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giovedì 20 febbraio 2014

BOSNIA: UNA CRISI SENZA VIA D’USCITA?

Gli inviati di UE e USA a Sarajevo cercano di far ripartire il processo di integrazione europea

Di Marina Szikora
Le proteste in Bosnia-Erzegovina proseguono, anche se in modo molto meno chiassoso. La settimana scorsa, intellettuali e attivisti di diversi Paesi hanno mandato una lettera aperta di sostegno alle richieste dei cittadini che stanno protestando. Si tratta di scrittori, docenti universitari, economisti, filosofi e attivisti sia di paesi dell’Ue che dell’Europa sudorientale ma anche dell’oltre oceano. L’appello e’ stato pubblicato in contemporanea sul “New York Times”, sul britannico “Guardian”, sul webmagazine croato “Tportal”e, in Italia, sul “Manifesto”. A differenza di questo sostegno ai manifestanti della Federacija (l'entità croato-bosgnacca), nella Republika Srpska, l’entita’ a maggioranza serba, vi sono state delle “contro-manifestazioni” a sostegno del governo. A Bijeljina i manifestanti hanno perfino inneggiato all’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladić, attualemente sotto processo all’Aja in quanto uno dei principali criminali di guerra degli anni novanta. Secondo il presidente della RS, Milorad Dodik, le proteste sono un fenomeno dei musulmani bosniaci il cui vero obiettivo e’ quello di destabilizzare la RS. Questa tesi per molti nell’entita’ a maggioranza serba trova terra fertile e nonostante la poverta’ prevale ancora l’orgoglio nazionale. Mancare a questo sentimento significa essere considerati dei traditori, ma in realta’ i sintomi della crisi economica sono piu’ che presenti anche nella RS e altrettanto evidente sono la svendita del patrimonio pubblico e la disoccupazione.

A Sarajevo, intanto, sono quasi quotidiane le riunioni del ‘plenum dei cittadini’ nelle quali si cerca di articolare le richieste dei manifestanti, ma esse per ora sono sostanzialmente richieste di dimissioni delle autorità e di istituzione di nuovi governi cantonali formati da tecnici. Parallelamente la polizia della Federacija continua ad indagare sull'origine delle violenze di piazza giudicate del tutto ben organizzate. Secondo il capo della polizia della Federazione di Bosnia-Erzegovina, Dragan Lukač, e’ certo che tra la moltitudine di persone che hanno preso parte alle proteste ci fossero in maggioranza quelli che sono insoddisfatti della loro condizione economica, ma non sono loro, afferma Lukač, ad aver commesso reati. “Si tratta di una struttura del tutto diversa che e’ stata inserita tra la massa dei manifestanti, non per manifestare bensi’ con un obiettivo ben preciso di provocare incidenti”, ha precisato il capo della polizia bosniaca.

In missione ufficiale questa settimana in Bosnia-Erzegovina si e’ recato anche il commissario europeo all’Allargamento e alla politica di vicinato, Stefan Fuele. Al centro dei suoi incontri con i vertici del Paese ci sono le proteste e gli episodi di violenze, ma anche il problema che maggiormente sta al cuore a Bruxelles e la cui mancata soluzione ha del tutto bloccato il processo di integrazioni della Bosnia Erzegovina. Si tratta della ricerca di una soluzione che permetta l’allineamento del Paese alla sentenza Sejdić-Finci della Corte europea dei diritti umani. Come ribadito da Fuele, cio’ eliminera’ la discriminazione e significhera’ che la Bosnia-Erzegovina rispetta i suoi impegni. Con questo si potra’ procedure all’entrata in vigore dell’Accordo di stabilizzazione e associazione e alla finalizzazione del meccanismo di coordinamento per le questioni europee. Tutto cio’ portera’ alle circostanze di poter presentare una candidatura credibile per l’adesione all’Ue, ha sottolineato Fuele.

Va detto che questa volta, la missione in Bosnia-Erzegovina non e’ stata soltanto quella dell’UE ma affiancata anche dalla rappresentanza americana. Infatti, agli incontri con i leader dei partiti politici della Bosnia-Erzegovina oltre al commissario europeo Fuele vi ha partecipato anche il sottosegretario americano per le questioni europee ed euroasiatiche, Hoyt Brian Yee. Il diplomatico americano ha in precedenza incontrato separatamente i tre membri della presidenza tripartita bosniaca. Gli interlocutori hanno concordato che e’ legittima l’insoddisfazione dei cittadini a causa della grave situazione socio-economica nonche’ della lentezza del sistema giudiziario quando si tratta di processi relativi alla criminalita’ economica e alla corruzione, e’ stato comunicato dall’Ufficio dell’attuale presidente a rotazione Željko Komšić. Il rappresentante americano ha sottolineato che il suo Paese appoggia il diritto dei cittadini ad esprimere le loro frustrazioni ed aspettative, ma al tempo stesso condannano ogni tipo di violenze. Ha aggiunto che gli Stati Uniti nonche’ l’intera comunita’ internazionale riterranno responsabili quei leader politici i quali tenteranno di utilizzare le proteste dei cittadini per promuovere interessi personali e per sollecitare le tensioni etniche.

Quello piu’ importante pero’, la riunione maratona durata quasi dieci ore in cui hanno partecipato i presidenti dei maggiori partiti politici, Zlatko Lagumdžija, Milorad Dodik, Fahrudin Radončić, Mladen Bosić, Bakir Izetbegović, Dragan Čović e Martin Raguž con Fuele e Hoyt Brian Yee si e’ conclusa senza successo e senza il raggiungimento della soluzione relativa al caso Sejdić Finci. Come spiegato da Fahrudin Radončić, un tale esito blocca seriamente la via europea della Bosnia-Erzegovina e i suoi cittadini questo non lo hanno meritato. Radončić e’ dell’opinione che ci sara’ ancora una occasione per risolvere una questione strategica cosi’ grande e che richiede da tutti grande tolleranza e compromesso. “Non abbiamo utilizzato l’enorme sforzo del commissario Fuele. Cruciale in tutto questo e’ stata la mancanza di volonta’ politica di tutti noi” ha precisato Martin Raguž, il rappresentante croato. Per precisare, la decisione della Corte europea con la sentenza Sejdić-Finci ha stabilito la necessita’ da parte della BiH di apportare modifiche alla propria Costituzione nel senso di una maggiore tutela dei diritti di rappresentanza politica delle minoranze ma anche dei popoli costituenti e soprattutto una modifica dell’attuale legge elettorale.

Il commissario europeo Štefan Fuele ha qualificato questa riunione come deludente e ha sottolineato che il suo impegno per risolvere la questione della sentenza della Corte europea per i diritti umani con questo si e’ conclusa. Adesso e’ giunto il momento che le istituzioni della Bosnia-Erzegovina si facciano carico di questa iniziativa. In questo momento, la Bosnia viola i suoi obblighi internazionali ed e’ vergognoso per i politici che il loro paese si trova in una tale situazione, ha detto Fuele. “Questo non e’ stato un mio fallimento! Questo e’ un fallimento dei politici bosniaci. Essi non sono riusciti ad utilizzare la capacita’ ed i servizi che l’UE ha messo a loro disposizione” ha sottolineato il commissario europeo all’Allargamento. Tuttavia, ha precisato Fuele, la fine del suo impegno non significa che le istituzioni dell’Ue hanno rinunciato ad occuparsi della Bosnia-Erzegovina e ha annunciato l’impegno del Consiglio europeo e del Consiglio per gli affari esteri dell’UE. Quanto alle proteste dei cittadini, Fuele ha rilevato che va bene che i cittadini bosniaci hanno preso dignitosamente l’iniziativa nelle loro mani facendo richieste ragionevoli al potere. Il sistema politico deve essere piu’ responsabile verso i cittadini e le loro richieste che riguardano le condizioni per un aumento di posti di lavoro e un sistema giudiziario piu’ efficace. “Mi appello ai politici di non ignorare la voce dei cittadini” ha concluso il rappresentante dell’UE.

Il testo è tratto dalla trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 20 febbraio a Radio Radicale.

giovedì 13 febbraio 2014

BOSNIA ERZEGOVINA: IL POPOLO CONTRO IL POTERE CORROTTO

Le proteste spontanee scoppiate in questi giorni - ma solo nella entità croato-bosgnacca - mettono in discussione l'assetto istituzionale e le divisioni frutto degli accordi di pace di Dayton e soprattutto una classe politica che quell'assetto e quelle divisioni hanno sfruttato per arricchirsi e costruire un sistema di potere corrotto e incapace di risolvere la crisi del Paese. 
Qui di seguito la corrispondenza di Marina Szikora per l'approfondimento per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 13 febbraio a Radio Radicale.

Sarajevo, febbraio 2014: "Vogliamo i nomi dei milardari"
L'attacco del popolo contro il potere corrotto, e' stato solo uno dei titoli dei quotidiani della Bosnia Erzegovina a seguito di quello che oramai da giorni e' la situazione interna. Quando nelle nostre trasmissioni abbiamo parlato di questo Paese, e' stato quasi sempre nel contesto dell'aggravante situazione politica, disaccordi tra i governativi ed in generale tra i politici locali la cui incapacita' e poca voglia di fare non hanno acconsentito la realizzazione delle indispensabili riforme a fin di condurre il Paese verso le integrazioni europee. Oggi la crisi politica si e' trasformata in una profonda crisi sociale, la catastrofica situazione economica ha portato decine di migliaia di gente in piazza. I manifestanti hanno incendiato palazzi istituzionali, edifici e automobili nelle principali citta' della BiH, a partire dalla capitale Sarajevo, poi Tuzla da dove le protesta sono iniziate, e poi ancora Zenica, Bihać, Mostar e diverse altre.

Il presidente del governo locale di Tuzla, Sead Čaušević in seguito agli eventi nella sua citta' ha subito presentato le dimissioni, di seguito ad oggi ancora tre premier locali si sono dimessi come anche il completo governo del cantone di Zenica e Doboj. A Sarajevo sono state oltre cento le persone ferite, incendiato anche il palazzo del governo di Sarajevo nonche' quello della presidenza tripartita della BiH. Sono state attaccate diverse truppe di giornalisti. Simili scenari si sono visti anche a Mostar, tra i diversi edifici incendiati vi e' stato anche quello in cui si trovano le matricole dei cittadini di Mostar. Distrutta inoltre la sede del governo locale di Zenica. La gente che ha deciso di scendere in piazza e partecipare alle manifestazioni sono tutte persone alle cui spalle c'e' un peso enorme dell'incertezza esistenziale, un anno intero senza stipendio e senza assicurazione sanitaria, addirittura 14 anni senza un solo giorno di contributi versati, oppure 15 anni con 25 euro al mese, queste solo alcune delle loro storie.

I tumulti sono iniziati a Tuzla dove a manifestare in prima fila ci sono stati operai di diverse aziende locali che oggi dopo sospette privatizzazioni sono sull'orlo del fallimento mentre a suo tempo, in passato si e' trattato di fabbriche prestigiose che davano lavoro a migliaia di persone. C'e' da dire che l'uomo che su Facebbock ha promosso l'iniziativa delle protesta, Aldin Širanović ha precisato che la sua intenzione non era quella di provocare disordini „bensi' un processo democratico garantito dalla Costituzione“... „Sono contrario agli incendiamenti. Mi dispiace che si e' arrivati a questo e che il potere non ha reagito in tempo“ ha detto Širanović  e ha aggiunto che quello che si chiede sono le dimissioni dell'attuale potere della Federazione e la formazione di un governo transitorio nominato dal popolo. L'attuale presidente a rotazione della Bosnia Erzegovina, Željko Komšić ha ammesso che la colpa e' del governo ma che dall'anarchia non arriva nulla di buono.

Tutto sommato, una situazione in tutta la Federazione BiH che non si e' vista sin dal dopoguerra. Il culmine delle frustrazioni e della rabbia dei manifestanti e' indirizzato contro le amministrazioni cantonali, contro le sospette privatizzazioni che hanno arricchito il potere ma messo in ginocchio i lavoratori ed il popolo, non si e' fatto nulla per risolvere i problemi esistenziali e slavare i posti di lavoro. La crisi sociale si sentiva nell'aria da tempo ed era anche annunciato che sarebbe esploso in una vera rivolta popolare in un Paese che dopo le ferite dell'atroce guerra degli anni novanta, del tutto devastato, non ha raggiunto nemmeno il livello di sviluppo che aveva prima della guerra.
Enver Kazaz, analista politico bosniaco, commentando la situazione nel Paese per il quotidiano di Sarajevo 'Dnevni avaz' ha valutato che tutti i governi cantonali dovrebbero presentare le dimissioni e che in BiH si dovrebbe indire le elezioni anticipate.

Qui non si tratta di rivoluzione sociale bensi' del fatto che dopo 20 anni nei cittadini e' esplosa una rabbia sociale accumulata ed e' moto difficile valutare in questo momento fino a dove essa puo' portare, e' dell'opinione questo analista politico. Aggiunge che lo stato e' in un caos totale, il sistema sta precipitando e c'e' da preoccuparsi che la violenza del sistema puo' causare ancora peggiori violenze. La partecipazione dei giovani in queste protesta, scondo il professore Kazaz parla anche di un altro fenomeno. Si tratta di generazioni che hanno perso completamente la speranza e il cui futuro praticamente e' stato preso dall'attuale potere.

Per il ministro della sicurezza, e presidente dell'Alleanza per un futuro migliore della Bosnia Erzegovina, Fahrudin Radončić „questo e' il risultato di 17 anni di un potere corotto, 17 anni di una privatizzazione distrutta, 17 anni di grandi imprese distrutte e divorate dagli oligarchi partitocratici e come conseguenza abbiamo un'immagine politica terribile e centinaia di migliaia di posti di lavoro persi e l'accumulazione dell'insoddisfazione popolare che prima o poi doveva succedere“. In una intervista televisiva il ministro Radočić ha precisato che qui si tratta di figli i cui genitori non hanno nemmeno per il pane, figli che per sette-otto anni attendono lavoro e che devono pagare il pizzo agli agenti statali per ottenere un posto di lavoro per se stessi e per i loro famigliari. Radončić ha rilevato che la BiH si trova al primo posto in Europa per quanto riguarda una corruzione sistematica, il 55 per cento della popolazione e' disoccupato e il 75 per cento dei figli, gente giovane ivi compresi anche quelli che sono scesi in piazza, non vedono una prospettiva di vita in BiH.

Le immagini che si sono potute vedere in questi giorni a molti hanno fatto ricordare quelle delle vicende tragiche di una guerra atroce e sanguinosa conclusasi con un accordo di pace che pero' non e' riuscito a portare il Paese sulla giusta via. E' stato istituito un sistema di potere altamente decentralizzato, dividendo la Bosnia in due entita' autonome riunite sotto un potere centrale molto debole. La Federazione di Bosnia Erzegovina, l'entita' bosgnacca e croata dove sono esplosi i disordini, e' divisa in 10 cantoni di cui ciascuno ha il suo premier e il gabinetto dei ministri. Un sistema estremamente costoso che alimenta i partiti politici di cui nessuno vuole rinunciare al potere. I bosgnacchi chiedono una maggiore centralizzazione, la linea dura dei croati insiste invece sulla formazione della terza entita', vale a dire quella croata, mentre nell'altra entita' a maggioranza serba, il lider dei serbi bosniaci, Milorad Dodik afferma che la BiH non ha nessun futuro. Da una parte quindi tutto concentrato sulla politica etnica, dall'altra parte una pessima situazione economica che ha condotto i cittadini sull'orlo dell'esistenza. In piu', il fallimento costante di formare una costituzione secondo la quale sarebbe possibile che le minoranze possano partecipare nelle alte posizioni delle istituzioni statali, quali la Presidenza, hanno bloccato il cammino della BiH verso le integrazioni europee.

Per la Croazia la Bosnia Erzegovina e' una questione europea che richiede soluzioni europee
Come segno di seria preoccupazione e per indicare quanto sia necessario dare una prospettiva europea al Paese in crisi, domenica scorsa a Mostar si e' recato il premier croato Zoran Milanović. Milanović ha sottolineato di essere venuto a dare sostegno per calmare la situazione nel paese e alzare le passioni verso un altro tema, quello del cammini europeo della BiH.“ Questo forse non sarebbe accaduto se l'Ue avesse una politica piu' chiara e consistente quando si tratta della Bosnia Erzegovina“, ha detto Milanović a Mostar, l'unica zona mista, sede di due nazionalita', quella croata e quella bosgnacca altrettanto colpita dagli incidenti e disordini. Milanović ha aggiunto che questo Paese non ha possibilita' se non inizia un processo veloce di adattamento agli standard europei e ha annunciato il suo impegno per un piu' accelerato avvicinamento del Paese all'Ue.

martedì 11 febbraio 2014

LA CRISI DEL SISTEMA BOSNIA

Scende il livello della protesta in Bosnia dopo i tre giorni di violente manifestazioni dello scorso fine settimana. Ma la tensione resta elevata perché le richieste dei dimostranti rimangono tutte lì, pronte a far da combustibile al malcontento. Forse si è parlato un po' troppo presto di “primavera bosniaca”, ma i movimenti nel paese e nella regione potrebbero anche trovare un minimo comun denominatore su cui costruire un fronte comune. Sui muri di Tuzla i dimostranti hanno scritto: “Morte al nazionalismo”. Solidarietà è arrivata loro anche da Belgrado. Forse, per la prima volta, si profila un possibile superamento delle divisioni etniche e nazionaliste che le classi politiche oggi sotto accusa hanno sfruttato per ingabbiare la società e guadagnare consenso. Un consenso ormai in caduta libera. E mentre spunta l'ipotesi dell'invio di nuovi rinforzi militari internazionali, l'Europa si trova di fronte alla crisi del sistema bosniaco costruito sugli accordi di pace di Dayton: una crisi non solo economica, ma, appunto, di sistema.

Qui di seguito l'articolo di Andrea Rossini pubblicato oggi su Osservatorio Balcani e Caucaso.

Bosnia Erzegovina, il giorno dopo
Andrea Rossini – Osservatorio Balcani e Caucaso, 11 febbraio 2014

In Bosnia Erzegovina (BiH) le mobilitazioni sono continuate in tutto il fine settimana e nella giornata di ieri, nonostante le dimissioni dei primi ministri dei cantoni di Tuzla, Sarajevo, Mostar e Bihać, del responsabile della sicurezza nella capitale, Himzo Selimović, e il rilascio della maggior parte dei dimostranti arrestati nei giorni scorsi. La rivolta innescata dai lavoratori di alcune fabbriche privatizzate di Tuzla, che venerdì è culminata in una giornata di scontri con la polizia e nella distruzione di edifici governativi in alcune delle maggiori città del paese, si è però trasformata nei giorni scorsi in una serie di sit-in e di presìdi pacifici di fronte alle principali sedi delle istituzioni. L'atmosfera sembra essere quella di una calma densa di aspettative. Nessuno azzarda previsioni su quali sviluppi potrebbe avere l'esplosione di rabbia manifestatasi la scorsa settimana.
Le proteste, con la parziale eccezione di Tuzla, appaiono ancora disorganizzate o organizzate in maniera del tutto informale, tramite i social media o il passaparola. Le mobilitazioni principali continuano a riguardare le città della Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità in cui è diviso il paese, e non la Republika Srpska. Le richieste dei dimostranti, nonostante alcune differenze legate alle situazioni locali, sono quelle di un ricambio della classe politica (dimissioni), costituzione di un governo tecnico, e rilascio degli arrestati. Il manifesto degli operai e cittadini del cantone di Tuzla chiede ai dimostranti di non abbandonare le strade ma di mantenere l'ordine pubblico, collaborando con polizia e protezione civile (la polizia a Tuzla in alcuni casi si è schierata con i dimostranti), di annullare i contratti di privatizzazione delle 5 ditte la cui situazione ha dato origine alle proteste (Dita, Polihem, Poliolhem, Gumara e Konjuh) e di “restituire le fabbriche ai lavoratori riavviando la produzione dove possibile”.

Mondo hooligan
Il presidente della Federazione di Bosnia Erzergovina, Živko Budimir, ha detto che “i politici hanno inteso la voce della gente forte e chiaro”, ma ha respinto la richiesta di dimettersi e dichiarato che la violenza deve cessare. Sulla stessa linea le dichiarazioni di Bakir Izetbegović, uno dei tre presidenti della BiH, e di Zlatko Lagumdžija, ministro degli Esteri. Secondo quest'ultimo, leader del Partito socialdemocratico, “il comprensibile malessere della popolazione è stato manipolato da gruppi che hanno l'obiettivo di distruggere [il paese].”
La maggior parte della classe politica sembra in generale concorde nell'indicare gruppi di hooligan come responsabili di quanto avvenuto nei giorni scorsi e nel tentare di unire la popolazione nella condanna della violenza, e quindi delle proteste. Alcuni hanno persino paragonato i manifestanti di venerdì a Sarajevo con gli aggressori della città negli anni della guerra. La distruzione dell'archivio storico conservato nell'edificio della Presidenza, in particolare, raggiunto dalle fiamme durante gli incidenti di venerdì, ha creato sgomento in una città che ha subito la distruzione della Biblioteca durante la guerra degli anni '90. In una situazione ancora torbida, segnata dalla frenetica ricerca di un capro espiatorio, sui social media si è però affacciata la notizia secondo cui in realtà l'archivio sarebbe intatto. Lo sostengono diversi rappresentanti della società civile sarajevese tra cui Damir Imamović, amatissimo interprete di sevdah, e la regista Jasmila Žbanić, che hanno riportato le dichiarazioni dei lavoratori dell'archivio che contrastano con la versione ufficiale.
Aldin Arnautović, sul portale di informazione BIRN, ha messo in rilievo come il paragone con gli anni '90 equivalga di fatto a preparare il terreno per il linciaggio dei dimostranti. Allo stesso modo ha commentato su Radio Sarajevo anche Mile Stoijć, noto giornalista locale, sostenendo che “gli hooligan si trovano nelle strutture del potere”, mentre coloro che hanno partecipato agli scontri rappresentano la generazione “di quelli che sono nati durante la guerra, in povertà e senza speranza, cresciuti in un ambiente sciovinista, di odio, xenofobia e di miseria materiale e spirituale, e che oggi cercano di portare l’attenzione sulla propria esistenza in questo modo, perché non hanno altri mezzi.”

La regione
Le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina Valentin Inzko, secondo cui “se la situazione peggiorasse dovremmo ricorrere all'invio di truppe dell'Unione europea”, non hanno certamente contribuito a disinnescare la tensione. Anche perché il quadro regionale è – se possibile – ancora più torbido di quello interno.
Domenica il vice premier serbo, Aleksandar Vučić, si è incontrato con i leader serbo bosniaci Milorad Dodik e Mladen Bosić, per discutere gli sviluppi della crisi in Bosnia Erzegovina. Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska (RS), l'entità bosniaca a maggioranza serba, ha dichiarato che l'obiettivo delle proteste è “destabilizzare la RS per provocare l'intervento della comunità internazionale nelle vicende del paese”, e che “il caos nella Federazione […] mostra che la BiH non può sopravvivere alle sfide interne e che non funziona.”
Il primo ministro della Croazia, Zoran Milanović, si è invece recato a Mostar, dichiarando di voler “calmare la situazione”. La visita è stata criticata da Željko Komšić, uno dei tre presidenti della Bosnia Erzegovina, secondo cui il premier croato sarebbe dovuto andare a Sarajevo. Interrogato sul perché non si fosse recato nella capitale, Milanović ha risposto ai giornalisti che “Mostar è più vicina” alla Croazia.
Nella cittadina dell'Erzegovina oggi a maggioranza croata, le sirene della divisione etnica non sembrano per il momento attecchire. Nei giorni scorsi i dimostranti, oltre all'edificio del governo, hanno attaccato in maniera bipartisan sia la sede del partito croato HDZ che del bosniaco musulmano SDA. Un giovane mostarino, Teo Grančić, ha scritto un articolo che sta avendo molto successo in rete spiegando che le proteste di Mostar “non le hanno fatte i musulmani, né gli hooligan, né gli anarchici, né gente pagata per farlo. Le ha fatte il popolo.”

Morte al nazionalismo
Sui muri di Tuzla, nei primi giorni delle proteste, gli operai hanno scritto “Dimissioni! Morte al nazionalismo!” Per il momento, nessuno è riuscito a mettere il cappello etnico ai dimostranti. Al contrario, solidarietà ai manifestanti bosniaci è arrivata anche da Belgrado, dove ieri si è svolta una manifestazione cui hanno partecipato alcune centinaia di persone, convocate semplicemente su Facebook da un gruppo denominato “Sostegno dalla Serbia alla gente di Tuzla”. Nella convocazione si scrive che “la migliore solidarietà che possiamo mostrare è organizzarci anche noi contro il saccheggio delle risorse della gente che continua da ormai 20 anni, attraverso guerre e privatizzazioni.”
Il sindacato di polizia serbo ha preso sul serio l'iniziativa, dichiarando di temere che simili dimostrazioni possano verificarsi anche lì. “E' logico che uno scenario simile si possa verificare anche in Serbia, dove [come in BiH] c'è una massa di disoccupati, di occupati senza salario, la corruzione ad ogni livello e cittadini manipolati politicamente”, hanno scritto domenica i poliziotti in una dichiarazione riportata dal portale BIRN.

Crisi di sistema
Quella della Bosnia Erzegovina, però, non è solamente la versione balcanica della crisi che da anni stiamo vivendo in tutta Europa. Quella bosniaca è una crisi di sistema. Il sistema di Dayton, che è servito a fermare la guerra, non funziona più. Lo stesso Richard Holbrooke, suo artefice, nel primo decennale degli accordi confidò che non avrebbe mai pensato sarebbero durati così a lungo. Una costituzione che è in contrasto con la Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo, che antepone i diritti dei gruppi etnici a quelli dei singoli cittadini, non può funzionare per un paese europeo. Per questo lo stesso percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina è divenuto un labirinto.
L'Unione europea lo ha di fatto sospeso congelando 47 milioni di euro di fondi di pre adesione (IPA) nel 2013, e rimandando indefinitamente i preparativi per la concessione di un nuovo pacchetto di fondi. Le élite politiche bosniaco erzegovesi, tuttavia, non hanno alcun incentivo per cambiare un sistema che garantisce la loro sopravvivenza. Lo stesso meccanismo elettorale è articolato in modo da perpetuare la divisione ad ogni livello delle istituzioni. Nell'indifferenza europea e internazionale, ai bosniaci non resta che l'espressione dello sdegno, e della rabbia.
Lo scrittore di Sarajevo Aleksandar Hemon, da anni residente a Chicago, ha però messo in guardia sui rischi dell'attuale situazione. Intervenendo sul portale Radiosarajevo, ha scritto che “la rabbia è ormai in metastasi, ed è difficile pensare a come tutto questo si potrà riportare alla calma. In Bosnia Erzegovina non ci sono strutture per trasformare questa rabbia in forza politica o in una qualche forma positiva. Si diffonde come il fuoco nel bosco. Se cade una goccia di sangue, non c'è ritorno.”

lunedì 9 dicembre 2013

L'ABC DELLE PROTESTE IN UCRAINA

Qui di seguito riporto il “piccolo vocabolario” scritto da Matteo Tacconi per il quotidiano Europa che lo ha pubblicato lo scorso 4 dicembre. E' un testo sintetico e chiaro che aiuta a capire cosa sta succedendo a Kiev e nelle altre città ucraine, quali sono i principali attori del braccio di ferro di queste settimaner e quali sono le poste in gioco in una partita che si svolge su più tavoli e in cui non tutti i giocatori giocano pulito.





Piccolo vocabolario delle proteste in Ucraina
Dalla A di "accordi di associazione" alla Y di Yanukovich: tutto quello che c'è da sapere sulle manifestazioni a Kiev e nelle altre città ucraine

Oggi [4 dicembre, n.d.r.] è il quattordicesimo giorno consecutivo di proteste a Kiev. La gente non si schioda dalla piazza, non smantella l’assedio ai palazzi del potere. Il governo, da parte sua, non molla. Ieri, in parlamento, respinta una mozione sulla sfiducia. Il braccio di ferro continua. In attesa di capire come andrà a finire, questo è un compendio sui principali nodi, come sui protagonisti, della crisi ucraina.

A come accordi di associazione. Costituivano, assieme a un’intesa sul libero scambio, il pacchetto di incentivi economici e commerciali offerti dall’Ue. L’obiettivo? Rafforzare la cooperazione con Kiev, rilanciare l’azione comunitaria a Est e contenere – scopo implicito – l’influenza russa. Le autorità ucraine, bocciando le intese alla vigilia del recente vertice di Vilnius tra Bruxelles e le repubbliche ex sovietiche, hanno scatenato la reazione popolare.

D come Donetsk. In questi giorni si è protestato anche in molte altre città del paese. A Leopoli, nell’occidente. Ma anche a Donetsk e Kharkhiv, nell’est russofono e legato economicamente e culturalmente a Mosca, il tradizionale serbatoio di voti del presidente Viktor Yanukovich e del suo Partito delle Regioni. Il che indica quanto sia diffusa la sfiducia verso l’operato del capo dello stato e dell’esecutivo.

E come elezioni. Il voto anticipato non va escluso, ma non è la naturale e inevitabile conclusione della vertenza in corso. In ogni caso, dietro l’angolo ci sono le presidenziali del 2015. I capi dell’opposizione stanno cercando, lì sulla piazza, di misurare il loro potenziale elettorale e le rispettive chance di sfidare Yanukovich tra poco più di un anno.

F come Fondo monetario internazionale. Quando nel 2008 è scoppiata la crisi globale l’Ucraina è caduta rovinosamente. È stata uno dei primi paesi soccorsi dal Fmi (con il contributo dell’Unione europea). La “seconda crisi”, legata ai debiti sovrani, ha spinto Kiev nuovamente al tappeto, portandola a riaprire i negoziati con il Fondo. Che, in cambio di un prestito da 15 miliardi di dollari, ha chiesto riforme incalzanti e l’aumento del costo del gas. Kiev ha opposto resistenza e le trattative sono saltate, lasciando scoperto il “buco”. È così che Yanukovich ha chiesto all’Ue di legare agli Accordi di associazione e sul libero scambio l’erogazione di un prestito notevole. Poi, saltato anche questo tavolo, ha bussato alla porta della Russia. Adesso sta rilanciando nuovamente con l’Ue. Insomma, le sue mosse non riguardano solo il collocamento internazionale del paese, ma sono anche – forse persino soprattutto – una questione di soldi.

G come giovani e I come Internet. Sulle strade di Kiev, oltre ai membri e agli elettori dei partiti dell’opposizione, si stanno facendo notare i giovani. Odiano Yanukovich, ma diffidano dei partiti dell’opposizione. E – questo per completare il loro profilo – hanno una certa dimestichezza con la rete. Le loro idee se le fanno sul web, più che alla tv. Sono una generazione connessa. In queste due settimane hanno sapientemente usato i social network, facendone strumenti politici. Ma, nonostante questo, post e cinguettii sono solo uno dei dettagli di una battaglia che è decisamente “hardware”.

H come hryvnia. La moneta ucraina. Già molto debole, da quando è scoppiata la protesta ha perso ancora più valore (si scommette addirittura sulla crisi monetaria), a conferma che squilibri economici e turbolenze politiche viaggiano di pari passo.

K come Klitschko. Vitali Klitschko, pugile e politico. Sul ring ha fatto la storia. In politica sta avendo risultati più che discreti. Il partito da lui fondato, Udar, forza centrista che sostiene l’ancoraggio del paese all’Ue, è andato in doppia cifra alle elezioni del 2012. Klitschko è uno dei protagonisti della protesta. Incita, ci mette la faccia, piace ai media. Le sue quotazioni sono ulteriormente in rialzo e c’è chi dice che potrebbe essere il più serio sfidante di Yanukovich nel 2015, dato che, in un paese elettoralmente spaccato (l’est sta con Yanukovich, l’ovest contro), è riuscito nel 2012 a riscuotere buoni consensi anche nelle regioni dell’est.

M come Maidan. Maidan significa piazza. E la Nezalezhnosti Maidan, la piazza dell’Indipendenza, la grande spianata nel centro di Kiev, è il campo base della protesta. Fu così anche al tempo della Rivoluzione arancione. Mentre #euromaidan è diventata sul web la parola chiave delle manifestazioni. Quasi un logo.

O come oligarchi. Controllano le più grandi industrie nazionali, hanno patrimoni immensi, condizionano le scelte dei politici. Molto spesso loro stessi, sono dei politici. C’è da credere che stiano studiando la situazione, in attesa di prendere una posizione chiara. O di non prenderla.

P come Putin. Si sa: non vuole che l’Ucraina prenda la via dell’Europa. Kiev, vista da Mosca, è un tassello strategico per formare quell’Unione eurasiatica che nelle intenzioni di Putin dovrebbe (ri)cementare lo spazio post-sovietico. Il Cremlino, per evitare che Kiev firmasse gli accordi con l’Ue, ha usato bastone e carota. In agosto, come avvertimento, ha posto l’embargo sui prodotti dolciari ucraini. Al tempo stesso ha aperto alle richieste di sconto sulle tariffe del gas (troppo alte secondo Kiev) avanzate da Yanukovich. E, notizia di ieri, Gazprom ha concesso all’Ucraina, a corto di soldi, di pagare in primavera il conto delle bollette di quest’ultimo trimestre.

R come Rivoluzione arancione. Stessa piazza, la Nezalezhnosti Maidan. Stesso nemico: Yanukovich. Ma le analogie tra i moti di piazza che portarono al potere Viktor Yushchenko e Yulia Tymoshenko si fermano qui. Stavolta, l’opposizione non ha un vero leader, uno capace di trascinare tutti e di unire (Klitschko non lo è, non ancora). E poi, rispetto alla resistenza pacifica del 2004-2005, a questo giro ci si è anche picchiati.

S come Svoboda. È un partito fortemente nazionalista, tacciato di antisemitismo, radicato nell’ovest dekl paese. Alle elezioni del 2012 è andato in doppia cifra, entrando per la prima volta in Parlamento. I suoi militanti, sulla piazza di Kiev, sono stati in prima linea. Non è da escludere che in prospettiva questa formazione possa incrementare ulteriormente il suo consenso. Il che non fa il gioco né del blocco fedele alla Tymoshenko, né di Klitschko.

T come Tymoshenko. L’Ue aveva vincolato la firma delle intese alla sua liberazione. Yanukovich non ne ha voluto sapere. Yulia ha chiesto di andare avanti comunque, escludendo il suo caso dai negoziati. Ma Yanukovich ha ridetto no. Ora, una parte dell’opposizione insiste nel domandare la sua liberazione. Yanukovich ribadisce che non se ne parla.

U come Unione europea e come Usa. La grande sconfitta, per ora. Però Yanukovich sa che la modernizzazione del paese passa dal potenziamento dei rapporti con l’Ue, più che dai rapporti con la Russia. La partita non è finita e Bruxelles può ancora calare qualche carta. Quanto agli Stati Uniti: praticamente non pervenuti, al momento.

Y come Yanukovich. Nome di battesimo Viktor. È il presidente ucraino, eletto nel 2010. Molti semplificano, dicendo che è filorusso. In realtà, pur prediligendo il rapporto con Mosca, sa che serve un contrappeso – l’Europa – per evitare che i russi si divorino l’Ucraina.

martedì 26 novembre 2013

UCRAINA: OPPOSIZIONE PRO UE IN PIAZZA CONTRO IL GOVERNO

Kiev volta le spalle all'UE e il premier Azarov accusa Bruxelles ma l'opposizione accusa il governo di cedere a Mosca. Tymoshenko annuncia lo sciopero della fame ad oltranza.

Foto Sergei Supinski / AFP
Continuano in Ucraina le proteste contro la rinuncia del governo a firmare l'Accordo di associazione con l'Unione Europea, che secondo l'opposizione filoeuropea consegnerà definitivamente il Paese all'influenza della Russia. Diverse manifestazioni si sono svolte negli ultimi giorni in varie città. Epicentro della protesta la piazza Maidan di Kiev, il luogo simbolo della rivoluzione arancione dove ieri si è svolta la più grande manifestazione da quei giorni del 2004. Il nuovo movimento è già stato battezzato EuroMaidan. I dimostranti si sono accampati anche in piazza d'Europa di fronte alla sede del governo. Gruppi di manifestanti hanno anche tentato di entrare nell'edificio, ma sono stati respinti dalla polizia antisommossa. I manifestanti sono rimasti quindi all'esterno dell'edificio dove già in precedenza c'erano stati incidenti.

Il leader dell'Alleanza democratica ucraina per le riforme, il campione del mondo di boxe Vitali Klitschko, ha lanciando una appello a mantenere la pressione sul regime del presidente Viktor Yanukovych fino al vertice del partenariato orientale fissato per giovedì e venerdì e nel corso del quale avrebbe dovuto essere firmato l'Accordo di associazione con l'UE. “Continueremo a manifestare finché l'accordo non verrà firmato”, ha detto Klitschko, annunciando che l'opposizione intende chiedere l'annullamento della decisione di non firmare le dimissioni del governo. Anche Yulia Tymoshenko, l'ex premier avversaria di Yanukovych, condannata a sette anni di reclusione, ha lanciato un appello dal carcere chiedendo di intensificare la pressione sul governo prima del vertice con l'UE annunciando in contemporanea l'avvio di uno sciopero della fame a oltranza.

Il governo ucraino ha deciso la scorsa settimana di rinunciare alla firma dello storico accordo con l'UE. Il premier Azarov ha dichiarato in parlamento che la decisione del governo è stata dettata "esclusivamente da ragioni economiche", ma non rimette in causa l'orientamento europeista del Paese. In un'intervista alla tv russa ha poi accusato Bruxelles di essere responsabile della situazione non volendo sostenere l'integrazione finanziaria dell'Ucraina promettendo solo un miliardo di euro per i prossimi sette anni. Sta di fatto che da tempo la Russia, destinataria di un quarto delle esportazioni ucraine, preme perché Kiev aderisca invece all'Unione doganale creata con Bielorussia e Kazakistan e alla quale sembra ormai intenzionata a partecipare anche l'Armenia. Per i leader dell'opposizione Kiev sta semplicemente cedendo alle pressioni della Russia e hanno quindi chiamato la gente a proseguire la mobilitazione.

Da Bruxelles, per altro, confermano che la porta è ancora aperta: “L'offerta di firmare un accordo di associazione e una zona di libero scambio senza precedenti è sempre sul tavolo”, hanno dichiarato in un comunicato congiunto i presidenti del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, aggiungendo di “disapprovare fortemente la posizione e le azioni della Russia”, accusata di aver esercitato indebite pressioni su Kiev. Ieri il presidente Viktor Yanukovich ha lanciato un appello alla pace, ma ha ribadito la versione del governo per il quale la firma è stata bloccata per motivi esclusivamente economici. Impossibile non notare, tuttavia, che l'accordo è saltato proprio quando il Parlamento avrebbe dovuto discutere la possibilità di cura all'estero del detenuti, norma che permetterebbe la scarcerazione di Tymoshenko, che è una delle condizioni poste dall'UE per proseguire il processo di integrazione.

lunedì 10 giugno 2013

TURCHIA: ERDOGAN, "LA NOSTRA PAZIENZA HA UN LIMITE". SI PROFILA LA BATTAGLIA?

Un altro fine settimana è passato ma non è chiaro cosa voglia fare il governo turco per risolvere la situazione a Gezi Parki, l'area verde nel centro di Istanbul la cui difesa da una colata di cemento è stato il detonatore delle proteste divampate in tutta la Turchia contro l'autoritarismo del premier Recep Tayyip Erdogan che ieri ha tenuto ben quattro discorsi per ribadire, per l'ennesima volta, che “la nostra pazienza ha un limite e sta per finire” tornando a definire “saccheggiatori” la gente in piazza. Come intenda gestire la situazione, però, ancora non è dato saperlo. Nel quarto intervento di ieri ha detto anche che “verrà parlata una lingua comprensibile ai manifestanti”, il che, visto quello che hanno fatto le forze dell'ordine in piazza in questi giorni, non fa presagire nulla di buono. Qualcuno pensa, però, che Erdogan, in realtà, pensi di prenderli per stanchezza, aspettando che la protesta si indebolisca.
Intanto l'occupazione pacifica di Gezi Park è ormai giunta all'ottavo giorno: le barricate sulla strade verso piazza Taksim sono state tutte rinforzate, tranne una che i manifestanti hanno tolto, come richiesto dalle autorità cittadine per lasciare una via di accesso ai mezzi di soccorso. Se con il governo i rapporti sono tesi, con il prefetto di Istanbul, invece, c'è una specie di dialogo: “So che siete sotto gli alberi in maniera pacifica vorrei essere lì con voi” ha twittato ieri il prefetto. Gli scontri più violenti in questo fine settimana si sono verificati infatti ad Ankara, mentre a Istanbul circolavano voci incontrollate secondo le quali la polizia si stava preparando a sgomberare piazza Taksim nella notte fra domenica e lunedì.

EMMA BONINO: "LA TURCHIA SCELGA SE ESSERE DEMOCRAZIA MATURA O STATO AUTORITARIO"

Pannella a Radio Radicale: "Erdogan poteva essere (e forse può ancora) quello che i democristiani furono per la realizzazione dell’Unione europea"

Le dichiarazioni di Erdogan sono ''un segno di debolezza, soprattutto laddove denuncia un complotto internazionale''. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Emma Bonino, intervistata da Lucia Annunziata a "In mezz'ora" su Rai 3 e augurandosi che il premier turco accetti l'appello alla moderazione che giunge dai paesi amici e che il premier scelga di "dialogare con chi manifesta pacificamente". Per Bonino, che è definita "amica della Turchia", il Paese deve ora decidere se puntare "ad una democrazia matura o insistere su uno stile di governo che e' diventato molto autoritario in questi ultimi anni". Alla domanda di Annunziata che le ha chiesto con chi andrebbe a parlare se andasse oggi in Turchia, con il governo o con i manifestanti, la titolare della Farnesina ha risposto: "Con entrambi, ma certamente andrei a parlare con Erdogan", per convincerlo ad ascoltare anche chi protesta pacificamente.

Qui il video integrale dell'intervista di Lucia Annunziata a Emma Bonino



Sulle manifestazioni in Turchia contro il governo è intervenuto anche Marco Pannella che, parlando a Radio Radicale nel corso della conversazione settimanale domenicale condotta ieri da Valter Vecellio, ha dettodi avere avuto “un riflesso un pochino diverso” da quello di Emma Bonino: “In questo momento, molto responsabilmente, [Emma] ha detto cose più severe rispetto alle reazioni di Erdogan alle proteste. Ma io tengo molto presente anche il resto, pur rispetto a questo giudizio che condivido, cioè che Erdogan – disarmato dalla sua scelta storica – si accontenti di essere islamico e basta”.
Il leader radicale ha parlato dellle colpe di noi europei rispetto alla Turchia: “Noi lo dicevamo, oggi è necessario che la grande storia di Ataturk si democratizzi. In Erdogan, che poteva essere e forse può ancora essere quello che i democristiani furono, cioè il meglio della realizzazione dell’Unione europea dal nostro punto di vista, cioè democratico-islamico… Ma aspettando alle porte dell’Europa gli è mancato questo: se entro in Europa non dovrò io difendermi da una minoranza che in nome della grandezza di Ataturk ne esercita solo l’autoritarismo. Una Turchia che ha avuto il coraggio e la grandezza di essere per la Nato nella sua posizione, quando l’impero sovietico la circondava da tutte le parti, con l’Europa che dice di no, dargli forse un altro pensiero forte: allora dobbiamo scegliere il Medio oriente da una posizione di minoranza per fare la democrazia islamica. Parlo di una cosa da comprendere, da verificare”.

venerdì 7 giugno 2013

TURCHIA: ERDOGAN APRE ALLA PROTESTA. ANZI (FORSE) NO.

Bust It Away Photography / Tumblr
Il Gezi Park di Istanbul non e' adatto alla costruzione di un centro commerciale: lo ha detto il premier turco Recep Tayyip Erdogan intervenendo a una conferenza dal titolo ''Ripensare le sfide globali: costruire un futuro comune per la Turchia e la Ue''. ''Piantiamo gli alberi che faranno la differenza a Gezi Park. Non e' possibile costruire un centro commerciale lì per via dei metri quadri'' a disposizione, ha detto Erdogan rispondendo indirettamente ai cittadini scesi in piazza per difendere il parco di Istanbul da dove è partita la protesta che in poche ore è dilagata in tutta la Turchia. Dopo otto giorni di manifestazioni e di opposizione contro le violenze della polizia sembra, dunque, arrivare una qualche apertura da parte di Erdogan, il quale, in un discorso televisivo da Istanbul, parlando del suo governo, ha detto di essere ''aperto a tutti coloro che hanno richieste democratiche'', ma ribadendo di essere “contro il terrorismo, la violenza, il vandalismo e le azioni che minacciano gli altri''. Anche il premier, dunque, di fronte all'estensione della protesta contro i suoi metodi di governo, sembra mostrare una qualche disponibilità riconoscendo, come ha fatto il presidente turco, Abdullah Gul, come legittime le richieste avanzate dai manifestanti.

Il commissario Ue all'Allargamento Stefan Fuele, parlando al convegno, davanti al premier turco ha affermato che "le dimostrazioni pacifiche sono un mezzo legittimo di espressione in una società democratica” e che “l'uso eccessivo della forza da parte della polizia contro queste dimostrazioni non trova spazio in una democrazia". Per questo Fuele si è detto contento che anche il governo turco lo abbia ammesso, ma “ora è importante non solo aprire un'inchiesta rapida e trasparente, ma anche fare in modo che i responsabili rispondano di ciò che hanno fatto". Il commissario europeo ha tenuto comunque ad aggiungere che la protesta contro Erdogan non ferma il processo di adesione della Turchia alla Ue: "Permettetemi di richiamare la Turchia a non abbandonare i suoi valori di libertà e di rispetto dei diritti umani e permettetemi di garantire, da parte nostra, che non abbiamo l'intenzione di abbandonare il processo di adesione dalla Turchia alla Ue", ha detto Fuele. Erdogan mostra di non gradire le critiche internazionali sulla gestione della protesta da parte del polizia e ha risposto piccato affermando che il suo esecutivo è aperto alle "istanze democratiche", ma che "in qualunque paese europeo, quando c'è una protesta violenta contro un progetto di demolizione come questa, credetemi, la replica contro i responsabili è più dura".

Bisognerà dunque vedere, nei prossimi giorni, quale piega prenderà il governo turco di fronte alle proteste popolari e alle critiche internazionali che arrivano ormai da ogni parte. Anche perché, poco prima delle timide aperture di oggi, i toni erano stati di tutt'altro segno. In un discorso dai toni accesi, tenuto all'aeroporto davanti alle migliaia di sostenitori che lo hanno accolto al suo rientro da un viaggio ufficiale in Maghreb, Erdogan ha preteso "la fine immediata delle manifestazioni" accennando a possibili nuova iniziative in caso i manifestanti vogliano sfidarlo. In Turchia, come ha detto il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, in un'intervista di Vittorio dell'Uvapubblicata sul Mattino mercoledì 5 giugno, non c’è una dittatura quanto piuttosto una "dittatura della maggioranza" come la definiva Alexis de Tocqueville: “Nessuno mette in dubbio la legittimità democratica del premier Erdogan ottenuta in libere elezioni democratiche, ma in molti non accettano un’agenda politica imposta in assenza di pesi e contrappesi tipici di uno Stato di diritto”. Secondo Emma Bonino quanto sta accadendo potrebbe rappresentare una svolta nel rapporto tra il premier e la società turca: “In gioco c’è la capacità della Turchia di diventare per davvero una democrazia consolidata dove, per intenderci, le libere elezioni sono solo una parte di un corpo più ampio di diritti e di doveri. Occorrono apertura al pluralismo di ogni genere e trasparenza nei processi decisionali. Se Erdogan continuerà ad ignorare tutto questo il consenso democratico sarà sempre di più messo in discussione”.

mercoledì 5 giugno 2013

TURCHIA AL BIVIO, DIVISA SULLA SUA IDENTITA'

Intervista al professor Renzo Guolo

Foto AP / Thanassis Stavrakis
Il "modello turco" è ad un punto chiave della sua storia. Le proteste di piazza di questi giorni sono il termometro della febbre di un paese diviso sulla sua identità. Anche l'Akp, come tutti i partiti islamisti, più diventa affidabile più è costretto ad irrigidirsi sul piano dei valori e dei costumi per non intaccare la sua base elettorale pagando pegno alle sue origini che affondano nell'Islam politico turco. Contro questa deriva scende in piazza un'opposizione variegata in cui si trovano unite tante anime della società turca diverse tra loro. 

Qui la mia intervista al professor Renzo Guolo, docente di Sociologia dell'Islam all'Università di Padova, collaboratore di Repubblica, Limes e Micromega



Leggi qui l'articolo di Renzo Guolo per Repubblica citato nell'intervista

LA TURCHIA IN PIAZZA CONTRO ERDOGAN

Intervista a Fazila Mat, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso

La violenta repressione scattata contro chi era sceso in piazza per difendere il parco Gezi, l'ultimo spazio verde al centro di Istanbul, ha scatenato la più massiccia ed estesa protesta spontanea di piazza contro il premier Recep Tayyip Erdogan in oltre dieci anni di potere. Un decennio che ha visto una nuova classe dirigente arrivare alla ribalta, l'establishment kemalista ridimensionato e una crescita economica senza precedenti. Un decennio contrssegnato, però, anche da un irrigidimento sul piano dei costumi e del controllo sociale che ha fatto sorgere il timore di una involuzione islamista di un partito, l'Akp di Erdogan, che pur avendo le sue radici nell'islam politico radicale, aveva dato un'immagine che molti, un po' impropriamente, avevano accostato a quella della Dc italiana o della Cdu tedesca.

Più che da uno scivolamento verso la sharia, però, nonostante misure restrittive adottate recentemente (come quella sulla vendita di alcolici) o condanne per reati d'opinione, quello che ha fatto montare la protesta è l'atteggiamento autoritario del premier e il suo rifiuto di accettare qualunque confronto che non sia quello elettorale. La violenta repressione della manifestazione contro l'imposizione di una colata di cemento a Gezi Park è stato il detonatore di un malcotento che covava da tempo e che non ha ragioni economiche. Le manifestazioni sono rapidamente dilagate in decine di città, scavalcando ogni forma di organizzazione politica preesistente, e portando in piazza non solo i giovani e gli oppositori tradizionali del governo islamico moderato, ma anche casalinghe, ragazze con il velo, gente comune, elettori dell'Akp.

Qui di seguito la mia intervista per Radio Radicale a Fazila Mat, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso, che spiega le ragioni e la natura della protesta che da giorni sta imperversando a Istanbul, Ankara, Smirne e in altre decine di città turche.



martedì 4 giugno 2013

TURCHIA: BONINO "L'USO SPROPORZIONATO DELLA FORZA E' INACCETTABILE"

Mentre il vicepremier Bulent Aric chiede scusa ai manifestanti vittime della polizia, Amnesty International si appella direttamente a Erdogan un'inchiesta indipendente sull'operato della polizia

“Le notizie che provengono dalla Turchia sono fonte di forte apprensione, ed è molto grave che le tensioni di questi giorni abbiano causato anche un bilancio di vittime”.Ad affermarlo è il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, secondo la quale “l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia non può essere una risposta accettabile alle proteste”.
“Il diritto a manifestare pacificamente è un pilastro irrinunciabile della democrazia” – prosegue Emma Bonino – come lo sono il pluralismo e la tolleranza. Ci attendiamo che in Turchia tutte le parti si adoperino per far cessare ogni violenza e per promuovere il necessario clima di dialogo e pacifico confronto tra le diverse posizioni ed orientamenti”.
“L’Italia - conclude Emma Bonino – continua a credere fermamente nella prospettiva europea della Turchia e nel suo ruolo di fondamentale fattore di stabilità e di sicurezza su scala regionale. Confidiamo che la Turchia saprà superare questo momento difficile confermando di essere una democrazia matura che, come ha detto il Presidente Gul, non può esaurirsi in libere elezioni solamente”.

Secondo un altro esponente del governo italiano, il ministro della Difesa Mario Mauro, quelli accaduti in Turchia ''devono essere considerati fatti certamente gravissimi''. A margine della ministeriale Nato e dopo un colloquio con il collega turco Ismet Yilmaz, Mauro ha sottolineato che ''si parla di un paese sorretto da libere elezioni, quindi c'e' un governo legittimo'' ma che, facendo parte della Nato, deve essere ''richiamato  a rimettere le persone al centro delle sue preoccupazioni''. Secondo il nostri ministro della Difesa, inoltre, è ''imprudente'' ipotizzare infiltrazioni straniere nella contestazione turca come ha fatto ieri il premier Erdogan.

Intanto il vicepremier turco Bulent Arinc ha presentato le sue scuse ai numerosissimi manifestanti feriti dalla polizia nelll proteste contro il governo dilagate in tutta la Turchia. Precisando di parlare in vece del premier Erdogan, in visita in Marocco, Arinc ha definito "legittime e patriottiche" le proteste affermando che "i cittadini hanno avuto una reazione legittima, logica e giusta alla vicende del parco Gezi", ma aggiungendo che bisogna evitare che le richieste dei manifestanti siano sopraffatte da "gruppi marginali e illegali".

Amnesty International ha rivolto un appello direttamente al premier Erdogan chiedendogli di porre fine immediatamente all'uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici, garantire il diritto alla liberta` di espressione e di riunione e avviare un'indagine rapida, indipendente e imparziale sull'uso eccessivo della forza al fine di consegnare alla giustizia i funzionari di polizia responsabili dei maltrattamenti dei manifestanti.

TURCHIA: LA FORZA E I LIMITI DELLA PROTESTA

Qui di seguito riporto un articolo di Sabine Freizer, a lungo responsabile del Programma Europa dell'International Crisis Group, pubblicato originariamente sul quotidiano Today's Zaman il 2 giugno scorso e tradotto in italiano sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.



Turchia: reclamare il proprio spazio


C'era il sapore della vittoria quando i dimostranti di Istanbul, il primo giugno, hanno riguadagnato Piazza Taksim, il cuore della città. Le proteste erano iniziate qualche giorno prima quando un piccolo gruppo di attivisti aveva bloccato le ruspe pronte a sradicare gli alberi del Parco Gezi, proprio dietro la piazza centrale di Taksim, il primo passo per la costruzione di un grande edificio al posto della zona verde.

I manifestanti hanno organizzato un sit-in pacifico contro il quale la polizia è intervenuta più volte con un uso eccessivo della forza. Poi, il 31 maggio, dopo che la polizia aveva transennato il parco, la protesta si è riversata nelle strade di Taksim, dove per tutto il giorno la polizia ha lanciato lacrimogeni contro la gente che si assemblava nella piazza centrale, lungo la principale arteria pedonale di Taksim, İstiklal Avenue o nelle strade vicine.

Infine, nel pomeriggio del primo giugno, sono scesi in piazza in migliaia per protestare contro l'atteggiamento della polizia e quest'ultima si è ritirata.

I cittadini di Istanbul hanno dimostrato di essere in grado di reclamare il loro spazio pubblico. Ma cos'altro hanno dimostrato questi eventi della vita politica e della democrazia in Turchia?

Chiaramente, non si è trattato di alcuna “Primavera araba” o “Rivolta di piazza Tahir”, come troppo in fretta è stato affermato da alcuni sui social media, nei primi sovreccitati momenti. Come ha subito ricordato il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, la Turchia è una democrazia e chiunque abbia problemi con la politica espressa dal governo può scegliere una via diversa alle elezioni.

Ciononostante questi eventi mostrano l'esistenza di un forte senso di frustrazione nei confronti della situazione politica nel paese. Molte delle persone che sono scese per strada hanno la sensazione che la loro voce non venga più ascoltata.

Nelle ultime elezioni, tenutesi nel giugno 2011, quasi il 50% delle preferenze sono andate al Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), il 26% al Partito repubblicano del popolo (CHP) e il 5,5% al Partito di Azione nazionalista (MHP). Da allora l'AKP, e in particolar modo il primo ministro, hanno in modo incrementale fatto pesare la propria posizione di maggioranza, di contro l'opposizione è stata incapace di guadagnare spazio.

Nel frattempo, i media hanno perso gran parte della loro voce. Giornalisti sono stati licenziati o coinvolti in casi di diffamazione per il loro atteggiamento critico o per i loro articoli di giornalismo investigativo. Secondo il Comitato per la difesa dei giornalisti (CPJ) quasi 50 giornalisti sarebbero attualmente dietro le sbarre. Se vi è un po' di coraggioso dibattito sulla carta stampata e sui social media, dove alcuni commentatori hanno migliaia di follower, la televisione turca sembra invece, a volte, quasi sovietica.

Nel fine settimana, mentre gli scontri stavano proseguendo nel centro di Istanbul e in altre città, la maggior parte dei principali canali televisivi mandavano in onda programmi culturali e di intrattenimento. I turchi o si sintonizzavano su un canale pressoché sconosciuto, “Halk TV” (TV della gente) oppure si rivolgevano ai social media. Mentre la CNN International andava in onda con dirette da Piazza Taksim, la sera del primo giugno, la CNN Turchia faceva vedere delfini e pinguini.

Da notare che questo è un momento chiave della politica turca, i legislatori stanno riscrivendo la costituzione. Non dovrebbe forse essere la prospettiva dell'adozione di una nuova costituzione a promuovere il dibattito e la partecipazione? Ma se nel  2012, si erano tenuti alcuni incontri pubblici sul tema, da allora il dibattito sulla nuova carta si è svolto perlopiù dietro le porte chiuse della relativa commissione parlamentare.

Anche in questo caso i media non hanno aiutato. Le notizie in merito sono state quasi sempre negative: la commissione non riesce a trovare l'accordo; alla commissione sono stati dati altri tre mesi; l'AKP sta per riunire e proporre un proprio testo. Sino ad ora la grande maggioranza dei cittadini turchi non ha sentito alcun senso di responsabilità e partecipazione nel processo.

Gli eventi dei giorni scorsi possono cambiare le cose.

Le dimostrazioni, partite per difendere un parco, si sono presto trasformate in aperta contestazione al primo ministro. La sua linea dura e intransigente dimostrata la mattina del primo giugno, e la sua decisione di continuare con i progetti di eliminazione del Parco Gezi, hanno contribuito a spingere in strada molti cittadini di mezz'età di Istanbul che si stavano ancora chiedendo se erano stati sufficientemente “attivisti” nell'affrontare i lacrimogeni della polizia. Nei successivi cortei di massa uno dei principali slogan è stato “Erdoğan, dimettiti”.

Il primo ministro è ben lontano dal lasciare il suo posto, e probabilmente ha ancora il sostegno del 50% degli elettori del paese. Vi sono voci secondo le quali le riforme costituzionali possano essere utilizzate dall'AKP per trasformare il paese in un sistema presidenziale, con Erdoğan che andrebbe ad assumere il nuovo - e potenziato - ruolo di presidente alle elezioni del 2014. Dato un mandato di 5 anni, se eletto due volte, Erdoğan potrebbe restare alla guida della Turchia per un altro decennio, sino al 2023, il centesimo anniversario dalla fondazione del paese.

Le proteste di Istanbul hanno dimostrato di cosa sono in grado i cittadini se si uniscono, attraversando linee di divisione religiose, economiche e ideologiche. Ma mostrano anche tutti i limiti delle azioni per strada in una democrazia che si basa sullo stato di diritto.

Le prossime battaglie dovrebbero infatti avvenire in parlamento e alle elezioni, ed il 2014 in questo senso - con le elezioni amministrative e presidenziali ed un possibile referendum sulla nuova carta costituzionale - potrebbe fornire ampie possibilità. Per per non dissipare tale opportunità i media, i partiti politici e le élites di governo devono però iniziare a prendere sul serio i loro ruoli democratici. E' tempo di reclamare uno spazio nella solita - ma essenziale – politica.