Un forte messaggio di civilta’ e un passo verso il futuro europeo
Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza di Marina Szikora che sarà trasmessa questa sera nello Speciale di Passaggio a Sud Est dedicato al tema della riconciliazione e della pacificazione della ex-Jugoslavia in onda alle 23.30 a Radio Radicale.
Un evento di portata storica, quello che si attende domani a Vukovar, tanto discusso negli ultimi giorni, molto atteso e’ gia’ anticipatamente plaudito ma che sicuramente sara’ segnato dall’ombra di protesta contro questa iniziativa da alcuni anche contestata. Domani, il presidente croato Ivo Josipovic accogliera’ a Vukovar il suo collega serbo, Boris Tadic pavimentando cosi’ senza alcun dubbio il cammino verso una cosi’ difficile, ma da loro fermamente voluta riconciliazione nella regione che fu tormentata cosi’ gravemente dalla guerra degli anni novanta. E’ una specie di introduzione in quello che poi a fine novembre sara’ la visita ufficiale di Tadic in Croazia e che per l’importanza ed il suo valore molto simbolico, merita di essere considerata una vicenda particolare ed una visita che va compiuta separatamente da quello che di consueto fa parte della visita ufficiale di un capo di stato ad un altro paese.
Nel corso delle ore che Boris Tadic passera’ a Vukovar, ai due presidenti attende un’agenda molto densa. Come primo renderanno omaggio alle vittime della fattoria di Ovcara e depositeranno corone in questo luogo cosi’ fortemente impresso nella memoria della citta’ martire di Vukovar, poiche’ all’epoca, sulla fattoria di Ovcara furono uccisi circa 260 tra soldati, civili e feriti croati dell’ospedale di Vukovar. Successivamente, i due presidenti visiteranno la localita’ di Paulin Dvor, nei pressi di Osijek e renderanno ommaggio alle vittime di questo villaggio, ai 19 civili, di cui tutti di nazionalita’ serba tranne uno ungherese furono uccisi nel 1991. Va sottolineato che la giustizia croata aveva processato per questo crimine il responsabile Nikola Ivankovic condannandolo ad una pena carceraria di 15 anni. Tadic e Josipovic incontreranno i rappresentanti delle associazioni della Guerra per la Patria, piu’ precisamente le famiglie dei croati scomparsi nel corso della guerra. A questo incontro partecipera’ anche la presidente del Governo croato, Jadranka Kosor. A tal proposito, la premier croata ha dichiarato che l’arrivo di Tadic nel luogo della fossa comune di Ovcara e’ un momento quando tutti ci fermiamo e che il rendere omaggio ai difensori e ai civili croati, ai difensori di Vukovar lei lo vive come un donoa alle vittime di Vukovar. Sara’ anche l’occasione, ha aggiunto Kosor, di aspettarsi nuovi dati sulle persone scomparse.
Nonostante i molto accesi contrasti tra il governo e l’opposizione croata, per quanto riguarda la visita di Tadic a Vukovar, il presidente del Partito socialdemocratico, Zoran Milanovic appoggia pienamente questa iniziativa. Milanovic ha precisato che per questo gesto Tadic sara’ attaccatto in Serbia e che in Croazia non saranno tutti contenti. Ma ha rilevato che si tratta di un gesto positivo, che va bene che si tratta di una iniziativa del Presidente croato come lo e’ positivo che a Vukovar ci sara’ anche la premier croata Jadranka Kosor. La visita di Tadic si dovrebbe concludere con l’incontro del presidente serbo con l’ambasciatrice olandese in Croazia poiche’ l’Olanda aveva donato il traghetto che collega le due sponde del Danubio – la Vukovar croata e la Bac serba. Va sottolineato che questa sara’ la prima visita di un presidente serbo a Vukovar che secondo il presidente Josipovic contribuira’ “al rilassamento con il passato appesantito dalle relazioni croato-serbe”. E’ previsto che Boris Tadic rientri in Serbia con il traghetto che gli fara’ attraversare il Danubio dalla sponda croata a quella serba. Anche questo, dovrebbe essere un gesto simbolico di collegamento o meglio di riavvicinamento delle due parti, cosi’ contrastanti ed ostili nel passato.
Dall’Ufficio del presidente Josipovic giungono dichiarazioni che l’arrivo di Tadic a Vukovar e’ un gesto importante e uno stimolo per sviluppare ulteriormente le relazioni tra Croazia e Serbia nonche’ un’apertura verso il futuro. Viene sottolineato che si tratta di un desiderio comune dei due paesi che si inserisce molto bene nel contesto europeo e che non si tratta invece, come commentano i pochi che si oppongono fortemente a questa visita, di pressioni dall’esterno, in particolare da Bruxelles. Rendere omaggio alle vittime di Ovcara, viene considerato come un atto di civilta’ e un guardare verso il futuro. Nonostante annunci di manifestazioni di protesta, in particolare delle singole associazioni di difensori di Vukovar, si e’ convinti che la visita passera’ senza problemi. Martedi’, in una dichiarazione all’agenzia di stampa serba Tanjug, il presidente del Consiglio popolare serbo in Croazia, Milorad Pupovac, il leader della minoranza serba in Croazia, ha detto che la visita congiunta di Josipovic e Tadic a Vukovar e’ una iniziativa importante che aiutera’ ad incrementare le relazioni tra i due paesi nonche’ le relazioni tra croati e serbi a Vukovar. E’ importante sia dal punto di vista simbolico che pratico, e’ dell’opinione Pupovac, nel senso che aiutera’ i cittadini di oltrepassare il passato e successivamente, le due parti potranno parlare di temi che finora sono stati molto limitati o perfino impossibili. Sara’ piu’ facile, afferma Pupovac, parlare delle reciproche accusa davanti alla CIG nonche’ di processi contro i crimini di guerra, di politiche che conducevano alla distruzione di Vukovar e alle sofferenze della gente da entrambe le parti di questa citta’.
La visita di Tadic e Josipovic, e’ dell’opinione il rappresentante della minoranza serba in Croazia, contribuira’ positivamente al milgioramento delle relazioni tra croati e serbi di Vukovar poiche’, come ha detto, essi vivono in una specie di conflitto congelato e in ricordi che dividono. Infine, secondo Pupovac, nessun partito politico serio ne’ politici seri in Croazia non parlano contro la visita di Tadic a Vukovar e ha aggiunto che questo evento e’ contrastato soltanto da gruppi politici marginali. In una intervista speciale al telegiornale croato, il presidente croato Ivo Josipovic ha sottolineato che la visita di Tadic ad Ovcara, dove nell’autunno del 1991 furono uccise alcune cnetinaia di prigionieri croati acconsentisce che “senza riserve” si incominci a risolvere i problemi seri tra i due stati. Alla domanda se teme connotazioni negative per il fatto che anche la localita’ di Paulin Dvor, dove furono uccisi i serbi, faccia parte del programma, Josipovic ha risposto che non vede nessuna ragione che contrasti questa iniziativa. “Non c’e’ nessuno normale dalla parte croata che non accusa i crimini contro i nostri concittadini di nazionalita’ serba, quali quelli commessi anche a Paulin Dvor. Anch’io ci andro’” ha detto il presidente croato. Josipovic ha valutato che in Croazia la societa’ e’ “dominante pacifica” anche se ci sono quelli che non condividono la politica di riconciliazione e di amicizia con la Serbia ma che si tratta di assoluta minoranza. Il presidente croato ha concluso che puo’ capire quelli che hanno subito crimini e violenze anche se la maggior parte delle vittime non e’ presa dall’odio e vuole la riconciliazione. “Pero’ non capisco i politici che sono contrari alla riconciliazione. Oggettivamente, anche se si vantano di orgolio croato, lavorano contro l’interesse della Croazia. E’ vero che Tadic aveva fatto anche dichiarazioni contestate, spesso modificate e rafforzate dal punto di vista mediatico, ma so che vuole sinceramente la riconciliazione e che e’ pronto a fare il meglio su questa via” ha detto il presidente Josipovic. Ha sottolineato inoltre che per un ulteriore miglioramento delle relazioni e’ necessario anche un aproccio coretto verso la difficile storia, aggiungendo che oggi il potere, le organizzazioni non governative e un largo numero di individui della Croazia e della Serbia vogliono la riconciliazione e ci lavorano intensamente. Alla domanda se l’avanzamento nel processo delle integrazioni europee della Serbia, senza l’arresto di Ratko Mladic, diventa un messaggio che i criteri per tutti i paesi dei Balcani non sono uguali, Josipovic si e’ detto certo che l’adempimento di tutti gli obblighi internazionali sono la condizione anche per la Serbia come anche per tutti gli altri stati che vogliono entrare in Europa. Il presidente croato ha rilevato che “la Serbia e’ consapevole che alla fine, senza la prontezza di attuare il diritto internazionale e senza un rapporto giusto verso i crimini, non ci puo’ essere il futuro europeo”.
In vista di questo evento cosi’ atteso, il presidente Tadic per la prima volta dopo tanto tempo ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano di Zagabria, ‘Jutarnji list’. In questa intervista il capo dello Stato serbo ha rilevato di aver deciso da tanto tempo che avrebbe visitato Vukovar ma aveva ritenuto che questa visita non bisogna collegarla con una visita ufficiale. L’arrivo a Vukovar fa parte della sua filosofia umana e politica che biosogna rendere omaggio alle vittime innocenti della guerra che aveva colpito l’ex Jugoslavia, che bisogna chiudere questa pagina difficile delle relazioni tra croati e serbi nel 20-esimo secolo e girarsi verso il 21-esimo secolo, ha detto Tadic sottolineando che la visita a Vukovar non puo’ essere politicamente strumentalizzata. “La mia visita a Vukovar e’ una logica conseguenza delle scuse che ho gia’ fatto a tutti i rappresentanti del popolo croato che hanno subito del male a nome della Serbia e del popolo serbo. Questo non e’ soltanto un gesto simbolico e un messaggio al popolo croato, bensi’ un messaggio a tutti quelli che vivono sul territorio dell’Europa sudorientale per dire che una tale vicenda non deve ripetersi mai piu’. Trovando nella regione un capo dello stato con il quale mi intendo bene, un presidente come Ivo Josipovic, penso che da Vukovar possiamo mandare insieme anche un messaggio all’Ue che questa parte dell’Europa sudorientale non e’ sempre tale quale loro ritengono...Ai nostri figli dobbiamo aprire una nuova prospettiva senza appesantirli di pesi dello scorso secolo” ha detto Boris Tadic e ha aggiunto che non sta a lui a giudicare chi e’ il principale colpevole. “E’ chiaro che la politica di Milosevic ha la sua parte della colpa per quello che era accaduto, il suo ruolo e’ stato assolutamente catastrofico per gli eventi su questo territorio” ha detto il capo dello stato serbo. Ma si e’ riservato anche di fare alcun paragone tra i ruoli di Milosevic, Tudjman ed Izetbegovic, all’epoca rispettivamente presidenti di Serbia, Croazia e BiH. “Che i loro ruoli siano giudicati dagli storici e dai giudici. Da parte mia ho fatto il tutto possibile affinche’ le cose in Serbia cambino radicalmente. Lo stesso bisognava fare in tutti i paesi dei Balcani occidentali, ma questo tralascio alla gente che vive nei paesi vicini” ha concluso Tadic.
mercoledì 3 novembre 2010
venerdì 29 ottobre 2010
PASSAGGIO SPECIALE
L'Unione Europea apre le porte alla Serbia
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda il 27 ottobre a Radio Radicale è dedicato alla decisione dei ministri degli Esteri dell'Ue che lunedì 25 hanno deciso di dare via libera al riconoscimento ufficiale della candidatura serba all'adesione. Una decisione importante che mantiene le promesse ripetute da Bruxelles e premia gli sforzi compiuti dal governo filo-europeista di Belgrado e dal presidente Boris Tadic. Il sì dei ministri degli esteri dei 27 è però condizionato alla piena collaborazione della Serbia con il Tribunale per la ex-Jugoslavia e alla cattura degli ultimi due ricercati dalla giustizia internazionale: Ratko Mladic e Goran Hadzic.
Ora la parola passa alla Commissione europea. Per il riconoscimento dello status di paese candidato ci vorranno ora diversi mesi e altro tempo passerà prima dell'avvio ufficiale del negoziato di adesione che richiederà a sua volta alcuni anni di duro lavoro da entrambe le parti. Un primo passo importante però è stato fatto e quella di lunedì 25 ottobre può essere considerata una data fondamentale, probabilmente storica, per la Serbia moderna e per il suo futuro. Una data che segna l'avvio di un processo che avrà conseguenze e ripercussioni positive per tutta l'area dei Balcani occidentali.
Lo Speciale di mercoledì 27 ottobre è stato realizzato con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui
oppure al sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda il 27 ottobre a Radio Radicale è dedicato alla decisione dei ministri degli Esteri dell'Ue che lunedì 25 hanno deciso di dare via libera al riconoscimento ufficiale della candidatura serba all'adesione. Una decisione importante che mantiene le promesse ripetute da Bruxelles e premia gli sforzi compiuti dal governo filo-europeista di Belgrado e dal presidente Boris Tadic. Il sì dei ministri degli esteri dei 27 è però condizionato alla piena collaborazione della Serbia con il Tribunale per la ex-Jugoslavia e alla cattura degli ultimi due ricercati dalla giustizia internazionale: Ratko Mladic e Goran Hadzic.
Ora la parola passa alla Commissione europea. Per il riconoscimento dello status di paese candidato ci vorranno ora diversi mesi e altro tempo passerà prima dell'avvio ufficiale del negoziato di adesione che richiederà a sua volta alcuni anni di duro lavoro da entrambe le parti. Un primo passo importante però è stato fatto e quella di lunedì 25 ottobre può essere considerata una data fondamentale, probabilmente storica, per la Serbia moderna e per il suo futuro. Una data che segna l'avvio di un processo che avrà conseguenze e ripercussioni positive per tutta l'area dei Balcani occidentali.
Lo Speciale di mercoledì 27 ottobre è stato realizzato con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è riascoltabile direttamente qui
oppure al sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.
mercoledì 27 ottobre 2010
L'UE APRE LE PORTE ALLA SERBIA
La decisione di lunedì è stata accolta con favore dalla maggioranza dei 27. Secondo il nostro ministero degli Esteri, "è il giusto segnale al momento giusto, sia per la Serbia che per l'intera regione balcanica", mentre per il ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, è stato fatto oggi "ciò che avremmo dovuto fare già sei mesi fa", anche se non si può escludere che "possa ancora riproporsi" un contrasto tra Ue e Serbia sulla mancata 'piena cooperazione' con il TPI. Ora la parola passa dunque alla Commissione europea che, grazie al voto favorevole di lunedì, entro "qualche settimana" invierà un questionario a Belgrado. Il parere definitivo della Commissione è attesa fra circa un anno e per allora, perché non correre il rischio che tutti si blocchi nuovamente, Ratko Mladic e Goran Hadzic dovranno essere nelle celle del carcere internazionale di Scheveningen. Per questo lunedì, in un'intervista all'International Herald Tribune, il presidente della Repubblica serbo, Boris Tadic, ha assicurato che "la Serbia soddisferà fino in fondo i suoi obblighi internazionali" e che la cattura di Mladic è solo questione di tempo. Intanto, però, secondo un sondaggio dell'International republican institute pubblicato ieri, il 51% dei cittadini serbi continua anon considerare utile all'interesse nazionale l'arresto e l'estradizione all'Aia di Ratko Mladic anche se il dato è comunque diminuito del 4% tra ottobre 2009 e agosto 2010. Nel periodo di tempo considerato, è lievemente aumentata, dal 34 al 36%, la percentuale di serbi che considera "nell'interesse dello stato", raggiungere la piena cooperazione con il Tribunale. Per il 38% dei serbi, assecondare il TPI è un "male necessario" e solo il 15% è, invece, pienamente d'accordo sull'arresto e l'estradizione di Mladic. Un dato in crescita del 2% nei dieci mesi analizzati mentre al contempo cala dal 37 al 35% la parte di opinione pubblica serba per cui "in nessun caso" Belgrado dovrebbe cooperare con il Tribunale.
Insomma, la Serbia è cambiata e sta cambiando e anche se resistono pulsioni nazionaliste e anti-europee, il paese in questi anni (soprattutto con la presidenza di Boris Tadic e dopo la vittoria dei filo europeisti alle elezioni politiche del 2008), ha varato pur tra mille difficoltà una serie di riforme importanti per entrare nell'UE. Quella di lunedì, quindi, è davvero una data importante. Addirittura storica, come ha scritto la scrittrice, giornalista e regista serba Jasmina Tesanovic in un articolo pubblicato ieri da La Stampa. "Anche se passeranno diversi anni prima che la Serbia diventi membro della UE anche ufficialmente, da oggi la vita di noi cittadini serbi cambierà radicalmente [...] Dopo l'esperienza ventennale di sanzioni, isolamento e crimine legalizzato la Serbia è alle porte dell'Unione, della fortezza della democrazia occidentale con i suoi standard di leggi sul razzismo, sul sitema giudiziario, monetario, sui diritti umani, sui crimini di guerra, ecc.". Per Jasmina Tesanovic è necessario che il suo paese tagli i fili visibili e invisibili con il suo passato criminale: "La UE con tutti i suoi problemi è l'ultima chance per la Serbia per far fronte al male interno decennale". Quella dei ministri degli Esteri dei 27 "è una decisione saggia, perché la Serbia è collocata in mezzo all'Europa: è più facile far diventare Serbia parte dell'Europa, che rischiare che tutta l'Europa diventi Serbia".
martedì 19 ottobre 2010
ANCORA SU ITALIA-SERBIA
Tra i tanti pezzi usciti in questi giorni sui fatti accaduti a Genova in occasione di Italia-Serbia segnalo il pezzo di Adriano Sofri pubblicato su Repubblica il 14 ottobre. E' sempre difficile sintetizzare la prosa ricca e argomentata: mi limito a riportare qualche passaggio rimandandovi alla lettura integrale dell'articolo.
Il bruto ributtante che "nascondeva la faccia e ostentava i tatuaggi" a cavalcioni della barriera di protezione del campo di Marassi, "stava anche tenendo una lezione sulle guerre nella ex Jugoslavia più efficace di cento libri", scrive Sofri e spiega: "Chi conoscesse appena un po' la storia si diceva che l'occasione fa l'eroe del popolo serbo, che neanche vent'anni fa un farabutto grottesco come quello, iniziato dalla criminalità comune, era stato promosso dagli spalti belgradesi della Stella Rossa al comando di una milizia di migliaia di tifosi tramutati di colpo in sicari, e aveva guidato stupri saccheggi e stragi e torture, a migliaia. Si chiamava Arkan quello [...] si chiama Ivan questo: il tempo deciderà di lui, se farne il campione buffonesco di un manipolo di squadristi della curva, o un nuovo 'eroe del popolo serbo'".
Secondo Adriano Sofri era questo precedente e fare la differenza tra la serata di Marassi e tante altre serate simili a cui il tifo calcistico ci ha dato l'occasione di assistere, "fra la tifoseria serbista e quelle nostre". "Una differenza abissale o piccola - scrive Sofri - a seconda che si impieghi o no un piccolo avverbio di tempo. Che si dica che la tifoseria belgradese si tramutò in una sanguinaria masnada genocida, e le nostre no. O si dica che le nostre non ancora".
In aggiunta e come premessa a ciò che scrive Sofri vi segnalo l'interessante articolo di Moris Gasparri apparso sul sito di Limes, in cui si spiega che se da una parte gli incidenti di Genova riaprono il dibattito sul legame fra calcio e violenza, sicuramente presente in Italia, in Serbia invece lo sport è uno strumento nella lotta per il potere.
Gasparri ricorda come "ci sono contesti in cui la violenza sportiva non può essere ricondotta solo ad un problema di ordine pubblico, ma sembra avere radici più profonde" e come questa "ulteriorità" vada compresa e spiegata, a partire da una distinzione di base. "Il calcio nelle democrazie mature non occupa lo stesso ruolo ricoperto nelle democrazie assenti o in quelle fragili, come quella serba". Se da una parte "grandi sociologi come Norbert Elias hanno mostrato come la nascita dello sport moderno abbia agito, nella sua dimensione agonistica, da meccanismo di sublimazione della violenza, in stretto parallelo con il processo di monopolizzazione statale della violenza, fondamento dei sistemi democratici", e l’Italia da questo punto di vista è un grande laboratorio, dall'altra parte "gli scontri e le violenze provocate dagli ultrà serbi ci conducono invece con prepotenza dentro ad un altro contesto, diametralmente opposto: nelle situazioni fortemente caotiche ed instabili e con istituzioni democratiche assenti o fragili, come nel caso della Serbia, il calcio diventa strumento in mano alle fazioni in lotta per il potere". Ne consegue che il tifo organizzato, da sublimazione rituale della violenza diventa "lo strumento della politica stessa, anche nelle sue forme più conflittuali". Ed è proprio quanto sta accadendo in Serbia, con gli ultras "al servizio delle strategie dei personaggi che si oppongono duramente all’ingresso di Belgrado nell’Unione Europea". Per cui, per quanto riguarda il futuro della Serbia, "se il calcio è davvero lo specchio della politica, sciogliere il nodo tra calcio e violenza significherà capire se avremo davvero nel prossimo futuro una Serbia nell’Unione Europea, o una Serbia sull’orlo di una perenne e caotica transizione".
Il bruto ributtante che "nascondeva la faccia e ostentava i tatuaggi" a cavalcioni della barriera di protezione del campo di Marassi, "stava anche tenendo una lezione sulle guerre nella ex Jugoslavia più efficace di cento libri", scrive Sofri e spiega: "Chi conoscesse appena un po' la storia si diceva che l'occasione fa l'eroe del popolo serbo, che neanche vent'anni fa un farabutto grottesco come quello, iniziato dalla criminalità comune, era stato promosso dagli spalti belgradesi della Stella Rossa al comando di una milizia di migliaia di tifosi tramutati di colpo in sicari, e aveva guidato stupri saccheggi e stragi e torture, a migliaia. Si chiamava Arkan quello [...] si chiama Ivan questo: il tempo deciderà di lui, se farne il campione buffonesco di un manipolo di squadristi della curva, o un nuovo 'eroe del popolo serbo'".
Secondo Adriano Sofri era questo precedente e fare la differenza tra la serata di Marassi e tante altre serate simili a cui il tifo calcistico ci ha dato l'occasione di assistere, "fra la tifoseria serbista e quelle nostre". "Una differenza abissale o piccola - scrive Sofri - a seconda che si impieghi o no un piccolo avverbio di tempo. Che si dica che la tifoseria belgradese si tramutò in una sanguinaria masnada genocida, e le nostre no. O si dica che le nostre non ancora".
In aggiunta e come premessa a ciò che scrive Sofri vi segnalo l'interessante articolo di Moris Gasparri apparso sul sito di Limes, in cui si spiega che se da una parte gli incidenti di Genova riaprono il dibattito sul legame fra calcio e violenza, sicuramente presente in Italia, in Serbia invece lo sport è uno strumento nella lotta per il potere.
Gasparri ricorda come "ci sono contesti in cui la violenza sportiva non può essere ricondotta solo ad un problema di ordine pubblico, ma sembra avere radici più profonde" e come questa "ulteriorità" vada compresa e spiegata, a partire da una distinzione di base. "Il calcio nelle democrazie mature non occupa lo stesso ruolo ricoperto nelle democrazie assenti o in quelle fragili, come quella serba". Se da una parte "grandi sociologi come Norbert Elias hanno mostrato come la nascita dello sport moderno abbia agito, nella sua dimensione agonistica, da meccanismo di sublimazione della violenza, in stretto parallelo con il processo di monopolizzazione statale della violenza, fondamento dei sistemi democratici", e l’Italia da questo punto di vista è un grande laboratorio, dall'altra parte "gli scontri e le violenze provocate dagli ultrà serbi ci conducono invece con prepotenza dentro ad un altro contesto, diametralmente opposto: nelle situazioni fortemente caotiche ed instabili e con istituzioni democratiche assenti o fragili, come nel caso della Serbia, il calcio diventa strumento in mano alle fazioni in lotta per il potere". Ne consegue che il tifo organizzato, da sublimazione rituale della violenza diventa "lo strumento della politica stessa, anche nelle sue forme più conflittuali". Ed è proprio quanto sta accadendo in Serbia, con gli ultras "al servizio delle strategie dei personaggi che si oppongono duramente all’ingresso di Belgrado nell’Unione Europea". Per cui, per quanto riguarda il futuro della Serbia, "se il calcio è davvero lo specchio della politica, sciogliere il nodo tra calcio e violenza significherà capire se avremo davvero nel prossimo futuro una Serbia nell’Unione Europea, o una Serbia sull’orlo di una perenne e caotica transizione".
LO SCARTO BALCANICO
"Gli ultrà, politicamente confusi e trasversali, non solo di destra estrema, certo non rappresentano la Serbia attuale nella sua interezza e nella sua resipiscente rinascita europeista. Costituiscono lo scarto balcanico, irrazionale e passionario, lasciato alla maggioranza dei serbi pensanti dal nazionalcomunista Miloševic, dal poeta pazzo Karadžic e dal criminale di Srebrenica Mladic, tuttora in contumacia protetta. Sono stati costoro i veri responsabili della perdita di tutto ciò che una nazione eroica come la Serbia, nerbo storico della defunta Jugoslavia, aveva conquistato a fianco degli alleati occidentali dopo il primo conflitto mondiale e riconsolidato, dopo il secondo, in un contesto federativo, con il comunista riformatore Tito".
E' quanto ha scritto Enzo Bettiza il 14 ottobre sulla Stampa a proposito degli incidenti provocati a Genova due giorni prima dagli estremisti serbi che hanno portato alla sospensione della partita Italia-Serbia. Nell'alluvione di commenti, analisi e approfondimenti che i media italiani - stampati, audio, video e on-line -ci hanno rovesciato addosso (non tutti informati e non sempre fondati) si segnalano come sempre le parole di Bettiza, uno che la realtà dell'est e del sud est europeo la conosce bene. Soprattutto, le righe finali, quelle che in parte ho riportato qui sopra.
Il testo integrale dell'articolo ("Lo scarto balcanico") lo trovate sul sito della Stampa
Il testo integrale dell'articolo ("Lo scarto balcanico") lo trovate sul sito della Stampa
CROAZIA: IL RITORNO DI SANADER
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| Ivo Sanader |
Sono tempi molto burrascosi sulla scena politica interna croata. Siamo a solo pochi passi dall’ingresso del Paese all’Ue, quando ormai si da per scontato che la Croazia sara’ il prossimo 28-esimo membro dell’Ue. Ma siamo anche quotidianamente testimoni di scandali di corruzione che vedono incriminati diversi uomini di grande peso politico ma anche dirigenti di aziende importanti e questo perche’ una delle priorita’ del governo di Jadranka Kosor e’ diventata la lotta alla corruzione e criminalita’ organizzata “fino alla fine”. Ma il momento attualmente piu’ sconvolgete e’ quello che rivede al centro dell’attenzione pubblica e politica l’ex premier croato Ivo Sanader. Improvvisamente, da un giorno all’altro, ricordiamolo, Sanader lascio’ il primo luglio 2009 il suo incarico di premier e di presidente del maggior partito governativo, l’HDZ e si ritiro’ completamente dalla vita politica del Paese. Senza spiegazioni, lasciando tutti sorpresi e abbandonando il Paese in una sitazione di profonda crisi economica. Riapparse i primi di gennaio di quest’anno in un tentativo di fallita golpe contro il governo e contro il partito che aveva guidato sin dai tempi della morte del primo presidente croato, Franjo Tudjman. Oggi Sanader torna in una veste del tutto divesa: il 12 ottobre e’ stato chiamato a testimoniare davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Ina – Mol, le principali aziende petrolifere, croata ed ungherese, di cui la ungherese Mol e’ diventata in modo dubbioso proprietario della maggioranza dell’Ina croata. Con una attenzione mediatica quasi mai vista prima, Sanader ha testimoniato davanti alla commissione parlamentare sulla privatizzazione dell’Ina affermando che tutti i vertici dell’HDZ, inclusa l’attuale premier Jadranka Kosor, sapevano tutto di questa privatizzazione contestata. Con queste affermazioni ha anche confermato le testimonianze dell’indagato ex vicepresidente del governo croato, Damir Polancec, tenuto per mesi in carcere per non influenzare le indagini in corso. Secondo le parole di Polancec, su tutto quello che lui intraprendeva informava regolarmente la presidenza dell’HDZ, quindi anche su tutte le fasi dei negoziati con la MOL ungherese. Prossima novita’ dopo le testimonianze di Sanader davanti alla commissione parlametare di inchiesta e’ l’attualissima notizia sulla richiesta ufficiale da parte dell’ex premier di riattivare il suo mandato parlamentare.
“Ogni giorno continuate a chiedermi se ho paura. Vi ho detto che non ho paura di niente e di nessuno e non chiedetemelo piu’” ha risposto la premier Jadranka Kosor alle ripetute domande dei giornalisti se teme il ritorno del fuggito Sanader. Tutte le sue mosse, afferma la presidente del Governo croato “hanno l’obiettivo di fermare le misure del governo per la ripresa economica e frenare il cammino della Croazia verso l’ingresso nell’Ue nonche’ impedire l’attuale lotta senza compromesso contro la corruzione”. Sulle speculazioni che riattivando il suo mandato parlamentare Sanader in effetti vuole evitare responsabilita’ penali, la risposta e’ che queste ipotesi sono invalide poiche’ il mandato parlamentare non puo’ rappresentare protezione per possibili indagini relative agli scandali in cui a piu’ riprese viene menzionato il suo nome. Il mandato parlamentare il Sabor croato puo’ abolirlo subito, a seguito di una richiesta della procura statale. Quali sono i veri motivi del ritorno di Sanader nel’aula parlamentare, restano per ora ancora sconosciuti. Ma per il maggior partito d’opposizione, il Partito socialdemocratico di Zoran Milanovic il Governo ha esaurito tutti i potenziali e la Croazia e’ ostaggio di conflitti interni dell’HDZ. Milanovic afferma che questo deve finire e aggiunge che l’opposizione sta valutando seriamente la possibilita’ che si vada a votare la fiducia al Governo. I socialdemocratici ritengono si tratti dell’ultimo scontro tra l’HDZ e Ivo Sanader. Adesso si prospetta che l’ex premier trovera’ in Parlameto i suoi vecchi amici e colleghi di partito che hanno ottenuto i loro seggi grazie al fatto che e’ stato proprio Sanader a metterli sulle liste vincenti. Come anche quasi tutti i ministri del governo sono stati nominati dall’ex premier, inclusa l’attuale presidente del governo. La notiza del possibile ritorno di Ivo Sanader in Parlamento e’ stata commentata anche da Nenad Stazic, un altro esponente socialdemocratico e una delle voci piu’ presenti nel parlamento croato. Secondo Stazic i conflitti all’interno dell’HDZ “hanno incatenato il Paese e non si va piu’ avanti”. Questa mossa di Sanader, ha detto, serve solo ad approfondire questo conflitto e riunendo un numero sufficiente di deputati del partito governativo puo’ bloccare il parlamento, il che vorrebbe dire che eventualmente non sara’ possibile votare la finanziaria per il prossimo anno. Cio’ significherebbe automaticamente una crisi di governo ed elezioni anticipate. Ma l’HDZ afferma di non avere nessuna paura di questo ritorno nei seggi parlamentari e che il partito non e’ stato mai cosi’ forte. Staremo a vedere, i prossimi giorni saranno sicuramente molto eccitanti sulla scena politica croata.
UE: L’OLANDA INSISTE A CONDIZIONARE LA CANDIDATURA ALL'ADESIONE DELLA SERBIA
di Marina Szikora (*)
I parlamentari olandesi mercoledi’ 13 ottobre hanno approvato all’unanimita’ la decisione secondo la quale l’Olanda chiede agli altri Stati membri dell’Ue di rinviare la decisione sull’accettamento della candidatura serba fino al prossimo rapporto del procuratore dell’Aja, Serge Brammertz sulla collaborazione della Serbia con il Tribunale, previsto per il prossimo dicembre. Secondo il vicepresidente del governo serbo incaricato per le integrazioni europee, Bozidar Djelic, questa notizia a prima vista negativa per la Serbia non significa pero’ che l’avanzamento della Serbia verso l’Ue sara’ fermato e conferma che la delegazione serba il prossimo 25 ottobre a Lussemburgo lottera’ a favore del suo impegno primario, quello di ‘scongelare’ la candidatura serba di adesione all’Ue.
Mercoledi’ quindi, i membri delle due commissioni del Parlamento olandese, quella per le questioni europee e quella per gli affari esteri, hanno impegnato il ministro degli esteri olandese di chiedere al Conisglio di ministri dell’Ue il rinvio della decisione a favore della candidatura serba, vale a dire il segnale verdi di inoltrare la candidatura alla Commissione europea. L’Olanda persiste sulla sua fermissima posizione che qualsiasi passo ulteriore della Serbia verso le integrazioni europee deve essere condizionato con il raggiungimento della piena collaborazione di Belgrado con il Tpi dell’Aja, vale a dire da una valutazione positiva del procuratore generale dell’Aja, Serge Brammertz. Senza i due ultimi super ricercati dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic al banco degli imputati, l’obbligo della Serbia nei confronti della giustizia internazionale resta incompiuto. La richiesta dell’Olanda vera’ molto probabilmente presentanta a Lussemburgo il prossimo 25 ottobre dal nuovo capo della diplomazia olandese, Uri Rozental. Come informa il quotidiano serbo ‘Blic’, secondo la Costituzione olandese, anche se il ministro degli esteri non e’ vincolato dalla decisione dei parlamentari, e’ poco probabile che il capo della diplomazia olandese proceda diversamente da quanto richiesto dal Parlamento.
Non hanno avuto quindi un effetto convincete, almeno quando si tratta dell’opinione dei parlamentari olandesi, le parole di Hillary Clinton pronunciate questa settimana a Belgrado e il forte appoggio di Washington al cammino della Serbia verso l’Ue. Dopo le parole di grande apprezzamento su quanto raggiunto ultimamente dalla Serbia, Belgrado sperava ed i media speculavano sulla possibilita’ che il capo della diplomazia americana convincera’ l’Olanda di ammorbidire la sua ben nota rigida posizione. Ma secondo il vicepresidente del governo serbo, Bozidar Djelic, i parlamentari olandesi hanno solo confermato la loro posizione e questa decisione lascia comunque diverse possibilita’ alla Serbia. “La questione della piena collaborazione con il Tribunale dell’Aja non sara’ eliminata finche’ non la soddisferemo fino alla fine e la Serbia e’ pienamente dedicata a farlo. La collaborazione con il Tribunale e’ parte dei nostri obblighi verso l’Ue, parte dell’Accordo di stabilizzazione e associazione che abbiamo firmato, nonche’ parte della legislatura nazionale ed internazionale. Vedremo quale sara’ la decisione del Consiglio di ministri, in ogni caso noi lotteremo affinche’ la candidatura sia inviata alla Commissione il prossimo 25 ottobre, afferma Djelic che guidera’ a Lussemburgo la delegazione serba.
C’e’ da dire che i parlamenatari olandesi, prima del voto avevano ricevuto una lettera del ministro degli esteri uscente, Maxim Verheugen in cui ha ribadito che il governo olandese continua a ritenere che l’avvicinamento della Serbia all’Ue deve essere condizionato dalla piena collaborazione di Belgrado con il Tribunale dell’Aja ma consente la possibilita’ che alla candidatura della Serbia sia dato il segnale verde alla prossima riunione del Consiglio di ministri a Lussemburgo. Verheugen ha avvertito inoltre che il governo olandese deve appena decidere se sulla decisione relativa alla candidatura serba bisogna prendere in considerazione l’avanzamento sulla questione Kosovo, vale a dire l’atteso dialogo tra Belgrado e Pristina auspicato dalla risoluzione Onu sul Kosovo.
In attesa di quanto verra’ deciso a Lussemburgo, Predrag Simic, professore di scienze politiche ed ex ambasciatore serbo a Parigi afferma per ‘Blic’ che il blocco dell’avanzamanto della Serbia verso l’Ue incorraggerebbe le forze estremiste in Serbia che non condividono la posizone ufficiale del governo serbo fermamente convinto che “non vi e’ nessuna alternativa all’Ue” e destabilizzerebbe le condizioni politiche nel Paese. “Chiudere le prospettive europee, anche se solo temporaneamente, solleciterebbe le forze che stanno dietro ai disordini accaduti domenica scorsa alla partita di calcio della squadra serba a Genova. Vedremo che cosa accadra’ a Bruxelles e quale sara’ la decisone dopo la visita nella capitale europea del segretario di stato americano, Hillary Clinton” dice Predrag Simic. Il procuratore capo del Tpi dell’Aja, Serge Brammertz visitera’ a novembre la Serbia mentre il suo rapporto semestrale verra’ presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu ai primi di dicembre.
Il messaggio di Hillary Clinton pronunciato a Belgrado in cui la capo della diplomazia americana ha affermato che la Serbia non soltanto dovrebbe diventare membro dell’Ue bensi’ anche uno dei paesi leader, ha suscitato molta attenzione dei media e degli esperti politici di Belgrado, scrive la ‘Deutsche Welle’. Anche se a prima vista suona come un lapsus, poiche’ la Serbia non puo’ essere leader nella regione e tantomeno nell’Ue, si tratta comunque di un messaggio molto incorraggiante, affferma per la ‘Deutsche Welle’ Vladan Marjanovic, capo redattore del giornale diplomatico VIP: “In base a quello che ha detto Hillary Clinton, quando si tratta delle relazioni tra Serbia e Ue, possiamo suporre che la Serbia a Washington avra’ qualcuno che vuole aiutare e spingere un po’ le cose verso l’accettamento della candidatura di Belgrado all’adesione. Vale a dire, di sollecitare l’Olanda ad ammorbidire la sua tradizionale dura posizione”. Si vedra’ ben presto, gia’ nei prossimi giorni, ma secondo Marjanovic, c’e’ una opinione generale che gli olandesi, quando si tratta della politica estera, in gran parte seguono i consigli di Washington.
E mentre il segnale verde per lo scongelamento della candidatura di adesione della Serbia all’Ue sta’ nelle mani dell’Olanda che ascolta innanzitutto le valutazioni del procuratore generale dell’Aja Serge Brammertz, il procuratore serbo per i crimini di guerra Vladimir Vukcevic lascia nuove e ancora non udite dichiarazioni. Secondo Vukcevic, vi e’ il pericolo di trapelamento di informazioni relative alle azioni intraprese nella ricerca dell’imputato dell’Aja, Ratko Mladic. In una intervista al giornale serbo ‘Vreme’, Vukcevic ha detto che e’ certo che le informazioni trapelano e ha aggiunto che si fa di tutto per tagliare questi canali. Il procuratore serbo ha respinto categoricamente la possibilita’ che le informazioni escono dallo stesso team di azione, ha detto che Mladic e’ stato precisamente localizzato e che era solo una questione tecnica di come svolgere l’arresto. L’allora capo dei servizi di sicurezza, Rade Bulatovic, racconta Vukcevic, aveva arrestato Stanko Ristic uno dei principali sostenitori di Mladic che aiutava la sua fuga e questa mossa catastrofica aveva acconsentito a Mladic di rimanere latitante. E’ stato un puro ostruzionismo – ha affermato Vukcevic aggiungendo che quella e’ stata la maggiore possibilita’ per arrestare Mladic. Dopo ci sono stati degli indizi e dei sospetti sul luogo dove si trova l’ex generale serbo bosniaco ma mai piu’ una prova cosi’ forte. Il procuratore serbo per i crimini di guerra si dice sorpreso delle dichiarazioni del procuratore Brammertz nel Parlamento olandese il quale ha affermato che a livello operativo persistono ostacoli per l’arresto di Ratko Mladic e Goran Hadzic.
(*) Corrispondente di Radio Radicale. IL testo è la trascrizione della corrispondenza andata in onda nella puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale il 16 ottobre.
I parlamentari olandesi mercoledi’ 13 ottobre hanno approvato all’unanimita’ la decisione secondo la quale l’Olanda chiede agli altri Stati membri dell’Ue di rinviare la decisione sull’accettamento della candidatura serba fino al prossimo rapporto del procuratore dell’Aja, Serge Brammertz sulla collaborazione della Serbia con il Tribunale, previsto per il prossimo dicembre. Secondo il vicepresidente del governo serbo incaricato per le integrazioni europee, Bozidar Djelic, questa notizia a prima vista negativa per la Serbia non significa pero’ che l’avanzamento della Serbia verso l’Ue sara’ fermato e conferma che la delegazione serba il prossimo 25 ottobre a Lussemburgo lottera’ a favore del suo impegno primario, quello di ‘scongelare’ la candidatura serba di adesione all’Ue.
Mercoledi’ quindi, i membri delle due commissioni del Parlamento olandese, quella per le questioni europee e quella per gli affari esteri, hanno impegnato il ministro degli esteri olandese di chiedere al Conisglio di ministri dell’Ue il rinvio della decisione a favore della candidatura serba, vale a dire il segnale verdi di inoltrare la candidatura alla Commissione europea. L’Olanda persiste sulla sua fermissima posizione che qualsiasi passo ulteriore della Serbia verso le integrazioni europee deve essere condizionato con il raggiungimento della piena collaborazione di Belgrado con il Tpi dell’Aja, vale a dire da una valutazione positiva del procuratore generale dell’Aja, Serge Brammertz. Senza i due ultimi super ricercati dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic al banco degli imputati, l’obbligo della Serbia nei confronti della giustizia internazionale resta incompiuto. La richiesta dell’Olanda vera’ molto probabilmente presentanta a Lussemburgo il prossimo 25 ottobre dal nuovo capo della diplomazia olandese, Uri Rozental. Come informa il quotidiano serbo ‘Blic’, secondo la Costituzione olandese, anche se il ministro degli esteri non e’ vincolato dalla decisione dei parlamentari, e’ poco probabile che il capo della diplomazia olandese proceda diversamente da quanto richiesto dal Parlamento.
Non hanno avuto quindi un effetto convincete, almeno quando si tratta dell’opinione dei parlamentari olandesi, le parole di Hillary Clinton pronunciate questa settimana a Belgrado e il forte appoggio di Washington al cammino della Serbia verso l’Ue. Dopo le parole di grande apprezzamento su quanto raggiunto ultimamente dalla Serbia, Belgrado sperava ed i media speculavano sulla possibilita’ che il capo della diplomazia americana convincera’ l’Olanda di ammorbidire la sua ben nota rigida posizione. Ma secondo il vicepresidente del governo serbo, Bozidar Djelic, i parlamentari olandesi hanno solo confermato la loro posizione e questa decisione lascia comunque diverse possibilita’ alla Serbia. “La questione della piena collaborazione con il Tribunale dell’Aja non sara’ eliminata finche’ non la soddisferemo fino alla fine e la Serbia e’ pienamente dedicata a farlo. La collaborazione con il Tribunale e’ parte dei nostri obblighi verso l’Ue, parte dell’Accordo di stabilizzazione e associazione che abbiamo firmato, nonche’ parte della legislatura nazionale ed internazionale. Vedremo quale sara’ la decisione del Consiglio di ministri, in ogni caso noi lotteremo affinche’ la candidatura sia inviata alla Commissione il prossimo 25 ottobre, afferma Djelic che guidera’ a Lussemburgo la delegazione serba.
C’e’ da dire che i parlamenatari olandesi, prima del voto avevano ricevuto una lettera del ministro degli esteri uscente, Maxim Verheugen in cui ha ribadito che il governo olandese continua a ritenere che l’avvicinamento della Serbia all’Ue deve essere condizionato dalla piena collaborazione di Belgrado con il Tribunale dell’Aja ma consente la possibilita’ che alla candidatura della Serbia sia dato il segnale verde alla prossima riunione del Consiglio di ministri a Lussemburgo. Verheugen ha avvertito inoltre che il governo olandese deve appena decidere se sulla decisione relativa alla candidatura serba bisogna prendere in considerazione l’avanzamento sulla questione Kosovo, vale a dire l’atteso dialogo tra Belgrado e Pristina auspicato dalla risoluzione Onu sul Kosovo.
In attesa di quanto verra’ deciso a Lussemburgo, Predrag Simic, professore di scienze politiche ed ex ambasciatore serbo a Parigi afferma per ‘Blic’ che il blocco dell’avanzamanto della Serbia verso l’Ue incorraggerebbe le forze estremiste in Serbia che non condividono la posizone ufficiale del governo serbo fermamente convinto che “non vi e’ nessuna alternativa all’Ue” e destabilizzerebbe le condizioni politiche nel Paese. “Chiudere le prospettive europee, anche se solo temporaneamente, solleciterebbe le forze che stanno dietro ai disordini accaduti domenica scorsa alla partita di calcio della squadra serba a Genova. Vedremo che cosa accadra’ a Bruxelles e quale sara’ la decisone dopo la visita nella capitale europea del segretario di stato americano, Hillary Clinton” dice Predrag Simic. Il procuratore capo del Tpi dell’Aja, Serge Brammertz visitera’ a novembre la Serbia mentre il suo rapporto semestrale verra’ presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu ai primi di dicembre.
Il messaggio di Hillary Clinton pronunciato a Belgrado in cui la capo della diplomazia americana ha affermato che la Serbia non soltanto dovrebbe diventare membro dell’Ue bensi’ anche uno dei paesi leader, ha suscitato molta attenzione dei media e degli esperti politici di Belgrado, scrive la ‘Deutsche Welle’. Anche se a prima vista suona come un lapsus, poiche’ la Serbia non puo’ essere leader nella regione e tantomeno nell’Ue, si tratta comunque di un messaggio molto incorraggiante, affferma per la ‘Deutsche Welle’ Vladan Marjanovic, capo redattore del giornale diplomatico VIP: “In base a quello che ha detto Hillary Clinton, quando si tratta delle relazioni tra Serbia e Ue, possiamo suporre che la Serbia a Washington avra’ qualcuno che vuole aiutare e spingere un po’ le cose verso l’accettamento della candidatura di Belgrado all’adesione. Vale a dire, di sollecitare l’Olanda ad ammorbidire la sua tradizionale dura posizione”. Si vedra’ ben presto, gia’ nei prossimi giorni, ma secondo Marjanovic, c’e’ una opinione generale che gli olandesi, quando si tratta della politica estera, in gran parte seguono i consigli di Washington.
E mentre il segnale verde per lo scongelamento della candidatura di adesione della Serbia all’Ue sta’ nelle mani dell’Olanda che ascolta innanzitutto le valutazioni del procuratore generale dell’Aja Serge Brammertz, il procuratore serbo per i crimini di guerra Vladimir Vukcevic lascia nuove e ancora non udite dichiarazioni. Secondo Vukcevic, vi e’ il pericolo di trapelamento di informazioni relative alle azioni intraprese nella ricerca dell’imputato dell’Aja, Ratko Mladic. In una intervista al giornale serbo ‘Vreme’, Vukcevic ha detto che e’ certo che le informazioni trapelano e ha aggiunto che si fa di tutto per tagliare questi canali. Il procuratore serbo ha respinto categoricamente la possibilita’ che le informazioni escono dallo stesso team di azione, ha detto che Mladic e’ stato precisamente localizzato e che era solo una questione tecnica di come svolgere l’arresto. L’allora capo dei servizi di sicurezza, Rade Bulatovic, racconta Vukcevic, aveva arrestato Stanko Ristic uno dei principali sostenitori di Mladic che aiutava la sua fuga e questa mossa catastrofica aveva acconsentito a Mladic di rimanere latitante. E’ stato un puro ostruzionismo – ha affermato Vukcevic aggiungendo che quella e’ stata la maggiore possibilita’ per arrestare Mladic. Dopo ci sono stati degli indizi e dei sospetti sul luogo dove si trova l’ex generale serbo bosniaco ma mai piu’ una prova cosi’ forte. Il procuratore serbo per i crimini di guerra si dice sorpreso delle dichiarazioni del procuratore Brammertz nel Parlamento olandese il quale ha affermato che a livello operativo persistono ostacoli per l’arresto di Ratko Mladic e Goran Hadzic.
(*) Corrispondente di Radio Radicale. IL testo è la trascrizione della corrispondenza andata in onda nella puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa da Radio Radicale il 16 ottobre.
lunedì 18 ottobre 2010
PASSAGGIO IN ONDA
La puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 16 ottobre a Radio Radicale
La puntata è dedicata quasi interamente alle recenti violenze a Genova per la partita Italia-Serbia e a Belgrado per il Gay Pride provocate da appartenenti ai gruppi ultranazionalisti violenti e razzisti dietro ai quali agisce un mondo oscuro fatto di politica, criminalità organizzata e apparati deviati dello stato: le reazioni in Serbia, in Albania e in Kosovo ai fatti di Genova ma anche un'analisi della situazione per capire chi sono, chi li finanzia e li usa, che peso hanno nella realtà serba con le interviste a Cecilia Ferrara e Matteo Tacconi.
A seguire, in conclusione, il nuovo tentativo dell'Olanda di bloccare il riconoscimento ufficiale alla Serbia dello status di paese candidato all'adesione all'Ue.
L'apertura è invece dedicata al decennale della morte di Antonio Russo assassinato in Georgia mentre per Radio Radicale documentava la realtà della guerra in Cecenia.
La puntata è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è ascoltabile direttamente qui
oppure al sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche
La puntata è dedicata quasi interamente alle recenti violenze a Genova per la partita Italia-Serbia e a Belgrado per il Gay Pride provocate da appartenenti ai gruppi ultranazionalisti violenti e razzisti dietro ai quali agisce un mondo oscuro fatto di politica, criminalità organizzata e apparati deviati dello stato: le reazioni in Serbia, in Albania e in Kosovo ai fatti di Genova ma anche un'analisi della situazione per capire chi sono, chi li finanzia e li usa, che peso hanno nella realtà serba con le interviste a Cecilia Ferrara e Matteo Tacconi.
A seguire, in conclusione, il nuovo tentativo dell'Olanda di bloccare il riconoscimento ufficiale alla Serbia dello status di paese candidato all'adesione all'Ue.
L'apertura è invece dedicata al decennale della morte di Antonio Russo assassinato in Georgia mentre per Radio Radicale documentava la realtà della guerra in Cecenia.
La puntata è stata realizzata con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è ascoltabile direttamente qui
oppure al sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche
sabato 16 ottobre 2010
DIECI ANNI FA L'ASSASSINIO DI ANTONIO RUSSO
"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente".
Il 16 ottobre del 2000, dieci anni fa, Antonio Russo veniva assassinato in Georgia. Stava seguendo la guerra in Cecenia per Radio Radicale. I mandanti e gli esecutori non sono mai stati trovati, ma le modalità e le circostanze dell'omicidio dimostrano che Antonio fu ucciso a causa del suo lavoro, a causa delle sue corrispondenze e della documentazione che stava raccogliendo sulla realtà della guerra cecena e sulla "guerra sporca" condotta dalla truppe russe. Il suo corpo martoriato venne ritrovato lungo una strada di campagna ad una trentina di chilometri da Tbilisi. Le circostanze della sua morte non sono mai state chiarite. Il materiale documentario che aveva con sé non è mai stato ritrovato. Antonio aveva cominciato a trasmettere in Italia notizie scottanti sull'utilizzo di armi non convenzionali. Due giorni prima dela sua morte aveva parlato alla madre di una videocassetta contenente immagine delle torture e delle violenze dei reparti speciali russi ai danni della popolazione cecena. Antonio Russo era un giornalista per passione, uno che voleva andare a vedere le cose là dove succedono e raccontare quello che vedeva: in Ruanda, in Algeria, in Bosnia, in Kosovo, in Cecenia.
Antonio Russo: la sua storia a 10 anni dall'omicidio
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| Antonio Russo con i bambini del Kosovo |
venerdì 15 ottobre 2010
HILLARY CLINTON NEI BALCANI / 2
La visita ufficiale del segretario di Stato Usa in Serbia
Corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 13 ottobre
Washington segue con molta attenzione la situazione plitica in BiH dopo le elezioni del 3 ottobre e anche se non intende interferire direttamente sugli accordi relativi alla coalizione postelettorale, rimarra’ ferma nella sua posizione di difendere l’integrita’ e la sovranita’ della BiH, ha scritto ‘Dnevni avaz’ in vista dell’arrivo di Hillary Clinton a Sarajevo. Secondo le informazioni della stampa bosniaca, gli Stati Uniti sarebbero preoccupati a causa della possibilita’ di un blocco a lungo termine nella formazione del nuovo governo a livello statale il che potrebbe essere una specie di introduzione nell’ulteriore destabilizzazione del Paese e un approfondimento degli attuali gravi problemi. Preoccupante in generale e’ la situazione in cui proseguno le dichiarazioni e l’orientamento politico del riconfermato premier della RS, Milorad Dodik sempre nella luce dell’annunciato referendum sulla secessione e il costante mettere in dubbio il futuro della BiH come stato unito, che secondo Washington non e’ piu’ soltanto una retorica di campagna elettorale. Un ulteriore motivo di preoccupazione sarebbe l’annuncio di una alleanza aperta tra Dodik e il presidente dell’HDZ BiH, Dragan Covic, un’altro dei politici vincenti di queste elezioni. Secondo ‘Dnevni avaz’ gli Stati Uniti comprendono le ragioni per cui i croati della BiH sarebbero insoddisfatti dell’elezioni nella Presidenza tripartita della BiH del candidato (Zeljko Komsic) che non ritengono essere loro rappresentante e sono dell’opinione che vi e’ la necessita’ di cambiare una tale situazione. Ma non vorrebbero vedere altrettanto una nuova situazione in cui Dodik e Covic congiuntamente, pero’ guidati da ben diversi motivi, ostacolano la formazione del governo statale.
«Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare l'integrazione euroatlantica della BiH ma e' un fatto ben chiaro che gli obblighi che stanno davanti al Paese devono essere soddisfatti». Questo il messaggio centrale di Hillary Clinton durante il suo incontro con i vertici della BiH, con la presidenza uscente composta da Haris Silajdzic, Nebojsa Radmanovic e Zeljko Komisic della quale gli ultimi due sono stati riconfermati alle recentissime elezioni. Hillary Clinton ha ribatido la necessita' delle indispensabili riforme, in particolare la soluzione della questione del patrimonio in BiH che e' la precondizione per una piena adesione del Paese alla Nato. Le riforme costituzionali sono la responsabilita' dei politici locali e devono essere il risultato di un consenso interno. Secondo l'esponente serbo della Presidenza tripartita, Nebojsa Radmanovic, bisognerebbe sfruttare l'europottimismo sul territorio affinche' la BiH possa ottenere lo status di candidato all'adesione e poi successivamente risolvere all'interno del paese le questioni irrisolte. Radmanovic ha aggiunto che, secondo la sua opinione, l'operato dell'Alto rappresentante per la BiH (OHR) e' da tempo controproducente, non promette progresso e perfino la posizione della Commissione europea, ha detto, e' che la chiusura dell'OHR e' la condizione chiave per l'avanzamento della BiH verso l'Ue. L'esponente croato della Presidenza della BiH, uno dei vincitori in assoluto delle elezioni, Zeljko Komsic ritiene importante che il futuro governo trovi la forza e prenda un accordo sulle questioni chiave in BiH. La situazione in Paese non va trascurata – sottolinea Komsic - soprattutto sul piano economico e sociale e bisogna rispondere alle speranze della gente il che e' collegato con gli obiettivi della politica estera. L'attuale presidente uscente della Presidenza tripartita, il rappresentante bosgnacco, Haris Silajdzic e' dell'opinione che la BiH merita particolare attenzione degli Stati Uniti poiche' rappresenta un modello unico di pluralismo che va protetto e affermato. Silajdzic ha detto che i cittadini sono desiderosi di pace, sicurezza e prosperita' e che l'integrazione della BiH nella Nato e nell'Ue e' un passo cruciale nella realizzazione di questi obiettivi.
Soltanto i popoli ed i leader della BiH possono far si' che il Paese realizzi il suo futuro europeo ed euroatlantico, ha sottolineato invece Hillary Clinton. «Per questo occorre un lavoro e una leadership diligente nonche' la volonta' di raggiungere un compromesso e la fermezza di attuare le difficili riforme» ha avvertito il segretario di stato americano. I cittadini devono riggettare le false promesse ed i programmi nazionalistici che servono solo a se stessi mentre un futuro di stabilita' e prosperita' non e' realizzabile riaccendendo vecchie ostilita'. Alla sua prima tappa del mini tour nei Balcani, Hillary Clinton ha sottolineato che il sostegno ai Balcani e' una pietra miliare della politica estera degli Stati Uniti, rilevando anche che l'America crede nel futuro della BiH. Rivolgendosi agli studenti e ai rappresentanti della societa' civile a Sarajevo, il segretario di stato americano ha ricordato che il funzionamento e l'efficacia del potere devono essere stabiliti con un consenso all'interno dello Stato e che questo obiettivo non e' realizzabile da forze esterne. Ha ribadito che gli Stati Uniti non appoggiano la secessione o qualsiasi minaccia di secessione in BiH e che solo una BiH unita puo' avere un futuro brillante. Il messaggio sia a Sarajevo, che a Belgrado come anche a Pristina e' quello di un rafforzamento delle istituzioni democratiche e della pace tra i vicini nonche' la creazione di condizioni per il progresso politico, economico e sociale permanente.
Per il controverso premier della RS, Milorad Dodik, la visita e i messaggi del segretario di stato americano, e' come afferma, una situazione nuova. Per il leader dei serbi bosniaci «la chiusura dell'OHR e' una delle questioni democratiche piu' importanti che bisogna realizzare perche' darebbe nuovo impulso all' accordo in BiH». Per questo motivo, nel corso di un breve incontro con Hillary Clinton in occasione dell'apertura del nuovo edificio dell'ambasciata statunitense a Sarajevo, Dodik ha chiesto a Washington di aiutare il rilassamento della situazione in BiH con la chiusura dell'OHR perche' – ha affermato Dodik – questo organo rappresenta un fattore destruttivo per ogni tipo di dialogo.
Corrispondenza di Marina Szikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 13 ottobre
Washington segue con molta attenzione la situazione plitica in BiH dopo le elezioni del 3 ottobre e anche se non intende interferire direttamente sugli accordi relativi alla coalizione postelettorale, rimarra’ ferma nella sua posizione di difendere l’integrita’ e la sovranita’ della BiH, ha scritto ‘Dnevni avaz’ in vista dell’arrivo di Hillary Clinton a Sarajevo. Secondo le informazioni della stampa bosniaca, gli Stati Uniti sarebbero preoccupati a causa della possibilita’ di un blocco a lungo termine nella formazione del nuovo governo a livello statale il che potrebbe essere una specie di introduzione nell’ulteriore destabilizzazione del Paese e un approfondimento degli attuali gravi problemi. Preoccupante in generale e’ la situazione in cui proseguno le dichiarazioni e l’orientamento politico del riconfermato premier della RS, Milorad Dodik sempre nella luce dell’annunciato referendum sulla secessione e il costante mettere in dubbio il futuro della BiH come stato unito, che secondo Washington non e’ piu’ soltanto una retorica di campagna elettorale. Un ulteriore motivo di preoccupazione sarebbe l’annuncio di una alleanza aperta tra Dodik e il presidente dell’HDZ BiH, Dragan Covic, un’altro dei politici vincenti di queste elezioni. Secondo ‘Dnevni avaz’ gli Stati Uniti comprendono le ragioni per cui i croati della BiH sarebbero insoddisfatti dell’elezioni nella Presidenza tripartita della BiH del candidato (Zeljko Komsic) che non ritengono essere loro rappresentante e sono dell’opinione che vi e’ la necessita’ di cambiare una tale situazione. Ma non vorrebbero vedere altrettanto una nuova situazione in cui Dodik e Covic congiuntamente, pero’ guidati da ben diversi motivi, ostacolano la formazione del governo statale.
«Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare l'integrazione euroatlantica della BiH ma e' un fatto ben chiaro che gli obblighi che stanno davanti al Paese devono essere soddisfatti». Questo il messaggio centrale di Hillary Clinton durante il suo incontro con i vertici della BiH, con la presidenza uscente composta da Haris Silajdzic, Nebojsa Radmanovic e Zeljko Komisic della quale gli ultimi due sono stati riconfermati alle recentissime elezioni. Hillary Clinton ha ribatido la necessita' delle indispensabili riforme, in particolare la soluzione della questione del patrimonio in BiH che e' la precondizione per una piena adesione del Paese alla Nato. Le riforme costituzionali sono la responsabilita' dei politici locali e devono essere il risultato di un consenso interno. Secondo l'esponente serbo della Presidenza tripartita, Nebojsa Radmanovic, bisognerebbe sfruttare l'europottimismo sul territorio affinche' la BiH possa ottenere lo status di candidato all'adesione e poi successivamente risolvere all'interno del paese le questioni irrisolte. Radmanovic ha aggiunto che, secondo la sua opinione, l'operato dell'Alto rappresentante per la BiH (OHR) e' da tempo controproducente, non promette progresso e perfino la posizione della Commissione europea, ha detto, e' che la chiusura dell'OHR e' la condizione chiave per l'avanzamento della BiH verso l'Ue. L'esponente croato della Presidenza della BiH, uno dei vincitori in assoluto delle elezioni, Zeljko Komsic ritiene importante che il futuro governo trovi la forza e prenda un accordo sulle questioni chiave in BiH. La situazione in Paese non va trascurata – sottolinea Komsic - soprattutto sul piano economico e sociale e bisogna rispondere alle speranze della gente il che e' collegato con gli obiettivi della politica estera. L'attuale presidente uscente della Presidenza tripartita, il rappresentante bosgnacco, Haris Silajdzic e' dell'opinione che la BiH merita particolare attenzione degli Stati Uniti poiche' rappresenta un modello unico di pluralismo che va protetto e affermato. Silajdzic ha detto che i cittadini sono desiderosi di pace, sicurezza e prosperita' e che l'integrazione della BiH nella Nato e nell'Ue e' un passo cruciale nella realizzazione di questi obiettivi.
Soltanto i popoli ed i leader della BiH possono far si' che il Paese realizzi il suo futuro europeo ed euroatlantico, ha sottolineato invece Hillary Clinton. «Per questo occorre un lavoro e una leadership diligente nonche' la volonta' di raggiungere un compromesso e la fermezza di attuare le difficili riforme» ha avvertito il segretario di stato americano. I cittadini devono riggettare le false promesse ed i programmi nazionalistici che servono solo a se stessi mentre un futuro di stabilita' e prosperita' non e' realizzabile riaccendendo vecchie ostilita'. Alla sua prima tappa del mini tour nei Balcani, Hillary Clinton ha sottolineato che il sostegno ai Balcani e' una pietra miliare della politica estera degli Stati Uniti, rilevando anche che l'America crede nel futuro della BiH. Rivolgendosi agli studenti e ai rappresentanti della societa' civile a Sarajevo, il segretario di stato americano ha ricordato che il funzionamento e l'efficacia del potere devono essere stabiliti con un consenso all'interno dello Stato e che questo obiettivo non e' realizzabile da forze esterne. Ha ribadito che gli Stati Uniti non appoggiano la secessione o qualsiasi minaccia di secessione in BiH e che solo una BiH unita puo' avere un futuro brillante. Il messaggio sia a Sarajevo, che a Belgrado come anche a Pristina e' quello di un rafforzamento delle istituzioni democratiche e della pace tra i vicini nonche' la creazione di condizioni per il progresso politico, economico e sociale permanente.
Per il controverso premier della RS, Milorad Dodik, la visita e i messaggi del segretario di stato americano, e' come afferma, una situazione nuova. Per il leader dei serbi bosniaci «la chiusura dell'OHR e' una delle questioni democratiche piu' importanti che bisogna realizzare perche' darebbe nuovo impulso all' accordo in BiH». Per questo motivo, nel corso di un breve incontro con Hillary Clinton in occasione dell'apertura del nuovo edificio dell'ambasciata statunitense a Sarajevo, Dodik ha chiesto a Washington di aiutare il rilassamento della situazione in BiH con la chiusura dell'OHR perche' – ha affermato Dodik – questo organo rappresenta un fattore destruttivo per ogni tipo di dialogo.
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