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domenica 17 maggio 2015

"TERRORISMO E NAZIONALISMO SONO FABBRICATI PER COMBATTERCI GLI UNI CON GLI ALTRI"

Una settimana fa, nelle ore dello scontro armato di Kumanovo, tra le forze di sicurezza macedoni e presunti “terroristi kosovari” che hanno lasciato sul campo 22 morti e provocato gravi danni alle abitazioni suscitando timori e inquietudine in tutta la regione e nel resto d'Europa, hanno fatto notizia le parole un abitante di Kumanovo, raccolte per strada da Vasko Magleshov, giornalista del canale TV 24 Vesti, nelle stesse ore e a poca distanza dai combattimenti.L'uomo è un albanese di Macedonia e in modo naturale e con parole molto semplici invita a difendere la convivenza, a non farsi trascinare nella spirale delle violenze, a diffidare della propaganda dei politici locali. La gente intorno lo applaude e un altro cittadino, di etnia slavo-macedone, lo abbraccia, si dice d'accordo con lui, ripete le sue parole. Il video in poco tempo si è diffuso in rete, è stato visualizzato e condivisa da centinaia di migliaia di persone sui social network ed è diventato, come si dice, “virale”. 



Questa è la trascrizione tradotta in italiano di alcuni momenti del video che trovate sul portale Eastjournal.net che ringraziamo per averla resa disponibile insieme al video.

Vedete, io sono una persona ragionevole e so cosa sto dicendo. Non ho alcuna minima intenzione negativa nei confronti dei macedoni. Al contrario, ho molti amici e abbiamo un’ottima vita in comune. E chiedo a tutti di mantenere la calma e di proteggere la nostra gente, di rimanere calmi mentre c’è qualcuno che sta giocando sporco, che siano gli uni o che siano gli altri. Pensano che siamo ciechi? Dove porta tutto questo? Qualcuno ha dato una risposta? Qualcuno si è preso delle responsabità, etiche o morali?  Perché dobbiamo arrivare noi a questo, [per poi dire che] è stato Putin o l’America? Noi abbiamo creato il marcio a casa nostra e poi diciamo che puzza? Pensiamoci, chi ci ha portato a questo?
Le persone non sono responsabili. Turchi, albanesi, macedoni: nessuno è colpevole. Forse c’è stato un tempo in cui ci hanno mentito e siamo stati manipolati. La gente è consapevole di questo. Ma questo non può durare finché la gente crede ai loro “film”, i loro film dove ci sono persone innocenti rapite, uccise, gente che non ha niente a che vedere con le armi, e che improvvisamente diventano terroristi. Ma cosa significa “terrorista”? Ma che prima rispondano su chi ha ucciso Neshkovski. E tutto ciò che nascondono. Che rispondano sul caso Smilkovsko, sul caso Sopot, sul caso Monster.
Sentiamo cosa dicono sull’economia, sulle persone che hanno fame, su chi non mette assieme pranzo e cena. Non ho soldi in tasca, non ho futuro, non ho nulla. Eppure loro raccontano ogni giorno che creeranno posti di lavoro. Idee fittizie. Zone economiche speciali che nnessuno ha mai visto. Cos’è tutto questo? Qui nessuno vuole la guerra. Non sopporto nemmeno i rumori forti, figuriamoci gli spari. E se devo desiderare che qualcuno muoia, allora che sia io il primo a morire.
[...] Invito tutti i leader, Ali Ahmeti, Thaci [leaders dei partiti albanesi di Macedonia], anche se sono corrotti… dovrebbero essere qui con la gente. Anche l’SDSM [il principale partito di opposizione]. Anche Gruevski [il primo ministro]. Visto che è amato dalla gente… Che venga qui. Non posso amare i miei figli e allo stesso tempo avere paura di loro. Questa filosofia non regge. Dove sono le loro famiglie? Dicono che [Gruevski] abbia portato la propria famiglia a Lugano. Dove l’ha portata? Ha un figlio o un cugino qui in questa guerra? Che prendano una pistola in mano, allora! Goce Delcev e Skanderbeg [due personaggi di riferimento delle memorie nazionali, rispettivamente, macedone e albanese] almeno erano andati a combattere. Lui è là nel suo ufficio, nascosto in qualche tunnel.
[Applausi della folla. Si avvicina un altro uomo che gli dice: "Io sono macedone, bravo", e lo abbraccia. Il primo uomo si interrompe, poi riprende]
Se proprio dobbiamo parlare di terrorismo e nazionalismo, queste sono cose fabbricate per farci combattere gli uni contro gli altri. È da quarant’anni che vivo qui, e non ho sentito quaranta parole di macedoni contro albanesi, o di albanesi contro macedoni. [L'altro uomo aggiunge: "io è da cinquant'anni e non ho mai avuto problemi"].
E sono contento che lui macedone, e io albanese, abbiamo capito che ci manipolano. Ma qui ci sono ancora persone che non riescono a capirlo. E non dobbiamo permettere che questa minoranza di persone ci divida.

Penso si tratti di una testimonianza che, nella sua apparente normalità, contribuisce ad avere un diverso punto di vista sui fatti di questi giorni. Diverso rispetto a certe cronache che abbiamo sentito in questi giorni e che troppo spesso continuano a interpretare le tensioni nei Balcani come “la polveriera pronta a esplodere”. Non si va a cercare le manipolazioni che stanno dietro ad operazioni con cui si fomenta l’odio. Non si fa la fatica di comprendere quali erano davvero gli interessi che hanno fatto scoppiare le guerre jugoslave degli anni '90. E non si considera mai la gente, che è stata vittima di quegli interessi e di quelle manipolazioni. Oppure si propinano tesi “geopolitiche” che, oggi come venti anni fa, servono solo a sostenere le proprie tesi unilaterali sulle cause delle guerre jugoslave e sulle tensioni che ancora restano nell'area.

A questo proposito segnalo il gruppo diFacebook denominato “Quando un giornalista scrive "Lapolveriera dei Balcani", muore un panda”. E' una reazione – ironica ma non troppo – ad un certo giornalismo sempre innamorato di "scontri etnici", "tensioni mai sopite", "fucina di odi", "focolaio di instabilità". Un giornalismo che, come spiegano i promotori del gruppo, fa dell'inutile sensazionalismo ingigantendo problemi con cui tutta l'Europa fa i conti o li ha fatti in passato. Troppo forte la tentazione di presentare i Balcani sempre e comunque come l'eccezione d'Europa, come il teatro di violenze sempre pronte a riaccendersi, invece che come un'area che ha la sua storia, le sue particolarità, le sue risorse e, certamente, anche i suoi non semplici problemi. Un'area che andrebbe trattata con maggiore attenzione. E con maggiore rispetto.

giovedì 5 febbraio 2015

LA LIBERTA' DI STAMPA DOPO CHARLIE HEBDO

Il 28 gennaio si è svolto al Parlamento europeo il seminario di conclusione di "Safety Net For European Journalists", progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso dedicato alla libertà di stampa nell'Unione europea, nel sud est europeo e in Turchia


La questione della libertà di espressione ha occupato il dibattito pubblico europeo con fragore e drammaticità dopo il grave attentato alla redazione del settimanale francese Charlie Hebdo. Se ne è discusso anche durante il seminario “Je suis Charlie. Media Freedom in the EU and South Eastern Europe" tenutosi a Bruxelles lo scorso 28 gennaio, organizzato da Osservatorio Balcani e Caucaso e promosso da Ulrike Lunacek, vicepresidente del Parlamento europeo.

Il seminario ha inoltre presentato i risultati del progetto "Safety Net for European Journalists" cofinanziato dall’Unione europea, a cui OBC e un'estesa rete di partner a livello internazionale ha lavorato per tutto il 2014.

Di fronte a una platea composta di eurodeputati, esperti di settore, giornalisti di paesi dell'Ue e del sudest europeo - ha aperto i lavori l'eurodeputata slovena Tanja Fajon: “L'attentato di Parigi è stato uno shock ma dobbiamo prenderci il tempo per riflettere, senza adottare misure affrettate, la lotta al terrorismo non deve portare alla limitazione delle libertà di espressione. La via è lavorare fianco a fianco in Europa su solidarietà, educazione, integrazione, esprimendo la ricchezza della nostra diversità e della nostra cultura”.

Sul ruolo dei media quale pilastro imprescindibile di una società democratica, si è espressa anche la vicepresidente Ulrike Lunacek, nel suo messaggio alla platea: “La scelta di misure da 'Grande Fratello' darebbe una sensazione sbagliata di sicurezza. Gli interessi forti, politici ed economici, non vogliono media indipendenti e spingono verso la censura o l'autocensura. Ecco perché si deve continuare a promuovere e sostenere libertà di espressione e di critica, l'indipendenza dei media e il giornalismo investigativo, quali essenza di democrazia”. Ha poi indicato alcuni ambiti su cui è necessario a suo avviso lavorare: rafforzare le legislature sui media in linea con gli standard dell'Ue e sviluppare professionalità e valori deontologici tra i giornalisti.

Undici paesi monitorati, 400 approfondimenti in 9 lingue, 100 giornalisti incontrati, 550 violazioni alla libertà di stampa documentate sulla piattaforma Ushaidi.com, un manuale per giornalisti minacciati, tre policy paper. E' da quanto fatto durante Safety Net che Luisa Chiodi, direttrice scientifica di OBC, è partita per chiarire quanto sia urgente lavorare ogni giorno su questo tema: "In tutti gli 11 paesi coinvolti abbiamo evidenziato l'esistenza di comuni ostacoli alla libera informazione. Tra i bisogni espressi dai giornalisti minacciati vi è ad esempio la mancanza di assistenza legale ma un aspetto rilevante è il bisogno di ricevere solidarietà dai colleghi e dall'opinione pubblica ”. "Dopo Parigi il tema della libertà di stampa sembra interessare tutti - ha concluso Luisa Chiodi – ma garantire la libertà di stampa necessita di una forte alleanza tra istituzioni e società coinvolte, a livello locale come internazionale.”

Per approfondire, si veda lo studio “Building a Safety Net for European Journalists”, a cura di Dr. Eugenia Siapera - School of Communications, Dublin City University. Uno studio, realizzato nell'ambito del progetto, che mette in luce i bisogni dei giornalisti, gli ostacoli che affrontano e i rischi connessi all'esercizio della professione.

Il progetto "Safety Net for European Journalists . A Transnational Support Network for Media Freedom in Italy and South-east Europe" è stato co-finanziato dall'Unione Europea. Osservatorio Balcani e Caucaso ha dedicato un intero anno alla libertà di stampa in Italia, sud-est Europa e Turchia, insieme a SEEMO - South East Europe Media Organisation, Ossigeno Informazione, la Professoressa Eugenia Siapera (Dublin City University) e un'ampia rete di media partner in 11 paesi europei.

Osservatorio Balcani e Caucaso E' un think tank che si occupa di sud-est Europa, Turchia e Caucaso ed esplora le trasformazioni sociali, politiche e culturali di sei paesi membri dell'Unione Europea (UE), di sette paesi che partecipano al processo di Allargamento europeo e di buona parte dell'Europa post-sovietica coinvolta nella politica europea di Vicinato.

domenica 25 gennaio 2015

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 25 gennaio 2015.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.



Sommario della puntata

La puntata odierna si apre con le parole di Primo Levi in occasione del "Giorno della memoria" della Shoah per non dimenticare che quella tragedia è pronta a materializzarsi di nuovo, seppure non in quelle dimensioni, nell'intolleranza e nel razzismo che si manifestano nella nostra società contemporanea.

Gli argomenti della trasmissione 

Europa: la crisi economica favorisce e alimenta i nazionalismi; le considerazioni dell'ex ministro degli Esteri tedesco Joshcka Fischer in un articolo pubblicato dalla Suddeutsche Zeitung.

Energia: l'Unione Europea avrebbe bisogno di un mercato unico dell'energia ma deve vedersela con il nazionalismo dei Paesi fornitori, come la Russia, e anche con quello di alcuni Paesi membri.

Albania: la situazione economica è uno dei principali terreni di scontro tra il governo di centro-sinistra di Edi Rama e l'opposizione guidata dal sindaco di Tirana Llulzim Basha

Italia-Balcani: le relazioni trilaterali tra Roma, Tirana e Belgrado in un vertice alla Farnesina tra i rispettivi ministri degli Esteri

Kosovo: la cooperazione bilaterale con l'Italia in un incontro tra la presidente Atifete Jahjaga e la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini.

Infine si parla di libertà di stampa, diritto all'informazione dei cittadini e tutela dei giornalisti, temi divenuti di stretta attualità dopo la strage di Charlie Hebdo: mercoledì 28, con un seminario al Parlamento europeo si conclude il progetto europeo "Safety Net for Europea Journalist" promosso e coordinato da Osservatorio Balcani e Caucaso. Se ne parla con un'intervista a Luka Zanoni direttore della testata giornalistica di Obc.

La puntata, realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è ascoltabile direttamente qui



venerdì 23 gennaio 2015

LIBERTA' DI STAMPA, DIRITTO ALL'INFORMAZIONE E SICUREZZA DEI GIORNALISTI IN EUROPA

Intervista a Luka Zanoni

Che cosa limita la libertà di stampa, l'indipendenza e la sicurezza dei giornalisti? E come si può difendere il diritto all'informazione dei cittadini? Sono le domande attorno alle quali si arricolerà un sminario pubblico nell'ambito in programma mercoledì 28 gennaio al Parlamento europeo a Bruxelles che fa parte e conclude un ampio progetto europeo a cui Osservatorio Balcani e Caucaso ha lavorato durante tutto il 2014 dal titolo "Safety Net for European Journalists".

Luka Zanoni, direttore della testata giornalistica di OBC, in questa intervista a Radio Radicale presenta il seminario del 28 gennaio e traccia un primo bilancio del progetto europeo.




venerdì 14 febbraio 2014

LA TURCHIA HA IL MAGGIOR NUMERO DI GIORNALISTI IN CARCERE


Per il secondo anno consecutivo la Turchia conquista il poco invidiabile del più alto numero di giornalisti in carcere al mondo: sono ben 40. Una cifra che pone il Paese della Mezzaluna davanti a Cina e Iran. Questo almeno secondo l'ultimo rapporto del Committee to Protect journalist che segnala inoltre come le autorità abbiano continuato a ostacolare e censurare le voci critiche e cita il sindacato dei giornalisti turchi, secondo il quale almeno 22 giornalisti sono stati licenziati e 37 sono stati costretti a lasciare per la loro copertura delle proteste di Gezi Park a giugno.

“Gli arresti di giornalisti, la confusione tra critica e terrorismo e l'accesa retorica anti media del governo, che ha incoraggiato i magistrati a perseguire i critici, hanno rovinato il curriculum della Turchia in tema di libertà di stampa e frustrato le sue ambizioni di porsi come un leader e un modello democratico per la regione”, afferma il Cpj, che sottolinea come “le manovre sul personale in relazione a Gezi Park hanno rappresentato il culmine di anni di politica repressiva da parte del governo di Recep Tayyip Erdogan”, mentre l'atteso pacchetto di riforme annunciato a fine settembre scorso “non ha portato una riforma significativa delle leggi contro la stampa”.

Prima del rapporto del Cpj, Reporters Without Borders ha annunciato il suo World Press Freedom Index nel quale la Turchia si è classificata 154esima su 180 paesi per libertà di stampa, dietro paesi che vino una situazione molto difficile come il Libano, o sono teatro di conflitti come l'Afghanistan o l'Iraq. Per il rapporto di Rwb, Ankara si piazza comunque davanti a Paesi come Egitto (159esimo), Azerbaigian (160esimo), Iran (173esimo), Somalia (176esima), Cina (175esima)
e Turkmenistan (178esimo).


lunedì 6 maggio 2013

ADDIO A BEATRICE OTTAVIANO


Vorrei dedicare un pensiero a Beatrice Ottaviano, collega dell'Ansa scomparsa prematuramente questa mattina, a causa di una crudele malattia, a soli 51 anni. Ebbi modo di conoscerla nel settembre del 2003 a Belgrado, quando per caso fui mandato nella capitale serba per seguire la trasferta della commissione parlamentare che stava indagando sull'affare Telecom Serbia.
Era la prima volta che mi occupavo di Balcani. Lei era a Belgrado dal 1999 dopo sei anni trascorsi come corrispondente a Mosca dove sarebbe ritornata nel 2005. Da inesperto reporter quale ero cercai di "approfittare" della sua disponibilità ed ebbi modo così di conoscere e apprezzare le sue doti professionali, già note agli altri colleghi che da anni "coprivano" la ex Jugoslavia.
Di quelle due settimane trascorse a Belgrado mi ricordo le giornate passate al palazzo di giustizia, durante le audizioni della commissione, i passaggi in macchina e alcune belle serate con gli altri colleghi, dopo una giornata di lavoro. Negli anni seguenti ho avuto modo di risentirla qualche altra volta sulla situazione politica in Serbia, sul Kosovo o sul Caucaso.
Non posso certo dire di essere stato un suo amico o conoscente: non ho nemmeno conosciuto Ciro, il suo famoso cane pastore del Caucaso che l'aveva seguita in tutti i suoi spostamenti. Ma è anche grazie a lei se ho cominciato a capire un mondo che incominciavo appena allora a scoprire e di questo le sarò sempre grato.

giovedì 2 maggio 2013

UN FIOCCO GIALLO PER DOMENICO QUIRICO E TUTTI I REPORTER RAPITI O RECLUSI

Da oggi anche questo blog espone il fiocco giallo per ricordare Domenico Quirico, l'inviato de “La Stampa” scomparso in Siria

Dal 6 aprile è in Siria per una serie di reportage dalla zona di Homs. Vi e' entrato dalla frontiera con il Libano lo stesso giorno del rapimento del gruppo di reporter della Rai, poi rilasciati nella zona di Idlib, rassicurando però la famiglia e i colleghi che il suo percorso sarebbe stato tutt'altro. L'ultimo contatto risale al 9 aprile quando ha informato un collega di essere sulla strada per Homs. Poi più nulla. Dopo una decina di giorni di attesa il suo giornale, d'accordo con la famiglia, ha deciso di rendere nota la scomparsa del suo inviato. La regione nella quale si stava muovendo Quirico e' una delle piu' difficili della Siria in cui zone saldamente in mano alle forze del regime si alternano a quelle controllate dagli insorti e ad altre in cui operano gruppi armati schierati al fianco del regime di Assad. Una zona complicata e pericolosa dove gli scontri sono all'ordine del giorno.

Vorrei che questo fiocco giallo, insieme agli altri che stanno comparendo in questi giorni su tanti siti e blog, serva a mantenere l'attenzione su Domenico Quirico e su tutti i reporter che in questo momento sono rapiti o detenuti per impedire loro di continuare il loro lavoro. Perché, come ha scrittoil 30 aprile Mimmo Càndito, un altro grande reporter di guerra anche lui della Stampa, 
 “il reporter di guerra è un mestiere che muore, soffocato e umiliato dalla vanagloria delle nuove tecnologie e dalla egemonia riduttiva della televisione. Muore, ma ancora non è morto. È come il giornalismo, il vecchio giornalismo, che tira le cuoia però costruendo con mille affanni e mille paure una identità nuova, fatta sì di velocizzazione cieca, d’immediatezza cialtrona, di spettacolarizzazione canaglia, ma anche di forme nuove di produzione dell’informazione […] Il punto di rottura sta nell’equilibrio obbligato e però faticoso tra questa nuova prateria – tutta virtuale - che la Rete spalanca alle scorribande del lavoro di redazione e la realtà concreta, sfuggente, spesso ingannevole e imbellettata – ma tutta materiale – che invece il giornalismo deve indagare e rivelare con il proprio lavoro testimoniale sul campo, del cronista che fruga le strade della città come del reporter che s’intrufola a spalle basse nelle terre lontane insanguinate da morte e distruzione”.
Dedicato a tutti quelli che parlano e straparlano di casta dei giornalisti senza sapere e senza capire. Con la speranza che Quirico e tutti gli altri siano presto liberi e salvi.

sabato 24 marzo 2012

GRECIA: I MEDIA NELLA MORSA DELLA CRISI

Prima della crisi la Grecia era per i giornalisti un piccolo "paese della cuccagna": 11 canali televisivi nazionali e oltre 100 locali, 71 stazioni radio nazionali e oltre 300 regionali, più di 20 quotidiani nazionali - otto dei quali sportivi, un record mondiale - e un numero incalcolabile di periodici. Tutto questo in un Paese di 11 milioni di abitanti. La crisi che ha travolto la Grecia sta ora colpendo duramente anche il mondo dell'informazione e si moltiplicano le chiusure anche tra le maggiori testate del Paese: dopo il fallimento dello storico Apogevmatini, molte altre testate sono in bancarotta. Eleftherotypia da mesi non paga gli stipendi ai suoi 135 giornalisti e ha portato i libri in tribunale. Stessa sorte per piccoli giornali e tv.

Atene, 18 marzo - Buoni stipendi e generose pensioni assicuravano ai professionisti dei media uno status sociale davvero invidiabile. Anche in questo settore, però, c'è un prima e un dopo: e il dopo - ovvero l'oggi - vede senza lavoro il 30 per cento dei giornalisti professionisti mentre si allunga la lista delle testate che hanno cessato le pubblicazioni, a iniziare dallo storico Apogevmatini, chiuso allo scoppio della crisi nel novembre 2010, nonostante fosse di proprietà del gruppo Sarantopoulos. Stesso destino per il settimanale economico Kosmos tou Ependyti, che aveva visto la sua diffusione ridursi al contagocce.
E per quelli che ancora vanno in edicola, la situazione non è migliore: il secondo giornale più diffuso del Paese, Eleftherotypia, non riesce a pagare i suoi 135 giornalisti dallo scorso agosto e la proprietà ha presentato istanza di fallimento al tribunale di Atene, lamentando debiti per oltre 50 milioni di euro. Stessa situazione in piccoli giornali come Avriani, Express, Xenios, Epikinonia, Kitrinomavri Ora, o nella tv privata Alter, dove centinaia di persone non hanno ricevuto buste paga negli ultimi sei mesi.
Per quanti ancora ricevono uno stipendio, peraltro, incombono misure d'austerità davvero draconiane. Il sindacato dei giornalisti ha denunciato come gruppi editoriali come la tv SKAI o il giornale Ethnos stiano incalzando i loro dipendenti per rinegoziare i contratti di lavoro con tagli salariali fino al 30 per cento. E c'è chi va oltre, come spiega una giornalista economica, che preferisce rimanere anonima, il cui datore di lavoro "chiede che i nostri stipendi vengano ridotti di quasi la metà a 450 euro al mese".
Le cose non vanno meglio neppure nei media statali, dove i licenziamenti hanno colpito i lavoratori della televisione e della radio NET oltre alla agenzia di stampa Amna, mentre gli altri hanno sperimentato un taglio delle buste paga del 25 per cento in linea con quello effettuato agli altri dipendenti del settore pubblico. Ma non è solo una questione di posti di lavoro e stipendi. Come spiega Dimitris Trimis, presidente dell'ESIEA, il sindacato dei giornalisti greci, il rischio è che la crisi finisca con il limitare il diritto dei cittadini all'informazione. "Non siamo le sole vittime della crisi, ma la società sarà danneggiata da questa carenza di informazione" ha detto alla Dpa. "Ci stiamo dissanguando, assistiamo a un numero crescente di giornalisti che lavorano come free-lance, con salari bassissimi e nessuna tutela", aggiunge, ricordando come il sindacato abbia offerto più di 340.000 euro in aiuti e cibo ai colleghi dall'inizio della crisi. "Teoricamente, vorrei essere là fuori a riferire sulla crisi economica, e invece mi tocca aiutare altri giornalisti, come me, che sono finiti vittime della crisi" osserva. (Da un lancio dell'agenzia ADNKRONOS pubblicato sul sito della Federazione Nazionale della Stampa Italiana http://www.fnsi.it/)

KOSOVO: LIBERTA' DI STAMPA SOTTO TIRO

Le minacce e agli attacchi contro i giornaisti e la libertà di stampa non sono una novità in Kosovo. Non a caso Transparency International pone il Paese agli ultimi posti della classifica. Sottoposti alle pressioni dei politici e dei gruppi criminali molti organi di informazione preferiscono autocensurarsi o diventare portavoce del potere. Qui di seguito un articolo di Serbeze Haxhiaj pubblicato oggi da Courrier du Kosovo/Courrier des Balkans (la traduzione è nostra da quella in francese di Belgzim Kamberi).

Kosovo: tiro al bersaglio sui giornalisti e libertà di espressione

Fatmire Tërdevci sta ancora soffrendo per le ferite. Raggiunta sette anni fa da diversi colpi di kalashnikov, sembra che le sue ferite non si siano chiuse così rapidamente come l'inchiesta sull'attentato di cui fu vittima. La giornalista aveva sconvolto l'opinione del Kosovo, rivelando l'esistenza di reti criminali che controllano le rotte dei traffici di carburante e sigarette. Fu ferita in un agguato mentre si trovava in un villaggio della Drenica (vedi in proposito l'articolo pubblicato dal Courrier des Balkans all'epoca del fatto).

L'agguato fu una risposta diretta alla pubblicazione della sua inchiesta. Incinta di otto mesi, il suo bambino fu salvato in extremis. Sette anni più tardi l'indagine giudiziaria non ha prodotto alcun risultato. Un gruppo di indagine internazionale ha classificato il caso allo stesso livello dell'omicidio del giornalista Xhemail Mustafa, consigliere per la stampa di Ibrahim Rugova, ucciso nel 2000 da "sconosciuti". Altri due giornalisti, Besim Bardhyl e Ajeti Kastrati, che lavoravano per un quotidiano vicino alla Lega democratica del Kosovo (LDK) di Ibrahim Rugova, furono uccisi qualche tempo dopo l'ingresso delle forze della NATO in Kosovo.

Gli attacchi e le pressioni sui giornalisti non sono esattamente una novità in Kosovo. Secondo i giornalisti, la professione continua ad affrontare due nemici: le pressioni e le minacce da parte di politici e bande criminali e la mancanza di mezzi finanziari.

Secondo Halil Matoshi, entrambi questi due elementi spingono verso il basso il livello professionale dei media in Kosovo. Vehbi Kajtazi, giornalista del quotidiano Koha Ditore, ha recentemente pubblicato un'intervista con una persona che avrebbe ucciso i politici, su richiesta. "In un paese dove lo Stato di diritto è ad un livello allarmante, dove i politici sono strettamente legati agli uomini d'affari che spesso sono criminali, i giornalisti sono in costante pericolo", dice.

Arben Ahmeti, presidente dell'Associazione dei giornalisti professionisti del Kosovo, ha detto che la criminalità organizzata è diventata una fonte di forza e di potere: "Quando il potere legato al crimine organizzato influenza i tre poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario, i giornalisti sono costantemente il bersaglio di vari gruppi di interesse che minacciano la libertà di stampa". Secondo un rapporto di questa associazione, ci sono stati 33 attacchi contro i giornalisti lo scorso anno.

Secondo Ulpiana Lama, giornalista ed ex portavoce del governo, il problema del Kosovo è che le prove pubblicate non vengono tenute in conto. "La catena della verità è rotta a causa del fallimento della giustizia, che è riluttante ad impegnarsi. Questo svaluta il lavoro del giornalista e l'importanza delle informazioni pubblicate. Di conseguenza, il giornalista non è più motivato a indagare. Ecco perché la tendenza è l'apatia collettiva e il silenzio", dice Ulpiana Lama.

I media in Kosovo sono anche sotto il tiro del codice penale, anche se il ministro della Giustizia, Hajredin Kuci, nega: anche se il reato di parola non esiste più, due articoli di legge permettono di criminalizzare i media in qualsiasi momento.

Per Alma Lama, membro del Parlamento, i media in Kosovo sono in parte liberi. "Alcuni media scelgono di incoraggiare la mancanza di professionalità e diventare portavoce del potere. La televisione pubblica è interamente controllata dal governo. La mancanza di risorse finanziarie l'ha resa ancora più dipendente", dice Alma Lama.

I giornalisti e gli esponenti della società civile hanno espresso preoccupazione sull'abusando dell'informazione pubblica da parte del potere. La legge che garantisce l'accesso ai documenti pubblici funziona solo in teoria. La verità è soppressa a scapito dell'interesse pubblico, dice desolato Avni Zogiani, che dirige l'ong Cohu. Freedom House ha classificato il Kosovo tra i Paesi "parzialmente liberi", mentre Transparency International lo pone nella parte inferiore della classifica per quanto riguarda la libertà di stampa.

domenica 25 luglio 2010

GRECIA: L'OMICIDIO DEL GIORNALISTA SOKRATIS GUIOLIAS

Sokratis Guiolias
Sokratis Giolias
Lo hanno attirato fuori casa con un tranello e lo hanno poi assassinato con numerosi colpi di arma da fuoco. Sokratis Guiolias, 37 anni, giornalista e blogger molto noto, direttore dell'emittente radiofonica “Thema 9,89“, è stato freddato all'alba del 19 luglio davanti alla sua abitazione ad Atene. Si tratta di un fatto gravissimo che ha scosso notevolmente la Grecia: il primo giornalista assassinato da vent'anni a questa parte. Perché lui e perché adesso, è la domanda che si sono posti molti commentatori. L'omicidio è stato attribuito alla "Setta dei rivoluzionari", un gruppo nato dopo i disordini del dicembre 2008 che aveva dichiarato di voler eliminare tutti i giornalisti e tutti i poliziotti. Una vera rivendicazione, però, non c'è stata e resta quindi il mistero sui veri mandanti e sugli esecutori. Probabilmente il delitto è legato alla professione di Guiolias, uno dei principali esponenti di uno spregiudicato modo di fare giornalismo in Grecia che alcuni definiscono investigativo e altri da "buco della chiave": Guiolias con le sue inchieste aveva fatto luce su molti affari sporchi. L'omicidio, però, indica anche un cambiamento della violenza politica in questi ultimi anni, dei nuovi gruppi estremisti rispetto a quelli "storici".
Su questo per Radio Radicale ho intervistato la collega Elisabetta Casalotti, giornalista di Eleftherotypia, uno dei più diffusi quotidiani greci.

L'intervista la trovate qui oltre che sul sito di Radio Radicale