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mercoledì 25 febbraio 2015

GRECIA: L'ACCORDO ALL'EUROGRUPPO E' UNA VITTORIA O NO PER TSIPRAS?

Intervista a Dimitri Deliolanes
Corrispondente dall'Italia della Radiotelevisione pubblica greca

L'Eurogruppo ha dato parere positivo alla prima lista di riforme presentata dal nuovo governo greco guidato da Alexis Tsipras.
Dopo la grande vittoria alle elezioni anticipate di gennaio, è una vittoria o una sconfitta per il leader di Syriza?

Ascolta direttamente qui l'intervista per Radio Radicale

lunedì 3 novembre 2014

CROAZIA: IL PRESIDENTE IVO JOSIPOVIC INTERVISTATO DAL FINANCIAL TIMES

Di Marina Szikora
A due mesi, piu' o meno, dalle elezioni presidenziali in Croazia, di cui la data ufficiale non e' ancora stata decisa, l'attuale presidente Ivo Josipovic rilascia una intervista al giornale britannico, 'The Financial Times'. In questa intervista, il capo dello stato croato si appella ai suoi cittadini di superare la sfiducia che nutrono nei confronti delle riforme. Secondo Josipovic, proprio la sfiducia verso il capitalismo che e' diffusa nella societa' croata e' una delle ragioni per cui nessun governo croato finora non ha voluto attuare le riforme necessarie per poter modernizzare l'economia e sanare le finanze pubbliche. Josipovic afferma che nessuno dei governi croati e' riuscito ad attuare le riforme economiche indispensabili per attirare gli investimenti stranieri, creare nuovi posti di lavoro e tirare il Paese fuori dalla recessione che potrebbe prolungarsi anche nel 2015, il che sarebbe il settimo anno consecutivo, avverte il presidente croato.

Come membro del Partito Socialdemocratico, ricorda il 'Financial Times', Ivo Josipovic fu eletto presidente nel 2010 sulla piattaforma che si occupava di ingiustizia sociale, corruzione e criminalita' organizzata. “Il piu' grande ostacolo alle riforme sta nelle nostre teste” afferma Josipovic e aggiunge che quando arriva qualcuno in veste di importante investitore, la societa' reagisce dicendo: “arriva per poter guadagnare e noi questo non lo possiamo permettere”. Si tratta molto probabilmente di una eredita' del sistema precedente, del socialismo, e' dell'opinione il presidente croato e punta sul periodo tra il 1945 e il 1990 quando la Croazia faceva parte della Jugoslavia comunista. Un tale approccio e' visibile nei media e tra i politici. E' diffusa la paura di investitori e di imprenditori. Adesso pero' abbiamo una nuova legislazione che incoraggia gli investimenti, ma questo non e' sufficiente, spiega Josipovic. Per quanto riguarda misure difficili, quali ad esempio un ipotetico programma di aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale, Josipovic afferma che in tal caso si dovrebbe pensare alla stabilita' della societa' e relazioni oneste nella societa'. “Spero che con noi non si comporterebbero come con la Grecia” dice il presidente.

La Croazia e' simile alla Grecia, che nel 2010 doveva essere salvata dall'Ue e dal FMI in cambio di severe misure di risparmio e di riforme dell'amministrazione ed economia statali, appesantita da un costoso e affollato settore pubblico, disciplina di bilancio insufficiente e debole concorrenza, osserva il Financial Times e aggiunge che il BDP di questo paese dal 2008 e' calato del quasi 13 per cento mentre la disoccupazione nello scorso settembre era del 17,7 per cento. Il debito pubblico cresce a picco e l'anno scorso ha raggiunto il 67 per cento del PIL, oltre il doppio rispetto al 2008. Il programma del FMI per la Croazia sarebbe comunque diverso rispetto a quello che si e' adoperato per la Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro, paesi che sono membri della zona euro.

Gli esperti economici dicono che la Croazia, se si decidesse di chiedere aiuti internazionali, aspetterebbe molto probabilmente che prima si svolgessero le elezioni parlamentari previste regolarmente tra un anno. Pensando alle elezioni, Zoran Milanovic, premier socialdemocratico dal 2011, scrive Financial Times, ha promesso a settembre che il suo esecutivo evitera' le misure che sono socialmente penose, come il grande ridimensionamento del numero dei posti di lavoro nel settore pubblico e che proseguira' “per un cammino di riforme piu' lento ma meno traumatico”. Infine, in questo articolo-intervista, si e' fatto riferimento anche alle recenti dichiarazioni del governatore della Banca Centrale Croata, Boris Vujcic il quale ha criticato aspramente la classe politica croata nel suo governamento economico dicendo che nella politica nazionale era prevalso “un obiettivo miope di come guadagnarsi facilmente i voti piuttosto che creare un'economia efficace, aperta e flessibile che porterebbe alla creazione di nuovi posti di lavoro”.

Va detto ancora che il presidente Josipovic ha rilasciato questa intervista al 'Financial Times' subito dopo la sua partecipazione, in quanto relatore introduttivo, alla recentissima conferenza svoltasi a Londra sul futuro dell'energetica. Il capo dello stato croato, in quella occasione, e' stato presentato come la persona che sta realizzando il programma “di lotta contro l'ingiustizia sociale, corruzione e criminalita' organizzata”. Sottolineando che il Presidente non ha una influenza diretta sulla politica economica, il Financial Times scrive che il capo dello stato croato attraverso il suo Ufficio “promuove presso l'opinione pubblica i pregi del mercato libero e degli investimenti internazionali” a fin di superare la paura dell'imprenditoria.

Il teso è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 2 novembre a Radio Radicale

giovedì 17 aprile 2014

I MINISTRI DEGLI ESTERI DELL'UE SUL FUTURO EUROPEO DELLA BOSNIA

Di Marina Szikora
Lunedi’ a Lussemburgo i ministri degli esteri dei 28 stati membri dell’Ue hanno discusso della BiH. Il processo di integrazione europea della Bosnia Erzegovina da lungo tempo in stallo a causa della fallita implementazione della sentenza Sejdić-Finci, deve muoversi dal punto fermo, concordano i capi di diplomazia dell’UE. La Bosnia come tema di discussione e’ stata messa in agenda grazie ad una iniziativa dell’Austria e Ungheria. Il rispetto della sentenza Sejdić-Finci resta una questione molto importante, ma il paese deve affrontare “una serie di problemi” economici e sociali per far avanzare il processo di integrazione europea al momento bloccato, ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, Catherine Ashton in vista di questa riunione. Ma l’UE e’ pronta a individuare una nuova strategia nei confronti della Bosnia Erzegovina che sarebbe meno incentrata sulla necessita’ di rispettare la sentenza in questione e piu’ rivolta alla necessita’ e importanza delle riforme economiche e sociali.

In conclusione e’ stato approvato il cosidetto “Patto per la crescita” una decisione questa dell’UE per far ripartire il processo di integrazione. Nelle conclusioni dei ministri riuniti a Lussemburgo si ribadisce l’impegno inequivocabile a favore dell’integrita’ territoriale della Bosnia Erzegovina e a favore della sua prospettiva europea. Il documento dei ministri condanna fermamente “l’inaccettabile retorica secessionista” e si ricorda che Sarajevo rischia di rimanere indietro nel processo di avvicinamento a Bruxelles a causa “della mancanza di volonta’ da parte dei politici bosniaci” a differenza di altri paesi della regione che stanno facendo progressi. Adesso tocca alla Bosnia o meglio ai suoi politici ad intraprendere quello che sono i loro obblighi per il benessere del paese e del proprio popolo. I ministri delgi Esteri del 28 ricordano le proteste popolari all’inizio dell’anno che hanno travolto l’intero paese e quindi spetta ai leader politici offrire risposte concrete relative alle aspettative e preoccupazioni espresse dai cittadini. Le priorita’ da affrontare, rileva il documento dell’UE, sono l’attuazione delle riforme sociali ed economiche tra cui emergente il problema dell’altissimo tasso di disoccupazione, la necessita’ di migliorare il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio, la creazione di un migliore ambiente imprenditoriale, un maggiore coinvolgimento della societa’ civile e dei giovani.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda oggi a Radio Radicale

giovedì 28 novembre 2013

BELGRADO ATTENDE L’APERTURA DEI NEGOZIATI DI ADESIONE ALL’UE

Gli Usa appoggiano l'integrazione europea della Serbia e l'accordo con il Kosovo


Di Marina Szikora
La Serbia guarda con attenzione al prossimo Consiglio europeo di fine dicembre aspettandosi l’avvio ufficiale dei negoziati di adesione all’UE. Il capo della delegazione dell’Unione in Serbia, Michael Davenport, ha affermato in questi giorni che Bruxelles appoggerà le riforme in Serbia e si aspetta che le intenzioni dell’esecutivo serbo diventino realtà. Non si tratta quindi soltanto della normalizzazione delle relazioni con Priština, bensì anche di passi concreti nel processo di riforme. Davenport ha precisato che il governo serbo deve adottare la strategia per la riforma della pubblica amministrazione. Tutto questo rappresenta grandi sfide, afferma il rappresentante dell’UE ribadendo che l’Unione appoggerà queste riforme e aggiungendo che è indispensabile la loro attuazione non soltanto l’adozione delle leggi. Bisogna migliorare il lavoro delle corti sia a livello nazionale che quello locale; verrà osservato anche il consolidamento e l’attuazione della strategia sui media, il rispetto dei diritti delle minoranze etniche e della comunità Lgbt, nonché il miglioramento del clima per la imprese il che consentirà la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore privato.

Il rappresentante dell’UE ha informato che è in corso il lavoro relativo alla cornice negoziale per la Serbia di cui attualmente si discute nei paesi membri e si aspetta che il Consiglio europeo il prossimo 19 e 20 dicembre esamini la possibilità di convocare la prima conferenza intergovernativa entro la fine di gennaio. Davenport ha ricordato che le conclusioni del Consiglio dello scorso giugno puntano sulle aspettative che la Serbia applichi pienamente l’accordo di Bruxelles. A tal proposito la questione sarà cruciale quando si esamineranno i risultati raggiunti da Belgrado: un avanzamento nell’attuazione dell’accordo è evidente, ha detto il rappresentante europeo, sottolineando anche l’importanza che una buona parte dei cittadini serbi in Kosovo si siano recati alle urne e abbiano votato. Tutto sommato, le valutazioni sono positive.

Alla Serbia quindi è stato precisato chiaramente che i negoziati di adesione dipendono dal processo di normalizzazione delle relazioni con Priština e in questo senso si pretende anche che Belgrado non impedisca al Kosovo di entrare nelle istituzioni internazionali. Tuttavia, proprio in questi giorni i media serbi scrivono che la Serbia ha rafforzato la sua battaglia diplomatica il cui obiettivo è proprio quello di ostacolare l’ingresso del Kosovo nelle organizzazioni mondiali ed europee. Ricordiamo che attualmente il Kosovo può partecipare soltanto alle organizzazioni regionali con la nota obbligatoria nei documenti delle riunioni che specificano lo status attuale del Kosovo. Il capo della diplomazia serba Ivan Mrkić ha parlato in questi giorni di un'azione di lobbing a favore dell'ingresso di Priština in diverse organizzazioni come l’OSCE o il Consiglio d’Europa. Se ciò sarà confermato, ha dichiarato Mrkic, Belgrado chiedera’ spiegazioni a Bruxelles alle prossime riunioni con l’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE, Catherine Ashton.

Gli Stati Uniti, da parte loro, appoggiano gli sforzi del governo della Serbia per implementare l’accordo raggiunto tra Belgrado e Priština con la mediazione di Bruxelles: è quanto emerso dall’incontro del premier serbo Ivica Dačić con il sottosegretario americano per le questioni europee ed euroasiatiche, Hoyt Brian Yee. In occasione di una prima visita del rappresentante dell’amministrazione americana a Belgrado, Ivica Dačić ha avuto la conferma che gli Stati Uniti sostengono pienamente la via europea della Serbia, l’impegno verso le riforme dall’esecutivo di Belgrado e al tempo stesso salutano il processo di dialogo con Priština verso la soluzione del problema Kosovo. Secondo le dichiarazioni del premier Dačić, il governo della Serbia si impegna a migliorare le relazioni con gli Stati Uniti e ha indicato le diverse possibilità per migliorare in particolare la collaborazione economica. Dačić ha rilevato che nei primi nove mesi di quest’anno l’esportazione della Serbia verso gli Stati Uniti e’ aumentata del 70 percento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e si è detto fiducioso che le imprese americane investiranno nell’economia serba.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 28 novembre a Radio Radicale

venerdì 14 maggio 2010

TURCHIA: REFERENDUM IL 12 SETTEMBRE. FORSE.

Il referendum sulla riforma costituzionale in Turchia si terra' il 12 settembre e non entro la fine di luglio come si pensava in un primo momento. La Commissione elettorale suprema ha infatti ritenuto opportuno applicare la vecchia legge elettorale, che prevede un preavviso di 120 giorni, e non quella recentemente approvata, che dimezzava a 60 giorni questo termine.
Il processo polito-istituzionale messo in moto una settimana fa con l'approvazione da parte del Parlamento di Ankara degli emendamenti alla Costituzione voluti dal governo dei Recep Tayyp Erdogan, dunque procede. Dopo la firma da parte del presidente della Repubblica, Abdullah Gul, la riforma è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e la Suprema Corte Elettorale ha stabilito che la data per la consultazione popolare resa necessaria dal fatto che in Parlamento la riforma non ha ottenuto il voto favorevole dei 2/3 dei deputati.
La nuova carta costituzionale dovrebbe sostituire quella del 1982, figlia del colpo di stato militare del 1980 e tocca soprattutto i poteri della magistratura e dei militari. Secondo l'Akp, il partito di maggioranza che fa capo a Erdogan, si tratta di una grande opportunità per garantire maggiore democrazia e mettere il Paese in linea con gli standard dell'Ue, secondo l'opposizione non è che una manovra per limitare il potere dei militari e dei giudici, vale a dire i due bastioni dello stato laico voluto da Kemal Ataturk.
Al momento comunque non è ancora certo che il referendum si tenga. Come annunciato subito dopo il voto parlamentare il Chp, il Partito repubblicano del Popolo, la principale voce dell'opposizione turca, ha presentato alla Corte costituzionale il suo ricorso contro la riforma della Costituzione. La Corte dovrà decidere prima che si vada alle urne e se dovesse accogliere il ricorso dell'opposizione è facile immaginare il caos che potrebbe determinarsi in Turchia: non solo andrebbe a monte il tentativo di riforma costituzionale, ma per Erdogan sarebbe una sconfitta politica pesantissima che potrebbe indurlo ad andare alle elezioni in anticipo rispetto alla scadenza naturale del luglio 2011.
C'è anche da notare una singolare coincidenza: il 12 settembre ricorrerà il trentesimo anniversario del golpe del 1980. Una data, dunque, altamente significativa, il cui valore simbolico potrebbe fare molto gioco a Erdogan. La riforma costituzionale, infatti, tra le varie cose prevede anche la possibilità per i militari di essere giudicati dalla magistratura civile, inclusi gli esecutori materiali del golpe del 1980.

mercoledì 21 aprile 2010

LA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE ACCENDE LA TURCHIA

Foto Alumbis/Flickr
Recep Tayyp Erdogan ha rinunciato al vertice italo-turco che doveva tenersi oggi a Roma ed è rimasto ad Ankara per seguire da vicino il confronto parlamentare sulla riforma della Costituzione, elaborata sulla scia del colpo di stato del 1980, che il premier turco vuole fortemente ma che l'opposizione è altrettanto strenuamente decisa a bloccare perchè vi vede un tentativo di mettere il bavaglio alla magistratura e di ridimensionare lo strapotere dei militari da parte dell'attuale governo islamico-moderato. La riforma proposta renderebbe, tra l'altro, molto più difficile la messa al bando dei partiti politici, aprirebbe la possibilità di processare i militari anche dai tribunali civili e darebbe più peso al parlamento nella nomina dei giudici costituzionali e al premier in quella dei membri del consiglio superiore della magistratura.

Per gli oppositori il disegno di Erdogan è chiaro: il premier punta ad accrescere i propri poteri a scapito della magistrarura, in modo da evitare in futuro eventuali nuovi tentativi di chiudere il suo partitp, l'Akp, che lo scorso anno è sfuggito per poco alla messa al bando (l'accusa era quella di aver attentato al secolarismo dello Stato), misura dalla quale invece lo scorso anno non è scampato il Dtp, il partito curdo che aveva avuto un buon successo nelle elezioni del 2007 e che per un certo periodo aveva appoggiato il governo. Le nuove norme, però, andrebbero anche nella direzione auspicata dall'Unione Europea per uniformare la legislazione turca a quella dei Ventisette nel quadro del negoziato di adesione che langue da tempo e il cui esito è tutt'altro che scontato.

Ieri il parlamento turco ha cominciato l'esame degli emendamenti alla Carta: alcuni tra i meno controversi hanno ottenuto il voto anche di un paio di deputati dell'opposizione mentre questa mattina sono passati altri tre articoli. La riforma prevede infatti anche misure per rafforzare i diritti delle donne e dei minori, per la protezione della privacy e per estendere i contratti collettivi ai funzionari della pubblica amministrazione. Ma si tratta della quiete prima della tempesta: le questioni fondamentali, su cui l'opposizione promette guerra totale anche fuori dal parlamento, non sono ancora arrivate all'esame dell'assemblea. Il Partito repubblicano del Popolo (Chp), la principale formazione dell'opposizione, erede del kemalismo, ha iniziato a boicottare il voto in parlamento e si dice sicuro che la Corte Costituzionale boccherà la riforma e per questo ha già pronti tre diversi ricorsi.

Il dibattito parlamentare si annuncia, quindi, tutt'altro che facile e potrebbe durare ancora a lungo. Per questo Erdogan non ha fatto mistero di essere pronto a ricorrere al referendum popolare che potrebbe tenersi entro l'estate. "Fuggono dalla democrazia", dice in risposta alla linea dura dell'opposizione contraria ai cambiamenti. In ogni caso il braccio di ferro rischia di creare nuove gravi tensioni nel Paese dove i rapporti tra governo, alti gradi militari e magistratura sono da tempo piuttosto difficili, come dimostrato dalla scoperta di un presunto piano di colpo di stato contro il governo che lo scorso mese ha provocato l'arresto di decine di militari poi rimessi in luibertà. Sia come sia per la Turchia i prossimi saranno mesi piuttosto caldi. Non è quello di cui ha bisogno, ma è la realtà con cui si dovrà fare i conti anche fuori dai confini del Paese e l'Europa farebbe bene a non sottovalutare la situazione.