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mercoledì 30 marzo 2016

JOVAN DIVJAK: "I BOSGNACCHI NON DIMENTICHERANNO KARADZIC E MLADIC"

A proposito della condanna a 40 anni di Radovan Karadzic, emessa dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia per i crimini commessi durante la guerra di Bosnia, Luca Leone, giornalista, scrittore ed editore (Infinito edizioni), sul suo blog "Occhio critico" riporta un passo del libro di Jovan Divjak, il generale serbo che decise di restare a Sarajevo per difendere la sua città dall'aggressione dell'esercito e delle milizie paramilitari serbo-bosniache.

“I giovani orfani di cui mi occupo sono consapevoli del fatto che, se non hanno più i genitori e vivono in povertà, la colpa è di due criminali che si chiamano Karadžić e Mladić.erto, tutti sanno che Milošević è il responsabile maggiore di quanto è successo nella ex Jugoslavia e, dalla fine della guerra, i nostri media hanno diffuso molti reportage e pubblicato analisi su di lui, che però resta un personaggio lontano. Invece i bosgnacchi non dimenticheranno così facilmente Karadžić e Mladić. Non passava giorno senza che apparissero in televisione o fossero sui giornali. I due erano a 15 chilometri da Sarajevo, a Pale. È a loro due che rivà la memoria – tenuta desta dalla stampa che li menziona continuamente – quando si pensa al bambino o al vecchio ammazzati da uno sniper”.

venerdì 29 marzo 2013

BOSNIA: IL "MOSTRO DI GRBAVICA" CONDANNATO A 45 ANNI DAL TRIBUNALE DI SARAJEVO

E' stato condannato a 45 anni di carcere Veselin Vlahovic, ex paramilitare serbo-bosniacodetto "il mostro di Grbavica" per le atrocità commesse a Sarajevo durante l'assedio del 1992-95. Vlahovic è stato giudicato colpevole dei crimini di guerra commessi tra maggio e luglio 1992 nei quartieri all'epoca controllati dalle forze serbe: Grbavica, Kovacici e Vraca. Tra i 60 capi di imputazione, tutti accolti dalla corte, ci sono "esecuzioni sommarie, costrizione a schiavitù, torture psicologiche e fisiche" ai danni di civili bosgnacchi e croati e innumerevoli saccheggi.
Il verdetto contro Vlahovic è il più duro tra quelle emesse dal tribunale bosniaco per i crimini di guerra: "Durante la repressione sistematica contro la popolazione non serba partecipò a espulsioni, commise omicidi, torturò e violentò e imprigionò le sue vittime", ha detto il giudice Zoran Bozic, leggendo la sentenza.
Il verdetto è stato accolto dagli applausi degli attivisti delle associazioni delle vittime, presenti nell'affollatissima aula del tribunale. Vlahovic, che è di origini montenegrine, ha 43 anni e che all'inizio del dibattimento, nell'aprile 2011, si era dichiarato non colpevole, era presente oggi in aula ma non ha reagito in alcun modo alla lettura della sentenza.


lunedì 9 aprile 2012

SARAJEVSKA CRVENA LINIJA

Ho ricevuto la seguente email da Giacomo Scattolini sulle commemorazioni per il ventennale dell'inizio dell'assedio di Sarajevo. Giacomo Scattolini insieme a Tullio Bugari è l'autore di "Jugoschegge. Storie e scatti di guerra e di pace" (Infinito Edizioni). Maggiori informazioni le trovate al sito www.jugoschegge.it

Sarajevo, 5 aprile 2012: la linea rossa (Foto Giacomo Scattolini)

La linea rossa di Sarajevo
Giacomo Scattolini

Sono andato alle commemorazioni per l'inizio dell'assedio della città di Sarajevo in Bosnia Erzegovina.
Fra noi "balkanizzati" c'è stato un gran discutere se aveva senso andare o meno alle "commemorazioni" dell'inizio di un assedio e non della fine. Avevamo paura che fossero strumentalizzate dai vari nazionalisti al potere...
Ora posso dire che invece, ancora una volta, i sarajevesi hanno dato una lezione a noi "saputelli" occidentali.
Ho assistito ad una commemorazione veramente "alta"- Senza retorica e sciovinismo.
11541 sedie rosse (tante quante le vittime dell'assedio) lungo la via principale dove tutta la popolazione passeggiava e rendeva omaggio con fiori o altri segni di "saluto" ai propri cari. Commevente poi le 653 sedie rosse più piccole... tante quante i bambini morti durante l'assedio.
Il momento più forte quando un coro di ragazzi hanno cantato "Give Peace a Chance" di Lennon. Potevano scegliere mille altre canzoni nazionaliste o, peggio, inni nazionali... hanno scelto di sicuro la più adatta la più PACIFISTA.
Certo qualche anima bella potrebbe dire che all'Holiday Inn ci sono stati dei festeggiamenti e dei ritrovi di tutta la stampa... ma erano gli "internazionali" e non i sarajevesi...
Sarajevo vs Resto del mondo 1-0


domenica 8 aprile 2012

BUONA PASQUA

Vent'anni fa cominciava l'assedio di Sarajevo, il più lungo della storia europea moderna. 1427 giorni, quattro inverni, più di 11.500 morti in città (la stragrande maggioranza civili tra cui 1600 bambini). Il conflitto, costato 100.000 morti, ha lasciato una Bosnia e la sua capitale divise su base etnica.
In questi giorni si ricordano le vittime, si guardare al passato per non dimenticare le responsabilità di quel massacro. E' giusto. Però non si deve alimentare i luoghi comuni e rischiare di dare un'immagine distorta del presente. Come è scritto nella newsletter di Osservatorio Balcani e Caucaso inviata proprio in questi giorni, non c'è bisogno della nostalgia degli ex inviati di guerra o dell'ipocrisia dei rappresentanti della comunità internazionale che agiscono solo dove c'è piena emergenza, fingendo di non sapere che la risoluzione dei conflitti implica politiche coerenti di lungo periodo.
E' necessario guardare al presente, alla Sarajevo di oggi, alla Bosnia di oggi, con tutti i loro problemi, che sono tanti e non semplici, ma anche con tutte le loro risorse e le loro energie. "Don't Let Them Kill Us", era scritto sullo striscione delle "Miss Sarajevo" nel 1993: Non lasciate che ci uccidano.
Non lasciamo che uccidano Sarajevo e la Bosnia.

sabato 7 aprile 2012

QUELL'APRILE A SARAJEVO: L'INCREDULITA' DI FRONTE ALLA GUERRA

Da quando ho letto che, vent’anni fa, anche il generale bosniaco Jovan Divjak non credeva che sarebbe scoppiata la guerra a Sarajevo, mi sento meno idiota. Anch’io, come il generale, non prendevo sul serio i chiari segnali premonitori, le situazioni inconfondibili. Non ci credevo, o non volevo crederci. Persino il giorno dopo il primo attacco su Sarajevo, tra il 5 e il 6 aprile 1992, continuavo a dubitare. E così come me molti vicini, amici, colleghi, familiari.

Inizia così l'articolo Azra Nuhefendić, pubblicato giovedì da Osservatorio Balcani e Caucaso: un ricordo intenso dell’inizio dell’assedio di Sarajevo. Gli amici diventano nemici, gli amici che abbandonano la città, i colpi di artiglieria che cominciano a cadere sulle case, le cantine che diventano rifugi, i posti di blocco nelle strade, i primi morti, la fuga dalla città. E l’incredulità di fronte alla guerra.

Leggi da Osservatorio Balcani e Caucaso
Quell'aprile a Sarajevo

venerdì 6 aprile 2012

SARAJEVO 1992: COME NON RIUSCII A FERMARE LA GUERRA

Alzo la cornetta ed era Radovan Karadzic: "Lei, signor Pejic, sta preparando un colpo di stato!", urlò nel telefono. "Le vuole che la Bosnia dichiari la secessione dalla Jugoslavia! I serbi non lo permetteranno mai. Lei sta sobillando il popolo contro la Jugoslavia. Deve fermare la trasmissione!". Era l'aprile del 1992, pochi giorni prima dell'inizio ufficiale del conflitto. La guerra già bussava alla porta, senza preavviso, non dichiarata e non invitata. A Sarajevo la guerra era sulla bocca di tutti, ma nei comuni limitrofi era già arrivata. Racconti di omicidi a sfondo etnico, espulsioni e rapine arrivavano alla radiotelevisione di Sarajevo. La città stava sul filo del rasoio: c'erano spari sporadici di notte, notizie di cecchini, di blocchi stradali e di checkpoint controllati da paramilitari.

Inizia così un pezzo di Nenad Pejic pubblicato due giorni fa sul sito di Radio Free Europe/Radio Liberty. Venti anni fa, alla vigilia della guerra in Bosnia, Nenad Pejic era il direttore dei programmi della televisione di Sarajevo (attualmente è regional director ed ha diretto in passato il Balkan Service di RFE/RL). La guerra sembrava inevitabile, ma Pejic tentò di fare un ultimo tentativo per salvare la pace.

Leggi l'articolo sul sito di Radio Free Europe/Radio Liberty
How I Failed To Stop The War In Bosnia

Sarajevo, settembre 1993: bombardamento sulla via Maresciallo Tito
(Foto Mario Boccia)

giovedì 5 aprile 2012

20 ANNI FA L'ASSEDIO DI SARAJEVO

Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso

Il 5 aprile è considerata la data di inizio dell'assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica moderna, durato circa più di millequattrocento giorni e costato oltre 11mila morti (1600 bambini) e 50mila feriti. Massimo Nava sul Corriere della Sera ricorda i quasi quattro lunghissimi anni dell'assedio di Sarajevo, le distruzioni e le sofferenze e i morti di quella tragedia avvenuta nel cuore e sotto gli occhi dell'Europa. "Alla contabilità del massacro - scrive tra l'altro Nava - si sommò la distruzione fisica e morale di una «polis» autenticamente multiculturale e multireligiosa, la Sarajevo delle quattro religioni, la Gerusalemme dei Balcani". Scrive ancora Massimo Nava che "l'assedio di Sarajevo significò la messa in pratica della «pulizia etnica» teorizzata dal fanatismo nazionalista fino al grande eccidio di Srebrenica. Per questo crimine morale e culturale, oltre che per le vittime, occorre conservare la memoria di Sarajevo. La tragedia della «polis» bosniaca portò a compimento il progetto di spartizione territoriale del Paese". Venti anni dopo, continua Nava, "Sarajevo e la Bosnia sono ricostruite, molte ferite sono medicate, ma l'identità della «polis» è stata cancellata nonostante il ricambio generazionale. Si spera non per sempre, ma questa amara constatazione accompagna la memoria dei morti e il futuro dei sopravvissuti".

Eppure, nonostante tutto, nonostante i tanti problemi dell'oggi, nonostante quell'assedio e quella guerra abbiano cambiato il volto di Sarajevo e della Bosnia Erzegovina, quattro anni di guerra non possono cancellare completamente la storia secolare della "Gerusalemme dei Balcani", di quello che è stato per secoli un punto di incontro, di convivenza e di mescolanza di popoli, etnie, religioni e culture. Ne è convinto Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso che Sarajevo e la Bosnia le conosce bene per averci anche vissuto come spiega nell'intervista che gli ho fatto per Radio Radicale e che potete ascoltare qui di seguito.

Venti anni fa cominciava l'assedio di Sarajevo. Intervista a Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso.

1992-2012: SARAJEVO RICORDA L'ASSEDIO E GUARDA AL FUTURO (INCERTO)

di Marina Szikora [*]
Con la manifestazione "Linea rossa di Sarajevo" la capitale della Bosnia Erzegovina celebra il ventennale dell'assedio della città vittima dell'agressione serba negli anni Novanta. 11.541 sedie rosse in segno di memoria dei cittadini di Sarajevo uccisi durante l'assedio della citta'. Il programma della manifestazione e' composto da poesie e pezzi musicali con le performance di diversi artisti nonche' del coro di 750 alievi delle scuole elementari e superiori di Sarajevo. L'autore e regista di questo grande progetto, Haris Pašović ha sottolineato durante la presentazione in vista della manifestazione che la sua idea e' nata come desiderio di organizzare un concerto per le oltre 11.000 vittime di Sarajevo. "Le sedie allestite lungo la via di Tito in lunghezza di 800 metri rimarranno vuote tutto il 6 aprile e durante il programma perche' queste persone sono state uccise durante l'assedio e quindi impedite ad essere presenti alla manifestazione. Erano i civili ed i difensori di Sarajevo" ha detto Pašović. Sara' eseguito il grande oratorio postmoderno, creato dal congiungimento di 14 composizioni. Il sindaco di Sarajevo Alija Behmen sottolinea la necessita' di marcare l'uccisione dei concittadini durante l'assedio, ritenendo che questo progetto sara' anche un monito alla distruzione generale e una memoria in particolare alla distruzione di ogni singolo individuo che si e' trovato nell'assedio.

Lo scorso 25 marzo Remy Ourdan, corrispondente di guerra del giornale francese 'Le Monde' ha pubblicato il testo "Sarajevo: le armi taciono, ma le divisioni restano". Il testo riguarda il ventennale dell'inizio dell'assedio di Sarajevo. Ourdan scrive che "vent'anni fa, la citta' esplose, nel vero senso della parola. I cecchini serbi di Radovan Karadžić avevano aperto il fuoco il 5 aprile 1992 contro i cittadini di Sarajevo i quali protestarono portando bandiere jugoslave e foto di Tito credendo ancora che i nazionalismi, quelli serbi ed altri, si sarebbero fermati alle porte della Sarajevo multietnica e tollerante. La guerra iniziera' ufficialmente il 6 aprile e l'assedio di Sarejevo il due maggio quando i bersaglieri di Ratko Mladić (allora comandante dell'esercito serbo in Bosnia) attaccarono le linee ferroviarie e di tram e quando i militari serbi circondarono la citta'. La guerra duro' tre anni e mezzo e si porto' via oltre 100.000 vite. L'assedio di Sarajevo, il piu' lungo nella storia, duro' 1.395 giorni. Nella capitale bosniaca morirono 11.541 persone". "Dalla fine della guerra, Sarajevo sta' curando le sue ferite", prosegue nel suo testo il giornalista di 'Le Monde' e sottolinea che questo non e' per niente facile in un paese paralizzato dall'accordo di pace firmato nel 1995 a Dayton e contenuto nella Costituzione che aveva ufficializzato la divisione etnica. "E non e' facile in un paese che soffre di una crisi economica piu' aspra rispetto al resto dell'Europa, dove la gente e' maggiormente senza lavoro, sia che si tratti dei veterani di guerra di 45 anni oppure di venticinquenni che hanno appena terminato gli studi all'universita'".

La Bosnia Erzegovina continua ad essere divisa secondo le decisioni dell'Accordo di Dayton. E' composta, come sappiamo, da due entita', la Federazione di Bosnia Erzegovina, a maggioranza croato-bosgnacca, e la Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba fonte di molte contestazioni e minacce di separazione. Non c'e' comunque nessun accordo visibile e rassicurante tra i tre popoli costituenti: quello bosgnacco musulmano, quello serbo e quello croato. La divisione continua e gli argomenti etnico religiosi continuano ad essere fonte di questa insormontabile divisione. Ci e' voluto ben oltre un anno fino alla formazione di un governo di coalizione. Ma soprattutto nella RS resta dominante la retorica nazionalista e separatista che cerca e spesso trova appoggio nella vicina Serbia. Cosi' il leader della RS, Milorad Dodik non ha nessun problema o rimorso quando dichiara che Belgrado e' anche la capitale dei serbi della Bosnia. La vicina Croazia, con il nuovo governo di Zoran Milanović ma anche con la presidenza di Ivo Josipović ribadisce che la Bosnia Erzegovina deve essere la patria dei tre popoli costituenti con pari diritti e che il loro futuro deve essere il futuro in un paese unito, incamminato verso l'Europa e deciso ad effettuare le necessarie riforme.

Questa trasmissione cade proprio alla vigilia dell'anniversario di quel tragico 6 aprile e sicuramente se ne parlera' ancora in questi giorni e saranno in molti a ricordarselo. Ma si parla e si ipotizzera' ancora di piu' di quello che potrebbero essere i futuri scenari di questo paese cosi' fragile e con molte questioni irrisolte.

I risultati di una recentissima analisi effettuata dalla fondazione "Fridcrich Ebert" parlano di cinque possibili scenari di eventi fino al 2025 in Bosnia. Si tratta di diverse opzioni: dal mantenimento dello stato attuale fino all'istituzione di uno stato funzionante o perfino della completa disgregazione. Il capo della sezione bosniaca di questa fondazione tedesca, Paul Pasch ha dichiarato lunedi' a Sarajevo che grazie alle analisi in cui hanno preso parte venti persone del mondo politico, economico, dei media nonche' di altri settori pubblici in Bosnia Erzegovina, all'opinione pubblica sono presentati cinque possibili scenari relativi al futuro del Paese. "La crisi economica globale ha colpito con tutta la forza la Bosnia che anche finora soffriva di una situazione sociale ed economica difficile. Oggi prevale il blocco politico" ha detto Pasch aggiungendo che per questo e' arrivato l'ultimo momento per attuare le riforme costituzionali ed altre affinche' si possano realizzare gli sforzi per l'adesione all'Ue.

Un po' simile al modello "Mont Fleur" che questa fondazione aveva gia' sperimentato seguendo la transizione della Repubblica Sudafricana dall'apartheid alla democrazia all'inizio degli anni novanta, adesso per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina vengono offerti cinque possibili scenari.

Il primo prevede il mantenimento di uno status quo vale a dire l'attuale ordinamento complicato della Bosnia. In questo senso, secondo le valutazioni, entro il 2025 si potrebbe sperare appena ad uno status candidato per l'adesione all'Ue mentre tutti gli altri paesi della regione ne farebbero gia' parte. Lo secondo scenario prevede invece l'istituzione di uno stato decentralizzato funzionante il quale sarebbe fattibile dopo l'attuazione delle riforme costituzionali con il sostegno della comunita' internazionale. In tal caso la Bosnia potrebbe contare con il pieno ingresso nell'Ue perche' diventerebbe uno stato di diritto con crescita economica. Il terzo possibile scenario secondo la fondazione, sarebbe quello sotto il titolo "stato centralizzato funzionante" che altrettanto vede la Bosnia come membro dell'Ue nel 2025. Questo modello si svilupperebbe pero' dopo gli eventi drammatici nella meta' di questo decennio. Dopo conflitti violenti interni, la comunita' internazionale interverrebbe militarmente e politicamente e rafforzerebbe gli organi centrali del potere semplificando il processo decisionale il che garantirebbe anche l'attuazione di tutte le riforme necessarie. Secondo il quarto scenario vi sarebbe "un nuovo collegamento regionale" il quale prevede il suo ingresso nell'Ue sempre nel 2025 ma precedente vi sarebbe un maggiore collegamento politico ed economico di tutti i paesi dei Balcani occidentali dopo il rifiuto di tutte le ideologie nazionalistiche che finora hanno portato alle divisioni. Questo nuovo collegamento acconsentirebbe un rafforzamento del processo di eurointegrazione della Bosnia Erzegovina. Il quinto tra questi scenari ed il peggiore prevede al contrario che il Paese entro il 2025 non esisterebbe piu' mentre membri dell'Ue potrebbero diventare eventualmente i tre stati etnici formatisi sulle rovine di questo paese dopo nuovi conflitti armati. Questo scenario prevede l'intervento militare e politico della comunita' internazionale ma con la conoscenza che la Bosnia non puo' sopravvivere e che la soluzione migliore sarebbe quella di dividerla in tre parti.

Il direttore del dipartimento per l'Ue presso il ministero degli Esteri, Amer Kapetanović, il quale e' stato uno degli esperti che avevano elaborato i possibili scenari, ritiene che l'ultima delle proposte-previsioni e' comunque la meno probabile. Secondo le sue parole, l'obiettivo di questo studio era quello di sollecitare un dibattito piu' allargato nella societa' per esaminare dove potrebbe condurre l'attuale situazione e quale sarebbe l'obiettivo per il quale bisognerebbe impegnarsi in tempo. "L'importante e' che e' stato constatato che la comunita' internazionale deve avere un ruolo chiave in tutti questi scenari" ha detto Kapetanović.

[*] Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla puntata odierna di Passaggio a Sud Es

domenica 1 aprile 2012

SARAJEVO, APRILE 1992: L'INIZIO DELL'ASSEDIO

Sarajevo 1992: il parlamento
in fiamme durante l'assedio
(Ph: M.Evstafiev/Wikipedia)
Il 5 aprile 1992, a Sarajevo i cecchini iniziarono a sparare su una folla di dimostranti che manifestava per la pace. Il 5 aprile è considerata ufficialmente la data di inizio dell'assedio della città, il più lungo della storia moderna, che terminerà solo il 26 febbraio 1996, dopo la firma degli accordi di pace di Dayton e la fine delle ostilità.
In occasione di questo ventennale è stata organizzata una reunion a Sarajevo di giornalisti e reporters che "coprirono" (come si dice in gergo) la guerra di Bosnia: sede di questa singolare e un po' sconcertante rimpatriata, manco a dirlo, l'hotel "Holiday Inn" che fu la sede della stampa internazionale durante gli anni dell'assedio, proprio lungo la "snypers alley".
Il rischio, come ha scritto Tim Judah su Eastern approaches - The Economist il 23 marzo in un pezzo intitolato "Bosnia past, present and future", (disponibile tradotto in italiano sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso) è che "chiunque si interessi di Bosnia Erzegovina verrà ben presto sottoposto a un diluvio di malinconici 'Io c'ero', storie raccontate da una combriccola di giornalisti che seguirono la guerra e che ora si riuniscono a Sarajevo in commemorazione del 20mo anniversario dell'inizio dell'assedio alla capitale bosniaca".
Anche Tim Judah c'era, ma scrive che non ci andrà: "Ciò che temo è che, ai lettori e ai telespettatori dei materiali che emergeranno da quell'evento, verranno servite le solite storie rimaneggiate sulla Bosnia raccontate da corrispondenti pieni di nostalgia che non hanno alcuna idea di cosa la Bosnia sia ora".
Di quello che fu quella nuova guerra nel cuore dell'Europa - che avrebbe cambiato profondamente il volto di Sarajevo, della Bosnia Erzegovina, dei Balcani e della stessa Europa - scrive oggi Enzo Bettiza in un lungo articolo sulla Stampa.
"Molti non vollero o finsero di non capire quello che stava accadendo nel cuore più antico dei Balcani. Cercarono di vedere ad ogni costo, in quella fatidica scelta plebiscitaria della BosniaErzegovina, la causa e l’inizio di un conflitto tra «milizie serbe» da una parte e «milizie musulmane e croate» dall’altra. Nulla di più opinabile. L’ossessione della simmetria, fin dai primi massacri di Vukovar che la negavano, era stata poi quasi sempre costante e determinante nella passività delle capitali occidentali. Queste, infatti, finirono per lavarsi le mani affidando alle risoluzioni dell’Onu e all’ambigua neutralità dei caschi blu dell’Unprofor (United Nations Protection Force) il compito di tutelare, senza spendere una cartuccia, la drammatica coesistenza tra aggrediti e aggressori. Equanimità forzata, ma assai calcolata, con il male e il bene giudiziosamente spartiti fra tutti gli ex jugoslavi, tutti carnefici e vittime nello stesso istante, è stato il velo pilatesco con cui l’Occidente fino al genocidio di Srebrenica si è bendato gli occhi, onde evitare un’identificazione esatta e compromettente di chi aveva scagliato la prima pietra".

Sarajevo, 5 aprile 1992:
il primo attacco sulla città in servizio di Yutel, programma televisivo di informazione voluto dal Consiglio federale della Jugoslavia e dall’ultimo premier Ante Marković che cercò di mantenere il senso di unione federale, grazie a giornalisti e servizi obiettivi.

mercoledì 7 settembre 2011

CRIMINI DI GUERRA: L'EX CAPO DI STATO MAGGIORE JUGOSLAVO CONDANNATO A 27 ANNI DAL TRIBUNALE INTERNAZIONALE

Momcilo Perisic, con Slobodan
Milosevic, all'epoca in cui era al
comando dell'esercito jugoslavo
L'ex capo di Stato maggiore delle forze armate jugoslave, Momcilo Perisic, è stato condannato dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia a 27 anni di prigione per crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Secondo i giudici dell'Aja, Perisic, che oggi ha 67 anni, ebbe un ruolo diretto nei crimini di guerra commessi dalle forze armate dei serbi di Croazia e dei serbi di Bosnia, appoggiati e agevolati dall'esercito di Belgrado del quale Perisic fu al comando tra il 1993 ed il 1998. “Personalmente non ha mai ucciso nessuno, non ha mai dato fuoco ad una casa in Bosnia o in Croazia, ma ha aiutato ed incoraggiato le persone che hanno commesso tutto ciò”, ha dichiarato il procuratore Tpi, Mark Harmon, che aveva chiesto o l'ergastolo per Perisic, strettissimo collaboratore dell'allora dittatore serbo, Slobodan Milosevic. La sentenza indica però il ruolo diretto della Serbia nei crimini commessi nell'assedio di Sarajevo, nel massacro di Srebrenica e nel bombardamento di Zagabria. “Per questi crimini la corte vi condanna a maggioranza a una pena di 27 anni di carcere”, ha detto il presidente del tribunale, Bakone Moloto. Il processo, iniziato il 2 ottobre 2008, si è protratto per 203 udienze nello corso delle quali sono stati sentiti 82 testimoni dell'accusa e 22 della difesa. Il generale jugoslavo Stanislav Galic, sottoposto di Perisic, nel 2006 è stato già condannato in appello all'ergastolo per il suo ruolo nell'assedio di Sarajevo.

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora, tratto dalla puntata di Passaggio a Sud Est che andrà in onda a Radio Radicale domani alle 6,20 del mattino e che sarà successivamente disponibile on-line. Questo post è stato scelto per la prima pagina di Paperblog di oggi.

Momčilo Perišić, ex comandante dell'esercito dell'ex Jugoslavia, imputato del Tpi dell'Aja, accusato del massacro di Srebrenica, dell'assedio di Sarajevo e delle violenze contro i civili nonche' del bombardamento di Zagabria del due e tre maggio 1995 in cui sono stati uccisi almeno sette e feriti 194 civili, e' stato condannato martedi' con una sentenza di primo grado a 27 anni di carcere. la Procura dell'Aja aveva chiesto la condanna alla massima pena, cioe' all'ergastolo. Secondo il Consiglio del Tribunale, Momčilo Perišić e' stato giudicato colpevole per aver aiutato e sollecitato l'assedio ed il terrore nei confronti di civili di Sarejevo, i crimini di Srebrenica nonche' di aver mancato a punire i militari subordinati per i bombardamenti di Zagabria. E' stato assolto invece dalla responsabilita' di crimini di genocidio a Srebrenica. Va sottolineato che secondo la Procura dell'Aja, Perišić aveva assicurato i presupposti logistici e materiali per la pulizia etnica e crimini che sono stati commessi da parte dei serbi bosniaci e serbi croati in BiH e in Croazia. Perišić si e' consegnato volontariamente il 7 marzo 2005 e fino all'inizio del processo il 2 ottobre 2008 si trovava in liberta' provisoria.

La sentenza a Perišić ha suscitato diverse reazioni in Serbia. La direttrice del Fondo del diritto umanitario di Belgrado, Nataša Kandić ha valutato che la sentenza e' adeguata e corrisponde ai crimini commessi e che non ci sono le ragioni per sospettare che si tratti di motivi politici. Pero' in una dichiarazione all'agenzia di stampa serba Beta, la Kandić afferma che e' difficilmente spiegabile, come illustrato nella sentenza, che Perišić aveva il controllo sull'esercito della cosidetta Repubblica Serba della Krajina mentre invece non aveva il controllo sull'allora generale militare dei serbi bosniaci Ratko Mladić. Il ministro della difesa serbo Dragan Šutanovac e' dell'opinione invece che si tratti di una sentenza „estremamente pesante“ e ha detto di aspettarsi che Perišić presentera' un ricorso a questa sentenza. „Penso che sia arrivato finalmente il momento di finire con tutti questi atti di accusa e sentenze e di voltarsi verso il futuro piuttosto che aprire costantemente le vecchie ferite e parlare del passato“ ha detto il ministro serbo Šutanovac. Per Dragan Todorović, capogruppo dell'ultranazionalista Partito radicale serbo la sentenza e' „terribile e vergognosa“ e ha accusato l'Ue e gli Stati Uniti perche' con le sentenze contro i serbi all'Aja tentano di giustificare i loro crimini.

Le reazioni in BiH, come quasi in tutti i casi delle sentenze precedenti, le reazioni sono state contrastanti, dipendentemente se arrivano dalle fila dei rappresentanti serbi o dalle organizzazioni bosgnacche. I rappresentanti delle vittime di guerra in BiH sono tutti amareggiati per la sentenza che giudicano troppo modesta. La pesidente dell'associazione 'Madri di Srebrenica e Žepa', Munira Subašić ha dichiarato che una tale sentenza serve a premiare il genocidio che e' stato commesso. „Con una tale sentenza non si arrivera' mai alla fiducia, riconciliazione, vita comune ne' giustizia“ ha detto Subašić amareggiata.

Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia: il video dell'udienza del 6 settembre