E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est del 24 aprile 2016.
La trasmissione e' ascoltabile direttamente qui di seguito oppure sul sito di Radio Radicale.
Argomenti della puntata
Albania, Armenia, Azerbaigian, Balcani, Bosnia, Bulgaria, Cipro,
Commissione Ue, Croazia, Grecia, Elezioni, Informazione, Integrazione, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Nagorno Karabak, Romania,
Serbia, Slovenia, Turchia, Unione Europea.
Visualizzazione post con etichetta informazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta informazione. Mostra tutti i post
domenica 24 aprile 2016
domenica 17 maggio 2015
"TERRORISMO E NAZIONALISMO SONO FABBRICATI PER COMBATTERCI GLI UNI CON GLI ALTRI"
Una settimana fa, nelle ore dello
scontro armato di Kumanovo, tra le forze di sicurezza macedoni e
presunti “terroristi kosovari” che hanno lasciato sul campo 22
morti e provocato gravi danni alle abitazioni suscitando timori e
inquietudine in tutta la regione e nel resto d'Europa, hanno fatto
notizia le parole un abitante di Kumanovo, raccolte per strada da
Vasko Magleshov, giornalista del canale TV 24 Vesti, nelle stesse ore
e a poca distanza dai combattimenti.L'uomo è un albanese di Macedonia e
in modo naturale e con parole molto semplici invita a difendere la
convivenza, a non farsi trascinare nella spirale delle violenze, a
diffidare della propaganda dei politici locali. La gente intorno lo
applaude e un altro cittadino, di etnia slavo-macedone, lo abbraccia,
si dice d'accordo con lui, ripete le sue parole. Il video in poco tempo si è diffuso in
rete, è stato visualizzato e condivisa da centinaia di migliaia di
persone sui social network ed è diventato, come si dice, “virale”.
Questa è la trascrizione tradotta in
italiano di alcuni momenti del video che trovate sul portale Eastjournal.net che ringraziamo per averla resa disponibile insieme al video.
Vedete, io sono una persona ragionevole e so cosa sto dicendo. Non ho alcuna minima intenzione negativa nei confronti dei macedoni. Al contrario, ho molti amici e abbiamo un’ottima vita in comune. E chiedo a tutti di mantenere la calma e di proteggere la nostra gente, di rimanere calmi mentre c’è qualcuno che sta giocando sporco, che siano gli uni o che siano gli altri. Pensano che siamo ciechi? Dove porta tutto questo? Qualcuno ha dato una risposta? Qualcuno si è preso delle responsabità, etiche o morali? Perché dobbiamo arrivare noi a questo, [per poi dire che] è stato Putin o l’America? Noi abbiamo creato il marcio a casa nostra e poi diciamo che puzza? Pensiamoci, chi ci ha portato a questo?Le persone non sono responsabili. Turchi, albanesi, macedoni: nessuno è colpevole. Forse c’è stato un tempo in cui ci hanno mentito e siamo stati manipolati. La gente è consapevole di questo. Ma questo non può durare finché la gente crede ai loro “film”, i loro film dove ci sono persone innocenti rapite, uccise, gente che non ha niente a che vedere con le armi, e che improvvisamente diventano terroristi. Ma cosa significa “terrorista”? Ma che prima rispondano su chi ha ucciso Neshkovski. E tutto ciò che nascondono. Che rispondano sul caso Smilkovsko, sul caso Sopot, sul caso Monster.Sentiamo cosa dicono sull’economia, sulle persone che hanno fame, su chi non mette assieme pranzo e cena. Non ho soldi in tasca, non ho futuro, non ho nulla. Eppure loro raccontano ogni giorno che creeranno posti di lavoro. Idee fittizie. Zone economiche speciali che nnessuno ha mai visto. Cos’è tutto questo? Qui nessuno vuole la guerra. Non sopporto nemmeno i rumori forti, figuriamoci gli spari. E se devo desiderare che qualcuno muoia, allora che sia io il primo a morire.[...] Invito tutti i leader, Ali Ahmeti, Thaci [leaders dei partiti albanesi di Macedonia], anche se sono corrotti… dovrebbero essere qui con la gente. Anche l’SDSM [il principale partito di opposizione]. Anche Gruevski [il primo ministro]. Visto che è amato dalla gente… Che venga qui. Non posso amare i miei figli e allo stesso tempo avere paura di loro. Questa filosofia non regge. Dove sono le loro famiglie? Dicono che [Gruevski] abbia portato la propria famiglia a Lugano. Dove l’ha portata? Ha un figlio o un cugino qui in questa guerra? Che prendano una pistola in mano, allora! Goce Delcev e Skanderbeg [due personaggi di riferimento delle memorie nazionali, rispettivamente, macedone e albanese] almeno erano andati a combattere. Lui è là nel suo ufficio, nascosto in qualche tunnel.[Applausi della folla. Si avvicina un altro uomo che gli dice: "Io sono macedone, bravo", e lo abbraccia. Il primo uomo si interrompe, poi riprende]Se proprio dobbiamo parlare di terrorismo e nazionalismo, queste sono cose fabbricate per farci combattere gli uni contro gli altri. È da quarant’anni che vivo qui, e non ho sentito quaranta parole di macedoni contro albanesi, o di albanesi contro macedoni. [L'altro uomo aggiunge: "io è da cinquant'anni e non ho mai avuto problemi"].E sono contento che lui macedone, e io albanese, abbiamo capito che ci manipolano. Ma qui ci sono ancora persone che non riescono a capirlo. E non dobbiamo permettere che questa minoranza di persone ci divida.
Penso si tratti di una testimonianza
che, nella sua apparente normalità, contribuisce ad avere un diverso
punto di vista sui fatti di questi giorni. Diverso rispetto a certe
cronache che abbiamo sentito in questi giorni e che troppo spesso
continuano a interpretare le tensioni nei Balcani come “la
polveriera pronta a esplodere”. Non si va a cercare le
manipolazioni che stanno dietro ad operazioni con cui si fomenta
l’odio. Non si fa la fatica di comprendere quali erano davvero gli
interessi che hanno fatto scoppiare le guerre jugoslave degli anni
'90. E non si considera mai la gente, che è stata vittima di quegli
interessi e di quelle manipolazioni. Oppure si propinano tesi
“geopolitiche” che, oggi come venti anni fa, servono solo a
sostenere le proprie tesi unilaterali sulle cause delle guerre
jugoslave e sulle tensioni che ancora restano nell'area.
A questo proposito segnalo il gruppo diFacebook denominato “Quando un giornalista scrive "Lapolveriera dei Balcani", muore un panda”. E' una reazione – ironica ma non
troppo – ad un certo giornalismo sempre innamorato di "scontri
etnici", "tensioni mai sopite", "fucina di odi",
"focolaio di instabilità". Un giornalismo che, come
spiegano i promotori del gruppo, fa dell'inutile sensazionalismo
ingigantendo problemi con cui tutta l'Europa fa i conti o li ha fatti
in passato. Troppo forte la tentazione di
presentare i Balcani sempre e comunque come l'eccezione d'Europa,
come il teatro di violenze sempre pronte a riaccendersi, invece che
come un'area che ha la sua storia, le sue particolarità, le sue
risorse e, certamente, anche i suoi non semplici problemi. Un'area che andrebbe trattata con
maggiore attenzione. E con maggiore rispetto.
giovedì 5 febbraio 2015
LA LIBERTA' DI STAMPA DOPO CHARLIE HEBDO
Il 28 gennaio si è svolto al Parlamento europeo il seminario di conclusione di "Safety Net For European Journalists", progetto europeo promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso dedicato alla libertà di stampa nell'Unione europea, nel sud est europeo e in Turchia
La questione della libertà di espressione ha occupato il dibattito pubblico europeo con fragore e drammaticità dopo il grave attentato alla redazione del settimanale francese Charlie Hebdo. Se ne è discusso anche durante il seminario “Je suis Charlie. Media Freedom in the EU and South Eastern Europe" tenutosi a Bruxelles lo scorso 28 gennaio, organizzato da Osservatorio Balcani e Caucaso e promosso da Ulrike Lunacek, vicepresidente del Parlamento europeo.
Il seminario ha inoltre presentato i risultati del progetto "Safety Net for European Journalists" cofinanziato dall’Unione europea, a cui OBC e un'estesa rete di partner a livello internazionale ha lavorato per tutto il 2014.
Di fronte a una platea composta di eurodeputati, esperti di settore, giornalisti di paesi dell'Ue e del sudest europeo - ha aperto i lavori l'eurodeputata slovena Tanja Fajon: “L'attentato di Parigi è stato uno shock ma dobbiamo prenderci il tempo per riflettere, senza adottare misure affrettate, la lotta al terrorismo non deve portare alla limitazione delle libertà di espressione. La via è lavorare fianco a fianco in Europa su solidarietà, educazione, integrazione, esprimendo la ricchezza della nostra diversità e della nostra cultura”.
Sul ruolo dei media quale pilastro imprescindibile di una società democratica, si è espressa anche la vicepresidente Ulrike Lunacek, nel suo messaggio alla platea: “La scelta di misure da 'Grande Fratello' darebbe una sensazione sbagliata di sicurezza. Gli interessi forti, politici ed economici, non vogliono media indipendenti e spingono verso la censura o l'autocensura. Ecco perché si deve continuare a promuovere e sostenere libertà di espressione e di critica, l'indipendenza dei media e il giornalismo investigativo, quali essenza di democrazia”. Ha poi indicato alcuni ambiti su cui è necessario a suo avviso lavorare: rafforzare le legislature sui media in linea con gli standard dell'Ue e sviluppare professionalità e valori deontologici tra i giornalisti.
Undici paesi monitorati, 400 approfondimenti in 9 lingue, 100 giornalisti incontrati, 550 violazioni alla libertà di stampa documentate sulla piattaforma Ushaidi.com, un manuale per giornalisti minacciati, tre policy paper. E' da quanto fatto durante Safety Net che Luisa Chiodi, direttrice scientifica di OBC, è partita per chiarire quanto sia urgente lavorare ogni giorno su questo tema: "In tutti gli 11 paesi coinvolti abbiamo evidenziato l'esistenza di comuni ostacoli alla libera informazione. Tra i bisogni espressi dai giornalisti minacciati vi è ad esempio la mancanza di assistenza legale ma un aspetto rilevante è il bisogno di ricevere solidarietà dai colleghi e dall'opinione pubblica ”. "Dopo Parigi il tema della libertà di stampa sembra interessare tutti - ha concluso Luisa Chiodi – ma garantire la libertà di stampa necessita di una forte alleanza tra istituzioni e società coinvolte, a livello locale come internazionale.”
Per approfondire, si veda lo studio “Building a Safety Net for European Journalists”, a cura di Dr. Eugenia Siapera - School of Communications, Dublin City University. Uno studio, realizzato nell'ambito del progetto, che mette in luce i bisogni dei giornalisti, gli ostacoli che affrontano e i rischi connessi all'esercizio della professione.
Il progetto "Safety Net for European Journalists . A Transnational Support Network for Media Freedom in Italy and South-east Europe" è stato co-finanziato dall'Unione Europea. Osservatorio Balcani e Caucaso ha dedicato un intero anno alla libertà di stampa in Italia, sud-est Europa e Turchia, insieme a SEEMO - South East Europe Media Organisation, Ossigeno Informazione, la Professoressa Eugenia Siapera (Dublin City University) e un'ampia rete di media partner in 11 paesi europei.
Osservatorio Balcani e Caucaso E' un think tank che si occupa di sud-est Europa, Turchia e Caucaso ed esplora le trasformazioni sociali, politiche e culturali di sei paesi membri dell'Unione Europea (UE), di sette paesi che partecipano al processo di Allargamento europeo e di buona parte dell'Europa post-sovietica coinvolta nella politica europea di Vicinato.
La questione della libertà di espressione ha occupato il dibattito pubblico europeo con fragore e drammaticità dopo il grave attentato alla redazione del settimanale francese Charlie Hebdo. Se ne è discusso anche durante il seminario “Je suis Charlie. Media Freedom in the EU and South Eastern Europe" tenutosi a Bruxelles lo scorso 28 gennaio, organizzato da Osservatorio Balcani e Caucaso e promosso da Ulrike Lunacek, vicepresidente del Parlamento europeo.
Il seminario ha inoltre presentato i risultati del progetto "Safety Net for European Journalists" cofinanziato dall’Unione europea, a cui OBC e un'estesa rete di partner a livello internazionale ha lavorato per tutto il 2014.
Di fronte a una platea composta di eurodeputati, esperti di settore, giornalisti di paesi dell'Ue e del sudest europeo - ha aperto i lavori l'eurodeputata slovena Tanja Fajon: “L'attentato di Parigi è stato uno shock ma dobbiamo prenderci il tempo per riflettere, senza adottare misure affrettate, la lotta al terrorismo non deve portare alla limitazione delle libertà di espressione. La via è lavorare fianco a fianco in Europa su solidarietà, educazione, integrazione, esprimendo la ricchezza della nostra diversità e della nostra cultura”.
Sul ruolo dei media quale pilastro imprescindibile di una società democratica, si è espressa anche la vicepresidente Ulrike Lunacek, nel suo messaggio alla platea: “La scelta di misure da 'Grande Fratello' darebbe una sensazione sbagliata di sicurezza. Gli interessi forti, politici ed economici, non vogliono media indipendenti e spingono verso la censura o l'autocensura. Ecco perché si deve continuare a promuovere e sostenere libertà di espressione e di critica, l'indipendenza dei media e il giornalismo investigativo, quali essenza di democrazia”. Ha poi indicato alcuni ambiti su cui è necessario a suo avviso lavorare: rafforzare le legislature sui media in linea con gli standard dell'Ue e sviluppare professionalità e valori deontologici tra i giornalisti.
Undici paesi monitorati, 400 approfondimenti in 9 lingue, 100 giornalisti incontrati, 550 violazioni alla libertà di stampa documentate sulla piattaforma Ushaidi.com, un manuale per giornalisti minacciati, tre policy paper. E' da quanto fatto durante Safety Net che Luisa Chiodi, direttrice scientifica di OBC, è partita per chiarire quanto sia urgente lavorare ogni giorno su questo tema: "In tutti gli 11 paesi coinvolti abbiamo evidenziato l'esistenza di comuni ostacoli alla libera informazione. Tra i bisogni espressi dai giornalisti minacciati vi è ad esempio la mancanza di assistenza legale ma un aspetto rilevante è il bisogno di ricevere solidarietà dai colleghi e dall'opinione pubblica ”. "Dopo Parigi il tema della libertà di stampa sembra interessare tutti - ha concluso Luisa Chiodi – ma garantire la libertà di stampa necessita di una forte alleanza tra istituzioni e società coinvolte, a livello locale come internazionale.”
Per approfondire, si veda lo studio “Building a Safety Net for European Journalists”, a cura di Dr. Eugenia Siapera - School of Communications, Dublin City University. Uno studio, realizzato nell'ambito del progetto, che mette in luce i bisogni dei giornalisti, gli ostacoli che affrontano e i rischi connessi all'esercizio della professione.
Il progetto "Safety Net for European Journalists . A Transnational Support Network for Media Freedom in Italy and South-east Europe" è stato co-finanziato dall'Unione Europea. Osservatorio Balcani e Caucaso ha dedicato un intero anno alla libertà di stampa in Italia, sud-est Europa e Turchia, insieme a SEEMO - South East Europe Media Organisation, Ossigeno Informazione, la Professoressa Eugenia Siapera (Dublin City University) e un'ampia rete di media partner in 11 paesi europei.
Osservatorio Balcani e Caucaso E' un think tank che si occupa di sud-est Europa, Turchia e Caucaso ed esplora le trasformazioni sociali, politiche e culturali di sei paesi membri dell'Unione Europea (UE), di sette paesi che partecipano al processo di Allargamento europeo e di buona parte dell'Europa post-sovietica coinvolta nella politica europea di Vicinato.
venerdì 23 gennaio 2015
LIBERTA' DI STAMPA, DIRITTO ALL'INFORMAZIONE E SICUREZZA DEI GIORNALISTI IN EUROPA
Intervista a Luka Zanoni
Che cosa limita la libertà di stampa, l'indipendenza e la sicurezza dei giornalisti? E come si può difendere il diritto all'informazione dei cittadini? Sono le domande attorno alle quali si arricolerà un sminario pubblico nell'ambito in programma mercoledì 28 gennaio al Parlamento europeo a Bruxelles che fa parte e conclude un ampio progetto europeo a cui Osservatorio Balcani e Caucaso ha lavorato durante tutto il 2014 dal titolo "Safety Net for European Journalists".
Luka Zanoni, direttore della testata giornalistica di OBC, in questa intervista a Radio Radicale presenta il seminario del 28 gennaio e traccia un primo bilancio del progetto europeo.
Che cosa limita la libertà di stampa, l'indipendenza e la sicurezza dei giornalisti? E come si può difendere il diritto all'informazione dei cittadini? Sono le domande attorno alle quali si arricolerà un sminario pubblico nell'ambito in programma mercoledì 28 gennaio al Parlamento europeo a Bruxelles che fa parte e conclude un ampio progetto europeo a cui Osservatorio Balcani e Caucaso ha lavorato durante tutto il 2014 dal titolo "Safety Net for European Journalists".
Luka Zanoni, direttore della testata giornalistica di OBC, in questa intervista a Radio Radicale presenta il seminario del 28 gennaio e traccia un primo bilancio del progetto europeo.
giovedì 4 dicembre 2014
SLOVENIA: IL TEMPO DEL PORNO-GIORNALISMO
di Stefano Lusa, Capodistria 3 dicembre 2014
Pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso
Dopo giorni e giorni di gogna mediatica si è suicidato. E’ finita così la storia del preside di un istituto tecnico di Maribor e di un'insegnante di matematica. I due erano stati filmati in un‘aula scolastica. Lei seduta su un banco senza pantaloni e mutandine e lui con la testa infilata tra le sue cosce. Il video amatoriale, di una ventina di secondi, realizzato da uno studente, postato sui social-network, è subito balzato agli onori della cronaca. Da quel momento la loro esistenza è cambiata. Due illustri sconosciuti sono finiti alla ribalta della cronaca e le conseguenze per loro e le loro famiglie sono state devastanti. Radio, televisioni e giornali hanno versato fiumi di inchiostro per narrare l’accaduto e per prendersi gioco dei due amanti. La notizia è presto rimbalzata nel resto dei Balcani ed anche più in là. I due hanno tentato di difendersi negando; hanno gridato al falso, ma alla fine non sono potuti sfuggire al pubblico ludibrio. Tutto è finito quando il preside ha deciso di togliersi la vita.
Un simile epilogo era, in realtà, nell’aria. Era solo questione di tempo prima che ci scappasse il morto. Il compassato, austero e noioso stile che aveva caratterizzato il giornalismo nazionale sino agli anni novanta da tempo è stato soppiantato da una nuova forma di informazione molto più rampante ed aggressiva, che vuole inseguire la notizia senza troppi scrupoli e senza farsi troppe domande di carattere etico o morale. I modelli sono quelli del giornalismo d’inchiesta e soprattutto scandalistico americano, senza lo stesso talento, lo stesso stile e soprattutto senza avere mostri reali di cui occuparsi. L’obiettivo è quello di racimolare un click più degli altri, di avere più spettatori o ascoltatori, o di vendere una copia di giornale in più. Logiche normali, ti dicono, per chi ogni giorno deve battere la concorrenza per restare su un piccolo e difficile mercato. Bisogna dare al pubblico quello che desidera, trovare lo scandalo, raccontarlo, andare ad indagare nelle questioni più pruriginose dei protagonisti della vita politica, economica e sociale, ma anche di singoli cittadini.
La professione in Slovenia
Ad inseguire queste notizie una nuova specie di cani da guardia della società, fatta molto spesso da precari, più o meno giovani, a caccia di fama e premi. La professione in Slovenia è dura. E’ da anni che nei giornali non si fa che tagliare, le redazioni sono sempre più piccole, i tempi molto stretti, i compensi non sempre adeguati, mentre il prestigio sociale del giornalista è immensamente inferiore rispetto all’Italia. Il mestiere, comunque, conserva il suo fascino anche perché consente di esercitare il potere che in tutto il mondo regalano penna, microfono e soprattutto telecamera. In realtà, questa, come altre storie che sono salite alla ribalta della cronaca nazionale, non avrebbe meritato di essere messe all’attenzione dell’opinione pubblica e non sarebbe accaduto in passato, quando la cronaca veniva liquidata con poche righe a bordo pagina; ma da tempo oramai non è più così.
In Slovenia il quotidiano più venduto è un tabloid, mentre i programmi radiofonici e televisivi di maggior successo sono proprio quelli che propongono questo tipo di giornalismo. Era chiaro che su una vicenda del genere ci sarebbero andati a nozze. Così la notizia ha continuato a tenere banco e ha continuato ad interessare maledettamente gli sloveni, talmente tanto da essere una tra le più seguite e più cliccate della settimana. Il pubblico voleva sapere tutto di quella storia e chi la raccontava era convinto che bisognasse continuare a parlarne: era necessario mettere in luce tutti i dettagli. Bisognava spiegare che la professoressa di matematica poteva anche negare di essere lei, visto che nel filmato non si vedeva la sua faccia, ma gli anelli che aveva al dito erano simili a quelli che apparivano in una sua fotografia fatta durante una gita scolastica. In parole povere lo stile e la delicatezza era lo stessa che certi media italiani hanno usato per raccontare il delitto di Garlasco o altri fatti di cronaca nera.
E ora?
Se non ci fosse stato di mezzo il suicidio si sarebbe proseguito ancora per settimane e poi la faccenda sarebbe rimasta negli annali degli scandali a sfondo sessuale che hanno attraversato la Slovenia in questi anni e sarebbe stata tirata fuori ogni volta che si sarebbe riproposta una vicenda simile. Oggi la Slovenia sembra interrogarsi sull’accaduto. Qualcuno parla di un errore di percorso, delle derive giornalistiche e della necessità di arrivare ad una maggiore autoregolamentazione della categoria. Finito il polverone non si tornerà però indietro e tutto continuerà come prima. Grandi penne, moralisti ed esperti dalla loro torre d’avorio pontificano sulla necessità di conservare la dimensione etica della professione. Le loro parole saranno dimenticate non appena all’orizzonte apparirà un nuovo scandalo. Il giornalismo sloveno è cambiato da tempo ed in questi giorni non ha fatto che raggiungere la sua più importante vittoria.
Pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso
Dopo giorni e giorni di gogna mediatica si è suicidato. E’ finita così la storia del preside di un istituto tecnico di Maribor e di un'insegnante di matematica. I due erano stati filmati in un‘aula scolastica. Lei seduta su un banco senza pantaloni e mutandine e lui con la testa infilata tra le sue cosce. Il video amatoriale, di una ventina di secondi, realizzato da uno studente, postato sui social-network, è subito balzato agli onori della cronaca. Da quel momento la loro esistenza è cambiata. Due illustri sconosciuti sono finiti alla ribalta della cronaca e le conseguenze per loro e le loro famiglie sono state devastanti. Radio, televisioni e giornali hanno versato fiumi di inchiostro per narrare l’accaduto e per prendersi gioco dei due amanti. La notizia è presto rimbalzata nel resto dei Balcani ed anche più in là. I due hanno tentato di difendersi negando; hanno gridato al falso, ma alla fine non sono potuti sfuggire al pubblico ludibrio. Tutto è finito quando il preside ha deciso di togliersi la vita.
Un simile epilogo era, in realtà, nell’aria. Era solo questione di tempo prima che ci scappasse il morto. Il compassato, austero e noioso stile che aveva caratterizzato il giornalismo nazionale sino agli anni novanta da tempo è stato soppiantato da una nuova forma di informazione molto più rampante ed aggressiva, che vuole inseguire la notizia senza troppi scrupoli e senza farsi troppe domande di carattere etico o morale. I modelli sono quelli del giornalismo d’inchiesta e soprattutto scandalistico americano, senza lo stesso talento, lo stesso stile e soprattutto senza avere mostri reali di cui occuparsi. L’obiettivo è quello di racimolare un click più degli altri, di avere più spettatori o ascoltatori, o di vendere una copia di giornale in più. Logiche normali, ti dicono, per chi ogni giorno deve battere la concorrenza per restare su un piccolo e difficile mercato. Bisogna dare al pubblico quello che desidera, trovare lo scandalo, raccontarlo, andare ad indagare nelle questioni più pruriginose dei protagonisti della vita politica, economica e sociale, ma anche di singoli cittadini.
La professione in Slovenia
Ad inseguire queste notizie una nuova specie di cani da guardia della società, fatta molto spesso da precari, più o meno giovani, a caccia di fama e premi. La professione in Slovenia è dura. E’ da anni che nei giornali non si fa che tagliare, le redazioni sono sempre più piccole, i tempi molto stretti, i compensi non sempre adeguati, mentre il prestigio sociale del giornalista è immensamente inferiore rispetto all’Italia. Il mestiere, comunque, conserva il suo fascino anche perché consente di esercitare il potere che in tutto il mondo regalano penna, microfono e soprattutto telecamera. In realtà, questa, come altre storie che sono salite alla ribalta della cronaca nazionale, non avrebbe meritato di essere messe all’attenzione dell’opinione pubblica e non sarebbe accaduto in passato, quando la cronaca veniva liquidata con poche righe a bordo pagina; ma da tempo oramai non è più così.
In Slovenia il quotidiano più venduto è un tabloid, mentre i programmi radiofonici e televisivi di maggior successo sono proprio quelli che propongono questo tipo di giornalismo. Era chiaro che su una vicenda del genere ci sarebbero andati a nozze. Così la notizia ha continuato a tenere banco e ha continuato ad interessare maledettamente gli sloveni, talmente tanto da essere una tra le più seguite e più cliccate della settimana. Il pubblico voleva sapere tutto di quella storia e chi la raccontava era convinto che bisognasse continuare a parlarne: era necessario mettere in luce tutti i dettagli. Bisognava spiegare che la professoressa di matematica poteva anche negare di essere lei, visto che nel filmato non si vedeva la sua faccia, ma gli anelli che aveva al dito erano simili a quelli che apparivano in una sua fotografia fatta durante una gita scolastica. In parole povere lo stile e la delicatezza era lo stessa che certi media italiani hanno usato per raccontare il delitto di Garlasco o altri fatti di cronaca nera.
E ora?
Se non ci fosse stato di mezzo il suicidio si sarebbe proseguito ancora per settimane e poi la faccenda sarebbe rimasta negli annali degli scandali a sfondo sessuale che hanno attraversato la Slovenia in questi anni e sarebbe stata tirata fuori ogni volta che si sarebbe riproposta una vicenda simile. Oggi la Slovenia sembra interrogarsi sull’accaduto. Qualcuno parla di un errore di percorso, delle derive giornalistiche e della necessità di arrivare ad una maggiore autoregolamentazione della categoria. Finito il polverone non si tornerà però indietro e tutto continuerà come prima. Grandi penne, moralisti ed esperti dalla loro torre d’avorio pontificano sulla necessità di conservare la dimensione etica della professione. Le loro parole saranno dimenticate non appena all’orizzonte apparirà un nuovo scandalo. Il giornalismo sloveno è cambiato da tempo ed in questi giorni non ha fatto che raggiungere la sua più importante vittoria.
martedì 18 novembre 2014
RADIO FREE EUROPE TRASMETTE ANCORA
Un reportage di Matteo Tacconi del 2009 da Praga sulla storica emittente della "Guerra fredda"
Solidarność e Lech Wałeşa, l’Ostpolitik di Willi Brandt, la compattezza granitica della Nato, il processo d’integrazione europeo, Karol Wojtyla, la perestrojka e la glasnost di Mikhail Gorbaciov, l’incessante contributo politico e ideale dell’America. La carrellata degli attori e dei fattori che hanno portato alla caduta del Muro di Berlino è ricca. Ma nell’almanacco dei protagonisti della vittoria dell’Ovest sull’Est va inclusa anche Radio Free Europe. Ecco perché.
Siamo a Praga, la capitale della Repubblica ceca. È da qui che Radio Free Europe/Radio Liberty (nel 1976 ci fu la fusione tra le due emittenti) continua a essere operativa. Già, perché se è vero che la Cortina di ferro si è squagliata ormai da vent’anni e l’Urss è rovinosamente capitolata da diciotto, facendo venire meno la missione storica per cui le radio, prima distintamente poi insieme, sono state conosciute e apprezzate, è altrettanto evidente che ci sono altre cortine da sfondare, altri Paesi dove diffondere sulle onde medie un messaggio di libertà e democrazia. Nell’Asia centrale e nel versante settentrionale del Caucaso la sorveglianza dei governanti sui “sudditi” è infatti serrata, come una volta nell’Est. In Russia, l’era Putin ha riportato indietro le lancette della storia. Insomma, Radio Free Europe/Radio Liberty serve ancora.
Continua a leggere su Rassegna Est
Solidarność e Lech Wałeşa, l’Ostpolitik di Willi Brandt, la compattezza granitica della Nato, il processo d’integrazione europeo, Karol Wojtyla, la perestrojka e la glasnost di Mikhail Gorbaciov, l’incessante contributo politico e ideale dell’America. La carrellata degli attori e dei fattori che hanno portato alla caduta del Muro di Berlino è ricca. Ma nell’almanacco dei protagonisti della vittoria dell’Ovest sull’Est va inclusa anche Radio Free Europe. Ecco perché.
Siamo a Praga, la capitale della Repubblica ceca. È da qui che Radio Free Europe/Radio Liberty (nel 1976 ci fu la fusione tra le due emittenti) continua a essere operativa. Già, perché se è vero che la Cortina di ferro si è squagliata ormai da vent’anni e l’Urss è rovinosamente capitolata da diciotto, facendo venire meno la missione storica per cui le radio, prima distintamente poi insieme, sono state conosciute e apprezzate, è altrettanto evidente che ci sono altre cortine da sfondare, altri Paesi dove diffondere sulle onde medie un messaggio di libertà e democrazia. Nell’Asia centrale e nel versante settentrionale del Caucaso la sorveglianza dei governanti sui “sudditi” è infatti serrata, come una volta nell’Est. In Russia, l’era Putin ha riportato indietro le lancette della storia. Insomma, Radio Free Europe/Radio Liberty serve ancora.
Continua a leggere su Rassegna Est
sabato 1 marzo 2014
LA CLASSIFICA DELLA LIBERTA' DI STAMPA SECONDO REPORTER SENZA FRONTIERE
Il 12 febbraio Reporter Senza Frontiere ha pubblicato come ogni anno il World Press Freedom Index (WPFI) sulla libertà di informazione nel mondo. La classifica viene compilata valutando il pluralismo e l'indipendenza dei media, le norme in materia di informazione e la trasparenza degli organismi preposti, la qualità delle infrastrutture a disposizione degli organi di informazione, il livello di abusi registrati e il clima generale di libertà d'informazione. Il WPFI, come ormai da molti anni, pone al vertice Finlandia, Paesi Bassi e Norvegia così come Turkmenistan, Corea del Nord e Eritrea ricoprono ancora una volta la posizione peggiore e vengono definiti da RSF come “buchi neri per l'informazione e le notizie e veri e propri inferni per i giornalisti che vi abitano”.
L'Europa domina la lista dei primi 50 paesi in lista, con 14 membri dell'Unione Europea tra i primi 25. Ma è soprattutto il nord Europa a brillare grazie, dicono a RSF, ad “ una solida cornice costituzionale e legale che, a loro volta, sono fondate su una cultura reale delle libertà individuali, una cultura più effettiva lì che non nel sud dell'Europa”. In questa parte del continente l'unico sviluppo positivo è stato individuato in Italia, che è finalmente uscita “da una spirale negativa e sta lavorando ad un progetto di legge incoraggiante che porterà alla de-penalizzazione della diffamazione via stampa”. Il nostro paese ha guadagnato ben otto posizioni e occupa ora la 49a posizione del WPFI. Ossigeno per l'Informazione, tuttavia, contesta questa valutazione che giudica basata su “errori di interpretazione della riforma di legge sulla diffamazione attualmente dibattuta in parlamento” che non prevede affatto la de-penalizzazione ma si limita “a sostituire la detenzione con sproporzionate sanzioni economiche che non sono meno intimidatorie”.
Per quanto riguarda i Paesi dell'Europa sud orientale, la Turchia, scossa dalle manifestazioni di piazza lo scorso anno e dove molti giornalisti sono stati mandati in prigione o si trovano ad affrontare un processo a causa del loro lavoro, resta quella messa peggio e non si è mossa dalla 154a posizione già occupata lo scorso anno. Grecia e Bulgaria tra i paesi del sud-est Europa sono quelli che hanno perso più posizioni negli ultimi anni: la Grecia, che si trovava al 35o posto nel 2009, da allora è precipitata di più di più di 50 posizioni, e di ben 15 posizioni nell'ultimo anno, ed occupa ora il 99o posto al mondo mentre immediatamente alle sue spalle la Bulgaria, scossa da mesi di proteste anti-governative, è scesa di 13 posti conquistando il poco lusinghiero primato di paese membro dell'Unione Europea con la peggiore posizione.
La Macedonia, che nel 2009 era al 34o posto, da allora è in caduta libera e dopo aver perso ulteriori sette posizioni nell'ultimo anno, si trova ora al 123o posto. Nel WPFI del 2014 anche la Romania ha perso qualche posizione, nello specifico tre, e si trova ora al 45mo posto. Cipro, Croazia e Montenegro sono tutte e tre scese di una posizione e ora sono rispettivamente al 25o, al 65o e al 114o posto. Cipro resta comunque il paese meglio piazzato tra quelli dell'Europa sud orientale. Tra i “virtuosi” si segnala il leggero miglioramento della Slovenia, che risale di un posto in 34a posizione, e il balzo in avanti più deciso della Serbia risale di ben nove posizioni sino al 54o posto.
Tra le altre posizioni si segnala il 56o posto della Moldova, il 66o della Bosnia Erzegovina, l'80o del Kosovo, l'83o di Cipro Nord, l'85o dell'Albania.
Leggi il World Press Freedom Index 2014 (in inglese)
Qui l'articolo di Osservatorio Balcani e Caucaso dedicato in particolare ai Paesi dell'Europa sud orientale
L'Europa domina la lista dei primi 50 paesi in lista, con 14 membri dell'Unione Europea tra i primi 25. Ma è soprattutto il nord Europa a brillare grazie, dicono a RSF, ad “ una solida cornice costituzionale e legale che, a loro volta, sono fondate su una cultura reale delle libertà individuali, una cultura più effettiva lì che non nel sud dell'Europa”. In questa parte del continente l'unico sviluppo positivo è stato individuato in Italia, che è finalmente uscita “da una spirale negativa e sta lavorando ad un progetto di legge incoraggiante che porterà alla de-penalizzazione della diffamazione via stampa”. Il nostro paese ha guadagnato ben otto posizioni e occupa ora la 49a posizione del WPFI. Ossigeno per l'Informazione, tuttavia, contesta questa valutazione che giudica basata su “errori di interpretazione della riforma di legge sulla diffamazione attualmente dibattuta in parlamento” che non prevede affatto la de-penalizzazione ma si limita “a sostituire la detenzione con sproporzionate sanzioni economiche che non sono meno intimidatorie”.
Per quanto riguarda i Paesi dell'Europa sud orientale, la Turchia, scossa dalle manifestazioni di piazza lo scorso anno e dove molti giornalisti sono stati mandati in prigione o si trovano ad affrontare un processo a causa del loro lavoro, resta quella messa peggio e non si è mossa dalla 154a posizione già occupata lo scorso anno. Grecia e Bulgaria tra i paesi del sud-est Europa sono quelli che hanno perso più posizioni negli ultimi anni: la Grecia, che si trovava al 35o posto nel 2009, da allora è precipitata di più di più di 50 posizioni, e di ben 15 posizioni nell'ultimo anno, ed occupa ora il 99o posto al mondo mentre immediatamente alle sue spalle la Bulgaria, scossa da mesi di proteste anti-governative, è scesa di 13 posti conquistando il poco lusinghiero primato di paese membro dell'Unione Europea con la peggiore posizione.
La Macedonia, che nel 2009 era al 34o posto, da allora è in caduta libera e dopo aver perso ulteriori sette posizioni nell'ultimo anno, si trova ora al 123o posto. Nel WPFI del 2014 anche la Romania ha perso qualche posizione, nello specifico tre, e si trova ora al 45mo posto. Cipro, Croazia e Montenegro sono tutte e tre scese di una posizione e ora sono rispettivamente al 25o, al 65o e al 114o posto. Cipro resta comunque il paese meglio piazzato tra quelli dell'Europa sud orientale. Tra i “virtuosi” si segnala il leggero miglioramento della Slovenia, che risale di un posto in 34a posizione, e il balzo in avanti più deciso della Serbia risale di ben nove posizioni sino al 54o posto.
Tra le altre posizioni si segnala il 56o posto della Moldova, il 66o della Bosnia Erzegovina, l'80o del Kosovo, l'83o di Cipro Nord, l'85o dell'Albania.
Leggi il World Press Freedom Index 2014 (in inglese)
Qui l'articolo di Osservatorio Balcani e Caucaso dedicato in particolare ai Paesi dell'Europa sud orientale
mercoledì 4 dicembre 2013
UN APPELLO PER SALVARE PRESSEUROP.EU
Presseurop.Eu, il portale multilingue che offre una ricca rassegna della stampa europea rischia di chiudere: il contratto con la Commissione europea, che finanzia il sito, scadrà il prossimo 22
dicembre, ma la Direzione generale della comunicazione, che dipende dalla
vicepresidente Viviane Reding, ha comunicato ai responsabili del portale che per motivi economici non intende continuare a finanziare il progetto.
In quattro anni di vita Presseurop.Eu ha pubblicato circa duemila articoli
tradotti in 10 lingue dando la possibilità a coloro che per lavoro, per studio o per interesse personale si occupano di Europa, Unione europea e
politica di allargamento di accedere facilmente alla
stampa di molti Paesi.
Proprio questo aspetto è stato sottolineato nell’editoriale di Presseurop.eu: “Ogni giorno voi lettori avete potuto leggere il meglio della stampa europea e internazionale tradotto in dieci lingue, condividendone e commentandone i contenuti. In questo modo è nata una comunità che rappresenta un embrione della cittadinanza europea e che ha saputo animare il dibattito sull’Europa utilizzando una piattaforma di discussione multilingue unica”.
E con il suo multilinguismo, in questi anni Presseurop.eu ha aiutato e favorito il dialogo tra le tante culture diverse che possono essere un problema, ma che fanno anche la ricchezza e l'unicità di quella cosa che è l’Unione Europeae i suoi 500 milioni di cittadini. Passaggio a Sud Est esprime la sua convinta solidarietà ai colleghi di Presseurop.eu e si unisce all’appello rivolto alla Commissione europea perché non chiuda il finaziamento e ne consenta la vita ed il lavoro anche nel 2014.
Se vuoi che Presseurop.eu continui a esistere e a lavorare, firma la petizione online.
Proprio questo aspetto è stato sottolineato nell’editoriale di Presseurop.eu: “Ogni giorno voi lettori avete potuto leggere il meglio della stampa europea e internazionale tradotto in dieci lingue, condividendone e commentandone i contenuti. In questo modo è nata una comunità che rappresenta un embrione della cittadinanza europea e che ha saputo animare il dibattito sull’Europa utilizzando una piattaforma di discussione multilingue unica”.
E con il suo multilinguismo, in questi anni Presseurop.eu ha aiutato e favorito il dialogo tra le tante culture diverse che possono essere un problema, ma che fanno anche la ricchezza e l'unicità di quella cosa che è l’Unione Europeae i suoi 500 milioni di cittadini. Passaggio a Sud Est esprime la sua convinta solidarietà ai colleghi di Presseurop.eu e si unisce all’appello rivolto alla Commissione europea perché non chiuda il finaziamento e ne consenta la vita ed il lavoro anche nel 2014.
Se vuoi che Presseurop.eu continui a esistere e a lavorare, firma la petizione online.
lunedì 25 novembre 2013
COURRIER DES BALKANS COMPIE 15 ANNI
Gli auguri di Passaggio a Sud Est
In questi 15 anni il Courrier des
Balkans ha prodotto più di 15 mila articoli pubblicati grazie ad una
rete di 50 collaboratori sparsi in tutta la regione, continuando a
coltivare – ci tengono molto a sottolinearlo – la voglia di
capire un mondo complesso e pieno di contraddizioni perché l'impegno
a favore di una informazione libera da condizionamenti non è meno
importante oggi di quanto lo fosse nel 1998: “E' importante anche
oggi, anche se le minacce che pesano sulla libertà di informazione
non sono più le stesse. Se la pressione politica ha fatto spazio a
pressioni più indirette e al potere del denaro, siamo obbligati a
riconoscere che la libertà di informare e il pluralismo sono
tutt'ora fragili come quindici anni fa”.
Da Passaggio a Sud Est - questo blog,
ma anche la rubrica settimanale di Radio Radicale – i più sinceri
auguri di continuare ad essere quall'importante fonte di informazione, dibattito e confronto che Courrier des Balkans ha saputo essere fino ad oggi.
mercoledì 12 giugno 2013
GRECIA: CHIUSA LA RADIOTELEVISIONE PUBBLICA
Con un improvvisa e inaspettata decisione unilaterale il governo di Atene ha chiuso la radiotelevisione pubblica ERT. Lo ha annunciato, con una dichiarazione letta davanti alle telecamere, il portavoce dell'esecutivo lasciando di sasso i cittadini ellenici e i quasi 2700 dipendenti dell'emittente.
In realtà non è stata nemmeno una decisione del governo, ma solo di Nea Demokratia, il partito di maggioranza relativa di centro-destra del premier Antonis Samaras, che ha agito senza consultare gli alleati. Gli altri due partiti che formano la coalizione di governo, Pasok e Sinistra democratica, hanno già presentato una mozione in parlamento destinata a raccolgiere il voto favorevole di tutta l'opposizione, tranne i neonazi di Alba Dorata.
Se Samars dovesse porre la fiducia in parlamento sul provvedimento sarebbe a rischio la tenuta del governo di larghe intese nato lo scorso anno dopo due tornate elettorali per poter gestire le pesanti misure economiche imposte dall'Ue e dal Fondo monetario internazionale per concedere i prestiti necessari a salvare il paese dal fallimento. Il commissario europeo all'Economia, Olli Rehn, ha già fatto sapere, però che Bruxelles non ha mai chiesto la chiusura della radiotv ststale.
La chiusura di ERT è stata motivata da ragioni economiche e dagli sprechi che avrebbero caratterizzato la gestione dell'ente radiotelevisivo di stato, i cui vertici, per altro, sono di nomina governativa. Il corrisipondente dall'Italia, Dimitri Deliolanes, nega però che questo sia vero e ricorda che il bilancio di ERT, per quanto di poco, è comunque in attivo, cioè l'emittente produce utili, e che i dipendenti hanno già sopportato tre riduzioni di stipendio oltre a molti licenziamenti.
Il governo ha annunciato che al posto di ERT entro l'estate nascerà una nuova struttura pubblica per radio, televisione e internet alla quale gli attuali (ex) dipendenti potranno inviare le loro domande di assunzione. Nel frattempo, mentre i giornalisti hanno organizzato una sorta di assemblea permanente su Internet con informazioni e notizie e molte emittenti hanno offerto spazi e canali per le trasmissioni, migliaia di persone sono scese in piazza ad Atene e a Salonicco.
Qui la mia intervista a Dimitri Deliolanes per Radio Radicale
sabato 4 maggio 2013
EMMA BONINO E LA EX JUGOSLAVIA: LE COSE CHE TRAVAGLIO FINGE DI NON SAPERE
La nascita del nuovo governo in Italia è stata riportata un po' da tutti i media nei Balcani e diversi articoli hanno segnalato la nomina di Emma Bonino come ministro degli Esteri. Il suo è un nome piuttosto noto nell'area, fin dall'inizio delle guerre jugoslave: per la posizione presa dai Radicali sull'indipendenza di Slovenia, Croazia e Bosnia, per l'iniziativa a favore dell'incriminazione di Slobodan Milosevic e dell'istituzione del tribunale internazionale, ma anche per la sua azione da Commissaria europea agli aiuti umanitari nei giorni di Srebrenica e per le ripetute denunce del disinteresse e dell'inazione dell'Europa e delle Nazioni Unite di fronte all'aggravarsi del conflitto e all'estendersi delle "pulizie etniche".
Va da sé, com'è naturale, che non tutti apprezzino Emma Bonino. Tra questi c'è Marco Travaglio, che qualche settimana fa, quando tutti i sondaggi la indicavano come la preferita dagli italiani per la carica di capo dello Stato, ha scritto sul Fatto Quotidiano un poco lusinghiero articolo nel quale si elencavano tutte le "malefatte" della carriera politica della leader radicale. Non ultima l'essere stata nominata Commissaria europea dal primo governo Berlusconi, cosa che agli occhi di Travaglio appare evidentemente come una colpa inemendabile e incancellabile. Tra le altre, numerose, nequizie elencate si segnala il "via libera alle
guerre camuffate da “missioni di pace” in ex Jugoslavia,
Afghanistan e Irak" (Quirinale,si fa presto a dire Bonino, 6 aprile 2013). Qualche giorno dopo in un altro articolo (Quirinale2013. Madonna Bonino, 10 aprile 2013), Travaglio tornava a ricordare "la guerra in Afghanistan da lei appoggiata come
quelle nell’ex Jugoslavia e in Iraq".
Travaglio però non scrive che nel gennaio 1995, subito dopo essere entrata in carica, Emma Bonino si recava a Sarajevo e a Mostar, primo Commissario europeo ad andare in Bosnia dall'inizio della guerra. Né che nel luglio successivo, dopo la caduta di Srebrenica, andava a Tuzla, dove si stavano ammassando migliaia di donne e bambini e davanti alla stampa internazionale denunciava che, secondo i calcoli del suo ufficio e delle organizzazioni umanitarie, oltre a 4000 persone che mancavano all’appello, ce n'erano altre 8000 di cui non si avevano notizie e lanciava l’allarme sul rischio che gli uomini di Srebrenica fossero stati massacrati dalle truppe serbo-bosniache o dalle bande paramilitari agli ordini del generale Ratko Mladic: “Siamo di fronte a un vero e proprio genocidio”, disse la Commissaria europea. Un timore che di lì a pochi giorni sarebbe diventato una tragica realtà, come purtroppo sappiamo.
Che Emma Bonino abbia appoggiato alcune operazioni militari internazionali degli ultimi venti anni non è un mistero: proprio il suo schierarsi a favore dell'intervento militare in Croazia, in Bosnia o in Kosovo la mise in polemica con parte del mondo pacifista. Non è obbligatorio essere d'accordo, naturalmente, ma prima di liquidarla come un'inveterata guerrafondaia andrebbero almeno riportate le motivazioni con cui Emma Bonino si disse favorevole ad alcuni interventi armati internazionali in aree di crisi. In molte occasioni ha spiegato la sua posizione. Citiamo, tra le tante, un articolo per il Corriere della Sera in cui tra l'altro scrisse:
«Può sembrare paradossale, certamente amaro se “da convinta nonviolenta quale sono da sempre” mi ritrovo a condividere, se non addirittura a invocare, l'uso della forza da parte della comunità internazionale per mettere fine ai crimini contro l'umanità che vengono impunemente perpetrati in un angolo d'Europa chiamato Bosnia. Sia chiaro: non sono pacifista, non sono per la pace ad ogni costo, soprattutto quando il costo è qualcun altro a pagarlo e a questo prezzo. Sono, invece, per la supremazia del diritto ad ogni costo, ed è amaro doversi arrendere all'evidenza che esistono circostanze storiche in cui la difesa della legalità non può essere affidata, ancorché temporaneamente, che all'uso delle armi».
"Di fronte agli ultimi eventi in Bosnia non è più possibile tentennare: bisogna che l'ONU invii un cospicuo contingente supplementare (chiedendo, se del caso, l'aiuto della NATO e della UEO) ed assegni un nuovo e chiaro mandato ai caschi blu. Quello di ristabilire - con l'uso dei mezzi necessari - quel minimo di rispetto dell'ordine internazionale che consenta di cercare una soluzione politica al dramma della distruzione della convivenza e della democrazia.E il giorno seguente, in un articolo per L'Alto Adige, intitolato "Di fronte ai giovani massacrati a Tuzla" aggiungeva:
[...]
Ogni ulteriore sforzo di riallacciare il dialogo, promuovere il rientro dei profughi, sostenere le forze democratiche, i mezzi di informazione indipendenti, le amministrazioni (come la martoriata città di Tuzla) che garantiscono condizioni di convivenza a tutti, e riprendere il negoziato politico dipendono da questa pre-condizione: scoraggiare decisamente l'aggressione, dimostrare che le Nazioni Unite non possono essere dileggiate, provare che esiste un'alternativa alla disperata richiesta dei bosniaci di avere armi sufficienti per difendersi da sè".
[...]
Bisogna oggi che si prenda una decisione molto grave, figlia delle indecisioni precedenti e come tale senz'altro molto più costosa di ogni provvedimento che sarebbe stato possibile ieri, l'altro ieri, un anno fa, tre anni fa.
Si può decidere che il diritto internazionale deve semplicemente abdicare - in quel caso si potranno ancora fornire le armi ai più deboli, ai bosniaci, perché si difendano come meglio possono, da sè, e si darà corso al ritiro - organizzato e protetto - dei contingenti ONU, diventati non solo inutili, ma addirittura controproducenti, visto che la loro trasformazione in "scudi umani" sembra paralizzare ogni azione.
[...]
Oppure si può decidere che nel mondo un diritto deve esistere, che un ordine vincolante per tutti deve farsi rispettare. Allora si dovrà aumentare consistentemente il numero e il mandato delle forze internazionali in Bosnia e confidare loro il compito non più di osservare e testimoniare soltanto, ma di liberare effettivamente gli accessi alle "zone protette" e proteggere realmente le città e le regioni della convivenza; fermare effettivamente - con i mezzi necessari - le aggressioni, soprattutto quelle con armi pesanti, e rendere inoffensivi tali armamenti (confiscare non basta: lo si è visto).
[...]
Certo, un'azione di forza per ristabilire un minimo di legalità internazionale può essere solo un primo passo, pre-condizione di ogni ulteriore soluzione politica. Ecco perchè insieme ad una efficace azione di polizia internazionale, occorre fin d'ora stabilire un secondo obiettivo: premiare (con aiuti, contributi alla ricostruzione, riconoscimenti...) chi favorisce il ritorno dei profughi ed il ristabilimento della convivenza, punire (con l'isolamento e la messa al bando) chi persiste nell'epurazione etnica. Solo con tale obiettivo politico, l'azione armata ha la necessaria chiarezza: vòlta, cioè, non a punire qualcuno "perchè serbo" (o croato, o musulmano), ma ad impedire che la conquista etnica con la forza delle armi torni ad essere legge in Europa.
La questione dell'uso di contingenti militari in operazioni di peacekeeping, di peacebuilding o peaceenforcement, è da sempre terreno di controversie sia sul piano politico che su quello del diritto internazionale. Travaglio ne sa poco o nulla, eppure liquida la questione in un paio di righe. Oppure ne sa, ma semplicemente fa finta di niente. Eppure sono problemi complessi, che, proprio nel periodo delle guerre jugoslave, non a caso diedero luogo ad aspre polemiche e contrapposizioni all'interno del mondo nonviolento e pacifista. A questo proposito segnalo quello che disse Adriano Sofri (anche lui un guerrafonadio atlantista?) in una mia intervista per Radio Radicale, che risale al maggio del 2011, all'epoca dell'arresto di Ratko Mladic, che potete ascoltare qui.
Non è mia intenzione autonominarmi difensore di Emma Bonino, che sa benissimo difendersi da sola (ammesso che si debba difendere). E nemmeno voglio ripetere lo stesso giochetto del "copia e incolla" che usa Travaglio ricorrendo a semplificazioni e citazioni fuori contesto utilizzate in modo tale da confermare le sue tesi. Lungi da me, infine, l'intenzione di coinvolgere i nomi di Langer o Sofri in una polemica che non li riguarda. Mi limito semplicemente a segnalare alcune osservazioni che possono essere utili per conoscere meglio la questione. Anche a Travaglio, così almeno potrebbe fondare le sue argomentazioni su basi un po' più solide.
Indro Montanelli, nella prefazione al libro dell'attuale vicedirettore del Fatto Quotidiano "Il pollaio delle libertà. Detti, disdetti e contraddetti" (Vallecchi Editore, 1995), a proposito del periodo in cui collaborò al Giornale e alla Voce, ha scritto:
Non è mia intenzione autonominarmi difensore di Emma Bonino, che sa benissimo difendersi da sola (ammesso che si debba difendere). E nemmeno voglio ripetere lo stesso giochetto del "copia e incolla" che usa Travaglio ricorrendo a semplificazioni e citazioni fuori contesto utilizzate in modo tale da confermare le sue tesi. Lungi da me, infine, l'intenzione di coinvolgere i nomi di Langer o Sofri in una polemica che non li riguarda. Mi limito semplicemente a segnalare alcune osservazioni che possono essere utili per conoscere meglio la questione. Anche a Travaglio, così almeno potrebbe fondare le sue argomentazioni su basi un po' più solide.
Indro Montanelli, nella prefazione al libro dell'attuale vicedirettore del Fatto Quotidiano "Il pollaio delle libertà. Detti, disdetti e contraddetti" (Vallecchi Editore, 1995), a proposito del periodo in cui collaborò al Giornale e alla Voce, ha scritto:
« È un Grande Inquisitore, da far impallidire Vyšinskij, il bieco strumento delle purghe di Stalin. Non uccide nessuno. Col coltello. Usa un'arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l'archivio».Da quell'archivio Travaglio trae e usa le carte che gli fanno comodo: come gli inquisitori, appunto, e come quei signori che imbrogliano i creduloni agli angoli delle strade o negli atrii delle stazioni ferroviarie.
venerdì 3 maggio 2013
OGGI LA GIORNATA MONDIALE PER LA LIBERTA' DI STAMPA
Oggi 3 maggio è la Giornata mondiale la giornata per la libertà della stampa. In tutto il mondo ci sono giornalisti che vengono uccisi, aggrediti, minacciati, trascinati in tribunale, messi in galera per impedire loro di ficcare il naso dove non dovrebbero. Il 2012 è stato un anno nero: 68 giornalisti uccisi nel mondo secondo la World Association of Newspapers and News Publishers; 90 secondo Reporters sans frontieres; addirittura 120 (10 al mese) secondo i dati Unesco. Ma anche nei Paesi più democratici, dove la libertà di stampa è tutelata dalle leggi, i giornalisti possono essere oggetto di "attenzioni" particolari, dal parte del potere politico o da quello economico, perché non diano troppo fastidio. In Italia ci sono giornalisti che sono stati feriti o ammazzati, dai terrorisi rossi o neri o dalle organizzazioni criminali. Altri sono costretti a vivere sotto scorta. Ma ci sono anche metodi più puliti, con le querele ed esorbitanti richieste di risarcimento. E c'è anche un altro modo di intimidire i giornalisti e di tenerli sotto schiaffo: il precariato, l'incertezza del lavoro e del futuro, rende deboli e quindi ricattabili. E sono tanti, troppi, i giornalisti precari e sfruttati nel nostro Paese, ma pochi se ne ricordano. In questi giorni in cui in Italia trepidiamo per la sorte di Domenico Quirico, l'inviato della Stampa scomparso in Siria dal 9 aprile, vorrei ricordare le parole di Antonio Russo, l'inviato di Radio Radicale che dopo aver raccontato le guerre in Ruanda, in Bosnia e in Kosovo, fu assassinato in Georgia mentre seguiva la guerra in Cecenia e cercava di far sapere cosa stava avvenendo e i crimini che venivano commessi in quel conflitto
"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere"Questo è ciò che fanno molti giornalisti, andando nelle zone di guerra o seguendo le guerre di casa propria. Bisognerebbe ricordarsene, qualche volta, quando si parla di giornalismo e di giornalisti con troppa approssimazione. Non perché la categoria non abbia nulla da rimproverarsi. Anzi. Ma perché le semplificazioni non aiutano mai capire e alimentano solo la retorica e la demagogia.
![]() |
| Immagine di Hassan Karimzadeh vignettista iraniano imprigionato nel 1992 per una caricatura di Khomeini |
martedì 10 aprile 2012
NJUZ.NET: UN ALTRO MODO PER PARLARE DELLA SERBIA
Con il post che segue Nicola Dotto inizia la sua collaborazione con Passaggio a Sud Est. Nicola ha 35 anni, è laureato in lingua russa all'università di Padova e da circa due anni vive in Serbia, attualmente a Novi Sad, dove è responsabile della cultura dell'associazione culturale italiana Il Belpaese. Collabora anche come insegnante all'Istituto di Cultura Italiano di Belgrado.
Questo suo primo post riporta e commenta un pezzo pubblicato su Njuz.net un portale che offre articoli di politica, economia, costume e sport con un taglio giornalistico, facendo riferimento a fatti e persone della vita pubblica serba, ma con un tono surreale e grottesco. Njuz.net sta avendo un notevole successo ed è diventato un caso non solo in Serbia.
Per saperne di più potete leggere l'articolo pubblicato sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.
La Serbia “nuovo eldorado” per le imprese?
Anche a causa dell’inizio della campagna politica per le elezioni di maggio e della fresca accettazione di “status candidato” da parte dell’UE, continuano le visite giornaliere dei vari leader politici nelle aziende del Paese per attrarre investimenti stranieri. In un sito internet satirico di informazione politica, economica, sociale che sta spopolando in tutti i Balcani si scopre, tra lo stupore e un mezzo sorriso, che il governo serbo avrebbe preparato una lista di attesa per le imprese interessate a fare affari in Serbia a causa del grande numero di investitori stranieri. I serbi si rivelano così autoironici e hanno, anche loro, quando vogliono, il loro “pesce d’aprile”; in tempi di vacche magre (anche se lunghi ormai un ventennio, come dicono qui) un sorriso val bene un click del mouse.
Belgrado
IL GOVERNO SERBO HA FORMATO UNA COMMISSIONE DI LAVORO MISTA CHE AVRA’ IL COMPITO DI STILARE UNA LISTA DI ATTESA PER GLI INVESTITORI STRANIERI INTERESSATI A OPERARE NEL PAESE
La commissione sarà formata dai rappresentanti del governo e dai leader dei principali partiti, sostiene il portale “Njuz.net”. La presidenza della commissione sarà doppia e a rotazione tra il presidente serbo e dei Ds Boris Tadić e il presidente del partito progressista Tomislav Nikolić, e questo a causa dell’eccezionale interesse degli investitori per il mercato serbo. - “Siccome nel breve periodo non attendiamo un calo dell’interesse e tenendo in considerazione che il Paese, purtroppo, non ha in questo momento la capacità di accettare tutti gli investitori, formeremo una lista d’attesa”, dichiarano dal governo.
Gli investitori dovranno perciò presentare alla Commissione tutti i dati riguardanti le loro intenzioni, per esempio come sarà calcolata la somma dell’investimento, le attività e il numero dei nuovi occupati. Sulla base di questi elementi che saranno valutati e catalogati, sarà aggiunto, come elemento chiave per la graduatoria, l’intenzione sull’immediata realizzazione o meno dell’investimento. “Tutti gli investitori che intenderanno iniziare i loro progetti prima del 6 maggio o perlomeno immediatamente dopo tale data (giorno delle elezioni politiche e presidenziali nel Paese) – spiegano nel comunicato stampa - riceveranno infatti dei punti speciali e quindi un miglior posto nella stessa lista”.
Venghino signori, venghino!
Questo suo primo post riporta e commenta un pezzo pubblicato su Njuz.net un portale che offre articoli di politica, economia, costume e sport con un taglio giornalistico, facendo riferimento a fatti e persone della vita pubblica serba, ma con un tono surreale e grottesco. Njuz.net sta avendo un notevole successo ed è diventato un caso non solo in Serbia.
Per saperne di più potete leggere l'articolo pubblicato sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.
La Serbia “nuovo eldorado” per le imprese?
Anche a causa dell’inizio della campagna politica per le elezioni di maggio e della fresca accettazione di “status candidato” da parte dell’UE, continuano le visite giornaliere dei vari leader politici nelle aziende del Paese per attrarre investimenti stranieri. In un sito internet satirico di informazione politica, economica, sociale che sta spopolando in tutti i Balcani si scopre, tra lo stupore e un mezzo sorriso, che il governo serbo avrebbe preparato una lista di attesa per le imprese interessate a fare affari in Serbia a causa del grande numero di investitori stranieri. I serbi si rivelano così autoironici e hanno, anche loro, quando vogliono, il loro “pesce d’aprile”; in tempi di vacche magre (anche se lunghi ormai un ventennio, come dicono qui) un sorriso val bene un click del mouse.
Belgrado
IL GOVERNO SERBO HA FORMATO UNA COMMISSIONE DI LAVORO MISTA CHE AVRA’ IL COMPITO DI STILARE UNA LISTA DI ATTESA PER GLI INVESTITORI STRANIERI INTERESSATI A OPERARE NEL PAESE
La commissione sarà formata dai rappresentanti del governo e dai leader dei principali partiti, sostiene il portale “Njuz.net”. La presidenza della commissione sarà doppia e a rotazione tra il presidente serbo e dei Ds Boris Tadić e il presidente del partito progressista Tomislav Nikolić, e questo a causa dell’eccezionale interesse degli investitori per il mercato serbo. - “Siccome nel breve periodo non attendiamo un calo dell’interesse e tenendo in considerazione che il Paese, purtroppo, non ha in questo momento la capacità di accettare tutti gli investitori, formeremo una lista d’attesa”, dichiarano dal governo.
Gli investitori dovranno perciò presentare alla Commissione tutti i dati riguardanti le loro intenzioni, per esempio come sarà calcolata la somma dell’investimento, le attività e il numero dei nuovi occupati. Sulla base di questi elementi che saranno valutati e catalogati, sarà aggiunto, come elemento chiave per la graduatoria, l’intenzione sull’immediata realizzazione o meno dell’investimento. “Tutti gli investitori che intenderanno iniziare i loro progetti prima del 6 maggio o perlomeno immediatamente dopo tale data (giorno delle elezioni politiche e presidenziali nel Paese) – spiegano nel comunicato stampa - riceveranno infatti dei punti speciali e quindi un miglior posto nella stessa lista”.
Venghino signori, venghino!
sabato 24 marzo 2012
GRECIA: I MEDIA NELLA MORSA DELLA CRISI
Prima della crisi la Grecia era per i giornalisti un piccolo "paese della cuccagna": 11 canali televisivi nazionali e oltre 100 locali, 71 stazioni radio nazionali e oltre 300 regionali, più di 20 quotidiani nazionali - otto dei quali sportivi, un record mondiale - e un numero incalcolabile di periodici. Tutto questo in un Paese di 11 milioni di abitanti. La crisi che ha travolto la Grecia sta ora colpendo duramente anche il mondo dell'informazione e si moltiplicano le chiusure anche tra le maggiori testate del Paese: dopo il fallimento dello storico Apogevmatini, molte altre testate sono in bancarotta. Eleftherotypia da mesi non paga gli stipendi ai suoi 135 giornalisti e ha portato i libri in tribunale. Stessa sorte per piccoli giornali e tv.
Atene, 18 marzo - Buoni stipendi e generose pensioni assicuravano ai professionisti dei media uno status sociale davvero invidiabile. Anche in questo settore, però, c'è un prima e un dopo: e il dopo - ovvero l'oggi - vede senza lavoro il 30 per cento dei giornalisti professionisti mentre si allunga la lista delle testate che hanno cessato le pubblicazioni, a iniziare dallo storico Apogevmatini, chiuso allo scoppio della crisi nel novembre 2010, nonostante fosse di proprietà del gruppo Sarantopoulos. Stesso destino per il settimanale economico Kosmos tou Ependyti, che aveva visto la sua diffusione ridursi al contagocce.
E per quelli che ancora vanno in edicola, la situazione non è migliore: il secondo giornale più diffuso del Paese, Eleftherotypia, non riesce a pagare i suoi 135 giornalisti dallo scorso agosto e la proprietà ha presentato istanza di fallimento al tribunale di Atene, lamentando debiti per oltre 50 milioni di euro. Stessa situazione in piccoli giornali come Avriani, Express, Xenios, Epikinonia, Kitrinomavri Ora, o nella tv privata Alter, dove centinaia di persone non hanno ricevuto buste paga negli ultimi sei mesi.
Per quanti ancora ricevono uno stipendio, peraltro, incombono misure d'austerità davvero draconiane. Il sindacato dei giornalisti ha denunciato come gruppi editoriali come la tv SKAI o il giornale Ethnos stiano incalzando i loro dipendenti per rinegoziare i contratti di lavoro con tagli salariali fino al 30 per cento. E c'è chi va oltre, come spiega una giornalista economica, che preferisce rimanere anonima, il cui datore di lavoro "chiede che i nostri stipendi vengano ridotti di quasi la metà a 450 euro al mese".
Le cose non vanno meglio neppure nei media statali, dove i licenziamenti hanno colpito i lavoratori della televisione e della radio NET oltre alla agenzia di stampa Amna, mentre gli altri hanno sperimentato un taglio delle buste paga del 25 per cento in linea con quello effettuato agli altri dipendenti del settore pubblico. Ma non è solo una questione di posti di lavoro e stipendi. Come spiega Dimitris Trimis, presidente dell'ESIEA, il sindacato dei giornalisti greci, il rischio è che la crisi finisca con il limitare il diritto dei cittadini all'informazione. "Non siamo le sole vittime della crisi, ma la società sarà danneggiata da questa carenza di informazione" ha detto alla Dpa. "Ci stiamo dissanguando, assistiamo a un numero crescente di giornalisti che lavorano come free-lance, con salari bassissimi e nessuna tutela", aggiunge, ricordando come il sindacato abbia offerto più di 340.000 euro in aiuti e cibo ai colleghi dall'inizio della crisi. "Teoricamente, vorrei essere là fuori a riferire sulla crisi economica, e invece mi tocca aiutare altri giornalisti, come me, che sono finiti vittime della crisi" osserva. (Da un lancio dell'agenzia ADNKRONOS pubblicato sul sito della Federazione Nazionale della Stampa Italiana http://www.fnsi.it/)
Atene, 18 marzo - Buoni stipendi e generose pensioni assicuravano ai professionisti dei media uno status sociale davvero invidiabile. Anche in questo settore, però, c'è un prima e un dopo: e il dopo - ovvero l'oggi - vede senza lavoro il 30 per cento dei giornalisti professionisti mentre si allunga la lista delle testate che hanno cessato le pubblicazioni, a iniziare dallo storico Apogevmatini, chiuso allo scoppio della crisi nel novembre 2010, nonostante fosse di proprietà del gruppo Sarantopoulos. Stesso destino per il settimanale economico Kosmos tou Ependyti, che aveva visto la sua diffusione ridursi al contagocce.
E per quelli che ancora vanno in edicola, la situazione non è migliore: il secondo giornale più diffuso del Paese, Eleftherotypia, non riesce a pagare i suoi 135 giornalisti dallo scorso agosto e la proprietà ha presentato istanza di fallimento al tribunale di Atene, lamentando debiti per oltre 50 milioni di euro. Stessa situazione in piccoli giornali come Avriani, Express, Xenios, Epikinonia, Kitrinomavri Ora, o nella tv privata Alter, dove centinaia di persone non hanno ricevuto buste paga negli ultimi sei mesi.
Per quanti ancora ricevono uno stipendio, peraltro, incombono misure d'austerità davvero draconiane. Il sindacato dei giornalisti ha denunciato come gruppi editoriali come la tv SKAI o il giornale Ethnos stiano incalzando i loro dipendenti per rinegoziare i contratti di lavoro con tagli salariali fino al 30 per cento. E c'è chi va oltre, come spiega una giornalista economica, che preferisce rimanere anonima, il cui datore di lavoro "chiede che i nostri stipendi vengano ridotti di quasi la metà a 450 euro al mese".
Le cose non vanno meglio neppure nei media statali, dove i licenziamenti hanno colpito i lavoratori della televisione e della radio NET oltre alla agenzia di stampa Amna, mentre gli altri hanno sperimentato un taglio delle buste paga del 25 per cento in linea con quello effettuato agli altri dipendenti del settore pubblico. Ma non è solo una questione di posti di lavoro e stipendi. Come spiega Dimitris Trimis, presidente dell'ESIEA, il sindacato dei giornalisti greci, il rischio è che la crisi finisca con il limitare il diritto dei cittadini all'informazione. "Non siamo le sole vittime della crisi, ma la società sarà danneggiata da questa carenza di informazione" ha detto alla Dpa. "Ci stiamo dissanguando, assistiamo a un numero crescente di giornalisti che lavorano come free-lance, con salari bassissimi e nessuna tutela", aggiunge, ricordando come il sindacato abbia offerto più di 340.000 euro in aiuti e cibo ai colleghi dall'inizio della crisi. "Teoricamente, vorrei essere là fuori a riferire sulla crisi economica, e invece mi tocca aiutare altri giornalisti, come me, che sono finiti vittime della crisi" osserva. (Da un lancio dell'agenzia ADNKRONOS pubblicato sul sito della Federazione Nazionale della Stampa Italiana http://www.fnsi.it/)
lunedì 19 marzo 2012
LIBERTA' DI STAMPA E DEMOCRAZIA IN TURCHIA
Martedì 20 marzo, alle 15,00, presso la sala conferenze dell'ex Hotel Bologna in via di Santa Chiara 4 a Roma, la Commissione per i Diritti Umani del Senato e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana organizzano la conferenza
Libertà di stampa e democrazia in Turchia
Quando la redazione va in galera
Intervengono
Pietro Marcenaro, Presidente Commissione Diritti Umani del Senato
Renate Schroeder, Direttore Efj (Federazione europea dei giornalisti)
Roberto Natale, Presidente della Fnsi (FederazioneNazionale Stampa Italiana)
Yasemin Taskin, BBC Radio, Sabah, Deutsche Welle
Franco Siddi, Segretario della Fnsi
Ferda Cetin, giornalista curdo e rifugiato in Francia
Hevi Dilara, Direttore Associazione Europa Levante
Da giovedì sull’home page del sito del sindacato dei giornalisti, www.fnsi.it, è possibile firmare la petizione perliberare i giornalisti rinchiusi nelle carceri turche. L’appello è rivolto al capo del governo Recep Tayyp Erdogan, perché abbia termine la persecuzione giudiziaria contro giornalisti che hanno avuto il solo torto di fare onestamente il loro lavoro e di credere neldiritto-dovere di informare l’opinione pubblica.
L’iniziativa della Fnsi, all’interno di una più vasta mobilitazione delle Federazioni internazionale ed europea dei giornalisti (Ifj e Efj), si propone di "adottare" virtualmente due colleghi detenuti nelle carceri turche: Dedri Adanir, turco di origine curda, e Baha Okar, le cui storie umane e professionali si possono leggere appunto sul sito della Fnsi.
Per adottare i colleghi firma la petizione. Clicca qui.
CAMPAIGN: SET TURKISH JOURNALISTS FREE
Libertà di stampa e democrazia in Turchia
Quando la redazione va in galera
Intervengono
Pietro Marcenaro, Presidente Commissione Diritti Umani del Senato
Renate Schroeder, Direttore Efj (Federazione europea dei giornalisti)
Roberto Natale, Presidente della Fnsi (FederazioneNazionale Stampa Italiana)
Yasemin Taskin, BBC Radio, Sabah, Deutsche Welle
Franco Siddi, Segretario della Fnsi
Ferda Cetin, giornalista curdo e rifugiato in Francia
Hevi Dilara, Direttore Associazione Europa Levante
Da giovedì sull’home page del sito del sindacato dei giornalisti, www.fnsi.it, è possibile firmare la petizione perliberare i giornalisti rinchiusi nelle carceri turche. L’appello è rivolto al capo del governo Recep Tayyp Erdogan, perché abbia termine la persecuzione giudiziaria contro giornalisti che hanno avuto il solo torto di fare onestamente il loro lavoro e di credere neldiritto-dovere di informare l’opinione pubblica.
L’iniziativa della Fnsi, all’interno di una più vasta mobilitazione delle Federazioni internazionale ed europea dei giornalisti (Ifj e Efj), si propone di "adottare" virtualmente due colleghi detenuti nelle carceri turche: Dedri Adanir, turco di origine curda, e Baha Okar, le cui storie umane e professionali si possono leggere appunto sul sito della Fnsi.
Per adottare i colleghi firma la petizione. Clicca qui.
CAMPAIGN: SET TURKISH JOURNALISTS FREE
mercoledì 11 gennaio 2012
I GIORNALISTI ITALIANI RACCONTANO LA SERBIA
Ieri, nell'ambito della manifestazione "Signore e signori... la Serbia!", apertasi il 27 dicembre presso il Museo della Civiltà Romana di Roma e che si chiuderà il prossimo 27, si è svolto l'incontro dal titolo "I giornalisti italiani raccontano la Serbia" nel quale alcuni dei giornalisti italiani che hanno seguito le vicende balcaniche sia all'epoca della Jugoslavia, sia durante i conflitti degli anni '90, sia dopo, dalla fine del regime di Milosevic all'attuale Serbia democratica che cerca l'adesione all'Unione Europea, hanno raccontato le loro esperienze, la loro idea e i loro legami con il Paese, la sua gente, la sua storia recente e le loro idee sul futuro della Serbia. L'iniziativa che rientra nell’ambito del progetto “Arte e cultura dell’Europa dell’Est a Roma”, promosso dall’Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale e dalla Consigliera Assembleare Aggiunta per l’Europa Tetyana Kuzyk.
All'incontro sono intervenuti: Ennio Remondino (già corrispondente della Rai), Lorenzo Bianchi (Quotidiano Nazionale), Luciano Gulli (Il Giornale), Ettore Mencacci (già corrispondente dell'Ansa), Guido Alferj (Il Messaggero), Gigi Riva (L'Espresso), Marialina Veca (Il Giornale dei Carabinieri), Roberto Spagnoli (Radio Radicale), Cecilia Ferrara (freelance e collaboratrice Osservatorio Balcani e Caucaso), Matteo Tacconi (giornalista indipendente, collaboratore di Europa).
L'incontro, che si è svolto alla presenza dell'ambasciatrice della Repubblica di Serbia in Italia, signora Ana Hrustanovic, è stato introdotto da Manojlo Vukotic di Vecérnje Novosti e moderato da Ana Markovic, dell'ambasciata serba.
La registrazione dell'incontro è disponibile sul sito di Radio Radicale oppure direttamente qui
All'incontro sono intervenuti: Ennio Remondino (già corrispondente della Rai), Lorenzo Bianchi (Quotidiano Nazionale), Luciano Gulli (Il Giornale), Ettore Mencacci (già corrispondente dell'Ansa), Guido Alferj (Il Messaggero), Gigi Riva (L'Espresso), Marialina Veca (Il Giornale dei Carabinieri), Roberto Spagnoli (Radio Radicale), Cecilia Ferrara (freelance e collaboratrice Osservatorio Balcani e Caucaso), Matteo Tacconi (giornalista indipendente, collaboratore di Europa).
L'incontro, che si è svolto alla presenza dell'ambasciatrice della Repubblica di Serbia in Italia, signora Ana Hrustanovic, è stato introdotto da Manojlo Vukotic di Vecérnje Novosti e moderato da Ana Markovic, dell'ambasciata serba.
La registrazione dell'incontro è disponibile sul sito di Radio Radicale oppure direttamente qui
mercoledì 25 maggio 2011
LA TV SERBA SI SCUSA PER LE BUGIE DEGLI ANNI '90
Scuse ufficiali rivolte a "tutti quei cittadini serbi e dei paesi confinanti che sono stati oggetto di offese, calunnie o altro contenuto che potrebbe oggi essere definito come istigazione all’odio, e che sono stati trasmessi all’interno dei programmi dell’emittente pubblica durante gli anni ’90". E' un passaggio del comunicato ufficiale del nuovo consiglio d’amministrazione della televisione pubblica serba comparso lunedì 23 maggio sul sito dell’emittente. L'iniziativa, insieme alle scontate reazioni negative degli ultranazionalisti turboserbi, ha suscitato anche le critiche di chi la ritiene insufficiente, debole e tardiva. Si tratta, però, di un passo importante per almeno due motivi: perché si tratta di un gesto non richiesto e perché arriva in un momento molto delicato e difficile per la politica e la società serba.
Qui di seguito il pezzo pubblicato oggi da EaSTJournal.
Serbia: la tv di stato chiede scusa al paese per le menzogne degli anni ’90
di Filip Stefanović
Lunedì 23 maggio è comparso sul sito della televisione pubblica serba, RTS (Radio-Televizija Srbije), un comunicato del nuovo consiglio d’amministrazione dell’emittente. Nel corso del mandato quinquennale assegnato, è l’annuncio, il direttivo si focalizzerà sulla diffusione dei “principi dello stato di diritto, della giustizia sociale, democrazia cittadina, dei diritti e delle libertà degli individui e delle minoranze e della vicinanza ai valori e principi europei”. La parte più interessante, però, arriva in fondo.
Sottolineando come, secondo la legge sulla radiodiffusione, l’obbligo della televisione di stato sia quello di produrre e mettere in onda contenuti di interesse pubblico, che supportino i valori democratici di una società moderna ed il pluralismo etnico, politico e religioso dei suoi contenuti, il nuovo consiglio d’amministrazione si scusa ufficialmente “con tutti quei cittadini serbi e dei paesi confinanti che sono stati oggetto di offese, calunnie o altro contenuto che potrebbe oggi essere definito come istigazione all’odio, e che sono stati trasmessi all’interno dei programmi dell’emittente pubblica durante gli anni ’90″. Dice infatti apertamente il comunicato: “Durante i tristi eventi degli anni novanta, la RTS ha più volte offeso coi suoi contenuti i sentimenti, l’integrità morale e la dignità dei cittadini serbi, di intellettuali umanitari, di membri dell’opposizione politica, di giornalisti critici, di singole minoranze all’interno della Serbia, minoranze religiose, come anche singoli popoli e stati confinanti”.
Le reazioni critiche a questa dichiarazione inattesa non si sono fatte attendere. Tolta quella parte scontata di cittadinanza che non ritiene la Serbia né la sua televisione colpevoli di alcunché, ci sono le reazioni opposte, di chi considera le scuse, per quanto positive, un gesto insufficiente, debole e tardivo. Tra questi ultimi vale la pena citare la NUNS (Unione indipendente dei giornalisti della Serbia), la comunità islamica in Serbia e i liberaldemocratici dell’LDP (il partito più progressista dell’asfittico panorama politico serbo).
È indubbiamente riduttivo parlare di mera “istigazione all’odio”, in quanto il ruolo dei media nelle guerre jugoslave è stato ben più centrale, una vera, efficacissima arma del regime di Milošević nella costruzione di una nuova identità nazionale, attraverso il linciaggio mediatico, ma anche il pieno monopolio della verità, spesso e volentieri utilizzato nella fabbricazione di notizie false e costruzione di prove inesistenti che convincessero i serbi di essere vittime innocenti, da un lato delle ostili e sanguinarie popolazioni confinanti, dall’altro della macchina del fango dell’occidente: una politica così efficace da essere ancora oggi una delle eredità più pesanti e constatabili nella società serba, la quale mantiene una visione profondamente distorta delle dinamiche di quegli anni. Ci pare però ingiusto non plaudire a questo gesto, quanto controproducente sminuirlo: proprio perché la situazione odierna in Serbia è difficile e precaria, la politica debole ed il riaffiorare di sentimenti nazionalisti più forte che mai, mentre l’opinione pubblica dissidente viene zittita e minacciata ogni giorno, tanto più ammissioni non richieste di questo tipo da parte di uno dei soggetti più evocativi della storia e politica serba di quegli anni appaiono sincere e coraggiose.
L'articolo è stato pubblicato originariamente su EaSTJournal
Qui di seguito il pezzo pubblicato oggi da EaSTJournal.
Serbia: la tv di stato chiede scusa al paese per le menzogne degli anni ’90
di Filip Stefanović
Lunedì 23 maggio è comparso sul sito della televisione pubblica serba, RTS (Radio-Televizija Srbije), un comunicato del nuovo consiglio d’amministrazione dell’emittente. Nel corso del mandato quinquennale assegnato, è l’annuncio, il direttivo si focalizzerà sulla diffusione dei “principi dello stato di diritto, della giustizia sociale, democrazia cittadina, dei diritti e delle libertà degli individui e delle minoranze e della vicinanza ai valori e principi europei”. La parte più interessante, però, arriva in fondo.
Sottolineando come, secondo la legge sulla radiodiffusione, l’obbligo della televisione di stato sia quello di produrre e mettere in onda contenuti di interesse pubblico, che supportino i valori democratici di una società moderna ed il pluralismo etnico, politico e religioso dei suoi contenuti, il nuovo consiglio d’amministrazione si scusa ufficialmente “con tutti quei cittadini serbi e dei paesi confinanti che sono stati oggetto di offese, calunnie o altro contenuto che potrebbe oggi essere definito come istigazione all’odio, e che sono stati trasmessi all’interno dei programmi dell’emittente pubblica durante gli anni ’90″. Dice infatti apertamente il comunicato: “Durante i tristi eventi degli anni novanta, la RTS ha più volte offeso coi suoi contenuti i sentimenti, l’integrità morale e la dignità dei cittadini serbi, di intellettuali umanitari, di membri dell’opposizione politica, di giornalisti critici, di singole minoranze all’interno della Serbia, minoranze religiose, come anche singoli popoli e stati confinanti”.
Le reazioni critiche a questa dichiarazione inattesa non si sono fatte attendere. Tolta quella parte scontata di cittadinanza che non ritiene la Serbia né la sua televisione colpevoli di alcunché, ci sono le reazioni opposte, di chi considera le scuse, per quanto positive, un gesto insufficiente, debole e tardivo. Tra questi ultimi vale la pena citare la NUNS (Unione indipendente dei giornalisti della Serbia), la comunità islamica in Serbia e i liberaldemocratici dell’LDP (il partito più progressista dell’asfittico panorama politico serbo).
È indubbiamente riduttivo parlare di mera “istigazione all’odio”, in quanto il ruolo dei media nelle guerre jugoslave è stato ben più centrale, una vera, efficacissima arma del regime di Milošević nella costruzione di una nuova identità nazionale, attraverso il linciaggio mediatico, ma anche il pieno monopolio della verità, spesso e volentieri utilizzato nella fabbricazione di notizie false e costruzione di prove inesistenti che convincessero i serbi di essere vittime innocenti, da un lato delle ostili e sanguinarie popolazioni confinanti, dall’altro della macchina del fango dell’occidente: una politica così efficace da essere ancora oggi una delle eredità più pesanti e constatabili nella società serba, la quale mantiene una visione profondamente distorta delle dinamiche di quegli anni. Ci pare però ingiusto non plaudire a questo gesto, quanto controproducente sminuirlo: proprio perché la situazione odierna in Serbia è difficile e precaria, la politica debole ed il riaffiorare di sentimenti nazionalisti più forte che mai, mentre l’opinione pubblica dissidente viene zittita e minacciata ogni giorno, tanto più ammissioni non richieste di questo tipo da parte di uno dei soggetti più evocativi della storia e politica serba di quegli anni appaiono sincere e coraggiose.
L'articolo è stato pubblicato originariamente su EaSTJournal
martedì 3 maggio 2011
GIORNATA MONDIALE DELLA LIBERTA' DI STAMPA
“Non c'è libertà di stampa in Turchia e questo è il risultato della politica del governo”. Lo afferma Ercan Ipekci, presidente dell'Unione dei giornalisti della Turchia (in pratica il sindacato di categoria), secondo il quale nel paese vi sarebbero più di 4000 giornalisti indagati e oltre mille procedimenti giudiziari a carico di operatori dell'informazione. 68 giornalisti sono in carcere perché “hanno toccato tabù del governo e di una certa parte della società”, come scrive Hurriyet, uno dei più diffusi e autorevoli quotidiani turchi, voce laica del Paese critica verso il governo islamico moderato del premier Recep Tayyip Erdogan. La libertà di stampa in Turchia non è considerata un diritto acquisito: per questo, in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa che si celebra oggi, un coordinamento di associazioni di giornalisti insieme ad una amministrazione locale hanno inaugurato a Istanbul un “'Monumento alla libertà di espressione”.
In Serbia, invece, sempre in concomitanza con la Giornata mondiale, l'Associazione dei giornalisti ha deciso di assegnare quest'anno il premio “Zora” (Alba) per la libertà dei media al fondatore di Wikileaks, Julian Assange. Nella motivazione si afferma che Assange ed i suoi colleghi hanno dato un “contributo storico al diritto a essere informati che hanno i cittadini di tutto il mondo”. Secondo l'assoziazione “gli stati hanno il diritto di proteggere i loro segreti, ma Julian Assange ha mostrato perché i giornalisti non devono aiutarli a nasconderli”. L'altro premio “Carta” è stato assegnato al francese Jean-Christophe Buisson, responsabile culturale di Le Figaro Magazine.
In alcuni Paesi del mondo anche la libertà di stampa può essere a rischio di estinzione, vittima di “predatori” che si annidano ovunque e possono avere il volto di governi, organizzazioni criminali o terroristiche, milizie o leader religiosi: Reporters sans frontieres (Rsf) ha classificato 38 minacce al diritto di informazione. Intanto i numeri disegnano un quadro preoccupante per la libertà di stampa nel mondo: 18 i giornalisti uccisi in questi primi mesi del 2011, con in testa l'Iraq e la Libia. Nel 2010 furono 57 e quasi altrettanti (51) quelli rapiti, 535 i cronisti arrestati e oltre 1300 quelli aggrediti o minacciati. Anche il giornalismo web e il mondo dei blogger non se la passano meglio: Rsf parla di 128 cyber-dissidenti imprigionati e di 62 Paesi in cui Internet convive con la censura.
In Serbia, invece, sempre in concomitanza con la Giornata mondiale, l'Associazione dei giornalisti ha deciso di assegnare quest'anno il premio “Zora” (Alba) per la libertà dei media al fondatore di Wikileaks, Julian Assange. Nella motivazione si afferma che Assange ed i suoi colleghi hanno dato un “contributo storico al diritto a essere informati che hanno i cittadini di tutto il mondo”. Secondo l'assoziazione “gli stati hanno il diritto di proteggere i loro segreti, ma Julian Assange ha mostrato perché i giornalisti non devono aiutarli a nasconderli”. L'altro premio “Carta” è stato assegnato al francese Jean-Christophe Buisson, responsabile culturale di Le Figaro Magazine.
In alcuni Paesi del mondo anche la libertà di stampa può essere a rischio di estinzione, vittima di “predatori” che si annidano ovunque e possono avere il volto di governi, organizzazioni criminali o terroristiche, milizie o leader religiosi: Reporters sans frontieres (Rsf) ha classificato 38 minacce al diritto di informazione. Intanto i numeri disegnano un quadro preoccupante per la libertà di stampa nel mondo: 18 i giornalisti uccisi in questi primi mesi del 2011, con in testa l'Iraq e la Libia. Nel 2010 furono 57 e quasi altrettanti (51) quelli rapiti, 535 i cronisti arrestati e oltre 1300 quelli aggrediti o minacciati. Anche il giornalismo web e il mondo dei blogger non se la passano meglio: Rsf parla di 128 cyber-dissidenti imprigionati e di 62 Paesi in cui Internet convive con la censura.
martedì 3 agosto 2010
KOSOVO, CORTE DI GIUSTIZIA: RASSEGNA STAMPA
Il parere della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sulla legittimità dell'indipendenza kosovara ha prodotto, com'è giusto e naturale, una montagna di reazioni e anche la stampa italiana ha dato il suo contributo alla pubblicazione delle opinioni di molti analisti ed esperti (o presunti tali) . Ve ne propongo alcuni tra quelli che ho potuto leggere, altri mi sono sicuramente sfuggiti.
Premessa: lo stesso giorno della pubblicazione del parere della Corte, Tomas Miglierina, sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, faceva notare che i giudici hanno stabilito a maggioranza che l'indipendenza del Kosovo non è illegale (perché non contrasta con le norme del diritto internazionale, né con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza), ma "questo non significa che sia anche legittima". Una sottigliezza dovuta alla scelta dei giudici "di dare l'interpretazione più stretta e tecnica possibile al quesito che l'Assemblea, su iniziativa della Serbia, aveva rivolto loro".
Nei titoli dei quotidiani italiani del giorno dopo i due termini finiscono per equivalersi. Alcuni esempi: La Stampa, "Legale il kosovo indipendente"; Il Messaggero, "La corte dell'Aja: legittima l'indipendenza del Kosovo"; Corriere della Sera, "Indipendenza del Kosovo legittima"; Il Riformista, "L'Aja dice che l'indipendenza del Kosovo è legale".
E veniamo ai commenti che, nel bene e nel male, mi sono sembrati degni di nota e sui quali mi permetto qualche osservazione personale.
Elena Ragusin a pag. 7 del Sole 24 Ore di venerdì 23 luglio (titolo, "L'Aja: sì all'indipendenza del Kosovo"), scrive che gli scenari aperti dal pronunciamento della Corte sono tre, "anche se la perentorietà del parere dell'Icj di fatto riduce ad uno solo il possibile percorso per la stabilizzazione del Kosovo e dell'intera area balcanica: vale a dire l'avvio di nuove trattative, con la mediazione dell'Unione Europea, per la concessione di larghe autonomie al nord del Kosovo [...] sul modello dell'Alto Adige". Gli altri due scenari, che però "da ieri di fatto non sembrano più realistici", sono la spartizione o la creazione di una divisione tipo quella di Cipro.
Sempre il 23 luglio, sulla prima del Riformista ("L'Aja dice che l'indipendenza del Kosovo è legale") Luigi Spinola, dopo aver realisticamente ricordato che "a Belgrado sanno da tempo che il Kosovo è perduto ma nessuno è pronto ad ammetterlo", scrive che "la partizione teoricamente potrebbe risolversi lungo il fiume Ibar, che spacca in due la città di Mitrovica [...] La frontiera de facto del nuovo Stato è già qui. La spartizione certo non risolverebbe i problemi dei serbi rinchiusi nelle enclave. Ma un eventuale accordo potrebbe convincere Belgrado a smantellare le istituzioni parallele che tiene in piedi in Kosovo". Tuttavia, l'ipotesi "è destinata a rimanere sulla carta" per vari motivi.
Anche Marina Verna sulla Stampa del 23 ("Legale il kosovo indipendente"), dopo aver esordito constatando che il parere della Corte "era previsto e così è stato", nota opportunamente che "i prossimi giorni non saranno facili" perché "Pristina ha aspettative precise" ma la Serbia non ha intenzione di concedere nulla.
Questi tre articoli, tra quelli che ho potuto leggere, in qualche modo si pongono pacatamente il problema del dopo, di quello che potrà accadere dopo il parere dell'Icj e dopo le eventuali decisioni che potranno seguire la discussione prevista per settembre all'Assemblea generale dell'Onu, senza lasciarsi andare a disegnare scenari catastrofici.
Molti altri commenti pubblicati "a caldo" mi sono sembrati invece essere più attirati dalle possibili conseguenze che il "precedente" costituito dal parere dell'Icj sul Kosovo potrebbe provocare in altre aree dell'Europa e del resto del mondo alle prese con spinte separatiste e movimenti indipendentisti più o meno violenti. Scontata la citazione dei casi di Abkhazia e Ossezia, gli esempi citati vanno dai serbo-bosniaci ai còrsi, dai curdi agli albanesi di Macedonia, dagli abkhazi agli uiguri, dal Tibet ai Paesi Baschi, da Cipro Nord alla Transdnistria e via discorrendo fino ai "lumbard" di casa nostra.
Marco Berti, sul Messaggero del 23 luglio ("La corte dell'Aja: legittima l'indipendenza del Kosovo"), scrive che "ora il timore della comunità internazionale è che nella ex provincia kosovara si crei nuovamente tensione fra serbi e albanesi". Anche Lamberto Zannier, inviato speciale del segretario generale dell'Onu per la regione, nell'intervista pubblicata da Repubblica lo stesso giorno, ammette che "c'è sempre il rischio che una scintilla possa innescare un processo di crisi sul terreno difficilmente gestibile da parte della comunità internazionale", ma si mostra scettico sulla possibilità che questi attriti possano degenerare auspicando un dialogo diretto tra Belgrado e Pristina come "prossimo passo verso la normalizzazione del Kosovo".
C'è invece chi vede nero, nerissimo: "Il Kosovo indipendente è una bomba ad orologeria piazzata nel cuore dell'Europa. Guai a dimenticarlo", ammonisce Alan J. Kuperman, sentito da Francesco Carella per Libero (articolo del 25 luglio intitolato "La Serbia presenterà il conto per il Kosovo indipendente"). Kuperman viene definito scienziato della politica, esperto di conflitti etnici e nientepopodimenoche massima autorità nel campo degli studi sui Balcani. Dunque, secondo la massima autorità, "la Corte, di fatto, ha avallato un principio ad alto rischio: l'indipendenza di un paese si ottiene con la ribellione", (ah sì?) la qual cosa, dice sempre la massima autorità, "può dare la stura ad altre rivendicazioni pericolose e non solo nell'area balcanica. Pensi solo ai Paesi Baschi, alla Corsica, ai turco-ciprioti e a tante altre realtà difficili". Insomma, dice il professore, "la verità è che si sta scherzando con il fuoco" e si chiede: "Chi, allo stato delle cose, potrebbe vietare alla Republika Srpska di dichiarare la propria indipendenza"? A quel punto, prosegue inperterrito, "il rischio di una nuova guerra serbo-bosniaca diventerebbe concreto". Parola della massima autorità nel campo degli studi sui Balcani che, a mio modesto parere, se invece di seguire l'evoluzione della vicenda dal suo studio all'università del Texas, come scrive Carella, andasse un po' più "nel campo" eviterebbe di fare affermazioni che hanno scarsa aderenza alla realtà.
Il che non impedirebbe purtroppo a Libero di pubblicarne altrettante, come quelle del professor Luca Galantini che il 23 luglio (titolo "L'avamposto cristiano terra di conquista dell'estremismo islamico"), teneva diligentemente a informare i suoi lettori di quanto sia "risaputo nelle cancellerie occidentali che da tempo, nell'area balcanica, il fondamentalismo islamico ha dato avvio ad un 'jihad bianco', ovverossia una silente quanto efficacissima opera di conquista delle istituzioni politiche, delle leve di governo, dei centri economici e dell'opinione pubblica attraverso gli ingentissimi finanziamenti provenienti da paesi come l'Arabia Saudita gli Emirati, l'Iran e la Turchia". E naturalmente "questa opera invasiva si coniuga alla martellante propaganda religiosa islamica di profilo fondamentalista che tali governi sostengono attraverso le numerose comunità musulmane presenti nei Balcani". Insomma, il "cinico pragmatismo" e la "debolezza intrinseca" dell'Ue rischiano di fare del Kosovo il monumento alla memoria dell'identità cristiana dei Balcani. Nonostante sia docente universitario di diritto internazionale, Galantini nel suo articolo mostra una certa confusione sulla storia dei Balcani e una discreta non conoscenza della attuale situazione della regione unita ad una lettura distorta della realtà politica di paesi assai differenti fra di loro come Arabia Saudita, Turchia e Iran che si possono spiegare solo con il furore ideologico anti-islamico.
Continua...
Premessa: lo stesso giorno della pubblicazione del parere della Corte, Tomas Miglierina, sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, faceva notare che i giudici hanno stabilito a maggioranza che l'indipendenza del Kosovo non è illegale (perché non contrasta con le norme del diritto internazionale, né con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza), ma "questo non significa che sia anche legittima". Una sottigliezza dovuta alla scelta dei giudici "di dare l'interpretazione più stretta e tecnica possibile al quesito che l'Assemblea, su iniziativa della Serbia, aveva rivolto loro".
Nei titoli dei quotidiani italiani del giorno dopo i due termini finiscono per equivalersi. Alcuni esempi: La Stampa, "Legale il kosovo indipendente"; Il Messaggero, "La corte dell'Aja: legittima l'indipendenza del Kosovo"; Corriere della Sera, "Indipendenza del Kosovo legittima"; Il Riformista, "L'Aja dice che l'indipendenza del Kosovo è legale".
E veniamo ai commenti che, nel bene e nel male, mi sono sembrati degni di nota e sui quali mi permetto qualche osservazione personale.
Elena Ragusin a pag. 7 del Sole 24 Ore di venerdì 23 luglio (titolo, "L'Aja: sì all'indipendenza del Kosovo"), scrive che gli scenari aperti dal pronunciamento della Corte sono tre, "anche se la perentorietà del parere dell'Icj di fatto riduce ad uno solo il possibile percorso per la stabilizzazione del Kosovo e dell'intera area balcanica: vale a dire l'avvio di nuove trattative, con la mediazione dell'Unione Europea, per la concessione di larghe autonomie al nord del Kosovo [...] sul modello dell'Alto Adige". Gli altri due scenari, che però "da ieri di fatto non sembrano più realistici", sono la spartizione o la creazione di una divisione tipo quella di Cipro.
Sempre il 23 luglio, sulla prima del Riformista ("L'Aja dice che l'indipendenza del Kosovo è legale") Luigi Spinola, dopo aver realisticamente ricordato che "a Belgrado sanno da tempo che il Kosovo è perduto ma nessuno è pronto ad ammetterlo", scrive che "la partizione teoricamente potrebbe risolversi lungo il fiume Ibar, che spacca in due la città di Mitrovica [...] La frontiera de facto del nuovo Stato è già qui. La spartizione certo non risolverebbe i problemi dei serbi rinchiusi nelle enclave. Ma un eventuale accordo potrebbe convincere Belgrado a smantellare le istituzioni parallele che tiene in piedi in Kosovo". Tuttavia, l'ipotesi "è destinata a rimanere sulla carta" per vari motivi.
Anche Marina Verna sulla Stampa del 23 ("Legale il kosovo indipendente"), dopo aver esordito constatando che il parere della Corte "era previsto e così è stato", nota opportunamente che "i prossimi giorni non saranno facili" perché "Pristina ha aspettative precise" ma la Serbia non ha intenzione di concedere nulla.
Questi tre articoli, tra quelli che ho potuto leggere, in qualche modo si pongono pacatamente il problema del dopo, di quello che potrà accadere dopo il parere dell'Icj e dopo le eventuali decisioni che potranno seguire la discussione prevista per settembre all'Assemblea generale dell'Onu, senza lasciarsi andare a disegnare scenari catastrofici.
Molti altri commenti pubblicati "a caldo" mi sono sembrati invece essere più attirati dalle possibili conseguenze che il "precedente" costituito dal parere dell'Icj sul Kosovo potrebbe provocare in altre aree dell'Europa e del resto del mondo alle prese con spinte separatiste e movimenti indipendentisti più o meno violenti. Scontata la citazione dei casi di Abkhazia e Ossezia, gli esempi citati vanno dai serbo-bosniaci ai còrsi, dai curdi agli albanesi di Macedonia, dagli abkhazi agli uiguri, dal Tibet ai Paesi Baschi, da Cipro Nord alla Transdnistria e via discorrendo fino ai "lumbard" di casa nostra.
Marco Berti, sul Messaggero del 23 luglio ("La corte dell'Aja: legittima l'indipendenza del Kosovo"), scrive che "ora il timore della comunità internazionale è che nella ex provincia kosovara si crei nuovamente tensione fra serbi e albanesi". Anche Lamberto Zannier, inviato speciale del segretario generale dell'Onu per la regione, nell'intervista pubblicata da Repubblica lo stesso giorno, ammette che "c'è sempre il rischio che una scintilla possa innescare un processo di crisi sul terreno difficilmente gestibile da parte della comunità internazionale", ma si mostra scettico sulla possibilità che questi attriti possano degenerare auspicando un dialogo diretto tra Belgrado e Pristina come "prossimo passo verso la normalizzazione del Kosovo".
C'è invece chi vede nero, nerissimo: "Il Kosovo indipendente è una bomba ad orologeria piazzata nel cuore dell'Europa. Guai a dimenticarlo", ammonisce Alan J. Kuperman, sentito da Francesco Carella per Libero (articolo del 25 luglio intitolato "La Serbia presenterà il conto per il Kosovo indipendente"). Kuperman viene definito scienziato della politica, esperto di conflitti etnici e nientepopodimenoche massima autorità nel campo degli studi sui Balcani. Dunque, secondo la massima autorità, "la Corte, di fatto, ha avallato un principio ad alto rischio: l'indipendenza di un paese si ottiene con la ribellione", (ah sì?) la qual cosa, dice sempre la massima autorità, "può dare la stura ad altre rivendicazioni pericolose e non solo nell'area balcanica. Pensi solo ai Paesi Baschi, alla Corsica, ai turco-ciprioti e a tante altre realtà difficili". Insomma, dice il professore, "la verità è che si sta scherzando con il fuoco" e si chiede: "Chi, allo stato delle cose, potrebbe vietare alla Republika Srpska di dichiarare la propria indipendenza"? A quel punto, prosegue inperterrito, "il rischio di una nuova guerra serbo-bosniaca diventerebbe concreto". Parola della massima autorità nel campo degli studi sui Balcani che, a mio modesto parere, se invece di seguire l'evoluzione della vicenda dal suo studio all'università del Texas, come scrive Carella, andasse un po' più "nel campo" eviterebbe di fare affermazioni che hanno scarsa aderenza alla realtà.
Il che non impedirebbe purtroppo a Libero di pubblicarne altrettante, come quelle del professor Luca Galantini che il 23 luglio (titolo "L'avamposto cristiano terra di conquista dell'estremismo islamico"), teneva diligentemente a informare i suoi lettori di quanto sia "risaputo nelle cancellerie occidentali che da tempo, nell'area balcanica, il fondamentalismo islamico ha dato avvio ad un 'jihad bianco', ovverossia una silente quanto efficacissima opera di conquista delle istituzioni politiche, delle leve di governo, dei centri economici e dell'opinione pubblica attraverso gli ingentissimi finanziamenti provenienti da paesi come l'Arabia Saudita gli Emirati, l'Iran e la Turchia". E naturalmente "questa opera invasiva si coniuga alla martellante propaganda religiosa islamica di profilo fondamentalista che tali governi sostengono attraverso le numerose comunità musulmane presenti nei Balcani". Insomma, il "cinico pragmatismo" e la "debolezza intrinseca" dell'Ue rischiano di fare del Kosovo il monumento alla memoria dell'identità cristiana dei Balcani. Nonostante sia docente universitario di diritto internazionale, Galantini nel suo articolo mostra una certa confusione sulla storia dei Balcani e una discreta non conoscenza della attuale situazione della regione unita ad una lettura distorta della realtà politica di paesi assai differenti fra di loro come Arabia Saudita, Turchia e Iran che si possono spiegare solo con il furore ideologico anti-islamico.
Continua...
sabato 27 marzo 2010
LA RAI E L'EST EUROPA
La Direzione del TGR della RAI starebbe pensando alla fusione, al dimezzamento da 30 a 15 minuti e allo spostamento dal sabato alla domenica di Estovest e Levante, le due rubriche di RaiTre che ogni sabato parlano dei paesi e delle genti che si affacciano sull'Adriatico e sul “confine orientale” che legano l'Italia alla penisola balcanica e all'Europa orientale. E' una notizia che, se sarà confermata, dimostra l'ulteriore impoverimento della nostra televisione generalista pubblica (e privata) secondo la quale, evidentemente, l'unico estero che merita attenzione è quello di una qualche isola esotica su cui far zampettare una dozzina di famosi o presunti tali. A parte, ovviamente, le trasferte del premier, magari alla corte di qualche dittatore.
Tranne qualche eccezione c'è scarso o nullo interesse a cercare di saperne di più di società, economie, culture, della situazione politica di Paesi che - nel caso di cui parlo - sono già o diventeranno membri dell'Unione Europea. Tra l'altro, come giustamente nota Osservatorio Balcani e Caucaso, da cui riprendo la notizia, "l'ipotesi formulata dalla Direzione TGR contraddice la stessa politica estera italiana, che, sia da parte delle coalizioni di centro-destra che di centro-sinistra, ha sempre dedicato particolare attenzione ai nostri vicini oltre Adriatico", per non dire che, come fanno osservare i giornalisti Rai di Bari, nemmeno convincono motivazioni di carattere economico, vista l'esiguità dei costi di produzione delle trasmissioni.
L’assemblea di redazione della sede Rai di Bari, che ha anche indetto alcune giornate di sciopero, ha respinto ogni decisione che non tenga conto dell’autonomo lavoro di ideazione, proposta e produzione realizzato in questi anni nelle sedi di Bari e di Trieste: "Est Ovest e Levante sono conquiste professionali irrinunciabili per le due redazioni”, è detto in un comunicato stampa. Intanto su Facebook è nato il gruppo "No all'oscuramento delle rubriche di Rai Tre Estovest e Levante" con documenti, interrogazioni parlamentari e messaggi di sostegno. Per quanto mi riguarda, e per quel poco che può contare, non posso che esprimere la mia personale solidarietà ai colleghi delle due redazioni.
Tranne qualche eccezione c'è scarso o nullo interesse a cercare di saperne di più di società, economie, culture, della situazione politica di Paesi che - nel caso di cui parlo - sono già o diventeranno membri dell'Unione Europea. Tra l'altro, come giustamente nota Osservatorio Balcani e Caucaso, da cui riprendo la notizia, "l'ipotesi formulata dalla Direzione TGR contraddice la stessa politica estera italiana, che, sia da parte delle coalizioni di centro-destra che di centro-sinistra, ha sempre dedicato particolare attenzione ai nostri vicini oltre Adriatico", per non dire che, come fanno osservare i giornalisti Rai di Bari, nemmeno convincono motivazioni di carattere economico, vista l'esiguità dei costi di produzione delle trasmissioni.
L’assemblea di redazione della sede Rai di Bari, che ha anche indetto alcune giornate di sciopero, ha respinto ogni decisione che non tenga conto dell’autonomo lavoro di ideazione, proposta e produzione realizzato in questi anni nelle sedi di Bari e di Trieste: "Est Ovest e Levante sono conquiste professionali irrinunciabili per le due redazioni”, è detto in un comunicato stampa. Intanto su Facebook è nato il gruppo "No all'oscuramento delle rubriche di Rai Tre Estovest e Levante" con documenti, interrogazioni parlamentari e messaggi di sostegno. Per quanto mi riguarda, e per quel poco che può contare, non posso che esprimere la mia personale solidarietà ai colleghi delle due redazioni.
Iscriviti a:
Post (Atom)

















