Di Marina Szikora
Nel pieno della campagna elettorale in Serbia, e' sempre piu' alta la tensione in Kosovo. Ieri, a Gračanica, la polizia kosovara ha arrestato il capo del comune serbo in Kosovo, Goran Arsić. Insieme ad Arsić e' stato fermato anche il membro della Croce rossa serba, Novica Živić tutto a causa, come ha spiegato il ministro degli interni kosovaro Bajram Redžepi, delle loro presunte minacce ad alcuni serbi a partecipare alle elezioni serbe. In caso contrario, questi serbi verrebbero arrestati nella prima occasione del loro ingresso in Serbia. Da precisare che i due rappresentanti serbi in Kosovo sono stati arrestati mentre assistivano ad una partita di calcio a Lipljani. Su richiesta della procura e' stata effettuata la perquisizione delle loro case. Secondo l'agenzia di stampa serba Beta, nella casa di Arsić e' stato trovato il timbro del Partito democratico e i materiali relativi alle scorse elezioni che la Serbia aveva svolto in Kosovo. Il ministro serbo per il Kosovo e Metohija, Goran Bogdanović afferma per la B92 che il motivo di arresto di Goran Arsić e' quello di intimidire ulteriormentie i serbi in Kosovo. "E' ultimo momento che l'Eulex reagisca perche' questi atti fanno ricordare sempre di piu' il 17 marzo 2004" ha avvertito Bogdanović. Secondo le sue valutazioni, l'avvicinamento delle elezioni in Serbia sta sempre piu' intensificando le tensioni e le violenze in Kosovo. Il ministro ha accusato Priština perche' ultimamente "arrestando, maltrattando e con una retorica conflittuale si stanno sollecitando le ambizioni degli estremisti albanesi a provocare violenze". Bogdanović ha avvertito che ci sono informazioni di serie preparazioni a Priština e per questo e' buono che ci sia una rafforzata presenza delle forze internazionali.
Otto anni fa, a marzo del 2004 sono esplosi i piu' grandi conflitti etnici in Kosovo dall'arrivo delle forze internazionali nella regione quando 19 civili avevano perso la vita. Oltre 900 persone furono arrestate, sono state distrutte o danneggiate circa 800 case e 35 chiese e monasteri ortodossi mentre alcune migliaia di serbi abbandonarono le loro case. Il ministro Bogdanović ha rilevato che l'obiettivo della comunita' serba e' quello che anche gli albanesi vivano in pace, che come nei secoli precedenti i serbi e gli albanesi vivano gli uni accanto agli altri ma che in "situazioni quando vi sono tensioni e quando il conflitto pende in aria non si possono svolgere colloqui e risolvere questioni che sono di peso". "Dobbiamo andare nella direzione di riconciliazione e tolleranza, che tutte le comunita' etniche in Kosovo possano esprimere liberamente la loro volonta'" ha aggiunto Bogdanović ribadendo che "non va bene che le elezioni organizzati dallo stato serbo siano un motivo per innescare il conflitto". Ha valutato che la fonte di tutti i problemi sono i tentativi di integrazione forzata del nord del Kosovo nelle isituzioni kosovare. "La Serbia ha preso la decisione di non svolgere elezioni locali nella regione ma fara' tutto il possibile che le elezioni parlamentari e presidenziali si svolgano su tutto il territorio del Kosovo" ha precisato Bogdanović aggiungendo che sono in corso colloqui intensi non soltanto in Kosovo bensi' anche in Europa e nel mondo e che per questo motivo crede che queste elezioni avranno luogo anche in Kosovo.
Visualizzazione post con etichetta violenza interetnica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta violenza interetnica. Mostra tutti i post
domenica 22 aprile 2012
martedì 17 aprile 2012
MACEDONIA: RESTA ALTA LA TENSIONE DOPO LA STRAGE
Se c'è qualcuno che ha interesse a far esplodere le tensioni etniche e politiche in Macedonia probabilmente in queste ore è al lavoro. In ogni caso l'Unione Europea farebbe bene a intervenire rapidamente perché un'altro focolaio di tensioni nei Balcani non serve a nessuno.
Di Marina Szikora
Che la Macedonia sta bollendo lo dimostrano anche i disordini avvenuti ieri sera quando alcune centinaia di giovani, soprattutto gruppi di tifosi, hanno protestato nel centro di Skopje dopo l'uccisone di cinque cittadini macedoni. Quella che doveva essere una manifestazione pacifica si e' trasformata in uno scontro tra giovani e forze di polizia. Gli hooligans hanno lanciavto sassi contro i poliziotti che vietavano loro l'ingresso nel quatriere della Stara Čaršija (Città Vecchia), la zona dove si trovano molti negozi di proprieta' di albanesi.
I manifestanti scandivano slogan come "Macedonia pura" e altri messaggi nazionalisti. Ieri sera Skopje e' diventata una citta' assediata dalla polizia. Il sito macedone portal Plus Info scrive che tra 500 e 1000 giovani armati di sassi e con il volto coperto hnano marciato per il centro di Skopje. Non sono stati risparmiati nemmeno i giornalisti: uno e' stato colpito alla testa, mentre ad un fotoreporter hanno cercato di portar via la videocamera. Una ventina di poliziotti sono stati attaccati con sassi e altri oggetti raccolti per la strada. La polizia ha risposto caricando con i manganelli i manifestanti piu' violenti. Sono stati attaccati anche dei negozi e automobili della polizia.
![]() |
| 16 aprile: hooligans scortati dalla polizia nel centro di Skopje (Foto REUTERS/Ognen Teofilovski) |
Che la Macedonia sta bollendo lo dimostrano anche i disordini avvenuti ieri sera quando alcune centinaia di giovani, soprattutto gruppi di tifosi, hanno protestato nel centro di Skopje dopo l'uccisone di cinque cittadini macedoni. Quella che doveva essere una manifestazione pacifica si e' trasformata in uno scontro tra giovani e forze di polizia. Gli hooligans hanno lanciavto sassi contro i poliziotti che vietavano loro l'ingresso nel quatriere della Stara Čaršija (Città Vecchia), la zona dove si trovano molti negozi di proprieta' di albanesi.
I manifestanti scandivano slogan come "Macedonia pura" e altri messaggi nazionalisti. Ieri sera Skopje e' diventata una citta' assediata dalla polizia. Il sito macedone portal Plus Info scrive che tra 500 e 1000 giovani armati di sassi e con il volto coperto hnano marciato per il centro di Skopje. Non sono stati risparmiati nemmeno i giornalisti: uno e' stato colpito alla testa, mentre ad un fotoreporter hanno cercato di portar via la videocamera. Una ventina di poliziotti sono stati attaccati con sassi e altri oggetti raccolti per la strada. La polizia ha risposto caricando con i manganelli i manifestanti piu' violenti. Sono stati attaccati anche dei negozi e automobili della polizia.
lunedì 16 aprile 2012
LA MACEDONIA ANCORA SOTTO SHOCK DOPO LA STRAGE DEL VENERDI' SANTO
Si temono violenze interetniche mentre le autorità indagano per scoprire gli autori dell'assassinio di quattro ragazzi e di un pescatore
di Marina Szikora
L'assassinio dei quattro ragazzi che amavano pescare ha scioccato la Macedonia. Questo paese, ricorda il quotidiano di Zagabria "Večernji list", nel 2001 ha vissuto un conflitto interetnico che duro' sei mesi, ma mai prima era accaduto un crimine di questo tipo. Sono stati uccisi Aleksandar Nakojevski, Cvetančo Acevski, Kire Tričkovski e Filip Slavkovski, ragazzi di 18 e 20 anni e Borće Stevkovski, un pescatore di 45 anni che pero' non e' stato nella loro compagnia. Erano ragazzi tranquilli che amavano pescare. Filip si preparava per festeggiare l'esame di maturita'. Nel comune di Butel, da dove provengono le vittime, e' stato proclamato un giorno di lutto. "Tristezza e costernazione si sentono in tutta la Macedonia. L'opinione pubblica e' sconvolta e scioccata", scrive 'Večernji list".
"Una cosa del genere non e' accaduta nemmeno nel 2001. Quello che all'epoca avevamo chiamato guerra, e' stato in qualche modo isolato, mentre adesso l'impressione e' che non sei sicuro da nessuna parte. Adesso abbiamo molta paura, non mi sento sicuro da nessuna parte", dice Frosina Dimovska di Skopje. Gli abitanti del villaggio di Radišani hanno bloccato le strade chiedendo in questo modo alle autorita' di trovare al piu' presto gli esecutori, ma vogliono anche dimostrare la loro intenzione di farsi giustizia da soli se le istituzioni non faranno il loro dovere. Hanno rimosso le barricate sabato a mezzogiorno solo per far passare il corteo funebre fino al cimitero locale dove sono stati sepolti tre dei giovani uccisi. C'era una folla grande di tutti quelli che sono venuti a congedarsi dalle vittime.
Anche se la polizia non sa ancora quali sono stati i motivi ne' l'appartenenza etnica degli assassini, alcuni giovani con i quali i giornalisti avevano parlato, scrive il quotidiano croato, ritengono che gli esecutori siano di nazionalita' albanese. Circa 150 albanesi che vivono nel vicino villaggio di Ljuboten sono rimasti a Skopje perche' avrebbero dovuto passare per Radišani dove gli abitanti avevano bloccato la strada. Sembra che alcuni macedoni avessero perfino incitato alla vendetta contro il villaggio albanese e che per questo motivo sono in stato di fermo.
Molte sono le speculazioni in questi momenti di attesa e di tensione. Quello che si sa e' che i quattro giovani sono stati uccisi da distanza ravvicinata e che i loro corpi sono stati trovati uno accanto all'altro. Secondo i referti della polizia, sul luogo del delitto c'erano prioettili di tre tipi diverse di armi da fuoco il che farebbe dedurre che contro i ragazzi avrebbe sparato un gruppo di assassini. Il ministero degli Interni macedone non esclude che possa trattarsi di persone arrivate dall'estero.
di Marina Szikora
L'assassinio dei quattro ragazzi che amavano pescare ha scioccato la Macedonia. Questo paese, ricorda il quotidiano di Zagabria "Večernji list", nel 2001 ha vissuto un conflitto interetnico che duro' sei mesi, ma mai prima era accaduto un crimine di questo tipo. Sono stati uccisi Aleksandar Nakojevski, Cvetančo Acevski, Kire Tričkovski e Filip Slavkovski, ragazzi di 18 e 20 anni e Borće Stevkovski, un pescatore di 45 anni che pero' non e' stato nella loro compagnia. Erano ragazzi tranquilli che amavano pescare. Filip si preparava per festeggiare l'esame di maturita'. Nel comune di Butel, da dove provengono le vittime, e' stato proclamato un giorno di lutto. "Tristezza e costernazione si sentono in tutta la Macedonia. L'opinione pubblica e' sconvolta e scioccata", scrive 'Večernji list".
"Una cosa del genere non e' accaduta nemmeno nel 2001. Quello che all'epoca avevamo chiamato guerra, e' stato in qualche modo isolato, mentre adesso l'impressione e' che non sei sicuro da nessuna parte. Adesso abbiamo molta paura, non mi sento sicuro da nessuna parte", dice Frosina Dimovska di Skopje. Gli abitanti del villaggio di Radišani hanno bloccato le strade chiedendo in questo modo alle autorita' di trovare al piu' presto gli esecutori, ma vogliono anche dimostrare la loro intenzione di farsi giustizia da soli se le istituzioni non faranno il loro dovere. Hanno rimosso le barricate sabato a mezzogiorno solo per far passare il corteo funebre fino al cimitero locale dove sono stati sepolti tre dei giovani uccisi. C'era una folla grande di tutti quelli che sono venuti a congedarsi dalle vittime.
Anche se la polizia non sa ancora quali sono stati i motivi ne' l'appartenenza etnica degli assassini, alcuni giovani con i quali i giornalisti avevano parlato, scrive il quotidiano croato, ritengono che gli esecutori siano di nazionalita' albanese. Circa 150 albanesi che vivono nel vicino villaggio di Ljuboten sono rimasti a Skopje perche' avrebbero dovuto passare per Radišani dove gli abitanti avevano bloccato la strada. Sembra che alcuni macedoni avessero perfino incitato alla vendetta contro il villaggio albanese e che per questo motivo sono in stato di fermo.
Molte sono le speculazioni in questi momenti di attesa e di tensione. Quello che si sa e' che i quattro giovani sono stati uccisi da distanza ravvicinata e che i loro corpi sono stati trovati uno accanto all'altro. Secondo i referti della polizia, sul luogo del delitto c'erano prioettili di tre tipi diverse di armi da fuoco il che farebbe dedurre che contro i ragazzi avrebbe sparato un gruppo di assassini. Il ministero degli Interni macedone non esclude che possa trattarsi di persone arrivate dall'estero.
domenica 15 aprile 2012
MACEDONIA: UNA PASQUA SEGNATA DALLA VIOLENZA
Il presidente macedone Gjorge Ivanov e il primo ministro Nikola Gruevski, nella giornata della Pasqua ortodossa, condannano fortemente l'uccisione di cinque persone nei pressi di Skopje, una vicenda tragica che ha scosso fortemente la Macedonia e provocato grandi tensioni. Le massime autorita' dello stato hanno espresso le loro piu' profonde simpatie e condoglianze alle famiglie delle vittime e promettono che gli autori di questo atroce assassinio saranno portati davanti alla giustizia, scrive l'agenzia di stampa macedone MIA.
"In questi giorni non possiamo non fermarci a pensare all'uccisione di cinque uomini e ad esprimere solidarietà ai famigliari e ai parenti. Ci aspettiamo che i responsabili siano trovati e puniti", ha detto il presidente Ivanov dopo la liturgia pasquale nella chiesa di San Clemente di Ohrid. Il primo ministro Gruevski ha altrettanto espresso le sue condoglianze alle famiglie delle cinque vittime uccise lo scorso giovedi': "Questo evento ci ha sconvolti tutti. Ci colpisce profondamente ma dobbiamo tenere le nostre teste alte e dobbiamo continuare ad affrontare le sfide. Voglio mandare il messaggio agli autori che prima o poi loro saranno portati davanti alla giustizia e puniti secondo la legge e da Dio se loro perfino riescono a capire che cosa cio' significhi", ha detto Gruevski.
La parlamentare europea Tanja Fajon, componente della delegazione per l'Europa sud orientale e relatrice per la liberalizzazione dei visti per i Balcani occidentali, ha condannato fortemente le uccisioni brutali a Smiljkovci. In un comunicato stampa come reazione alle vicende in Macedonia, Tanja Fajon ha chiamato i cittadini a mantenere la calma e ad astenersi da ulteriori incidenti ribadendo l'importanza di trovare i responsabili dell'omicidio, ma al tempo stesso comportarsi con calma ed intelligenza.
Fajon ha fatto inoltre appello alle autorita' di Skopje perché utilizzino tutti i loro poteri per garantire sicurezza per tutti i cittadini del loro paese e ristabilire immediatamente la pace."Queste uccisioni e conflitti etnici sono inaccettabili e contro ogni valore europeo di rispetto della democrazia, di stato di diritto e di rispetto per le minoranze. L'accordo di Ohrid [che pose fine alla guerra tra macedoni e albanesi nel 2001, n.d.r.] e' vitale per il cammino della Macedonia verso l'Ue. Ogni ulteriore violenza etnica compromettera' seriamente la liberta' di circolazione che i cittadini della Macedonia e dell'Albania godono da quando sono stati sospesi i visti per i liberi spostamenti nei Paesi dell'area Schengen", ha detto l'europarlamentare Fajon.
"In questi giorni non possiamo non fermarci a pensare all'uccisione di cinque uomini e ad esprimere solidarietà ai famigliari e ai parenti. Ci aspettiamo che i responsabili siano trovati e puniti", ha detto il presidente Ivanov dopo la liturgia pasquale nella chiesa di San Clemente di Ohrid. Il primo ministro Gruevski ha altrettanto espresso le sue condoglianze alle famiglie delle cinque vittime uccise lo scorso giovedi': "Questo evento ci ha sconvolti tutti. Ci colpisce profondamente ma dobbiamo tenere le nostre teste alte e dobbiamo continuare ad affrontare le sfide. Voglio mandare il messaggio agli autori che prima o poi loro saranno portati davanti alla giustizia e puniti secondo la legge e da Dio se loro perfino riescono a capire che cosa cio' significhi", ha detto Gruevski.
La parlamentare europea Tanja Fajon, componente della delegazione per l'Europa sud orientale e relatrice per la liberalizzazione dei visti per i Balcani occidentali, ha condannato fortemente le uccisioni brutali a Smiljkovci. In un comunicato stampa come reazione alle vicende in Macedonia, Tanja Fajon ha chiamato i cittadini a mantenere la calma e ad astenersi da ulteriori incidenti ribadendo l'importanza di trovare i responsabili dell'omicidio, ma al tempo stesso comportarsi con calma ed intelligenza.
Fajon ha fatto inoltre appello alle autorita' di Skopje perché utilizzino tutti i loro poteri per garantire sicurezza per tutti i cittadini del loro paese e ristabilire immediatamente la pace."Queste uccisioni e conflitti etnici sono inaccettabili e contro ogni valore europeo di rispetto della democrazia, di stato di diritto e di rispetto per le minoranze. L'accordo di Ohrid [che pose fine alla guerra tra macedoni e albanesi nel 2001, n.d.r.] e' vitale per il cammino della Macedonia verso l'Ue. Ogni ulteriore violenza etnica compromettera' seriamente la liberta' di circolazione che i cittadini della Macedonia e dell'Albania godono da quando sono stati sospesi i visti per i liberi spostamenti nei Paesi dell'area Schengen", ha detto l'europarlamentare Fajon.
sabato 14 aprile 2012
MACEDONIA: APPELLI ALLA CALMA DOPO L'UCCISIONE DI CINQUE PERSONE
Dopo le uccisioni nei pressi di Skopje, non lontano dal villaggio diSmiljkovci, che hanno sconvolto la Macedonia nella giornata del venerdi' santo della Pasqua ortodossa, il presidente macedone Gjorge Ivanov invita alla calma e in un comunicato scritto si appella alla ragionevolezza e responsabilita'. Ha espresso condoglianze ai famigliari delle vittime e ha condannato fortemente il terribile atto: "Richiedo e mi aspetto che le rilevanti instituzioni risolvano il caso", ha detto Ivanov.
L'agenzia di stampa macedone MIA ha diffuso le dichiarazioni della ministro degli Interni, Gordana Jankuloska, la quale afferma che il suo ministero sta facendo il meglio possibile per scoprire le circostanze nelle quali sono state uccise le cinque persone, molto probabilmente - aggiunge il ministro - senza un motivo concreto. Jankuloska ha spiegato che sono stati mobilitati tutti i dipartimenti e e' stata istituita una sede operativa per risolvere velocemente il caso. La ministro degli Interni macedone ha ripetuto l'appello alla calma e ha chiesto ai media di astenersi da ogni tipo di speculazione nonche' azione che potrebbero portare a tensioni interetniche.
Intanto sono state fermate tra 25-30 persone per interrogatori. Quattro delle vittime, Filip Slavkovski, Aleksandar Nakevski, Cvetanco Acevski e Kire Trickovski, avevano tra i 18 e i 20 anni, mentre la quinta vittima, Borce Stefkovski, era un pescatore di 45 anni che si presume essere stato testimone delle uccisioni dei quattro ragazzi.
L'agenzia di stampa macedone MIA ha diffuso le dichiarazioni della ministro degli Interni, Gordana Jankuloska, la quale afferma che il suo ministero sta facendo il meglio possibile per scoprire le circostanze nelle quali sono state uccise le cinque persone, molto probabilmente - aggiunge il ministro - senza un motivo concreto. Jankuloska ha spiegato che sono stati mobilitati tutti i dipartimenti e e' stata istituita una sede operativa per risolvere velocemente il caso. La ministro degli Interni macedone ha ripetuto l'appello alla calma e ha chiesto ai media di astenersi da ogni tipo di speculazione nonche' azione che potrebbero portare a tensioni interetniche.
Intanto sono state fermate tra 25-30 persone per interrogatori. Quattro delle vittime, Filip Slavkovski, Aleksandar Nakevski, Cvetanco Acevski e Kire Trickovski, avevano tra i 18 e i 20 anni, mentre la quinta vittima, Borce Stefkovski, era un pescatore di 45 anni che si presume essere stato testimone delle uccisioni dei quattro ragazzi.
martedì 20 marzo 2012
LA MACEDONIA IN CRISI E LA VIOLENZA URBANA
La Macedonia è alle prese da settimane con la violenza "interetnica" nelle città, mentre le istituzioni sembrano incapaci di arginare il fenomeno. In causa c'è l'incompetenza della classe politica, ma anche la disperazione dei giovani messi da parte. Non è bene essere di etnia macedone a Tetovo, o albanesi a Kisela Voda, mentre il quartiere di Cair rischia diventare il Bronx di Skopje. Le Courrier des Balkan propone oggi l'analisi di Nano Ruzin, docente universitario ed esponente del Partito liberal-democratico. Siccome nelle ultime puntate di Passaggio a Sud Est a Radio Radicale, ci siamo occupati varie volte delle violenze avvenute recentemente in Macedonia, mi sembra utile proporre qui di seguito l'articolo pubblicato il 13 marzo su Utrinski Vesnik (traduzione in francese di Jaklina Naumovski).
Macédoine : malaise social, violences urbaines et populisme ethnique
Par Nano Ruzin [1]
La violence urbaine que nous connaissons ces dernières semaines, et qui se propage comme une épidémie, est un phénomène nouveau dans les relations inter-ethniques en République de Macédoine. Comment la comprendre ? Les appels au calme suffiront-ils pour sortir de la crise ?
La situation actuelle ne fait pas de doute : nous vivons une importante crise économique, sociale, financière, culturelle et identitaire, qui touche aussi bien les Macédoniens que les Albanais. Beaucoup considèrent que ces violences sont semblables à celles de 2001. Cependant, il existe de grosses différences entre les incidents récents et ceux de cette période. Il y a onze ans, le mécontentement se manifestait avant tout dans les milieux ruraux, et les rebelles exprimaient clairement des revendications politiques. Aujourd’hui, nous avons affaire à des combats urbains, à une guérilla urbaine sans nom, qui se mène dans les centres de Skopje, Tetovo, Gostivar… Les camps rivaux n’ont ni revendications ni objectifs clairs. Le seul but est d’insulter et de battre le jeune de l’autre groupe ethnique.
La ville est le centre du pouvoir. La ville est la personnification du pouvoir et de la gouvernance, du crime, des bons et des mauvais garçons, du béton et de l’asphalte, du transport, de la forte concentration et de l’explosion démographique de la population, des rassemblements de masse… Dans les limites de l’aire citadine, vivent divers segments de la population, avec des origines ethniques, culturelles, religieuses et sociales différentes. Ils sont complémentaires ou rivaux, voire neutres et indifférents...
Dans ce contexte tendu, chaque politicien moderne, conscient de la sensibilité des rapports inter-ethniques liés aux défis urbains, doit être rationnel et éviter le populisme, l’euphorie patriotique appelée nationalisme. Il ne doit pas chercher à imposer son ethnie au détriment des autres, même à travers des manifestations sportives, culturelles ou autres.
Platon avait une maxime concernant l’état d’une société : « Celui qui gouverne doit aussi nourrir ». Dans une démocratie parlementaire, le Premier ministre est l’homme le plus puissant, puisqu’il possède le pouvoir exécutif. C’est le « père de la nation ». Machiavel dirait « la personne la plus responsable de l’État dans une royauté est le souverain ». Il gouverne le navire, il est de sa responsabilité que le peuple soit rassasié, heureux et en sécurité.
Son rôle n’est pas seulement d’être fier de son propre pouvoir, mais de faire aux inconvénients, aux moments difficiles, de prendre des risques et de se battre pour les intérêts de son pays, même si le prix à payer doit être la perte de ce pouvoir. D’un point de vue étique et déontologique, il ne doit pas s’autoriser à accueillir les critiques de l’opposition avec des réflexions du type : « vous aussi, vous faisiez pareil quand vous étiez au pouvoir » !...
Que peut-on reprocher à nos dirigeants ? Quand ils se complaisaient dans l’euphorie nationaliste des sportifs, qu’ils se masquaient narcissiquement dans les maillots de l’équipe nationale ils renforçaient leur cote auprès de l’opinion publique. C’était une fierté d’être un Macédonien, un pur Macédonien. Nous avons laissé nos concitoyens Albanais nous regarder nous réjouir égoïstement, sans leur tendre la main pour partager notre joie. Au contraire, on scandait des slogans contre les « Shiptars » et les autres « non-macédoniens », en leur faisant comprendre qu’ils n’étaient pas invités à la fête...
« Le patriotisme est le fait d’aimer les autres, et non pas de magnifier sa nation. Le nationalisme est le fait de se méfier des autres », déclarait il y a plus d’un siècle le socialiste français Jean Jaurès. C’est pourquoi nous tenons à signaler au Premier ministre Gruevski qu’il est très dangereux de faire des châteaux de sable, de croire à leur solidité, et d’obliger les autres à y croire tout aussi aveuglément.
Une jeunesse exclue et frustrée
Réjouissons-nous que les armes n’aient pas encore fait entendre leur voix, mais j’ai bien peur que cela finisse par se produire. Les jeunes sont, par définition, des rebelles. Les jeunes ont provoqué « les révolutions de jasmin » dans les pays arabes. Les « Indignés » ont pris possession des places à Londres, Paris, Madrid et Athènes. À Skopje et Gostivar, on a défilé contre les « mystères de la police » après les meurtres de Martin [2], de Besnik et d’Imran [3].
En Macédoine, la plupart des jeunes vivent dans la misère et sont lassés de traîner dans les rues et les cafés. Ils cherchent désespérément du travail et rêvent d’un monde meilleur, même si celui-ci se trouve à l’extérieur des frontières. Un tiers des chômeurs sont des jeunes de 18 à 27 ans. Certains d’entre eux sont menacés par les maladies urbaines : les humiliations, la dépression, la grisaille, l’exclusion sociale et les conflits. Ils vivent dans la promiscuité et sont éloignés des centres du pouvoir qui décident de qui sera exclu ou pourra trouver un emploi. Ils ont bien des raisons d’être insatisfaits de la vie. Les frustrations nationalistes qu’ils ressentent par rapport à l’autre ethnie se transforment souvent en salve d’émotions, en chauvinisme et en xénophobie. En Europe, le patriotisme à forte dose est une dangereuse drogue dure, pour sa propre ethnie comme pour les autres.
Le deuxième niveau de notre inquiétude tient à la dégradation du cadre des accords d’Ohrid. Après la célébration du dixième de cet important événement, certains de nos concitoyens parlent encore avec respect de « l’esprit » de l’accord d’Ohrid. Or, ces accords auraient dû provoquer une logique d’intégration entre des communautés ethniques segmentées.
Détournement des accords d’Ohrid
Bien loin de cela, le contrat social entre les communautés, sous l’influence de la coalition gouvernementale, est en train de se transformer en un simple partage des postes, des privilèges et des gros lots diplomatiques (lire notre article « Minorités en Macédoine : pour avoir un emploi public, il faut la carte du parti »). Le BDI, membre albanais de la coalition, au lieu de se comporter comme un partenaire sérieux, a cédé au chantage, et il ressemble aujourd’hui à un groupe de lobbyistes défendant ses intérêts dans un appel d’offres. Il est évident que le BDI aurait besoin d’un nouveau souffle...
Le troisième niveau d’interprétation de cette violence urbaine est plus proche de la théorie du complot, avec plusieurs sous-catégories. L’une d’entre elles consiste à dire que ces violences urbaines ont été utilisées par la coalition au pouvoir, afin de détourner l’attention de l’opinion publique de la crise économique et sociale.
Peut-être le pouvoir pourra-t-il « récupérer » ces événéments, mais je suis persuadé qu’il n’est pas derrière tout ça, et qu’il est conscient des risques qu’il y a à jouer avec le feu. L’autre hypothèse est que, sous pression de la communauté internationale, le Premier ministre serait sur le point d’accepter le compromis dans le conflit sans issue avec la Grèce concernant le nom de notre pays. C’est pourquoi, dans des conditions de troubles et d’insécurité, l’opinion publique pourrait accepter plus facilement le compromis. Ce scénario ne tient pas davantage la route. Je suis convaincu que le Premier ministre continue à jouer à celui qui a envie de trouver un compromis et une solution afin que les Européens crédules le croient. Et toujours, juste au moment où il faudra dévoiler la solution, une nouvelle complication apparaitra ! En tout cas, c’est c’est que pense Bruxelles de notre caste dirigeante...
Quel sens peut donc avoir l’émergence de la violence urbaine ? Une violence de ce type se manifeste dans toutes les grandes villes du monde. Les villes sont devenues le théâtre de violences alarmantes avec des zones particulièrement dangereuses. Le risque est grand si vous êtes blanc dans le Bronx ou à Harlem, à New York, à Saint-Denis ou à Bobigny, dans les favelas à Rio de Janeiro, à Mexico City où tous les bidonvilles sont en état de guerre. De même, il devient dangereux d’être Macédonien à Čair ou à Tetovo, ou bien Albanais à Gjorce Petrov ou à Kisela Voda... La police et les institutions ne sont plus capables de stopper la violence.
[1] L’auteur est professeur d’université et membre du Parti libéral démocrate.
[2] Martin Neskovski, assassiné par un membre des unités spéciales de la police en plein centre de Skopje, le soir des élections du 5 juin 2011. Lire notre article Macédoine : l’heure de la révolte civique après le meurtre du jeune Martin Neskoski.
[3] Deux jeunes Albanais, abattus par un policier à Gostivar le 28 février 2012. Lire notre article « Macédoine : flambée de violence à Gostivar ».
Macédoine : malaise social, violences urbaines et populisme ethnique
Par Nano Ruzin [1]
La violence urbaine que nous connaissons ces dernières semaines, et qui se propage comme une épidémie, est un phénomène nouveau dans les relations inter-ethniques en République de Macédoine. Comment la comprendre ? Les appels au calme suffiront-ils pour sortir de la crise ?
La situation actuelle ne fait pas de doute : nous vivons une importante crise économique, sociale, financière, culturelle et identitaire, qui touche aussi bien les Macédoniens que les Albanais. Beaucoup considèrent que ces violences sont semblables à celles de 2001. Cependant, il existe de grosses différences entre les incidents récents et ceux de cette période. Il y a onze ans, le mécontentement se manifestait avant tout dans les milieux ruraux, et les rebelles exprimaient clairement des revendications politiques. Aujourd’hui, nous avons affaire à des combats urbains, à une guérilla urbaine sans nom, qui se mène dans les centres de Skopje, Tetovo, Gostivar… Les camps rivaux n’ont ni revendications ni objectifs clairs. Le seul but est d’insulter et de battre le jeune de l’autre groupe ethnique.
La ville est le centre du pouvoir. La ville est la personnification du pouvoir et de la gouvernance, du crime, des bons et des mauvais garçons, du béton et de l’asphalte, du transport, de la forte concentration et de l’explosion démographique de la population, des rassemblements de masse… Dans les limites de l’aire citadine, vivent divers segments de la population, avec des origines ethniques, culturelles, religieuses et sociales différentes. Ils sont complémentaires ou rivaux, voire neutres et indifférents...
Dans ce contexte tendu, chaque politicien moderne, conscient de la sensibilité des rapports inter-ethniques liés aux défis urbains, doit être rationnel et éviter le populisme, l’euphorie patriotique appelée nationalisme. Il ne doit pas chercher à imposer son ethnie au détriment des autres, même à travers des manifestations sportives, culturelles ou autres.
Platon avait une maxime concernant l’état d’une société : « Celui qui gouverne doit aussi nourrir ». Dans une démocratie parlementaire, le Premier ministre est l’homme le plus puissant, puisqu’il possède le pouvoir exécutif. C’est le « père de la nation ». Machiavel dirait « la personne la plus responsable de l’État dans une royauté est le souverain ». Il gouverne le navire, il est de sa responsabilité que le peuple soit rassasié, heureux et en sécurité.
Son rôle n’est pas seulement d’être fier de son propre pouvoir, mais de faire aux inconvénients, aux moments difficiles, de prendre des risques et de se battre pour les intérêts de son pays, même si le prix à payer doit être la perte de ce pouvoir. D’un point de vue étique et déontologique, il ne doit pas s’autoriser à accueillir les critiques de l’opposition avec des réflexions du type : « vous aussi, vous faisiez pareil quand vous étiez au pouvoir » !...
Que peut-on reprocher à nos dirigeants ? Quand ils se complaisaient dans l’euphorie nationaliste des sportifs, qu’ils se masquaient narcissiquement dans les maillots de l’équipe nationale ils renforçaient leur cote auprès de l’opinion publique. C’était une fierté d’être un Macédonien, un pur Macédonien. Nous avons laissé nos concitoyens Albanais nous regarder nous réjouir égoïstement, sans leur tendre la main pour partager notre joie. Au contraire, on scandait des slogans contre les « Shiptars » et les autres « non-macédoniens », en leur faisant comprendre qu’ils n’étaient pas invités à la fête...
« Le patriotisme est le fait d’aimer les autres, et non pas de magnifier sa nation. Le nationalisme est le fait de se méfier des autres », déclarait il y a plus d’un siècle le socialiste français Jean Jaurès. C’est pourquoi nous tenons à signaler au Premier ministre Gruevski qu’il est très dangereux de faire des châteaux de sable, de croire à leur solidité, et d’obliger les autres à y croire tout aussi aveuglément.
Une jeunesse exclue et frustrée
Réjouissons-nous que les armes n’aient pas encore fait entendre leur voix, mais j’ai bien peur que cela finisse par se produire. Les jeunes sont, par définition, des rebelles. Les jeunes ont provoqué « les révolutions de jasmin » dans les pays arabes. Les « Indignés » ont pris possession des places à Londres, Paris, Madrid et Athènes. À Skopje et Gostivar, on a défilé contre les « mystères de la police » après les meurtres de Martin [2], de Besnik et d’Imran [3].
En Macédoine, la plupart des jeunes vivent dans la misère et sont lassés de traîner dans les rues et les cafés. Ils cherchent désespérément du travail et rêvent d’un monde meilleur, même si celui-ci se trouve à l’extérieur des frontières. Un tiers des chômeurs sont des jeunes de 18 à 27 ans. Certains d’entre eux sont menacés par les maladies urbaines : les humiliations, la dépression, la grisaille, l’exclusion sociale et les conflits. Ils vivent dans la promiscuité et sont éloignés des centres du pouvoir qui décident de qui sera exclu ou pourra trouver un emploi. Ils ont bien des raisons d’être insatisfaits de la vie. Les frustrations nationalistes qu’ils ressentent par rapport à l’autre ethnie se transforment souvent en salve d’émotions, en chauvinisme et en xénophobie. En Europe, le patriotisme à forte dose est une dangereuse drogue dure, pour sa propre ethnie comme pour les autres.
Le deuxième niveau de notre inquiétude tient à la dégradation du cadre des accords d’Ohrid. Après la célébration du dixième de cet important événement, certains de nos concitoyens parlent encore avec respect de « l’esprit » de l’accord d’Ohrid. Or, ces accords auraient dû provoquer une logique d’intégration entre des communautés ethniques segmentées.
Détournement des accords d’Ohrid
Bien loin de cela, le contrat social entre les communautés, sous l’influence de la coalition gouvernementale, est en train de se transformer en un simple partage des postes, des privilèges et des gros lots diplomatiques (lire notre article « Minorités en Macédoine : pour avoir un emploi public, il faut la carte du parti »). Le BDI, membre albanais de la coalition, au lieu de se comporter comme un partenaire sérieux, a cédé au chantage, et il ressemble aujourd’hui à un groupe de lobbyistes défendant ses intérêts dans un appel d’offres. Il est évident que le BDI aurait besoin d’un nouveau souffle...
Le troisième niveau d’interprétation de cette violence urbaine est plus proche de la théorie du complot, avec plusieurs sous-catégories. L’une d’entre elles consiste à dire que ces violences urbaines ont été utilisées par la coalition au pouvoir, afin de détourner l’attention de l’opinion publique de la crise économique et sociale.
Peut-être le pouvoir pourra-t-il « récupérer » ces événéments, mais je suis persuadé qu’il n’est pas derrière tout ça, et qu’il est conscient des risques qu’il y a à jouer avec le feu. L’autre hypothèse est que, sous pression de la communauté internationale, le Premier ministre serait sur le point d’accepter le compromis dans le conflit sans issue avec la Grèce concernant le nom de notre pays. C’est pourquoi, dans des conditions de troubles et d’insécurité, l’opinion publique pourrait accepter plus facilement le compromis. Ce scénario ne tient pas davantage la route. Je suis convaincu que le Premier ministre continue à jouer à celui qui a envie de trouver un compromis et une solution afin que les Européens crédules le croient. Et toujours, juste au moment où il faudra dévoiler la solution, une nouvelle complication apparaitra ! En tout cas, c’est c’est que pense Bruxelles de notre caste dirigeante...
Quel sens peut donc avoir l’émergence de la violence urbaine ? Une violence de ce type se manifeste dans toutes les grandes villes du monde. Les villes sont devenues le théâtre de violences alarmantes avec des zones particulièrement dangereuses. Le risque est grand si vous êtes blanc dans le Bronx ou à Harlem, à New York, à Saint-Denis ou à Bobigny, dans les favelas à Rio de Janeiro, à Mexico City où tous les bidonvilles sont en état de guerre. De même, il devient dangereux d’être Macédonien à Čair ou à Tetovo, ou bien Albanais à Gjorce Petrov ou à Kisela Voda... La police et les institutions ne sont plus capables de stopper la violence.
[1] L’auteur est professeur d’université et membre du Parti libéral démocrate.
[2] Martin Neskovski, assassiné par un membre des unités spéciales de la police en plein centre de Skopje, le soir des élections du 5 juin 2011. Lire notre article Macédoine : l’heure de la révolte civique après le meurtre du jeune Martin Neskoski.
[3] Deux jeunes Albanais, abattus par un policier à Gostivar le 28 février 2012. Lire notre article « Macédoine : flambée de violence à Gostivar ».
venerdì 17 febbraio 2012
MACEDONIA: SI RACCENDONO LE TENSIONI ETNICO-RELIGIOSE
A metà dello scorso gennaio alcune maschere giudicate offensive dell'Islam esibite al carnevale di Vevcani, il più famoso della Macedonia, hanno riacceso le tensioni etniche e religiose. Eventi che, a dieci anni dal conflitto e dagli accordi che hanno posto fine agli scontri armati, rivelano le fragilità del Paese, la debolezza delle sue istituzioni e le difficoltà della convivenza tra la maggioranza slava e la consistente minoranza albanese. Ne abbiamo parlato anche noi con la corrispondenza di Artur Nura nella puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 9 febbraio a Radio Radicale.
Qui di seguito riporto l'articolo di Risto Karajkov pubblicato il 16 febbraio sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Macedonia: si infiamma la violenza religiosa
di Risto Karajkov
A metà gennaio, in una replica locale del noto caso delle caricature di Maometto pubblicate nel 2005 da un quotidiano danese, il sentimento religioso ha generato episodi di violenza in occasione del carnevale di Vevcani, probabilmente il più noto del Paese. La comunità musulmana macedone (in gran parte composta da albanesi, ma anche da turchi e macedoni etnici) si è infatti ritenuta profondamente offesa da una maschera che a suo avviso prendeva in giro i rituali della preghiera islamica. Nelle proteste organizzate dalla comunità islamica di Struga (città nel sud-ovest della Macedonia), diverse migliaia di persone hanno manifestato marciando attraverso il centro della città, inneggiando ad Allah e gridando slogan come "a fuoco Vevcani" e "morte ai cristiani".
Durante la protesta, la bandiera nazionale macedone è stata strappata dal palazzo municipale e sostituita con la bandiera verde dell'Islam. In altri incidenti legati alle proteste, un autobus è stato preso a sassate e molte altre bandiere macedoni sono state strappate dagli edifici istituzionali, alcune bruciate.
Gli incidenti sono proseguiti nei giorni seguenti, con la distruzione di una croce di legno di una chiesa di paese e di molte finestre di un centro medico locale. A fine gennaio, la chiesa del villaggio di Labunista è stata data alle fiamme, anche se l'edificio è stato salvato dal tempestivo intervento della gente del posto.
Scaricabarile
"Tutta colpa del carnevale di Vevcani" ha dichiarato Ramiz Merko, sindaco del comune di Struga (che comprende diversi villaggi, tra cui Labunista), infiammando ulteriormente gli spiriti. Merko ha chiamato a scusarsi il suo omologo, il sindaco di Vevcani. Quest'ultimo, fedele alla tradizione politica macedone per cui nessun funzionario si sente mai responsabile di alcunché, ha pubblicamente rifiutato di farlo, con argomenti che andavano da "il comune non è l'organizzatore" (quindi non ha nulla di che rispondere) alla ben nota libertà di espressione e così via.
Toni lievemente concilianti sono arrivati dai partecipanti al carnevale, alcuni dei quali si sono scusati sostenendo che non volevano offendere nessuno. Con la tensione già alta, tuttavia, questo non è stato sufficiente. Le prime pagine dei quotidiani lanciavano avvertimenti contro la minaccia del fondamentalismo islamico; i soliti teorici della cospirazione ricordavano che nulla è ciò che sembra; gli editorialisti dibattevano su chi aveva cominciato. Su Facebook esplodeva la violenza verbale, in gran parte ad opera di giovani. I politici si accusavano a vicenda di sfruttare la vicenda per ottenere facili consensi.
Nikola Gruevski, primo ministro e leader del partito di destra VMRO DPMNE, ha accusato l'opposizione (SDSM) e il suo leader Branko Crvenkovski di essere dietro le proteste. Crvenkovski ha a sua volta biasimato la coalizione di governo guidata dal VMRO e dal partner albanese dell'Unione Democratica per l'Integrazione (DUI) per l'aumento delle tensioni etniche.
Ritorno alla calma
Dopo la sfuriata iniziale, la situazione ha cominciato a calmarsi. La leadership della comunità islamica in Macedonia ha invitato i credenti a non lasciarsi fuorviare dalle provocazioni. Ermira Mehmeti (DUI) ha ragionevolmente invitato a non dibattere oltre su chi avesse appiccato il fuoco (gli analisti di destra macedoni avevano sostenuto che la maschera fosse stata una risposta a precedenti provocazioni albanesi, come la bandiera macedone recentemente bruciata durante alcune partite di calcio), ma su come spegnerlo.
Il Comitato parlamentare per i rapporti interni alla comunità (CRI) ha tenuto una sessione agli inizi di febbraio e tutti hanno invitato alla tolleranza, anche se governo e opposizione hanno continuato con le accuse reciproche senza riuscire a giungere a conclusioni comuni, dato che il Partito Democratico degli Albanesi ha rifiutato di votare.
A fine gennaio, in risposta agli eventi, l'Alto Commissario OSCE per le minoranze nazionali Knut Vollebaek è arrivato in Macedonia per una serie di incontri con la leadership politica del Paese. Il 9 febbraio, in un discorso ai membri del CRI, ha ricordato che "non manca molto perché la situazione degeneri e vada fuori controllo" e ha chiesto una risposta adeguata agli eventi recenti. L'OSCE ha riproposto il suo progetto di istruzione integrata, naufragato nel 2010 a causa dell'opposizione della comunità albanese. Il progetto prevedeva anche che i bambini albanesi studiassero il macedone dalla prima elementare, idea respinta dalla maggior parte dei genitori albanesi.
Il difficile esercizio della tolleranza
Non c'è dubbio che i politici abbiano sfruttato gli eventi per guadagnare consenso. È loro abitudine. Ma finché cercano consensi smorzando il clima di violenza, non è un problema. Le preoccupazioni sorgono quando cercano consensi incitando all'odio.
Stavolta, però, non sono stati i politici a creare la tensione, ma stupide, insensibili maschere di carnevale. Come al solito, nessuna cospirazione: solo irresponsabilità. Chi ha creato quelle maschere avrebbe dovuto pensarci due volte. La libertà di espressione è una bella cosa, ma non assolve da ogni responsabilità. Diversi mesi fa, alcuni giovani albanesi sono stati arrestati per aver dipinto un graffito sulla Grande Albania su un muro a Tetovo. Sono stati rilasciati, ma dovranno difendersi in tribunale dalle accuse di incitamento all'odio etnico e religioso. È ragionevole pensare che siano colpevoli come i creatori delle maschere di Vevcani, che però non hanno subito alcun provvedimento.
Durante il recente campionato europeo di pallamano a Niš, Serbia, la scritta sul muro "la Macedonia è terra serba" ha guadagnato le prime pagine dei giornali di Skopje. Tutti si sentivano offesi. Ma i tifosi macedoni cantano il loro inno nazionalista dicendo che "la terra intorno a Salonicco sarà nostra", e nessuno a Skopje si ferma a pensare “un attimo, questo potrebbe essere offensivo per qualcuno”. Spesso, l'odio viene da noi stessi, da dentro di noi. Dobbiamo continuare a ricordare a noi stessi che la responsabilità individuale è un valore fondamentale in una democrazia.
Qui di seguito riporto l'articolo di Risto Karajkov pubblicato il 16 febbraio sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Macedonia: si infiamma la violenza religiosa
di Risto Karajkov
A metà gennaio, in una replica locale del noto caso delle caricature di Maometto pubblicate nel 2005 da un quotidiano danese, il sentimento religioso ha generato episodi di violenza in occasione del carnevale di Vevcani, probabilmente il più noto del Paese. La comunità musulmana macedone (in gran parte composta da albanesi, ma anche da turchi e macedoni etnici) si è infatti ritenuta profondamente offesa da una maschera che a suo avviso prendeva in giro i rituali della preghiera islamica. Nelle proteste organizzate dalla comunità islamica di Struga (città nel sud-ovest della Macedonia), diverse migliaia di persone hanno manifestato marciando attraverso il centro della città, inneggiando ad Allah e gridando slogan come "a fuoco Vevcani" e "morte ai cristiani".
Durante la protesta, la bandiera nazionale macedone è stata strappata dal palazzo municipale e sostituita con la bandiera verde dell'Islam. In altri incidenti legati alle proteste, un autobus è stato preso a sassate e molte altre bandiere macedoni sono state strappate dagli edifici istituzionali, alcune bruciate.
Gli incidenti sono proseguiti nei giorni seguenti, con la distruzione di una croce di legno di una chiesa di paese e di molte finestre di un centro medico locale. A fine gennaio, la chiesa del villaggio di Labunista è stata data alle fiamme, anche se l'edificio è stato salvato dal tempestivo intervento della gente del posto.
Scaricabarile
"Tutta colpa del carnevale di Vevcani" ha dichiarato Ramiz Merko, sindaco del comune di Struga (che comprende diversi villaggi, tra cui Labunista), infiammando ulteriormente gli spiriti. Merko ha chiamato a scusarsi il suo omologo, il sindaco di Vevcani. Quest'ultimo, fedele alla tradizione politica macedone per cui nessun funzionario si sente mai responsabile di alcunché, ha pubblicamente rifiutato di farlo, con argomenti che andavano da "il comune non è l'organizzatore" (quindi non ha nulla di che rispondere) alla ben nota libertà di espressione e così via.
Toni lievemente concilianti sono arrivati dai partecipanti al carnevale, alcuni dei quali si sono scusati sostenendo che non volevano offendere nessuno. Con la tensione già alta, tuttavia, questo non è stato sufficiente. Le prime pagine dei quotidiani lanciavano avvertimenti contro la minaccia del fondamentalismo islamico; i soliti teorici della cospirazione ricordavano che nulla è ciò che sembra; gli editorialisti dibattevano su chi aveva cominciato. Su Facebook esplodeva la violenza verbale, in gran parte ad opera di giovani. I politici si accusavano a vicenda di sfruttare la vicenda per ottenere facili consensi.
Nikola Gruevski, primo ministro e leader del partito di destra VMRO DPMNE, ha accusato l'opposizione (SDSM) e il suo leader Branko Crvenkovski di essere dietro le proteste. Crvenkovski ha a sua volta biasimato la coalizione di governo guidata dal VMRO e dal partner albanese dell'Unione Democratica per l'Integrazione (DUI) per l'aumento delle tensioni etniche.
Ritorno alla calma
Dopo la sfuriata iniziale, la situazione ha cominciato a calmarsi. La leadership della comunità islamica in Macedonia ha invitato i credenti a non lasciarsi fuorviare dalle provocazioni. Ermira Mehmeti (DUI) ha ragionevolmente invitato a non dibattere oltre su chi avesse appiccato il fuoco (gli analisti di destra macedoni avevano sostenuto che la maschera fosse stata una risposta a precedenti provocazioni albanesi, come la bandiera macedone recentemente bruciata durante alcune partite di calcio), ma su come spegnerlo.
Il Comitato parlamentare per i rapporti interni alla comunità (CRI) ha tenuto una sessione agli inizi di febbraio e tutti hanno invitato alla tolleranza, anche se governo e opposizione hanno continuato con le accuse reciproche senza riuscire a giungere a conclusioni comuni, dato che il Partito Democratico degli Albanesi ha rifiutato di votare.
A fine gennaio, in risposta agli eventi, l'Alto Commissario OSCE per le minoranze nazionali Knut Vollebaek è arrivato in Macedonia per una serie di incontri con la leadership politica del Paese. Il 9 febbraio, in un discorso ai membri del CRI, ha ricordato che "non manca molto perché la situazione degeneri e vada fuori controllo" e ha chiesto una risposta adeguata agli eventi recenti. L'OSCE ha riproposto il suo progetto di istruzione integrata, naufragato nel 2010 a causa dell'opposizione della comunità albanese. Il progetto prevedeva anche che i bambini albanesi studiassero il macedone dalla prima elementare, idea respinta dalla maggior parte dei genitori albanesi.
Il difficile esercizio della tolleranza
Non c'è dubbio che i politici abbiano sfruttato gli eventi per guadagnare consenso. È loro abitudine. Ma finché cercano consensi smorzando il clima di violenza, non è un problema. Le preoccupazioni sorgono quando cercano consensi incitando all'odio.
Stavolta, però, non sono stati i politici a creare la tensione, ma stupide, insensibili maschere di carnevale. Come al solito, nessuna cospirazione: solo irresponsabilità. Chi ha creato quelle maschere avrebbe dovuto pensarci due volte. La libertà di espressione è una bella cosa, ma non assolve da ogni responsabilità. Diversi mesi fa, alcuni giovani albanesi sono stati arrestati per aver dipinto un graffito sulla Grande Albania su un muro a Tetovo. Sono stati rilasciati, ma dovranno difendersi in tribunale dalle accuse di incitamento all'odio etnico e religioso. È ragionevole pensare che siano colpevoli come i creatori delle maschere di Vevcani, che però non hanno subito alcun provvedimento.
Durante il recente campionato europeo di pallamano a Niš, Serbia, la scritta sul muro "la Macedonia è terra serba" ha guadagnato le prime pagine dei giornali di Skopje. Tutti si sentivano offesi. Ma i tifosi macedoni cantano il loro inno nazionalista dicendo che "la terra intorno a Salonicco sarà nostra", e nessuno a Skopje si ferma a pensare “un attimo, questo potrebbe essere offensivo per qualcuno”. Spesso, l'odio viene da noi stessi, da dentro di noi. Dobbiamo continuare a ricordare a noi stessi che la responsabilità individuale è un valore fondamentale in una democrazia.
Iscriviti a:
Post (Atom)






