Tra i tanti pezzi usciti in questi giorni sui fatti accaduti a Genova in occasione di Italia-Serbia segnalo il pezzo di Adriano Sofri pubblicato su Repubblica il 14 ottobre. E' sempre difficile sintetizzare la prosa ricca e argomentata: mi limito a riportare qualche passaggio rimandandovi alla lettura integrale dell'articolo.
Il bruto ributtante che "nascondeva la faccia e ostentava i tatuaggi" a cavalcioni della barriera di protezione del campo di Marassi, "stava anche tenendo una lezione sulle guerre nella ex Jugoslavia più efficace di cento libri", scrive Sofri e spiega: "Chi conoscesse appena un po' la storia si diceva che l'occasione fa l'eroe del popolo serbo, che neanche vent'anni fa un farabutto grottesco come quello, iniziato dalla criminalità comune, era stato promosso dagli spalti belgradesi della Stella Rossa al comando di una milizia di migliaia di tifosi tramutati di colpo in sicari, e aveva guidato stupri saccheggi e stragi e torture, a migliaia. Si chiamava Arkan quello [...] si chiama Ivan questo: il tempo deciderà di lui, se farne il campione buffonesco di un manipolo di squadristi della curva, o un nuovo 'eroe del popolo serbo'".
Secondo Adriano Sofri era questo precedente e fare la differenza tra la serata di Marassi e tante altre serate simili a cui il tifo calcistico ci ha dato l'occasione di assistere, "fra la tifoseria serbista e quelle nostre". "Una differenza abissale o piccola - scrive Sofri - a seconda che si impieghi o no un piccolo avverbio di tempo. Che si dica che la tifoseria belgradese si tramutò in una sanguinaria masnada genocida, e le nostre no. O si dica che le nostre non ancora".
In aggiunta e come premessa a ciò che scrive Sofri vi segnalo l'interessante articolo di Moris Gasparri apparso sul sito di Limes, in cui si spiega che se da una parte gli incidenti di Genova riaprono il dibattito sul legame fra calcio e violenza, sicuramente presente in Italia, in Serbia invece lo sport è uno strumento nella lotta per il potere.
Gasparri ricorda come "ci sono contesti in cui la violenza sportiva non può essere ricondotta solo ad un problema di ordine pubblico, ma sembra avere radici più profonde" e come questa "ulteriorità" vada compresa e spiegata, a partire da una distinzione di base. "Il calcio nelle democrazie mature non occupa lo stesso ruolo ricoperto nelle democrazie assenti o in quelle fragili, come quella serba". Se da una parte "grandi sociologi come Norbert Elias hanno mostrato come la nascita dello sport moderno abbia agito, nella sua dimensione agonistica, da meccanismo di sublimazione della violenza, in stretto parallelo con il processo di monopolizzazione statale della violenza, fondamento dei sistemi democratici", e l’Italia da questo punto di vista è un grande laboratorio, dall'altra parte "gli scontri e le violenze provocate dagli ultrà serbi ci conducono invece con prepotenza dentro ad un altro contesto, diametralmente opposto: nelle situazioni fortemente caotiche ed instabili e con istituzioni democratiche assenti o fragili, come nel caso della Serbia, il calcio diventa strumento in mano alle fazioni in lotta per il potere". Ne consegue che il tifo organizzato, da sublimazione rituale della violenza diventa "lo strumento della politica stessa, anche nelle sue forme più conflittuali". Ed è proprio quanto sta accadendo in Serbia, con gli ultras "al servizio delle strategie dei personaggi che si oppongono duramente all’ingresso di Belgrado nell’Unione Europea". Per cui, per quanto riguarda il futuro della Serbia, "se il calcio è davvero lo specchio della politica, sciogliere il nodo tra calcio e violenza significherà capire se avremo davvero nel prossimo futuro una Serbia nell’Unione Europea, o una Serbia sull’orlo di una perenne e caotica transizione".
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martedì 19 ottobre 2010
LO SCARTO BALCANICO
"Gli ultrà, politicamente confusi e trasversali, non solo di destra estrema, certo non rappresentano la Serbia attuale nella sua interezza e nella sua resipiscente rinascita europeista. Costituiscono lo scarto balcanico, irrazionale e passionario, lasciato alla maggioranza dei serbi pensanti dal nazionalcomunista Miloševic, dal poeta pazzo Karadžic e dal criminale di Srebrenica Mladic, tuttora in contumacia protetta. Sono stati costoro i veri responsabili della perdita di tutto ciò che una nazione eroica come la Serbia, nerbo storico della defunta Jugoslavia, aveva conquistato a fianco degli alleati occidentali dopo il primo conflitto mondiale e riconsolidato, dopo il secondo, in un contesto federativo, con il comunista riformatore Tito".
E' quanto ha scritto Enzo Bettiza il 14 ottobre sulla Stampa a proposito degli incidenti provocati a Genova due giorni prima dagli estremisti serbi che hanno portato alla sospensione della partita Italia-Serbia. Nell'alluvione di commenti, analisi e approfondimenti che i media italiani - stampati, audio, video e on-line -ci hanno rovesciato addosso (non tutti informati e non sempre fondati) si segnalano come sempre le parole di Bettiza, uno che la realtà dell'est e del sud est europeo la conosce bene. Soprattutto, le righe finali, quelle che in parte ho riportato qui sopra.
Il testo integrale dell'articolo ("Lo scarto balcanico") lo trovate sul sito della Stampa
Il testo integrale dell'articolo ("Lo scarto balcanico") lo trovate sul sito della Stampa
venerdì 15 ottobre 2010
CHI SONO GLI HOOLIGANS SERBI
I teppisti che hanno costretto a sospendere la partita Italia-Serbia sono gli stessi che hanno messo il centro di Belgrado a ferro e fuoco in occasione del Gay Pride. Gruppi ideologizzati molto violenti alle spalle dei quali c'è un magma di difficile decifrazione ma molto inquietante in cui agiscono organizzazioni politiche ultranazionaliste, servizi deviati e criminalità organizzata con los copo di indebolire il governo e destabilizzare il quadro politico per complicare l'integrazione internazionale del paese che metterebbe in discussione il loro potere e i loro traffici.
Sull'argomento ho intervistato Matteo Tacconi, giornalista freelance grande esperto di Balcani ed Europa centro-orientale, autore del blog Radio Europa Unita. La registrazione la trovate qui
Per capire chi sono i gruppi violenti che abbiamo visto in azione a Genova, al Gay Pride di Belgrado e in altre occasioni (l'indipendenza del Kosovo, l'arresto di Radovan Karadzic ma anche la caduta di Milosevic) da dove vengono, chi li sostiene, per conto di quali interessi agiscono, tuttedomande a cui non è facile dare una risposta), ho intervistato anche Cecilia Ferrara, giornalista freelance, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso. La registrazione la trovate qui
Se in Serbia sono purtroppo ancora in azione forze oscure che contrastano la modernizzazione del paese (strumentalizzando i gruppi violenti di hooligans ultranazionalisti), esistono però settori della società e della politica che vogliono finalmente lasciarsi alle spalle il passato, come dimostra il recente Gay Pride che, seppure con un corollario di gravi violenze, si è finalmente svolto sostenuto dalle autorità e protetto dalla polizia.
Sull'argomento ho intervistato Matteo Tacconi, giornalista freelance grande esperto di Balcani ed Europa centro-orientale, autore del blog Radio Europa Unita. La registrazione la trovate qui
Per capire chi sono i gruppi violenti che abbiamo visto in azione a Genova, al Gay Pride di Belgrado e in altre occasioni (l'indipendenza del Kosovo, l'arresto di Radovan Karadzic ma anche la caduta di Milosevic) da dove vengono, chi li sostiene, per conto di quali interessi agiscono, tuttedomande a cui non è facile dare una risposta), ho intervistato anche Cecilia Ferrara, giornalista freelance, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso. La registrazione la trovate qui
Se in Serbia sono purtroppo ancora in azione forze oscure che contrastano la modernizzazione del paese (strumentalizzando i gruppi violenti di hooligans ultranazionalisti), esistono però settori della società e della politica che vogliono finalmente lasciarsi alle spalle il passato, come dimostra il recente Gay Pride che, seppure con un corollario di gravi violenze, si è finalmente svolto sostenuto dalle autorità e protetto dalla polizia.
mercoledì 13 ottobre 2010
CALCIO, VIOLENZA POLITICA E COINCIDENZE
Le violenze di queste ore arrivano dopo che dalle autorità serbe nelle scorse settimane sono arrivate (timide) aperture sul Kosovo e proprio mentre a Belgrado prima è passato il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, e poi è arrivata una delegazione italiana di alto livello per il vertice intergovernativo. E l'Italia è uno dei maggiori sponsor dell'intergrazione europea della Serbia. E' solo una coincidenza dovuta al caso? Ed è un caso che gli ultras se la siano presa solo contro la loro squadra (cioè, ieri sera non ci sono stati scontri tra opposte tifoserie come nel caso di incidenti "normali)? Ed è un caso che questo accada mentre circolano voci sulla possibilità di elezioni anticipate in Serbia?
Lascio a chi è più esperto di me l'analisi approfondita e argomentata. A me intanto premeva sottolineare alcune "concidenze" su cui penso bisognerebbe riflettere.
Intanto, per capire chi sono i protagonisti della violenza politico-sportiva in Serbia e chi c'è dietro di loro vi segnalo (grazie a Matteo Tacconi) un articolo di Cecilia Ferrara apparso su Limes un po' di tempo fa ma sempre utile e per altri articoli interessanti vi rimando all'antologia sul blog di Matteo Tacconi.
Poi vi segnalo anche il pezzo di Matteo Zola sul blog EaST Journal su chi sono gli hooligans serbi
E, infine, la selezione di articoli di Osservatorio Balcani e Caucaso su calcio e violenza nei Balcani.
mercoledì 28 luglio 2010
GRECIA, OMICIDIO GIOLIAS: ARRIVA LA RIVENDICAZIONE, MA RESTANO I MISTERI
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| Sokratis Giolias |
Giolias, direttore della radio privata Thema 98.9, attraverso Troktiko, il suo blog di gossip e informazione (mezzo milione di contatti al giorno), aveva più volte rivelato intrallazzi e affari sporchi del potere: dallo scandalo immobiliare legato al monastero di Vatopedi che aveva costretto alle dimissioni alcuni ministri del passato governo di Kostas Karamanlis, alla rivelazione dei compensi principeschi di alcuni gornalisti della tv pubblica. Logico, dunque, che non fosse amato nei palazzi del potere, ma il giornalista, per sua stessa definizione "spregiudicato e senza paura", non era amato nemmeno dall'opposizione perché, come notano alcuni commentatori, si prestava anche a diffondere accuse incrociate tra avversari politici.
C'è poi la tecnica dell'omicidio, che fa più pensare alle modalità usate di solito dalla criminalità comune o organizzata. E a complicare ulteriormente la vicenda c'è il fatto che le pistole calibro 9 usate per l'attentato sarebbero quelle usate dalla "Setta dei rivoluzionari" nel 2009 per l'attacco contro la stazione di polizia di Korydallos, in cui morì un agente, e contro la stazione televisiva Alter. Nonostante la rivendicazione, dunque, restano per ora senza risposta tutti gli interrogativi sorti dopo l'omicidio. E restano aperte tutte le considerazioni su un certo modo di fare giornalismo "d'inchiesta" (o "da buco della serratura") e sulla natura dei gruppi violenti armati comparsi in questi ultimi anni in Grecia.
domenica 25 luglio 2010
GRECIA: L'OMICIDIO DEL GIORNALISTA SOKRATIS GUIOLIAS
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| Sokratis Giolias |
Su questo per Radio Radicale ho intervistato la collega Elisabetta Casalotti, giornalista di Eleftherotypia, uno dei più diffusi quotidiani greci.
L'intervista la trovate qui oltre che sul sito di Radio Radicale
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