Scende il livello della protesta in Bosnia dopo i tre giorni di violente manifestazioni dello scorso fine settimana. Ma la tensione resta elevata perché le richieste dei dimostranti rimangono tutte lì, pronte a far da combustibile al malcontento. Forse si è parlato un po' troppo presto di “primavera bosniaca”, ma i movimenti nel paese e nella regione potrebbero anche trovare un minimo comun denominatore su cui costruire un fronte comune. Sui muri di Tuzla i dimostranti hanno scritto: “Morte al nazionalismo”. Solidarietà è arrivata loro anche da Belgrado. Forse, per la prima volta, si profila un possibile superamento delle divisioni etniche e nazionaliste che le classi politiche oggi sotto accusa hanno sfruttato per ingabbiare la società e guadagnare consenso. Un consenso ormai in caduta libera. E mentre spunta l'ipotesi dell'invio di nuovi rinforzi militari internazionali, l'Europa si trova di fronte alla crisi del sistema bosniaco costruito sugli accordi di pace di Dayton: una crisi non solo economica, ma, appunto, di sistema.
Qui di seguito l'articolo di Andrea Rossini pubblicato oggi su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Bosnia Erzegovina, il giorno dopo
Andrea Rossini – Osservatorio Balcani e Caucaso, 11 febbraio 2014
In Bosnia Erzegovina (BiH) le mobilitazioni sono continuate in tutto il fine settimana e nella giornata di ieri, nonostante le dimissioni dei primi ministri dei cantoni di Tuzla, Sarajevo, Mostar e Bihać, del responsabile della sicurezza nella capitale, Himzo Selimović, e il rilascio della maggior parte dei dimostranti arrestati nei giorni scorsi. La rivolta innescata dai lavoratori di alcune fabbriche privatizzate di Tuzla, che venerdì è culminata in una giornata di scontri con la polizia e nella distruzione di edifici governativi in alcune delle maggiori città del paese, si è però trasformata nei giorni scorsi in una serie di sit-in e di presìdi pacifici di fronte alle principali sedi delle istituzioni. L'atmosfera sembra essere quella di una calma densa di aspettative. Nessuno azzarda previsioni su quali sviluppi potrebbe avere l'esplosione di rabbia manifestatasi la scorsa settimana.
Le proteste, con la parziale eccezione di Tuzla, appaiono ancora disorganizzate o organizzate in maniera del tutto informale, tramite i social media o il passaparola. Le mobilitazioni principali continuano a riguardare le città della Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità in cui è diviso il paese, e non la Republika Srpska. Le richieste dei dimostranti, nonostante alcune differenze legate alle situazioni locali, sono quelle di un ricambio della classe politica (dimissioni), costituzione di un governo tecnico, e rilascio degli arrestati. Il manifesto degli operai e cittadini del cantone di Tuzla chiede ai dimostranti di non abbandonare le strade ma di mantenere l'ordine pubblico, collaborando con polizia e protezione civile (la polizia a Tuzla in alcuni casi si è schierata con i dimostranti), di annullare i contratti di privatizzazione delle 5 ditte la cui situazione ha dato origine alle proteste (Dita, Polihem, Poliolhem, Gumara e Konjuh) e di “restituire le fabbriche ai lavoratori riavviando la produzione dove possibile”.
Mondo hooligan
Il presidente della Federazione di Bosnia Erzergovina, Živko Budimir, ha detto che “i politici hanno inteso la voce della gente forte e chiaro”, ma ha respinto la richiesta di dimettersi e dichiarato che la violenza deve cessare. Sulla stessa linea le dichiarazioni di Bakir Izetbegović, uno dei tre presidenti della BiH, e di Zlatko Lagumdžija, ministro degli Esteri. Secondo quest'ultimo, leader del Partito socialdemocratico, “il comprensibile malessere della popolazione è stato manipolato da gruppi che hanno l'obiettivo di distruggere [il paese].”
La maggior parte della classe politica sembra in generale concorde nell'indicare gruppi di hooligan come responsabili di quanto avvenuto nei giorni scorsi e nel tentare di unire la popolazione nella condanna della violenza, e quindi delle proteste. Alcuni hanno persino paragonato i manifestanti di venerdì a Sarajevo con gli aggressori della città negli anni della guerra. La distruzione dell'archivio storico conservato nell'edificio della Presidenza, in particolare, raggiunto dalle fiamme durante gli incidenti di venerdì, ha creato sgomento in una città che ha subito la distruzione della Biblioteca durante la guerra degli anni '90. In una situazione ancora torbida, segnata dalla frenetica ricerca di un capro espiatorio, sui social media si è però affacciata la notizia secondo cui in realtà l'archivio sarebbe intatto. Lo sostengono diversi rappresentanti della società civile sarajevese tra cui Damir Imamović, amatissimo interprete di sevdah, e la regista Jasmila Žbanić, che hanno riportato le dichiarazioni dei lavoratori dell'archivio che contrastano con la versione ufficiale.
Aldin Arnautović, sul portale di informazione BIRN, ha messo in rilievo come il paragone con gli anni '90 equivalga di fatto a preparare il terreno per il linciaggio dei dimostranti. Allo stesso modo ha commentato su Radio Sarajevo anche Mile Stoijć, noto giornalista locale, sostenendo che “gli hooligan si trovano nelle strutture del potere”, mentre coloro che hanno partecipato agli scontri rappresentano la generazione “di quelli che sono nati durante la guerra, in povertà e senza speranza, cresciuti in un ambiente sciovinista, di odio, xenofobia e di miseria materiale e spirituale, e che oggi cercano di portare l’attenzione sulla propria esistenza in questo modo, perché non hanno altri mezzi.”
La regione
Le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina Valentin Inzko, secondo cui “se la situazione peggiorasse dovremmo ricorrere all'invio di truppe dell'Unione europea”, non hanno certamente contribuito a disinnescare la tensione. Anche perché il quadro regionale è – se possibile – ancora più torbido di quello interno.
Domenica il vice premier serbo, Aleksandar Vučić, si è incontrato con i leader serbo bosniaci Milorad Dodik e Mladen Bosić, per discutere gli sviluppi della crisi in Bosnia Erzegovina. Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska (RS), l'entità bosniaca a maggioranza serba, ha dichiarato che l'obiettivo delle proteste è “destabilizzare la RS per provocare l'intervento della comunità internazionale nelle vicende del paese”, e che “il caos nella Federazione […] mostra che la BiH non può sopravvivere alle sfide interne e che non funziona.”
Il primo ministro della Croazia, Zoran Milanović, si è invece recato a Mostar, dichiarando di voler “calmare la situazione”. La visita è stata criticata da Željko Komšić, uno dei tre presidenti della Bosnia Erzegovina, secondo cui il premier croato sarebbe dovuto andare a Sarajevo. Interrogato sul perché non si fosse recato nella capitale, Milanović ha risposto ai giornalisti che “Mostar è più vicina” alla Croazia.
Nella cittadina dell'Erzegovina oggi a maggioranza croata, le sirene della divisione etnica non sembrano per il momento attecchire. Nei giorni scorsi i dimostranti, oltre all'edificio del governo, hanno attaccato in maniera bipartisan sia la sede del partito croato HDZ che del bosniaco musulmano SDA. Un giovane mostarino, Teo Grančić, ha scritto un articolo che sta avendo molto successo in rete spiegando che le proteste di Mostar “non le hanno fatte i musulmani, né gli hooligan, né gli anarchici, né gente pagata per farlo. Le ha fatte il popolo.”
Morte al nazionalismo
Sui muri di Tuzla, nei primi giorni delle proteste, gli operai hanno scritto “Dimissioni! Morte al nazionalismo!” Per il momento, nessuno è riuscito a mettere il cappello etnico ai dimostranti. Al contrario, solidarietà ai manifestanti bosniaci è arrivata anche da Belgrado, dove ieri si è svolta una manifestazione cui hanno partecipato alcune centinaia di persone, convocate semplicemente su Facebook da un gruppo denominato “Sostegno dalla Serbia alla gente di Tuzla”. Nella convocazione si scrive che “la migliore solidarietà che possiamo mostrare è organizzarci anche noi contro il saccheggio delle risorse della gente che continua da ormai 20 anni, attraverso guerre e privatizzazioni.”
Il sindacato di polizia serbo ha preso sul serio l'iniziativa, dichiarando di temere che simili dimostrazioni possano verificarsi anche lì. “E' logico che uno scenario simile si possa verificare anche in Serbia, dove [come in BiH] c'è una massa di disoccupati, di occupati senza salario, la corruzione ad ogni livello e cittadini manipolati politicamente”, hanno scritto domenica i poliziotti in una dichiarazione riportata dal portale BIRN.
Crisi di sistema
Quella della Bosnia Erzegovina, però, non è solamente la versione balcanica della crisi che da anni stiamo vivendo in tutta Europa. Quella bosniaca è una crisi di sistema. Il sistema di Dayton, che è servito a fermare la guerra, non funziona più. Lo stesso Richard Holbrooke, suo artefice, nel primo decennale degli accordi confidò che non avrebbe mai pensato sarebbero durati così a lungo. Una costituzione che è in contrasto con la Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo, che antepone i diritti dei gruppi etnici a quelli dei singoli cittadini, non può funzionare per un paese europeo. Per questo lo stesso percorso di integrazione europea della Bosnia Erzegovina è divenuto un labirinto.
L'Unione europea lo ha di fatto sospeso congelando 47 milioni di euro di fondi di pre adesione (IPA) nel 2013, e rimandando indefinitamente i preparativi per la concessione di un nuovo pacchetto di fondi. Le élite politiche bosniaco erzegovesi, tuttavia, non hanno alcun incentivo per cambiare un sistema che garantisce la loro sopravvivenza. Lo stesso meccanismo elettorale è articolato in modo da perpetuare la divisione ad ogni livello delle istituzioni. Nell'indifferenza europea e internazionale, ai bosniaci non resta che l'espressione dello sdegno, e della rabbia.
Lo scrittore di Sarajevo Aleksandar Hemon, da anni residente a Chicago, ha però messo in guardia sui rischi dell'attuale situazione. Intervenendo sul portale Radiosarajevo, ha scritto che “la rabbia è ormai in metastasi, ed è difficile pensare a come tutto questo si potrà riportare alla calma. In Bosnia Erzegovina non ci sono strutture per trasformare questa rabbia in forza politica o in una qualche forma positiva. Si diffonde come il fuoco nel bosco. Se cade una goccia di sangue, non c'è ritorno.”
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martedì 11 febbraio 2014
lunedì 10 giugno 2013
TURCHIA: ERDOGAN, "LA NOSTRA PAZIENZA HA UN LIMITE". SI PROFILA LA BATTAGLIA?
Un altro fine settimana è passato ma
non è chiaro cosa voglia fare il governo turco per risolvere la
situazione a Gezi Parki, l'area verde nel centro di Istanbul la cui
difesa da una colata di cemento è stato il detonatore delle proteste
divampate in tutta la Turchia contro l'autoritarismo del premier
Recep Tayyip Erdogan che ieri ha tenuto ben quattro discorsi per
ribadire, per l'ennesima volta, che “la nostra pazienza ha un
limite e sta per finire” tornando a definire “saccheggiatori”
la gente in piazza. Come intenda gestire la situazione, però, ancora
non è dato saperlo. Nel quarto intervento di ieri ha detto anche che
“verrà parlata una lingua comprensibile ai manifestanti”, il
che, visto quello che hanno fatto le forze dell'ordine in piazza in
questi giorni, non fa presagire nulla di buono. Qualcuno pensa, però,
che Erdogan, in realtà, pensi di prenderli per stanchezza,
aspettando che la protesta si indebolisca.
Intanto l'occupazione pacifica di Gezi
Park è ormai giunta all'ottavo giorno: le barricate sulla strade
verso piazza Taksim sono state tutte rinforzate, tranne una che i
manifestanti hanno tolto, come richiesto dalle autorità cittadine
per lasciare una via di accesso ai mezzi di soccorso. Se con il
governo i rapporti sono tesi, con il prefetto di Istanbul, invece,
c'è una specie di dialogo: “So che siete sotto gli alberi in
maniera pacifica vorrei essere lì con voi” ha twittato ieri il
prefetto. Gli scontri più violenti in questo fine settimana si sono
verificati infatti ad Ankara, mentre a Istanbul circolavano voci
incontrollate secondo le quali la polizia si stava preparando a
sgomberare piazza Taksim nella notte fra domenica e lunedì.
martedì 4 giugno 2013
TURCHIA: BONINO "L'USO SPROPORZIONATO DELLA FORZA E' INACCETTABILE"
Mentre il vicepremier Bulent Aric chiede scusa ai manifestanti vittime della polizia, Amnesty International si appella direttamente a Erdogan un'inchiesta indipendente sull'operato della polizia
“Le notizie che provengono
dalla Turchia sono fonte di forte apprensione, ed è molto grave che le
tensioni di questi giorni abbiano causato anche un bilancio di vittime”.Ad affermarlo è il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, secondo la
quale “l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia non può
essere una risposta accettabile alle proteste”.
“Il diritto a manifestare pacificamente è un pilastro irrinunciabile della democrazia” – prosegue Emma Bonino – come lo sono il pluralismo e la tolleranza. Ci attendiamo che in Turchia tutte le parti si adoperino per far cessare ogni violenza e per promuovere il necessario clima di dialogo e pacifico confronto tra le diverse posizioni ed orientamenti”.
“L’Italia - conclude Emma Bonino – continua a credere fermamente nella prospettiva europea della Turchia e nel suo ruolo di fondamentale fattore di stabilità e di sicurezza su scala regionale. Confidiamo che la Turchia saprà superare questo momento difficile confermando di essere una democrazia matura che, come ha detto il Presidente Gul, non può esaurirsi in libere elezioni solamente”.
Secondo un altro esponente del governo italiano, il ministro della Difesa Mario Mauro, quelli accaduti in Turchia ''devono essere considerati fatti certamente gravissimi''. A margine della ministeriale Nato e dopo un colloquio con il collega turco Ismet Yilmaz, Mauro ha sottolineato che ''si parla di un paese sorretto da libere elezioni, quindi c'e' un governo legittimo'' ma che, facendo parte della Nato, deve essere ''richiamato a rimettere le persone al centro delle sue preoccupazioni''. Secondo il nostri ministro della Difesa, inoltre, è ''imprudente'' ipotizzare infiltrazioni straniere nella contestazione turca come ha fatto ieri il premier Erdogan.
Intanto il vicepremier turco Bulent Arinc ha presentato le sue scuse ai numerosissimi manifestanti feriti dalla polizia nelll proteste contro il governo dilagate in tutta la Turchia. Precisando di parlare in vece del premier Erdogan, in visita in Marocco, Arinc ha definito "legittime e patriottiche" le proteste affermando che "i cittadini hanno avuto una reazione legittima, logica e giusta alla vicende del parco Gezi", ma aggiungendo che bisogna evitare che le richieste dei manifestanti siano sopraffatte da "gruppi marginali e illegali".
Amnesty International ha rivolto un appello direttamente al premier Erdogan chiedendogli di porre fine immediatamente all'uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici, garantire il diritto alla liberta` di espressione e di riunione e avviare un'indagine rapida, indipendente e imparziale sull'uso eccessivo della forza al fine di consegnare alla giustizia i funzionari di polizia responsabili dei maltrattamenti dei manifestanti.
“Il diritto a manifestare pacificamente è un pilastro irrinunciabile della democrazia” – prosegue Emma Bonino – come lo sono il pluralismo e la tolleranza. Ci attendiamo che in Turchia tutte le parti si adoperino per far cessare ogni violenza e per promuovere il necessario clima di dialogo e pacifico confronto tra le diverse posizioni ed orientamenti”.
“L’Italia - conclude Emma Bonino – continua a credere fermamente nella prospettiva europea della Turchia e nel suo ruolo di fondamentale fattore di stabilità e di sicurezza su scala regionale. Confidiamo che la Turchia saprà superare questo momento difficile confermando di essere una democrazia matura che, come ha detto il Presidente Gul, non può esaurirsi in libere elezioni solamente”.
Secondo un altro esponente del governo italiano, il ministro della Difesa Mario Mauro, quelli accaduti in Turchia ''devono essere considerati fatti certamente gravissimi''. A margine della ministeriale Nato e dopo un colloquio con il collega turco Ismet Yilmaz, Mauro ha sottolineato che ''si parla di un paese sorretto da libere elezioni, quindi c'e' un governo legittimo'' ma che, facendo parte della Nato, deve essere ''richiamato a rimettere le persone al centro delle sue preoccupazioni''. Secondo il nostri ministro della Difesa, inoltre, è ''imprudente'' ipotizzare infiltrazioni straniere nella contestazione turca come ha fatto ieri il premier Erdogan.
Intanto il vicepremier turco Bulent Arinc ha presentato le sue scuse ai numerosissimi manifestanti feriti dalla polizia nelll proteste contro il governo dilagate in tutta la Turchia. Precisando di parlare in vece del premier Erdogan, in visita in Marocco, Arinc ha definito "legittime e patriottiche" le proteste affermando che "i cittadini hanno avuto una reazione legittima, logica e giusta alla vicende del parco Gezi", ma aggiungendo che bisogna evitare che le richieste dei manifestanti siano sopraffatte da "gruppi marginali e illegali".
Amnesty International ha rivolto un appello direttamente al premier Erdogan chiedendogli di porre fine immediatamente all'uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici, garantire il diritto alla liberta` di espressione e di riunione e avviare un'indagine rapida, indipendente e imparziale sull'uso eccessivo della forza al fine di consegnare alla giustizia i funzionari di polizia responsabili dei maltrattamenti dei manifestanti.
TURCHIA: LA FORZA E I LIMITI DELLA PROTESTA
Qui di seguito riporto un articolo di Sabine Freizer, a lungo responsabile del Programma Europa dell'International Crisis Group, pubblicato originariamente sul quotidiano Today's Zaman
il 2 giugno scorso e tradotto in italiano sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Turchia: reclamare il proprio spazio
C'era il sapore della vittoria quando i dimostranti di Istanbul, il primo giugno, hanno riguadagnato Piazza Taksim, il cuore della città. Le proteste erano iniziate qualche giorno prima quando un piccolo gruppo di attivisti aveva bloccato le ruspe pronte a sradicare gli alberi del Parco Gezi, proprio dietro la piazza centrale di Taksim, il primo passo per la costruzione di un grande edificio al posto della zona verde.
I manifestanti hanno organizzato un sit-in pacifico contro il quale la polizia è intervenuta più volte con un uso eccessivo della forza. Poi, il 31 maggio, dopo che la polizia aveva transennato il parco, la protesta si è riversata nelle strade di Taksim, dove per tutto il giorno la polizia ha lanciato lacrimogeni contro la gente che si assemblava nella piazza centrale, lungo la principale arteria pedonale di Taksim, İstiklal Avenue o nelle strade vicine.
Infine, nel pomeriggio del primo giugno, sono scesi in piazza in migliaia per protestare contro l'atteggiamento della polizia e quest'ultima si è ritirata.
I cittadini di Istanbul hanno dimostrato di essere in grado di reclamare il loro spazio pubblico. Ma cos'altro hanno dimostrato questi eventi della vita politica e della democrazia in Turchia?
Chiaramente, non si è trattato di alcuna “Primavera araba” o “Rivolta di piazza Tahir”, come troppo in fretta è stato affermato da alcuni sui social media, nei primi sovreccitati momenti. Come ha subito ricordato il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, la Turchia è una democrazia e chiunque abbia problemi con la politica espressa dal governo può scegliere una via diversa alle elezioni.
Ciononostante questi eventi mostrano l'esistenza di un forte senso di frustrazione nei confronti della situazione politica nel paese. Molte delle persone che sono scese per strada hanno la sensazione che la loro voce non venga più ascoltata.
Nelle ultime elezioni, tenutesi nel giugno 2011, quasi il 50% delle preferenze sono andate al Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), il 26% al Partito repubblicano del popolo (CHP) e il 5,5% al Partito di Azione nazionalista (MHP). Da allora l'AKP, e in particolar modo il primo ministro, hanno in modo incrementale fatto pesare la propria posizione di maggioranza, di contro l'opposizione è stata incapace di guadagnare spazio.
Nel frattempo, i media hanno perso gran parte della loro voce. Giornalisti sono stati licenziati o coinvolti in casi di diffamazione per il loro atteggiamento critico o per i loro articoli di giornalismo investigativo. Secondo il Comitato per la difesa dei giornalisti (CPJ) quasi 50 giornalisti sarebbero attualmente dietro le sbarre. Se vi è un po' di coraggioso dibattito sulla carta stampata e sui social media, dove alcuni commentatori hanno migliaia di follower, la televisione turca sembra invece, a volte, quasi sovietica.
Nel fine settimana, mentre gli scontri stavano proseguendo nel centro di Istanbul e in altre città, la maggior parte dei principali canali televisivi mandavano in onda programmi culturali e di intrattenimento. I turchi o si sintonizzavano su un canale pressoché sconosciuto, “Halk TV” (TV della gente) oppure si rivolgevano ai social media. Mentre la CNN International andava in onda con dirette da Piazza Taksim, la sera del primo giugno, la CNN Turchia faceva vedere delfini e pinguini.
Da notare che questo è un momento chiave della politica turca, i legislatori stanno riscrivendo la costituzione. Non dovrebbe forse essere la prospettiva dell'adozione di una nuova costituzione a promuovere il dibattito e la partecipazione? Ma se nel 2012, si erano tenuti alcuni incontri pubblici sul tema, da allora il dibattito sulla nuova carta si è svolto perlopiù dietro le porte chiuse della relativa commissione parlamentare.
Anche in questo caso i media non hanno aiutato. Le notizie in merito sono state quasi sempre negative: la commissione non riesce a trovare l'accordo; alla commissione sono stati dati altri tre mesi; l'AKP sta per riunire e proporre un proprio testo. Sino ad ora la grande maggioranza dei cittadini turchi non ha sentito alcun senso di responsabilità e partecipazione nel processo.
Gli eventi dei giorni scorsi possono cambiare le cose.
Le dimostrazioni, partite per difendere un parco, si sono presto trasformate in aperta contestazione al primo ministro. La sua linea dura e intransigente dimostrata la mattina del primo giugno, e la sua decisione di continuare con i progetti di eliminazione del Parco Gezi, hanno contribuito a spingere in strada molti cittadini di mezz'età di Istanbul che si stavano ancora chiedendo se erano stati sufficientemente “attivisti” nell'affrontare i lacrimogeni della polizia. Nei successivi cortei di massa uno dei principali slogan è stato “Erdoğan, dimettiti”.
Il primo ministro è ben lontano dal lasciare il suo posto, e probabilmente ha ancora il sostegno del 50% degli elettori del paese. Vi sono voci secondo le quali le riforme costituzionali possano essere utilizzate dall'AKP per trasformare il paese in un sistema presidenziale, con Erdoğan che andrebbe ad assumere il nuovo - e potenziato - ruolo di presidente alle elezioni del 2014. Dato un mandato di 5 anni, se eletto due volte, Erdoğan potrebbe restare alla guida della Turchia per un altro decennio, sino al 2023, il centesimo anniversario dalla fondazione del paese.
Le proteste di Istanbul hanno dimostrato di cosa sono in grado i cittadini se si uniscono, attraversando linee di divisione religiose, economiche e ideologiche. Ma mostrano anche tutti i limiti delle azioni per strada in una democrazia che si basa sullo stato di diritto.
Le prossime battaglie dovrebbero infatti avvenire in parlamento e alle elezioni, ed il 2014 in questo senso - con le elezioni amministrative e presidenziali ed un possibile referendum sulla nuova carta costituzionale - potrebbe fornire ampie possibilità. Per per non dissipare tale opportunità i media, i partiti politici e le élites di governo devono però iniziare a prendere sul serio i loro ruoli democratici. E' tempo di reclamare uno spazio nella solita - ma essenziale – politica.
Turchia: reclamare il proprio spazio
C'era il sapore della vittoria quando i dimostranti di Istanbul, il primo giugno, hanno riguadagnato Piazza Taksim, il cuore della città. Le proteste erano iniziate qualche giorno prima quando un piccolo gruppo di attivisti aveva bloccato le ruspe pronte a sradicare gli alberi del Parco Gezi, proprio dietro la piazza centrale di Taksim, il primo passo per la costruzione di un grande edificio al posto della zona verde.
I manifestanti hanno organizzato un sit-in pacifico contro il quale la polizia è intervenuta più volte con un uso eccessivo della forza. Poi, il 31 maggio, dopo che la polizia aveva transennato il parco, la protesta si è riversata nelle strade di Taksim, dove per tutto il giorno la polizia ha lanciato lacrimogeni contro la gente che si assemblava nella piazza centrale, lungo la principale arteria pedonale di Taksim, İstiklal Avenue o nelle strade vicine.
Infine, nel pomeriggio del primo giugno, sono scesi in piazza in migliaia per protestare contro l'atteggiamento della polizia e quest'ultima si è ritirata.
I cittadini di Istanbul hanno dimostrato di essere in grado di reclamare il loro spazio pubblico. Ma cos'altro hanno dimostrato questi eventi della vita politica e della democrazia in Turchia?
Chiaramente, non si è trattato di alcuna “Primavera araba” o “Rivolta di piazza Tahir”, come troppo in fretta è stato affermato da alcuni sui social media, nei primi sovreccitati momenti. Come ha subito ricordato il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, la Turchia è una democrazia e chiunque abbia problemi con la politica espressa dal governo può scegliere una via diversa alle elezioni.
Ciononostante questi eventi mostrano l'esistenza di un forte senso di frustrazione nei confronti della situazione politica nel paese. Molte delle persone che sono scese per strada hanno la sensazione che la loro voce non venga più ascoltata.
Nelle ultime elezioni, tenutesi nel giugno 2011, quasi il 50% delle preferenze sono andate al Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), il 26% al Partito repubblicano del popolo (CHP) e il 5,5% al Partito di Azione nazionalista (MHP). Da allora l'AKP, e in particolar modo il primo ministro, hanno in modo incrementale fatto pesare la propria posizione di maggioranza, di contro l'opposizione è stata incapace di guadagnare spazio.
Nel frattempo, i media hanno perso gran parte della loro voce. Giornalisti sono stati licenziati o coinvolti in casi di diffamazione per il loro atteggiamento critico o per i loro articoli di giornalismo investigativo. Secondo il Comitato per la difesa dei giornalisti (CPJ) quasi 50 giornalisti sarebbero attualmente dietro le sbarre. Se vi è un po' di coraggioso dibattito sulla carta stampata e sui social media, dove alcuni commentatori hanno migliaia di follower, la televisione turca sembra invece, a volte, quasi sovietica.
Nel fine settimana, mentre gli scontri stavano proseguendo nel centro di Istanbul e in altre città, la maggior parte dei principali canali televisivi mandavano in onda programmi culturali e di intrattenimento. I turchi o si sintonizzavano su un canale pressoché sconosciuto, “Halk TV” (TV della gente) oppure si rivolgevano ai social media. Mentre la CNN International andava in onda con dirette da Piazza Taksim, la sera del primo giugno, la CNN Turchia faceva vedere delfini e pinguini.
Da notare che questo è un momento chiave della politica turca, i legislatori stanno riscrivendo la costituzione. Non dovrebbe forse essere la prospettiva dell'adozione di una nuova costituzione a promuovere il dibattito e la partecipazione? Ma se nel 2012, si erano tenuti alcuni incontri pubblici sul tema, da allora il dibattito sulla nuova carta si è svolto perlopiù dietro le porte chiuse della relativa commissione parlamentare.
Anche in questo caso i media non hanno aiutato. Le notizie in merito sono state quasi sempre negative: la commissione non riesce a trovare l'accordo; alla commissione sono stati dati altri tre mesi; l'AKP sta per riunire e proporre un proprio testo. Sino ad ora la grande maggioranza dei cittadini turchi non ha sentito alcun senso di responsabilità e partecipazione nel processo.
Gli eventi dei giorni scorsi possono cambiare le cose.
Le dimostrazioni, partite per difendere un parco, si sono presto trasformate in aperta contestazione al primo ministro. La sua linea dura e intransigente dimostrata la mattina del primo giugno, e la sua decisione di continuare con i progetti di eliminazione del Parco Gezi, hanno contribuito a spingere in strada molti cittadini di mezz'età di Istanbul che si stavano ancora chiedendo se erano stati sufficientemente “attivisti” nell'affrontare i lacrimogeni della polizia. Nei successivi cortei di massa uno dei principali slogan è stato “Erdoğan, dimettiti”.
Il primo ministro è ben lontano dal lasciare il suo posto, e probabilmente ha ancora il sostegno del 50% degli elettori del paese. Vi sono voci secondo le quali le riforme costituzionali possano essere utilizzate dall'AKP per trasformare il paese in un sistema presidenziale, con Erdoğan che andrebbe ad assumere il nuovo - e potenziato - ruolo di presidente alle elezioni del 2014. Dato un mandato di 5 anni, se eletto due volte, Erdoğan potrebbe restare alla guida della Turchia per un altro decennio, sino al 2023, il centesimo anniversario dalla fondazione del paese.
Le proteste di Istanbul hanno dimostrato di cosa sono in grado i cittadini se si uniscono, attraversando linee di divisione religiose, economiche e ideologiche. Ma mostrano anche tutti i limiti delle azioni per strada in una democrazia che si basa sullo stato di diritto.
Le prossime battaglie dovrebbero infatti avvenire in parlamento e alle elezioni, ed il 2014 in questo senso - con le elezioni amministrative e presidenziali ed un possibile referendum sulla nuova carta costituzionale - potrebbe fornire ampie possibilità. Per per non dissipare tale opportunità i media, i partiti politici e le élites di governo devono però iniziare a prendere sul serio i loro ruoli democratici. E' tempo di reclamare uno spazio nella solita - ma essenziale – politica.
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