più
alto delle istituzioni, facendone il perno del sistema. Si dice che a
Gülen questa ipotesi non piaccia affatto.
Arriva lo “sboom”
C’è comunque un altro fattore che
potrebbe ripercuotersi sulla scacchiera politica condizionando le
mosse dei giocatori, specialmente quelle di Erdoğan. È l’economia.
Molti analisti sono dell’avviso che la stagione d’oro della
Turchia, esplosa proprio nel momento in cui l’Akp prese il potere,
nel 2002, sta volgendo al termine. In questo arco di tempo il paese
ha compiuto un balzo in avanti eccezionale, che tra il 2002 e il 2012
ha visto i redditi individuali passare da 3.676 a 10.666 dollari
l’anno. La crescita è stata accompagnata dalla riduzione vistosa
del debito pubblico (da circa il 70% a circa il 40%) e dalla
contrazione di inflazione e deficit.
Adesso la curva potrebbe flettersi. Uno
dei motivi è l’effetto che, sui paesi emergenti, Turchia inclusa,
potrebbe avere il tapering in America, ossia la fine della politica
di acquisto di titoli pubblici, che ha viaggiato in parallelo con una
strategia di forte riduzione dei tassi. Questo ha spinto gli
investitori a muoversi sui mercati emergenti, dove tassi più alti
hanno garantito ritorni maggiori. Turchia, Brasile, India, Cina e
altri paesi ne hanno beneficiato fortemente. Tuttavia gli stimoli
della Federal Reserve vanno verso l’esaurimento e la tendenza dei
capitali, già visibile, è quella di uscire da questi mercati, dove
i rischi sono maggiori, riconcentrandosi su quelli occidentali, più
sicuri e sulla strada della ripresa.
Le conseguenze, in Turchia, sono già
tangibili. La Lira turca s’è deprezzata rapidamente, arrivando ai
minimi sul Dollaro e schizzando giù notevolmente proprio a ridosso
dei fatti di Gezi Park e delle recenti vicissitudini tra Erdoğan e
Gülen. Segno che tra quadro economico e scenario politico potrebbe
innescarsi o già si è innescato un intreccio pericoloso.
Ai problemi della Lira, che la Banca
centrale turca ha cercato di risollevare con una manovra pesante sui
tassi, appena portati dal 7,75 al 12%, anche allo scopo di contenere
l’inflazione, va aggiunto il fatto che in Turchia il deficit delle
partite correnti, ovvero lo scarto tra quanto si esporta e quanto si
importa, è molto alto, come spesso capita in economie in espansione:
si hanno risorse, dunque si compra. Attualmente il valore di questo
parametro s’aggira sul 7-8% del Pil. Ankara lo copre appoggiandosi
sui capitali stranieri in entrata. Il rischio di una loro
fuoriuscita, stimolato dall’effetto tapering, può avere
conseguenze rilevanti. Senza contare che l’economia, in generale,
sta rallentando. Da qui al 2018 la crescita media dovrebbe attestarsi
sul 4% (stime Fmi), ma in virtù dei tassi “cinesi” degli anni
passati (9,2% nel 2010; 8,8% nel 2011), questo stesso rallentamento
potrebbe essere avvertito addirittura come una recessione, sostiene
qualche analista.
Insomma, Erdoğan, che ha sempre usato
crescita e progresso come leve elettorali, potrebbe ritrovarsi con le
armi un po’ spuntate. Lo scontro aperto con Gülen e l’esibizione
dei muscoli sembrano rientrare in un gioco di polarizzazione
dell’elettorato che depotenzi, facendola scivolare in secondo
piano, la questione economica.
lunedì 3 febbraio 2014
TURCHIA: ALLE ELEZIONI CONTERANNO PIU' GLI SCANDALI O L'ECONOMIA?
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| Il premier turco e leader dell'Akp, Recep Tayyip Erdogan |
Anche se alle elezioni locali in
Turchia mancano poco meno di due mesi la campagna elettorale è ormai
entrata nel vivo e, nonostante la stagione, la temperatura politica è
già torrida. Non essendoci, nel sistema turco, un livello intermedio
di governon tra amministrazioni locali ed esecutivo (come sono per
esempio le regioni italiane o i laender tedeschi), il rinnovo dei
consigli provinciali e comunali, che avviene in contemporanea in
tutto il Paese, assume un grande rilievo: quello del 30 marzo 2014
sarà un test cruciale da cui potrà dipendere il futuro politico del
primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Secondo i sondaggi, il Partito
della giustizia e dello sviluppo (Akp) rimane la prima formazione
politica in Turchia. Ma le proteste contro il governo che per
settimane hanno attraversato tutto il Paese la scorsa estate e lo
scandalo tangenti che ha terremotato il quadro politico, riaccendendo
lo scontro tra governo e magistratura, ha duramente colpito il
partito del premier che appare in calo nelle intenzioni di voto e
potrebbe addirittura perdere Istanbul, la sua roccaforte più
importante oltre che città simbolo del Paese.
Le elezioni di marzo aprono un periodo
elettorale che passerà per le presidenziali di agosto (le prime a
elezione diretta) e arriverà alle politiche del 2015: dopo un
decennio di successi, le amministrative di marzo potrebbero segnare
l'inizio della parabola discendente dell'Akp e per lo stesso Erdogan.
Secondo un sondaggio dell'istituto di ricerca Metropoll reso noto
giovedì scorso la popolarità del premier sarebbe al 39,4%, cioè
quasi dimezzata rispetto al 2007, quando poco meno di 3/4 dei
cittadini turchi appoggiavano il suo operato. Un calo che non
risparmia neanche il presidente della Repubblica Abdullah Gul, un
tempo fedele alleato ma ora indicato come possibile avversario di
Erdogan alle presidenziali, che in questi mesi ha cercato, grazie al
suo ruolo istituzionale, di smarcarsi dall'immagine del premier. La
cosa interessante è che mentre nell'ultimo mese, da quando è
scoppiato lo scandalo della corruzione, mentre Erdogan ha perso poco
più del 9% dei consensi, Gul ha perso quasi il doppio, mantenendo
comunque quasi venti punti in più di gradimento rispetto al premier.
Che la posta in gioco sia alta e che il
rischio di sconfitta a Istanbul il prossimo 30 marzo sia tutt'altro
che remota, lo dimostra anche la decisione di Erdogan di scendere in
campo direttamente per sostenere il candidato dell'Akp Kadir Topbas
contro Mustafa Sarigul, presidente della municipalità di Sisli e suo
principale sfidante sostenuto dal Partito repubblicano del popolo
(Chp). Con un attacco di estrema durezza il premier, in una
manifestazione pubblica, ha mostrato il rapporto preparato dalla
commissione istituita dallo stesso Chp per indagare sui presunti
illeciti commessi dalla municipalità di Sisli che avrebbe rilasciato
autorizzazioni edilizie irregolari per decine di milioni di dollari.
Sarigul, da parte sua, ha respinto ogni accusa sostenendo che non c'è
nessun processo in corso a suo carico e che il consiglio di stato
turco ha già archiviato il caso anni fa e che Erdogan sta portando
avanti una campagna diffamatoria per minare la sua popolarità.
In effetti, mentre ad Ankara il
candidato dell'Akp, Melih Gokcek, non dovrebbe avere problemi per la
vittoria e a Izmir, storica roccaforte dell'opposizione, il sindaco
del Chp si avvia alla riconferma, a Istanbul, stando ad un recente
sondaggio dell'istituto Sonar, Sarigul sarebbe in leggero vantaggio
su Topbas, attuale primo cittadino e fedelissimo del premier.
Istanbul è una roccaforte del partito islamico moderato fin dai
tempi del Partito della prosperità nel 1994. Erdogan ha iniziato la
sua scalata al potere proprio come sindaco della città e perderla
oggi rappresenterebbe un colpo durissimo e forse irreparabile: il
segno della fine di un ciclo politico di grandi trasformazioni
rappresentato dall'ascesa al potere di una nuova classe dirigente,
dal ridimensionamento del vecchio establishment kemalista (in primis
dei militari) e da uno sviluppo economico cresciuto con tassi da
tigre asiatica. Ma ora proprio dall'economia arrivano segnali
inquietanti. Forse, più che dalle piazze della protesta o dalle
inchieste sugli scandali, i voti contro Erdogan potrebbero uscire dai
portafogli degli elettori turchi.
[basato su un lancio dell'agenzia TMNews]
sabato 1 febbraio 2014
TURCHIA: SETTIMANA DI VISITE UFFICIALI TRA ANKARA, PARIGI E ROMA
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| Stretta di mano tra Gul e Napolitano (AA Photo) |
La visita di Gul in Italia è stata
preceduta, lunedì e martedì, dall'arrivo ad Ankara del presidente
francese Hollande per una visita definita “storica” dai media
turchi e internazionali, ventidue anni dopo quella di Francois
Mitterand. I colloqui hanno riguardato il percorso d’adesione
all’Ue della Turchia e l’apertura di nuovi capitoli negoziali
durante il semestre di presidenza europea della Grecia: il 17
(politiche monetarie ed economiche), il 22 (politiche regionali) e il
23 (riforma giudiziaria). Altro tema affrontato la crisi siriana, con
particolare riferimento alla conferenza Ginevra 2.
Riguardo al percorso europeo di Ankara,
Hollande ha chiarito che “la Francia non è nella posizione di
fermare il negoziato d’adesione”, aggiungendo tuttavia che Parigi
si riserva di approvare l’ingresso della Turchia “mediante
referendum” al termine del processo. “L’Unione europea può
contribuire alla trasformazione della Turchia attraverso il processo
di adesione”, ha detto il presidente Hollande, chiarendo quindi che
la Francia non fermerà i negoziati e sosterrà l’apertura di nuovi
capitoli.
La visita di Hollande ha segnato anche
e soprattutto l’inizio di una nuova cooperazione economica tra i
due paesi, uniti da interessi comuni. “Abbiamo individuato un nuovo
obiettivo di 20 miliardi di euro di scambi bilaterali”, ha detto il
presidente turco Gul. Nel corso della visita, sono stati infatti
firmati vari accordi nei settori della sicurezza, dell'energia e
delle infrastrutture. Non a caso Hollande era accompagnato da 50
imprenditori francesi oltre che dai ministri degli Esteri, del
Commercio estero, della Difesa, dell’Energia, dello Sviluppo e
dell’industria e dell’Agricoltura.
Il tema dell'adesione della Turchia
all'Unione Europea è stato al centro anche dei colloqui del
presidente turco in Italia: “L'Italia e' uno dei piu' grandi
sostenitori dell'adesione della Turchia all'Ue, ha ricordato Gul, al
quale Napolitano ha confermato la posizione ufficiale del nostro
paese: “Nel semestre di presidenza italiana di turno dell'Ue,
l'Italia rilancera' in tutti i sensi il negoziato Ue con la Turchia,
pur sapendo che ci sono questioni complesse e spinose da risolvere”.
Ma oltre ai rapporti politici, la
Turchia presta massima attenzione alle relazioni economiche e
commerciali con l'Italia che, nonostante la crisi economica in
Europa, mantengono un ingente volume totale di scambi, come ha
sottolineato il presidente Gul. Che giovedì mattina, infatti,
accompagnato dal vice premier Ali Babacan, e insieme al ministro
italiano degli Esteri Emma Bonino e al viceministro dello Sviluppo
economico Carlo Calenda, ha partecipato al primo'Matching Italia-Turchia', promosso
dall'agenzia del sistema camerale Network Globale per
l'internazionalizzazione di micro, piccole e medie imprese.
In questo scenario, appaiono senz'altro
patetiche, per non dire stupide, le parole del segretario della Lega
Nord secondo il quale “Napolitano farebbe meglio a tacere” peché
“la maggioranza degli italiani non vuole un'Europa islamica”. Chi
dovrebbe tacere semmai è proprio il leader leghista, a cui
evidentemente nessuno ha detto che l'attuale interscambio italo-turco
si attesta su oltre 21 miliardi di dollari. E che un ulteriore
sviluppo del rapporto privilegiato tra i due Paesi, può
rappresentare un vantaggio ed un'opportunità che le imprese italiane
non devono lasciarsi sfuggire. Che poi ad Istanbul ci siano minareti
invece che campanili credo interessi molto poco agli imprenditori
padani.
giovedì 16 gennaio 2014
LA CROAZIA ALLA RICERCA DI PARTNERSHIP ECONOMICHE DALLA GERMANIA ALL'EUROPA
Di Marina Szikora
Martedi’ a Berlino si e’ svolto il primo Forum croato-tedesco organizzato dai ministeri degli Esteri tedesco e croato, nel corso del quale i rappresentanti economici e politici hanno esaminato la possibilita’ di ulteriore collaborazione tra la Germania e la Croazia ma anche all’interno dell’Europa. In questa occasione, i capi delle due diplomazie, Vesna Pusić e Frank-Walter Steinmeier, hanno salutato l’istituzione di questo forum e dopo la prima visita ufficiale a Berlino della ministro croata hanno concluso che le relazioni tra i due paesi sono buone rilevando inoltre che i processi giuridici relativi al caso Josip Perković non metteranno a repentaglio le buone relazioni bilaterali.
I due ministri hanno parlato anche del processo di eurointegrazione della regione dei Balcani Occidentali. “La stabilita’ nei Balcani Occidentali e’ stata e rimarra’ la nostra priorita’. Questo e’ sostenibile e su questo io e la mia collega siamo d’accordo, soltanto se a questi paesi senza eccezione viene offerta una prospettiva europea”, ha sottolineato il ministro tedesco Steinemeier. I due capi di diplomazia hanno annunciato che della questione Bosnia ed Erzegovina, dove “le cose non si svolgono come previsto” discuteranno con i colleghi a Bruxelles. Vesna Pusić ha precisato che si e’ parlato a lungo della Bosnia Erzegovina la quale e’ importante per la stabilita’ dell’Europa sudorientale ma anche dell’Europa in generale. Per la Bosnia e l’intera regione “e’ meglio piu’ Europa che meno Europa” ha concluso Pusić.
Intanto, in Croazia è entrata in vigore la nuova legge sugli investimenti nei settori di importanza strategica. Questa settimana nella sede del governo si e’ svolta la conferenza costitutiva della commissione per la valutazione e realizzazione delle proposte di progetti strategici del Governo croato. Secondo il vicepremier croato e ministro dello Sviluppo regionale e dei Fondi europei, Branko Grčić l’applicazione della nuova legge sugli investimenti strategici ridurra’ il loro tempo di realizzazione di diversi mesi e nel caso di alcuni esempi anche di un anno. Secondo il ministro dell’Economia Ivan Vrdoljak, la nuova Legge sui progetti di investimento di importanza strategica rende possibile sanzionare i funzionari statali responsabili del blocco degli investimenti. Il ministro ha aggiunto che lo stato sara’ la vela e non un peso agli investimenti come lo e’ stato invece negli anni passati. Ha indicato che di 11 progetti presentati a diverse riunioni, sei sono in realizzazione.
Purtroppo, ha detto Vrdoljak, la preparazione dei progetti con la necessaria documentazione e l’intera cornice legislative dura piu’ a lungo di quanto lo si possa prevedere poiche’ l’attuale esecutivo ha trovato una situazione del tutto impreparata e si e’ dovuto perdere molto tempo per passare alla fase della firma di contratti e la loro realizzazione. Va precisato che lo scorso 30 ottobre in Croazia e’ stata emanata questa nuova legge sugli investimenti. In base alle disposizioni della Legge, i progetti strategici della Croazia possono essere privati, pubblici o pubblico-privati nei settori dell’economia, energia, turismo, trasporti, comunicazioni elettroniche, tutela/protezione dell’ambiente, agricoltura, silvicoltura, pesca, economia idrica, sanita’, cultura, difesa, giustizia, tecnolgie e formazione. Quanto al rapporto dell’Ue, pubblicato il 9 gennaio, il clima economico in Croazia e’ migliorato notevolmente superando la tendenza generale di un leggero miglioramento nell’Ue e nella zona europea.
Il testo è tratto della trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 16 gennaio a Radio Radicale
Martedi’ a Berlino si e’ svolto il primo Forum croato-tedesco organizzato dai ministeri degli Esteri tedesco e croato, nel corso del quale i rappresentanti economici e politici hanno esaminato la possibilita’ di ulteriore collaborazione tra la Germania e la Croazia ma anche all’interno dell’Europa. In questa occasione, i capi delle due diplomazie, Vesna Pusić e Frank-Walter Steinmeier, hanno salutato l’istituzione di questo forum e dopo la prima visita ufficiale a Berlino della ministro croata hanno concluso che le relazioni tra i due paesi sono buone rilevando inoltre che i processi giuridici relativi al caso Josip Perković non metteranno a repentaglio le buone relazioni bilaterali.
I due ministri hanno parlato anche del processo di eurointegrazione della regione dei Balcani Occidentali. “La stabilita’ nei Balcani Occidentali e’ stata e rimarra’ la nostra priorita’. Questo e’ sostenibile e su questo io e la mia collega siamo d’accordo, soltanto se a questi paesi senza eccezione viene offerta una prospettiva europea”, ha sottolineato il ministro tedesco Steinemeier. I due capi di diplomazia hanno annunciato che della questione Bosnia ed Erzegovina, dove “le cose non si svolgono come previsto” discuteranno con i colleghi a Bruxelles. Vesna Pusić ha precisato che si e’ parlato a lungo della Bosnia Erzegovina la quale e’ importante per la stabilita’ dell’Europa sudorientale ma anche dell’Europa in generale. Per la Bosnia e l’intera regione “e’ meglio piu’ Europa che meno Europa” ha concluso Pusić.
Intanto, in Croazia è entrata in vigore la nuova legge sugli investimenti nei settori di importanza strategica. Questa settimana nella sede del governo si e’ svolta la conferenza costitutiva della commissione per la valutazione e realizzazione delle proposte di progetti strategici del Governo croato. Secondo il vicepremier croato e ministro dello Sviluppo regionale e dei Fondi europei, Branko Grčić l’applicazione della nuova legge sugli investimenti strategici ridurra’ il loro tempo di realizzazione di diversi mesi e nel caso di alcuni esempi anche di un anno. Secondo il ministro dell’Economia Ivan Vrdoljak, la nuova Legge sui progetti di investimento di importanza strategica rende possibile sanzionare i funzionari statali responsabili del blocco degli investimenti. Il ministro ha aggiunto che lo stato sara’ la vela e non un peso agli investimenti come lo e’ stato invece negli anni passati. Ha indicato che di 11 progetti presentati a diverse riunioni, sei sono in realizzazione.
Purtroppo, ha detto Vrdoljak, la preparazione dei progetti con la necessaria documentazione e l’intera cornice legislative dura piu’ a lungo di quanto lo si possa prevedere poiche’ l’attuale esecutivo ha trovato una situazione del tutto impreparata e si e’ dovuto perdere molto tempo per passare alla fase della firma di contratti e la loro realizzazione. Va precisato che lo scorso 30 ottobre in Croazia e’ stata emanata questa nuova legge sugli investimenti. In base alle disposizioni della Legge, i progetti strategici della Croazia possono essere privati, pubblici o pubblico-privati nei settori dell’economia, energia, turismo, trasporti, comunicazioni elettroniche, tutela/protezione dell’ambiente, agricoltura, silvicoltura, pesca, economia idrica, sanita’, cultura, difesa, giustizia, tecnolgie e formazione. Quanto al rapporto dell’Ue, pubblicato il 9 gennaio, il clima economico in Croazia e’ migliorato notevolmente superando la tendenza generale di un leggero miglioramento nell’Ue e nella zona europea.
Il testo è tratto della trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 16 gennaio a Radio Radicale
venerdì 11 ottobre 2013
ALBANIA E TURCHIA AVVIANO LA COOPERAZIONE STRATEGICA
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| I due ministri degli Esteri, Ahmet Davutoglu e Ditmir Bushati |
A chi da noi pensa che l'Albania sia un
Paese irrilevante in un'area marginale (i Balcani), e che dunque non
valga la pena spendervi tempo ed energie, segnaliamo che pochi giorni
prima dell'arrivo a Tirana del nostro ministro degli Esteri Emma
Bonino, il suo collega turco, Ahmet Davutoglu, ha compiuto anch'egli
una visita ufficiale nel Paese, durante la quale ha incontrato i
vertici dello Stato e i rappresentanti delle principali forze
politiche. Scopo della missione il rafforzamento della cooperazione
tra i due paesi sintetizzata in un “accordo strategico” che
stabilirà colloqui regolari tra i due governi e il consolidamento
della presenza degli investimenti turchi nell'economia albanese, in
particolare in settori cruciali come difesa, sicurezza ed energia,
oltre che in quelli del turismo e della sanità.
Il gasdotto
trans-adriatico (Trans Adriatic Pipeline, TAP), che, attraverso il
terminal in Puglia, garantirà l'arrivo in Europa occidentale del gas
dell'Azerbaijan, legherà il Medio Oriente ed il Caspio all'Europa
facendo dell'Albania un nodo importante anche attraverso la
“bretella” dello Ionic Adriatic Pipeline (IAP). Per questo il
premier albanese, Edi Rama, sottolineando "l'assistenza
costante" che la Turchia ha offerto all'Albania, ha parlato di
“partnership strategica” che rafforzerà la cooperazione in
futuro tra i due Paesi. Anche il presidente della Repubblica, Bujar
Nishani, ha ringraziato la Turchia per il sostegno sottolineando che
Ankara è “un importante alleato dell'Albania, nella regione ed
oltre”.
Delle relazioni tra Albania e Turchia,
oltre che di quelle con l'Italia e l'Unione Europea, anche alla luce
della visita di Emma Bonino a Tirana, si occupa Artur Nura nella sua
corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda
il 10 ottobre a Radio Radicale.
mercoledì 9 ottobre 2013
TIRANA: LA MINISTRO BONINO INCONTRA LE DONNE IMPRENDITRICI ALBANESI
Non esiste sviluppo escludendo metà
della popolazione, ma le donne non devono cercare protezione ma rischiare in proprio
Nel corso della sua visita ufficiale in
Albania, la ministro degli Esteri Emma Bonino è intervenuta, insieme
al suo omologo albanese Ditmir Bushati, ad una tavola rotonda con
imprenditrici albanesi e italiane. All'incontro hanno preso parte
Linda Rama, moglie del premier Edi Rama, la viceministro dello
Sviluppo economico e del commercio Brunilda Paskali, la viceministro
per il Benessere sociale e la gioventù Gentiana Sula Mara, la
presidente dell'Associazione albanese delle donne imprenditrici
Flutula Xhabija, la presidente dell'Associazione "Imprenditrici
e Donne Dirigenti d'Azienda" (AIDDA) Franca Audisio Rangoni.
Presentata come “la donna delle cause
forti”, Emma Bonino ha ricordato la scuola radicale da cui
proviene, una scuola dei diritti, ma soprattutto una scuola dei
doveri e ha spiegato che il suo impegno sui diritti delle donne non è
un'ossessione per le minoranze, ma al contrario la sottolineatura di
una maggioranza: “In quasi tutti i Paesi le donne sono la
maggioranza della popolazione, ma non agli alti livelli della
società”. In questo senso molte sono le similitudini tra l'Italia
e l'Albania. Alle donne albanesi Emma Bonino ha portato quindi due
messaggi: il primo è che, guardando a come è cambiata la condizione
femminile in Italia in questi ultimi decenni, si vede che cambiare si
può e se si può si deve; il secondo è che questo cambiamento però
non è facile e soprattutto che le donne non devono aspettarsi che
gli altri facciano loro spazio.
Non può esistere sviluppo, ha detto
ancora Emma Bonino, se si esclude metà della popolazione. Se non lo
si vuole fare per convinzione, almeno lo si faccia per necessità. Ma
le donne, ha insistito la ministro, non devono cercare protezione ma,
al contrario, devono esporsi e rischiare in proprio. Da questo punto
di vista è fondamentale l'autonomia economica perché “due cuori e
una capanna è bello, ma due cuori e due conti in banca e meglio”.
Tutto ciò non toglie nulla ai sentimenti, ma aiuta nell'avere
consapevolezza di sé. Le donne, ha insistito ancora una volta Emma
Bonino, non sono una categoria: ciò che serve è uno spazio dove
ciascuna possa crescere come meglio crede, perché se è vero che “la
libertà non è sinonimo di felicità è sicuro che la non libertà è
sinonimo di dolore”.
Il video dell'intervento di Emma Bonino alla tavola rotonda delle imprenditrici albanesi e italiane a Tirana
Riprese di Stefano Marrella per Radio Radicale
venerdì 13 luglio 2012
ME NE VADO A EST
Italiane e italiani nell'Europa ex comunista
La Cina è vicina, si diceva tanti
anni fa, guardando preoccupati o affascinati, secondo i punti di
vista, al Paese della rivoluzione maoista. Anche oggi la Cina è vicina, molto
vicina, diventata ormai la potenza politica ed economica con cui
facciamo i conti da qualche anno. La Cina è vicina all'Italia, anche
per gli scambi commerciali e gli interessi economici. Sui quali si
esercitano politici, analisti e commentatori. Ma l'oriente cinese non è il solo che
ci riguarda. C'è un altro Est, che è molto più vicino a noi
e che è anche più importante di quello cinese. Ci riferiamo all'est
europeo e per capire di cosa stiamo parlando basta dire che per ogni
imprenditore italiano che investe in Cina ve ne sono quattro che
fanno altrettanto e si spostano nell'Europa dell'Est.
Migliaia di imprese italiane hanno deciso di portare in tutto o in parte la loro produzione nei Paesi che una volta si trovavano oltre quella che era stata definita la “cortina di ferro”, nella parte di Europa che si è aperta al mercato dopo il crollo del muro di Berlino. Accanto agli imprenditori ci sono altre migliaia di italiani e italiane che, per i motivi più diversi, hanno deciso di lasciare il Belpaese e andare a vivere in quello che una volta era l'Europa comunista. E' un fenomeno importante, ma troppo spesso sottovalutato. A questa lacuna pone rimedio un libro uscito a maggio di quest'anno che racconta proprio le storie degli italiani che ha deciso di investire il proprio lavoro e la propria vita in questa parte del nostro continente e le realtà che hanno trovato e con cui devono fare i conti.
Il libro si intitola Me ne vado a Est. Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista, è pubblicato da Infinito Edizioni ed è stato scritto a quattro mani da Matteo Ferrazzi, laureato in Economia politica, ricercatore presso Prometeia ed economista all'ufficio studi di Unicredit, giornalista, ha partecipato come speaker a decine di conferenze internazionali sulle tematiche dell'Est Europa e ha scritto numerosi rapporti, contributi a libri e articoli (vive tra Vienna, l'Est Europa e Milano potete contattarlo scrivendo a matteo.ferrazzi@fastwebnet.it), e da Matteo Tacconi, giornalista indipendente che scrive di Balcani, Europa centro-orientale e area russa, ha all'attivo due libri (Kosovo, la storia, la guerra, il futuro e C'era una volta il Muro, viaggio nell'Europa ex comunista, entrambi editi da Castelvecchi, ha curato Narconomics, inchiesta a più mani sul narcotraffico internazionale (Lantana) e che oltre alle diverse testate per cui scrive (Europa, Limes, East, Narcomafie, Popoli, Reset, Linkiesta e altre ancora) potete trovare sul suo blog www.radioeuropaunita.wordpress.com
La registrazione dell'intervista è disponibile sul sito di Radio Radicale, oppure è ascoltabile direttamente qui
Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista
Di Matteo Ferrazzi e Matteo Tacconi
Introduzione di Federico Ghizzoni
Postfazione di Angelo Tantazzi
Con il patrocinio di Confindustria Balcani e East
“Me ne vado a Est è un volume unico nel suo genere. In una qualunque libreria si trovano libri sulla Cina, sull’India, sul Brasile, sulla Russia. Mai, però, un testo come questo, che sapesse dare una visione complessiva sull’Europa dell’Est e che avesse il coraggio e la capacità di raccontare le storie di coloro che hanno varcato l’ex Cortina di ferro”. (Federico Ghizzoni, a.d. UniCredit)
Migliaia di imprenditori e cittadini italiani hanno lasciato il Belpaese per andare a vivere e a produrre a Est, nei Paesi dell’Europa orientale e balcanica un tempo oltrecortina. Me ne vado a Est racconta le storie di chi ce l’ha fatta e di chi non ce l’ha fatta – imprenditori e manager, calciatori e veline. E, soprattutto, spiega le economie e i sistemi politici di questi Paesi con passione e semplicità, mettendo in evidenza luci e ombre di un processo che sta cambiando l’industria italiana e tutte le nostre vite.
Me ne vado a est ci spiega che l’80 per cento delle imprese italiane attive nell’Europa dell’Est lavora principalmente in quattro Paesi: Romania, Polonia, Ungheria e Bulgaria. Le aziende italiane con più di 2,5 milioni di euro di fatturato annuo attive in questi quattro Paesi sono 4.000 e rappresentano un quinto della presenza imprenditoriale italiana nel mondo. Sommando le aziende italiane attive in Serbia, Bosnia, Macedonia e altri Paesi, le cifre sono ancora più sorprendenti. Ancora più straordinario è il fatto che il numero di imprese italiane presenti nell’Europa dell’Est è quattro volte superiore a quello delle aziende, sempre italiane, attive in Cina. Se tenessimo conto anche delle piccole e piccolissime imprese, la proporzione sarebbe ancora più accentuata. Idem per l’import-export: importiamo dall’Europa orientale tre volte e mezzo quello che importiamo dalla Cina; esportiamo a Est un flusso di merci otto volte superiore a quello diretto verso il Dragone.
Me ne vado a Est prova a colmare un grave vuoto di conoscenza e a tracciare un’analisi dei Paesi di destinazione e a spiegare le ragioni, le delusioni e le difficoltà che spingono a varcare la frontiera.
“Il testo di Ferrazzi e Tacconi non è un libro solo per economisti. Mette insieme elementi di storia, di cultura e di politica, aneddoti, vicende sociali. È una piccola enciclopedia, adatta ai curiosi come ai viaggiatori, che aiuterà a riscoprire l’Est, una regione che è ormai parte integrante del nostro panorama produttivo e culturale”. (Angelo Tantazzi)
Per informazioni, Infinito edizioni: 06/93162414 www.infinitoedizioni.it
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918
La Cina è vicina, si diceva tanti
anni fa, guardando preoccupati o affascinati, secondo i punti di
vista, al Paese della rivoluzione maoista. Anche oggi la Cina è vicina, molto
vicina, diventata ormai la potenza politica ed economica con cui
facciamo i conti da qualche anno. La Cina è vicina all'Italia, anche
per gli scambi commerciali e gli interessi economici. Sui quali si
esercitano politici, analisti e commentatori. Ma l'oriente cinese non è il solo che
ci riguarda. C'è un altro Est, che è molto più vicino a noi
e che è anche più importante di quello cinese. Ci riferiamo all'est
europeo e per capire di cosa stiamo parlando basta dire che per ogni
imprenditore italiano che investe in Cina ve ne sono quattro che
fanno altrettanto e si spostano nell'Europa dell'Est.
Migliaia di imprese italiane hanno deciso di portare in tutto o in parte la loro produzione nei Paesi che una volta si trovavano oltre quella che era stata definita la “cortina di ferro”, nella parte di Europa che si è aperta al mercato dopo il crollo del muro di Berlino. Accanto agli imprenditori ci sono altre migliaia di italiani e italiane che, per i motivi più diversi, hanno deciso di lasciare il Belpaese e andare a vivere in quello che una volta era l'Europa comunista. E' un fenomeno importante, ma troppo spesso sottovalutato. A questa lacuna pone rimedio un libro uscito a maggio di quest'anno che racconta proprio le storie degli italiani che ha deciso di investire il proprio lavoro e la propria vita in questa parte del nostro continente e le realtà che hanno trovato e con cui devono fare i conti.
Il libro si intitola Me ne vado a Est. Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista, è pubblicato da Infinito Edizioni ed è stato scritto a quattro mani da Matteo Ferrazzi, laureato in Economia politica, ricercatore presso Prometeia ed economista all'ufficio studi di Unicredit, giornalista, ha partecipato come speaker a decine di conferenze internazionali sulle tematiche dell'Est Europa e ha scritto numerosi rapporti, contributi a libri e articoli (vive tra Vienna, l'Est Europa e Milano potete contattarlo scrivendo a matteo.ferrazzi@fastwebnet.it), e da Matteo Tacconi, giornalista indipendente che scrive di Balcani, Europa centro-orientale e area russa, ha all'attivo due libri (Kosovo, la storia, la guerra, il futuro e C'era una volta il Muro, viaggio nell'Europa ex comunista, entrambi editi da Castelvecchi, ha curato Narconomics, inchiesta a più mani sul narcotraffico internazionale (Lantana) e che oltre alle diverse testate per cui scrive (Europa, Limes, East, Narcomafie, Popoli, Reset, Linkiesta e altre ancora) potete trovare sul suo blog www.radioeuropaunita.wordpress.com
La registrazione dell'intervista è disponibile sul sito di Radio Radicale, oppure è ascoltabile direttamente qui
Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista
Di Matteo Ferrazzi e Matteo Tacconi
Introduzione di Federico Ghizzoni
Postfazione di Angelo Tantazzi
Con il patrocinio di Confindustria Balcani e East
“Me ne vado a Est è un volume unico nel suo genere. In una qualunque libreria si trovano libri sulla Cina, sull’India, sul Brasile, sulla Russia. Mai, però, un testo come questo, che sapesse dare una visione complessiva sull’Europa dell’Est e che avesse il coraggio e la capacità di raccontare le storie di coloro che hanno varcato l’ex Cortina di ferro”. (Federico Ghizzoni, a.d. UniCredit)
Migliaia di imprenditori e cittadini italiani hanno lasciato il Belpaese per andare a vivere e a produrre a Est, nei Paesi dell’Europa orientale e balcanica un tempo oltrecortina. Me ne vado a Est racconta le storie di chi ce l’ha fatta e di chi non ce l’ha fatta – imprenditori e manager, calciatori e veline. E, soprattutto, spiega le economie e i sistemi politici di questi Paesi con passione e semplicità, mettendo in evidenza luci e ombre di un processo che sta cambiando l’industria italiana e tutte le nostre vite.
Me ne vado a est ci spiega che l’80 per cento delle imprese italiane attive nell’Europa dell’Est lavora principalmente in quattro Paesi: Romania, Polonia, Ungheria e Bulgaria. Le aziende italiane con più di 2,5 milioni di euro di fatturato annuo attive in questi quattro Paesi sono 4.000 e rappresentano un quinto della presenza imprenditoriale italiana nel mondo. Sommando le aziende italiane attive in Serbia, Bosnia, Macedonia e altri Paesi, le cifre sono ancora più sorprendenti. Ancora più straordinario è il fatto che il numero di imprese italiane presenti nell’Europa dell’Est è quattro volte superiore a quello delle aziende, sempre italiane, attive in Cina. Se tenessimo conto anche delle piccole e piccolissime imprese, la proporzione sarebbe ancora più accentuata. Idem per l’import-export: importiamo dall’Europa orientale tre volte e mezzo quello che importiamo dalla Cina; esportiamo a Est un flusso di merci otto volte superiore a quello diretto verso il Dragone.
Me ne vado a Est prova a colmare un grave vuoto di conoscenza e a tracciare un’analisi dei Paesi di destinazione e a spiegare le ragioni, le delusioni e le difficoltà che spingono a varcare la frontiera.
“Il testo di Ferrazzi e Tacconi non è un libro solo per economisti. Mette insieme elementi di storia, di cultura e di politica, aneddoti, vicende sociali. È una piccola enciclopedia, adatta ai curiosi come ai viaggiatori, che aiuterà a riscoprire l’Est, una regione che è ormai parte integrante del nostro panorama produttivo e culturale”. (Angelo Tantazzi)
Per informazioni, Infinito edizioni: 06/93162414 www.infinitoedizioni.it
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918
mercoledì 10 agosto 2011
SALDI DI STAGIONE: LA CINA FA SHOPPING AL SUPERMARKET EUROPA
C'è una nuova “lunga marcia” cinese in atto da un po' di tempo: non è quella di un qualche emulo di Mao Zedong, ma quella dell'intera Cina alla conquista economica dell'Europa centro-orientale. “Il commercio della Cina con i Paesi dell'Europa centrale e orientale era di soli 3 miliardi di dollari nel 2000. Ha superato nel 2010 i 40 miliardi, mostrando una crescita annuale del 38,7 per cento”. A divulgare questi dati è stato lo stesso primo ministro cinese Wen Jiabao, di fronte ai leader della regione, in apertura del "China-Central and Eastern European Countries Economic and Trade Forum" svoltosi il 25 giugno scorso a Budapest. Tradotto in termini più spicci, “la Cina si sta comprando l'Europa”, come si legge in un recente rapporto del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR) secondo il quale la "periferia Est", delusa dalle defaillance dell'euro e delle politiche comunitarie, sta cercando di sfruttare il suo tradizionale ruolo di porta dell'Europa che guarda a oriente. E la Cina che non fa misteri di ambire a diventare la nuova superpotenza politica ed economica, stabilmente piazzata in Africa, detentrice di una fetta consistente del debito Usa, affronta la crisi globale con la più classica delle ricette di un operatore economico dinamico e dotato di liquidità e potere contrattuale: diversificare gli investimenti puntando agli anelli deboli del mercato.
Dalla Moldavia ai Balcani occidentali, dalla Grecia all'Ungheria, Pechino si è presentata alla porta di tutti quei Paesi che hanno bisogno di investimenti e infrastrutture, concentrandosi in particolare sui settori dei trasporti e della logistica, ma puntando anche all'acquisizione di imprese e all'investimento di fondi sovrani cinesi per finanziare il debito di paesi in grave crisi come la Grecia. In Ungheria la Cina ha acquisito la BorsodChem, principale impresa del settore chimico e ha costruito il centro logistico dei componenti del gigante dell'elettronica e tlc Huawei. In Romania si parla di un miliardo di euro di investimenti e di grandi progetti per l'eolico, mentre con la Bulgaria c'è il progetto per la realizzazione d'un parco industriale. In Moldavia, la China Overseas Engineering Group (Covec) sta realizzando infrastrutture per un miliardo di euro, dopo che nel recente passato il governi di Pechino ha concesso prestiti agevolati e a fondo perduto a quello di Chisinau. Investimenti per infrastrutture, acquisizioni di imprese e partecipazioni anche in Serbia, mentre con la Croazia Pechino ha un accordo per la costruzione del nuovo aeroporto di Zagabria.
La travolgente avanzata dei capitali cinesi presenta però molte incognite, sia per i paesi interessati, sia per l'Europa nel suo complesso. Secondo l'ECFR, il volume degli investimenti cinesi e delle facilitazioni commerciali per l'Europa centro-orientale rappresentano una "quantità sproporzionatamente ampia in rapporto alla portata complessiva delle loro economie". La Cina, inoltre, non ha firmato l'Accordo sugli appalti dell'Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) e inquina il mercato degli appalti con ribassi anche del 30 per cento potendo utilizzare manodopera cinese, con salari, contributi e protezioni al di sotto degli standard europei. Esiste poi il problema della trasparenza: non è possibile conoscere la struttura aziendale delle compagnie cinesi, spesso di proprietà statale o comunque fortemente partecipate, mentre l'Europa non dispone di un organismo di controllo degli investimenti esteri come negli Usa. Inoltre, Pechino non divulga i dati sulla quantità di titoli di stato esteri che detiene.
E c'è un ulteriore, serio problema. Sempre secondo il rapporto del Consiglio europeo per le relazioni estere, esiste il pericolo che all'interno dell'UE si formi una specie di “lobby cinese” formata dai piccoli paesi membri che godono dell'afflusso dei capitali provenienti da Pechino e Shangai. Nel suo rapporto, l'ECFR scrive chiaramente che “anche dopo il 2014 (quando una decisione a maggioranza nel Consiglio europeo richiederà 15 stati membri col 65 per cento della popolazione) la Cina potrebbe fare affidamento su di loro, in particolare Cipro, Malta e la Grecia, per bloccare ogni decisione unanime contro i suoi interessi”. La Cina è vicina, è ricca e non fa sconti: a Bruxelles e nelle altri capitali del Vecchio Continente, farebbero bene a rendersene conto in fretta. [RS]
Dalla Moldavia ai Balcani occidentali, dalla Grecia all'Ungheria, Pechino si è presentata alla porta di tutti quei Paesi che hanno bisogno di investimenti e infrastrutture, concentrandosi in particolare sui settori dei trasporti e della logistica, ma puntando anche all'acquisizione di imprese e all'investimento di fondi sovrani cinesi per finanziare il debito di paesi in grave crisi come la Grecia. In Ungheria la Cina ha acquisito la BorsodChem, principale impresa del settore chimico e ha costruito il centro logistico dei componenti del gigante dell'elettronica e tlc Huawei. In Romania si parla di un miliardo di euro di investimenti e di grandi progetti per l'eolico, mentre con la Bulgaria c'è il progetto per la realizzazione d'un parco industriale. In Moldavia, la China Overseas Engineering Group (Covec) sta realizzando infrastrutture per un miliardo di euro, dopo che nel recente passato il governi di Pechino ha concesso prestiti agevolati e a fondo perduto a quello di Chisinau. Investimenti per infrastrutture, acquisizioni di imprese e partecipazioni anche in Serbia, mentre con la Croazia Pechino ha un accordo per la costruzione del nuovo aeroporto di Zagabria.
La travolgente avanzata dei capitali cinesi presenta però molte incognite, sia per i paesi interessati, sia per l'Europa nel suo complesso. Secondo l'ECFR, il volume degli investimenti cinesi e delle facilitazioni commerciali per l'Europa centro-orientale rappresentano una "quantità sproporzionatamente ampia in rapporto alla portata complessiva delle loro economie". La Cina, inoltre, non ha firmato l'Accordo sugli appalti dell'Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) e inquina il mercato degli appalti con ribassi anche del 30 per cento potendo utilizzare manodopera cinese, con salari, contributi e protezioni al di sotto degli standard europei. Esiste poi il problema della trasparenza: non è possibile conoscere la struttura aziendale delle compagnie cinesi, spesso di proprietà statale o comunque fortemente partecipate, mentre l'Europa non dispone di un organismo di controllo degli investimenti esteri come negli Usa. Inoltre, Pechino non divulga i dati sulla quantità di titoli di stato esteri che detiene.
E c'è un ulteriore, serio problema. Sempre secondo il rapporto del Consiglio europeo per le relazioni estere, esiste il pericolo che all'interno dell'UE si formi una specie di “lobby cinese” formata dai piccoli paesi membri che godono dell'afflusso dei capitali provenienti da Pechino e Shangai. Nel suo rapporto, l'ECFR scrive chiaramente che “anche dopo il 2014 (quando una decisione a maggioranza nel Consiglio europeo richiederà 15 stati membri col 65 per cento della popolazione) la Cina potrebbe fare affidamento su di loro, in particolare Cipro, Malta e la Grecia, per bloccare ogni decisione unanime contro i suoi interessi”. La Cina è vicina, è ricca e non fa sconti: a Bruxelles e nelle altri capitali del Vecchio Continente, farebbero bene a rendersene conto in fretta. [RS]
giovedì 4 agosto 2011
LA CORRUZIONE FIORISCE NEI REGIMI ANTIDEMOCRATICI
Intervista del mensile serbo Ekonom East Magazine a Matteo Mecacci, presidente della Commissione per la democrazia, diritti umani e problemi umanitari dell'OSCE, su Balcani e diritti umani
Là dove vi sono regimi autoritari o dove il regime ha tendenze autoritarie, la corruzione è maggiore, ma la repressione non è l’antidoto giusto. Paradossalmente, le tensioni che hanno animato i Balcani e che adesso sono sotto controllo sono riapparse in forme diverse ma altrettanto allarmanti nella Unione Europea. Esiste un largo consenso perché si conduca l’inchiesta sul commercio illegale degli organi nel Kosovo, però tale inchiesta deve essere legale, tutelando i diritti umani.
E’ interessante che nel momento in cui le tensioni che hanno animato i Balcani sono diminuite, nello stesso tempo abbiamo nuove tensioni nell’Europa Occidentale, all’interno della Unione Europea. L’Unione Europea insiste nel rispetto dei diritti umani e nei rapporti di buon vicinato nei Balcani, e nella stessa UE vi sono casi che mettono a rischio il rispetto dei diritti umani o la chiusura dell’area Schengen, ci dice nell’intervista ad Ekonom:east Matteo Mecacci, Presidente della Commissione per la democrazia, i diritti umani e i problemi umanitari dell’OSCE. Mecacci aggiunge che la situazione nei Balcani sta migliorando, soprattutto nei rapporti tra le nazioni, ma vi è bisogno ancora di molto lavoro. «Abbiamo ancora problemi importanti in Kosovo, Bosnia e Macedonia, però le relazioni tra gli stati sono migliorate. I Balcani sono stati una grande sfida per la UE, che non è riuscita a gestire la possibilità che il metodo democratico fosse subito accettato. Questo ritardo ha avuto conseguenze drammatiche durante gli anni novanta, e dopo le guerre è stato difficile riallacciare le relazioni tra gli stati».
Una delle conseguenze di cui Lei parla è il commercio di organi in Kosovo Lei ritiene che le indagini saranno fatte in maniera accurata o ha l’impressione che da alcuni fattori internazionali arrivino segnali di relativizzazione del caso?
Esiste un consenso generale perché venga condotta una indagine seria ed accurata su questi casi. Le accuse che qui vengono formulate sono molto gravi. Dobbiamo far sì che si arrivi alla verità, rispettando il diritto e la legge. Non possiamo parlare di cose che sono ancora agli inizi. Non ho l’impressione che vi sia relativizzazione del problema, vi e solo l’esigenza che le indagini vengano svolte in maniera legale.
Quali sono le maggiori sfide sulla sicurezza su cui oggi si confronta l’Europa?
Per i Paesi Osce, il tema della sicurezza è centrale. In questo momento i maggiori problemi provengono dalle frontiere Osce. Quello che sta avvenendo nel Nord dell’Africa è una delle maggiori sfide per l’Osce. Ma non dimentichiamo la Georgia ed il Kirghizistan. Si tratta di problemi congelati ma ancora attuali.
Come rientra qui il crimine internazionale? Si ha l’impressione che il crimine non conosca le frontiere. Quali sono le forme di lotta alla criminalità organizzata?
Nella lotta alla criminalità organizzata deve esserci collaborazione tra gli stati al più alto livello oltre alla collaborazione tra le polizie. La maniera più efficace rimane però la democratizzazione dei paesi e lo sviluppo economico. Durante la Guerra nei Balcani si sono sviluppate alleanze tra i criminali dei vari stati in lotta che si sono collegati con organizzazioni criminali in tutto il mondo. Le frontiere per il crimine organizzato non esistono. L’integrazione dei Balcani in UE, la collaborazione transnazionale tra le polizie e la cooperazione economica sono tra le misure che aiutano a combattere il crimine organizzato internazionale.
Ciò vale anche per la lotta al terrorismo?
Si. Il terrorismo è un pericolo costante con cui si confronta l’Osce, e soprattutto, il terrorismo come opzione di lotta politica. E ciò è direttamente collegato con i processi democratici. Il terrorismo come opzione politica perde attrattiva quando i processi democratici istituzionali funzionano come devono. La lotta al terrorismo si fa con la cooperazione internazionale tra le polizie ed i servizi di intelligence, ma la democrazia e le istituzioni democratiche sono l’arma migliore per la lotta al terrorismo.
La Serbia ha gravi problemi con la corruzione. Quali sono le raccomandazioni per l’eliminazione di tale problema?
L’anno scorso ho predisposto un rapporto per l’Osce in cui è stata fatta una comparazione tra il livello di democratizzazione dei Paesi ed il livello di corruzione. Lì dove c’è più democrazia e stato di diritto, c’è meno corruzione. Vale naturalmente anche il contrario. Là dove vi sono regimi autoritari o con tendenze autoritarie, la corruzione è maggiore. Le misure repressive non sono quelle che possono risolvere la corruzione. La prevenzione e la trasparenza sono i migliori farmaci contro la corruzione, ciò vuoi dire informazione sulla spesa pubblica e sui funzionari pubblici. L’Osce considera che la lotta alla corruzione è soprattutto preventiva. E’ molto importante il rispetto delle leggi e dello stato di diritto. Spesso si è visto che le leggi esistono ma non vengono applicate.
Come vede i rapporti tra l’Italia ed i Balcani, Lei pensa che l’Italia presti abbastanza attenzione alla Regione, che per logica delle cose dovrebbe essere partner strategico?
Mi sembra che l’Italia sia molto poco attenta sulle questioni mediterranee e nei Balcani. Per l’Italia la Regione dovrebbe essere assolutamente strategica dal punto di vista economico e politico. Il processo di integrazione di tutti i Balcani nella UE dovrebbe essere una priorità costante dell’Italia, assieme alla democratizzazione dell’Africa del Nord. Nel Parlamento italiano sono stato autore di una tra le più importanti opposizioni parlamentari relativa ai contratti di amicizia tra l’Italia e la Libia. La mia posizione così come quella del mio gruppo è che gli affari non possono essere buoni se da una parte c’è un dittatore o una dittatura. E’ importante che Berlusconi venga in Serbia, proprio nel momento in cui la Serbia è sulla strada per entrare nella UE, aldilà dei problemi che Berlusconi in questo momento ha in Italia (La visita di Berlusconi è stata poi annullata nda)
Dove vede Lei la possibilità di allargamento delle relazioni tra l’Italia e la Serbia?
La Serbia è una grande opportunità per le imprese italiane e l’Italia deve capire l’enorme potenziale della Serbia, non solo per la produzione, ma anche per la possibilità di esportazioni verso paesi terzi con cui la Serbia ha accordi favorevoli, in primo luogo si pensi alla Russia e alla Turchia. È molto meglio investire in paesi democratici e in paesi che sono in via di democratizzazione che nei paesi con gli oligarchi al potere, che a prima vista sembrano luoghi in cui il capitale è sicuro, e invece si scopre che è la più insicura destinazione dei capitali e degli investimenti.
La traduzione dell'intervista è tratta dal sito di Radio Radicale
Là dove vi sono regimi autoritari o dove il regime ha tendenze autoritarie, la corruzione è maggiore, ma la repressione non è l’antidoto giusto. Paradossalmente, le tensioni che hanno animato i Balcani e che adesso sono sotto controllo sono riapparse in forme diverse ma altrettanto allarmanti nella Unione Europea. Esiste un largo consenso perché si conduca l’inchiesta sul commercio illegale degli organi nel Kosovo, però tale inchiesta deve essere legale, tutelando i diritti umani.
E’ interessante che nel momento in cui le tensioni che hanno animato i Balcani sono diminuite, nello stesso tempo abbiamo nuove tensioni nell’Europa Occidentale, all’interno della Unione Europea. L’Unione Europea insiste nel rispetto dei diritti umani e nei rapporti di buon vicinato nei Balcani, e nella stessa UE vi sono casi che mettono a rischio il rispetto dei diritti umani o la chiusura dell’area Schengen, ci dice nell’intervista ad Ekonom:east Matteo Mecacci, Presidente della Commissione per la democrazia, i diritti umani e i problemi umanitari dell’OSCE. Mecacci aggiunge che la situazione nei Balcani sta migliorando, soprattutto nei rapporti tra le nazioni, ma vi è bisogno ancora di molto lavoro. «Abbiamo ancora problemi importanti in Kosovo, Bosnia e Macedonia, però le relazioni tra gli stati sono migliorate. I Balcani sono stati una grande sfida per la UE, che non è riuscita a gestire la possibilità che il metodo democratico fosse subito accettato. Questo ritardo ha avuto conseguenze drammatiche durante gli anni novanta, e dopo le guerre è stato difficile riallacciare le relazioni tra gli stati».
Una delle conseguenze di cui Lei parla è il commercio di organi in Kosovo Lei ritiene che le indagini saranno fatte in maniera accurata o ha l’impressione che da alcuni fattori internazionali arrivino segnali di relativizzazione del caso?
Esiste un consenso generale perché venga condotta una indagine seria ed accurata su questi casi. Le accuse che qui vengono formulate sono molto gravi. Dobbiamo far sì che si arrivi alla verità, rispettando il diritto e la legge. Non possiamo parlare di cose che sono ancora agli inizi. Non ho l’impressione che vi sia relativizzazione del problema, vi e solo l’esigenza che le indagini vengano svolte in maniera legale.
Quali sono le maggiori sfide sulla sicurezza su cui oggi si confronta l’Europa?
Per i Paesi Osce, il tema della sicurezza è centrale. In questo momento i maggiori problemi provengono dalle frontiere Osce. Quello che sta avvenendo nel Nord dell’Africa è una delle maggiori sfide per l’Osce. Ma non dimentichiamo la Georgia ed il Kirghizistan. Si tratta di problemi congelati ma ancora attuali.
Come rientra qui il crimine internazionale? Si ha l’impressione che il crimine non conosca le frontiere. Quali sono le forme di lotta alla criminalità organizzata?
Nella lotta alla criminalità organizzata deve esserci collaborazione tra gli stati al più alto livello oltre alla collaborazione tra le polizie. La maniera più efficace rimane però la democratizzazione dei paesi e lo sviluppo economico. Durante la Guerra nei Balcani si sono sviluppate alleanze tra i criminali dei vari stati in lotta che si sono collegati con organizzazioni criminali in tutto il mondo. Le frontiere per il crimine organizzato non esistono. L’integrazione dei Balcani in UE, la collaborazione transnazionale tra le polizie e la cooperazione economica sono tra le misure che aiutano a combattere il crimine organizzato internazionale.
Ciò vale anche per la lotta al terrorismo?
Si. Il terrorismo è un pericolo costante con cui si confronta l’Osce, e soprattutto, il terrorismo come opzione di lotta politica. E ciò è direttamente collegato con i processi democratici. Il terrorismo come opzione politica perde attrattiva quando i processi democratici istituzionali funzionano come devono. La lotta al terrorismo si fa con la cooperazione internazionale tra le polizie ed i servizi di intelligence, ma la democrazia e le istituzioni democratiche sono l’arma migliore per la lotta al terrorismo.
La Serbia ha gravi problemi con la corruzione. Quali sono le raccomandazioni per l’eliminazione di tale problema?
L’anno scorso ho predisposto un rapporto per l’Osce in cui è stata fatta una comparazione tra il livello di democratizzazione dei Paesi ed il livello di corruzione. Lì dove c’è più democrazia e stato di diritto, c’è meno corruzione. Vale naturalmente anche il contrario. Là dove vi sono regimi autoritari o con tendenze autoritarie, la corruzione è maggiore. Le misure repressive non sono quelle che possono risolvere la corruzione. La prevenzione e la trasparenza sono i migliori farmaci contro la corruzione, ciò vuoi dire informazione sulla spesa pubblica e sui funzionari pubblici. L’Osce considera che la lotta alla corruzione è soprattutto preventiva. E’ molto importante il rispetto delle leggi e dello stato di diritto. Spesso si è visto che le leggi esistono ma non vengono applicate.
Come vede i rapporti tra l’Italia ed i Balcani, Lei pensa che l’Italia presti abbastanza attenzione alla Regione, che per logica delle cose dovrebbe essere partner strategico?
Mi sembra che l’Italia sia molto poco attenta sulle questioni mediterranee e nei Balcani. Per l’Italia la Regione dovrebbe essere assolutamente strategica dal punto di vista economico e politico. Il processo di integrazione di tutti i Balcani nella UE dovrebbe essere una priorità costante dell’Italia, assieme alla democratizzazione dell’Africa del Nord. Nel Parlamento italiano sono stato autore di una tra le più importanti opposizioni parlamentari relativa ai contratti di amicizia tra l’Italia e la Libia. La mia posizione così come quella del mio gruppo è che gli affari non possono essere buoni se da una parte c’è un dittatore o una dittatura. E’ importante che Berlusconi venga in Serbia, proprio nel momento in cui la Serbia è sulla strada per entrare nella UE, aldilà dei problemi che Berlusconi in questo momento ha in Italia (La visita di Berlusconi è stata poi annullata nda)
Dove vede Lei la possibilità di allargamento delle relazioni tra l’Italia e la Serbia?
La Serbia è una grande opportunità per le imprese italiane e l’Italia deve capire l’enorme potenziale della Serbia, non solo per la produzione, ma anche per la possibilità di esportazioni verso paesi terzi con cui la Serbia ha accordi favorevoli, in primo luogo si pensi alla Russia e alla Turchia. È molto meglio investire in paesi democratici e in paesi che sono in via di democratizzazione che nei paesi con gli oligarchi al potere, che a prima vista sembrano luoghi in cui il capitale è sicuro, e invece si scopre che è la più insicura destinazione dei capitali e degli investimenti.
La traduzione dell'intervista è tratta dal sito di Radio Radicale
venerdì 1 luglio 2011
LA TURCHIA CRESCE COME LA CINA: PER QUALCUNO FORSE E' TROPPO
| Un'immagine della Borsa di Istanbul |
Il disavanzo corrente è arrivato ormai all'8% del Pil, mentre i dati sul deficit commerciale di maggio confermano l'estrema dipendenza dell'economia turca dall'estero. Il deficit ha superato, infatti, i 10 miliardi di dollari, più del doppio rispetto a un anno fa, con una crescita delle importazioni del 43%, mentre le importazioni sono cresciute solo del 12%. Il fatto è che la crescita è basata sulla domanda interna finanziata da un'espansione del credito a sua volta alimentato da investimenti speculativi dall'estero.
Tusiad, la Confindustria turca, non pare più di tanto preoccupata e conferma la previsione di una crescita ridimensionata al 6,6% per l'intero 2011 e, pur senza drammatizzare, segnala qualche disagio. La scorsa settimana la banca centrale ha mantenuto i tassi fermi, ma ha chiesto al governo di Recep Tayyip Erdogan una "maggiore disciplina fiscale (...) essenziale per controllare il deficit corrente alimentato dalla disparità tra domanda interna ed estera".
Per ora non c'è motivo di allarme, spiega all'agenzia TmNews Fabio Mucci, analista di Unicredit. Taylan Biginc, editorialista di Hurriyet Daily News, fa notare, però, che ”i turchi spendono, cavalcando l'onda di una crescita finanziata a credito, e se la godono, mentre le autorità non hanno alcuna intenzione di rovinare la festa".
E' di certo prematuro affermare che l'economia turca è sfuggita al controllo del governo e della banca centrale, ma intanto, come ha scritto oggi il Financial Times, è certo che un tale surriscaldamento rappresenta per i politici "più un mal di testa che una causa di soddisfazione".
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