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sabato 23 marzo 2013

CROAZIA-SERBIA E' STATA SOLO UNA PARTITA DI CALCIO

La stretta di mano del 1999 tra Stankovic e Boban
C'erano molti timori per la partita che ieri sera ha visto contrapposte a Zagabria la Croazia e la Serbia per la qualificazione ai mondiali del 2014 in Brasile. Vatreni e Beli Orlovi (Fiamme e Aquile Bianche) non si erano mai incrociate in un match internazionale se si esclude il confronto del 9 ottobre 1999 tra la Croazia e l’allora Jugoslavia formata da Serbia e Montenegro per l’accesso agli Europei in Olanda. Le profonde ferite lasciate dal conflitto degli anni '90 non sono ancora guarite e per questo, alla vigilia, la memoria non ha potuto non andare a quel 13 maggio 1990, quando la partita tra la "Dinamo" di Zagabria e la "Stella Rossa" di Belgrado trasformò lo stadio Maksimir della capitale croata in un campo di battaglia, sinistro presagio di quello che sarebbe successo di lì ad un anno.

Certi ricordi sono duri a morire ed è per questo che ieri per Zagabria è stata una giornata ad altissima tensione, con centinaia di poliziotti in assetto antisommossa a presidiare i “punti caldi”, pronti a reprimere ogni accenno di provocazione, come al mattino, in piazza Ban Jelacic, dove alcuni ragazzi che intonavano «Ajmo ustase» (Forza ustascia) e «Ubij srbina» (Ammazza il serbo) sono stati subito fermati. Decine di ultrà, già noti alla polizia, sono stati invece fermati in via preventiva, mentre per altri tifosi croati era già in vigore il divieto di partecipare a eventi sportivi. Ai tifosi serbi è stato vietato di seguire la loro squadra, così come accadrà a settembre per i supporter croati per la partita di ritorno a Belgrado. Le autorità avevano inoltre avvertito che alla minima espressione estremista o razzista la partita sarebbe stata interrotta.

L’evento, alla fine, è stato solo sportivo e ha vinto la squadra migliore, sotto gli occhi del presidente croato Ivo Josipovic e dell’ex collega serbo Boris Tadic (l'incontro con l'attuale presidente, Tomislav Nikolic, visto il gelo degli ultimi mesi ancora non è alle viste, ma le diplomazie sono al lavoro da tempo). La Serbia dice praticamente addio al mondiale in Brasile: il secco 2-0 ieri subito lascia ormai poche speranze ai ragazzi di Sinisa Mihajlovic. Ciò che più conta, però, è che quella di ieri sera con la Croazia, nonostante i fischi e alcuni cori nazionalisti di una parte del pubblico di casa, sia stata solo una partita di calcio. I fantasmi del passato, quelli che mutarono l'odio sportivo in odio etnico e che trasformarono i gruppi di ultras nelle bande paramilitari che imperversarono nella Jugoslavia in guerra, sono rimasti fuori dallo stadio Maksimir.

Il giorno dopo è naturale, quindi, chiedersi se non ci sia stato troppo clamore per un incontro di calcio, troppa confusione tra calcio e politica. Ma il calcio, in Jugoslavia, èsempre stato usato come arma politica, fin dai tempi del Maresciallo Tito e non solo quando, negli anni Novanta, nei gruppi ultrà della Stella Rossa o del Partizan o della Dinamo furono arruolati molti componenti delle bande paramilitari. Ma gli anni passano e da quella che alcuni hanno chiamato “jugosfera” vengono da tempo segnali positivi che andrebbero colti con intelligenza. Nei Paesi ex jugoslavi molti lo stanno facendo, nonostamte le tante difficoltà che incontrano: un po' meno avviene dalle nostre parti, dove ci si accorge dei Balcani solo quando confermano i luoghi comuni più deleteri. Quelli che ieri sera sono stati smentiti una volta di più allo stadio Maksimir.



lunedì 10 ottobre 2011

RAGAZZI DI STADIO

Se non siete tifosi di calcio, oppure se non siete appassionati delle serie minori del campionato, esauriti i commenti su Serbia-Italia, oggi al bar e al lavoro non avete (quasi) niente da dire, visto che questo fine settimana la serie A non ha giocato. Vi propongo quindi una riflessione sul calcio degli altri, in questo caso quello che si gioca nei Paesi della ex-Jugoslavia, in particolare in Bosnia Erzegovina. Non perché voglia convertirvi al culto di “Eupalla” o perché voglia riempire il vuoto di questo lunedì mattina, ma perché il calcio va sempre seguito con attenzione se lo si prende come fenomeno sociale e politico e non solo dal punto di vista sportivo.

Vi segnalo, dunque, l'interessante articolo di Michele Biava, pubblicato il 4 ottobre sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, in cui si parla dell'incontro del 24 settembre tra lo Željezničar, storica squadra sarajevese profondamente radicata nel quartiere di Grbavica, che era ospite del Borac di Banja Luka, capitale della Republika Srpska, primo nel suo girone. La partita è stata caratterizzata all'inizio da un grande fair play in campo, ma al 28' del primo tempo il goal del Željo ha scatenato l’invasione di campo degli ultras del Borac che sono partiti all'attacco della tifoseria avversaria con sassi e fumogeni. Al 33' la partita è stata sospesa per ragioni di sicurezza e mentre la polizia cercava di arginare le violenze e faceva evacuare tifosi e giocatori del Željo, lo scontro si propagava sulla rete, con lo stesso livello di violenza ma senza le forze dell'ordine a cercare di arginare gli scontri.

La vicenda, nota Biava, sembra confermare i più triti stereotipi balcanici: una partita che si gioca tra una squadra e una tifoseria a maggioranza “bosgnacca” (lo Željo) e una squadra e una tifoseria “serba” (il Borac), arbitrata da un “croato” è ovvio che finisca a botte. Pochi giorni dopo, mercoledì 28 settembre, l’incontro tra Velež e Zrinjski, le due squadre di Mostar (o, se preferite, le squadre delle due Mostar) finisce più o meno nello stesso modo e offre materiale per un’altra brutta e scontata storiella. Biava invece invita, opportunamente, ad analizzare i fatti un po’ più in profondità e, pur senza “balcanizzare” la notizia, ricorda l'incontro del 13 maggio 1990 a Zagabria tra Dinamo e Zvezda e ciò che poi accadde nei Balcani nei dieci anni successivi. Non per evocare sempre i fantasmi del passato, ma per tenerli a mente e cercare di comprendere il presente, perché se in Bosnia come altrove, il calcio purtroppo riesce molto spesso a dare spazio alle peggiori espressioni di una società, a volte serve a rendere evidenti malesseri nascosti e segnali che occorre cogliere per tempo.

“A nulla serve chiacchierare di riconciliazione se poi si sentono riecheggiare negli stadi slogan come 'ubij turke'”, ovvero “uccidi i turchi”, cioè i “musulmani” del Željo. La violenza dei giovani e giovanissimi tifosi ex-jugoslavi, spiega Biava, “non origina esclusivamente dalla rivalità calcistica, [ma] affonda le sue radici in un disagio profondo, rabbia di una generazione nata negli anni '90, condizionata dal conflitto ('92-'95) in un modo sconosciuto ai reduci, ai sopravvissuti e a chi pretende di studiarne i comportamenti”. Si tratta di giovani che non solo non hanno ricordi diretti della guerra, ma non hanno nemmeno ricordi diretti del “prima”; sono il prodotto di una società che non ha fatto i conti con il passato recente, di un sistema e una classe politica che devono la propria sopravvivenza alle categorie di nazionalità e appartenenza religiosa “riesumate dopo la morte di Tito, cucinate sul fuoco vivo di quattro anni di assedi, stupri, massacri e spostamenti di popolazione, riscaldate e servite a scuola secondo i diversi programmi di istruzione in vigore dopo gli accordi di Dayton”. Il tutto nel quadro di una crisi economica perenne che colpisce tutti.

Conclude Biava: “Non basta pensare a come rendere sicure le prossime partite, non basta arrestare i tifosi. E’ ora di interrogarsi su come rispondere alla frustrazione dei ragazzini sbarbati che ogni giorno vanno a sbattere contro una tribuna avversaria. E al futuro di un Paese intero che è anche nelle loro mani”.

Bosnia: stadi violenti - Il post di Michele Biava su Osservatorio balcani e Caucaso