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giovedì 29 gennaio 2015

L'UCRAINA COME LA JUGOSLAVIA?

L'Ucraina di Putin e le possibili lezioni di Milosevic
Articolo di Davide Denti pubblicato su Aspenia Online

Chi ricorda la storia delle guerre di dissoluzione della Yugoslavia, e specialmente il contesto bosniaco, avrà assistito al conflitto del 2014 tra Russia e Ucraina con un sinistro sentimento di déjà vu. Come da copione, alla costruzione retorica del conflitto è seguita l’azione di gruppi paramilitari e truppe sotto copertura. Ma, nel caso ucraino, una soluzione al conflitto resta per ora preclusa.

In primo luogo, le basi del conflitto sono state poste attraverso la costruzione retorica dell’alterità e la narrazione dell’Ucraina come Paese diviso da una linea di faglia tra civiltà individuata in base alla differenza linguistica, secondo il modello teorizzato da Huntington già nel 1996. Nel contesto ucraino, etichette linguistiche e nazionali non coincidono (si conta che la maggior parte degli attivisti del Maidan comunicasse in russo) e non esiste alcuna frontiera chiara tra l’uso della lingua ucraina e di quella russa, che scolorano nell’area intermedia del surzhik. A tale complessità si è invece sostituita una narrazione basata sul modello etnonazionale - una lingua, un popolo, uno stato - fondato sul presupposto di inconciliabilità tra comunità differenti ed esclusive.

Dove, ed è stato così nella storia dell’Ucraina indipendente, non erano mai esistite tensioni tra comunità linguistiche o nazionali, tali tensioni sono state presunte e denunciate ex ante come violazione dei diritti dei cittadini ucraini di etnia russa. Vladimir Putin ha così recuperato e attualizzato la “dottrina Karaganov” rendendola però ben più minacciosa verso i suoi vicini. Sergei Karaganov, allora Consigliere del Presidente Boris Yeltsin, aveva sostenuto nel 1993 il diritto della Russia di intervenire nelle altre repubbliche post-sovietiche in caso di cattivo trattamento dei russi etnici, e lo stesso Yeltsin aveva proposto (senza successo) che ai russi etnici residenti fuori dalla Russia venisse garantito uno status superiore con diritti speciali, al di sopra di quelli delle altre minoranze nazionali.

Il passaggio dalla Rossijskaja Federacija, la federazione di tutti i popoli di Russia, al Russkij Mir, il mondo russo inteso in senso etnico e transnazionale, indica una trasformazione quantomeno retorica in senso etnonazionale. Una trasformazione non meno rilevante di quella che portò dalla “fratellanza ed unità” tra popoli della Yugoslavia titina al nazionalismo pan-serbo di Slobodan Milosevic.

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martedì 20 gennaio 2015

SERBIA: IL PREMIER VUCIC CONTRO I GIORNALISTI FICCANASO

Il premier serbo Aleksandar Vucic non ha gradito l'inchiesta di quei ficcanaso del Balkan Investigative Reporting Network che hanno pubblicato un'inchiesta sull'affare con cui la società di Stato serba dell’energia, Elektroprivreda Srbije, avrebbe affidato, con un aggravio dei costi, alla Energotehnika–Juzna Backa, un consorzio locale senza esperienza, l’appalto per la ricostruzione della miniera di carbone di Tamnava, danneggiata dalle alluvioni del maggio 2014, che rifornisce di combustibile la centrale TENT che a sua volta fornisce energia a metà del paese. 
Il consorzio della Juzna Backa, secondo Birn, sarebbe collegato a Nikola Petrović, direttore della compagnia statale della rete elettrica Elektromreze Srbije, vicino proprio al premier Vučić, il quale, non solo ha accusato Birn di aver scritto falsità, ma ha anche accusato direttamente l’Unione Europea e il suo capo delegazione a Belgrado, Michael Davenport, di finanziare organizzazioni giornalistiche come BIRN per diffamare il suo governo. Birn naturalmente respinge le accuse e conferma punto per punto la sua ricostruzione.
Non è la prima volta che Vučić mostra qualche fastidio per le critiche. Nel giugno dello scorso anno, per esempio, se la prese con l’Osce accusandola di mentire dopo che essa aveva criticato il suo governo per aver cercato di limitare le critiche online alla sua gestione delle alluvioni. 

Qui di seguito l'articolo di Davide Denti per Eastjournal.net

SERBIA: Il senso di Vučić per la libertà di stampa
di Davide Denti - Eastjournal.net, 19 gennaio 2015

“Dite a quei bugiardi che hanno mentito ancora. E’ tutto ciò che ho da dire”. Così il premier serbo Aleksandar Vučić, venerdì 9 gennaio, parlando in maniera non proprio lusinghiera del Balkan Investigative Reporting Network (BIRN), il network balcanico di giornalismo d’inchiesta basato a Sarajevo, che durante la settimana passata aveva denunciato la corruzione in base alla quale il monopolio statale serbo dell’energia, Elektroprivreda Srbije (EPS), avrebbe affidato ad un consorzio locale senza esperienza, la Energotehnika – Juzna Backa, l’appalto per la ricostruzione della miniera di carbone di Tamnava (regione di Obrenovac), con un forte aggravio dei costi. Il consorzio della Juzna Backa, secondo BIRN, era collegato a Nikola Petrović, direttore della compagnia statale della rete elettrica Elektromreze Srbije, vicino proprio al premier Vučić. La miniera di Tamnava, danneggiata dalle alluvioni dello scorso maggio, rifornisce di combustibile la centrale TENT, che dà energia a metà del paese.

Vučić ha anche accusato direttamente l’Unione Europea e il suo capo delegazione a Belgrado, Michael Davenport, di finanziare direttamente organizzazioni giornalistiche come BIRN per diffamare il governo. “E’ importante che la gente sappia. Hanno ricevuto i soldi da Davenport e dall’UE per parlare contro il governo serbo”.

Vučić l’ha quindi buttata sul nazionalismo economico, sostenendo che BIRN avrebbe fatto lobbying perché il contratto di ricostruzione della miniera fosse affidato ad aziende straniere. “Quelli che hanno vinto i vostri [dell'UE] appalti seguendo strette procedure hanno cercato di forzare il governo della Serbia ad accettare un’offerta di una società occidentale che era più costosa di 23 milioni di euro rispetto all’offerta di una compagnia serba”, ha affermato.

sabato 17 gennaio 2015

ALLARGAMENTO UE: IL MAGRO BILANCIO DEL SEMESTRE ITALIANO

Intervista a Davide Denti, vicedirettore di Eastjournal.net

Il 13 gennaio si è chiuso definitivamente il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a Strasburgo, nel suo discorso davanti al Parlamento europeo, ha sottolineato l'importanza dell'integrazione europea dei Balcani, citando espressamente Albania, Serbia e Montenegro. Il 2014 avrebbe potuto essere un anno favorevole all'avanzamento del processo di integrazione della regione: la presidenza di turno è toccata, infatti, prima alla Grecia e poi all'Italia, due paesi tradizionalmente amici dei Balcani. Inoltre, c'erano stati in precedenza fatti positivi: nel 2013 l’accordo sulla normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo e l'ingresso della Croazia nell'UE; nel 2014 l'avvio dei negoziati di adesione con la Serbia, lo status di Paese candidato dell'Albania, l'Accordo di stabilizzazione e associazione con il Kosovo (che non dovrà passare per la ratifica dei 28 Paesi membri).

Per quanto riguarda la politica d’allargamento, il bilancio del semestre italiano rimane invece assai magro. L’unico passo avanti formale è stata l’apertura di quattro nuovi capitoli negoziali con il Montenegro e il lancio della macro-regione adriatico-ionica, iniziativa importante ma che convolge 4 Paesi membri UE (Italia, Grecia, Croazia e Slovenia) e 4 Paesi candidati (Albania, Bosnia, Montenegro e Serbia), ma non potrà contare su risorse e un bilancio aggiuntivo rispetto ai vari fondi UE e bilaterali ed esclude Kosovo e Macedonia per via dei veti della Grecia e della Serbia. Ma proprio la Grecia si è mostrata ben poco interessata al proprio ruolo storico, mentre le tante scadenze elettorali, dalle elezioni europee a quelle in Bosnia, Serbia e Kosovo, hanno ulteriormente fatto perdere tempo. Così il 2014 è stato un anno sprecato e la presidenza italiana non è riuscita a portare a casa quasi nulla.

Questo in estrema sintesi il contenuto dell'analisi di Davide Denti pubblicata su Eastjournal.net. 

Ascolta qui l'intervista per Radio Radicale



Allargamento UE, il magro bilancio della presidenza italiana del Consiglio UE
di Davide Denti - Eastjournal.net, 14 gennaio 2015

Da SARAJEVO - Il 13 gennaio, con il passaggio di consegne alla Lettonia, si è chiuso definitivamente il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. E anche per quanto riguarda la politica d’allargamento, il bilancio del semestre rimane magro. L’unico passo avanti formale dei paesi dei Balcani occidentali verso l’integrazione europea è stata l’apertura di quattro nuovi capitoli negoziali con il Montenegro, oltre al lancio della strategia macroregionale adriatico-ionica. Ferme al palo Serbia e Albania, i maggiori paesi della regione, così come Macedonia, Kosovo e Bosnia ed Erzegovina.

venerdì 24 gennaio 2014

RIUSCIRA' LA SERBIA A ENTRARE NELL'UE NEL 2020?

Martedì 21 gennaio, con la conferenza intergovernativa a Bruxelles, sono iniziati ufficialmente i negoziati per l'adesione della Serbia all'Unione Europea. Si tratta indubbiamente di un risultato estremamente importante per un Paese che 14 anni fa, di questi tempi, fa era alla vigilia dell'enesimo conflitto (quello per il Kosovo) in cui lo aveva trascinato lungo tutti gli anni Novanta il regime nazionalista e autoritario di Slobodan Milosevic. Ed è singolare e significativo che a conquistare questo traguardo siano stati proprio dei personaggi politici che si sono compromessi con quel regime, come l'attuale presidente Tomislav Nikolic e l'attuale premier Ivica Dacic. 
Dacic, nelle sue dichiarazioni, ha detto che la Serbia punta a diventare il 29 Paese membro dell'UE: l'obiettivo è quello di chiudere i negoziati entro il 2018 per poi perfezionare l'ingresso formale nel 2020. Obiettivo ambizioso che si scontra con la realtà di un processo che si preannuncia assai complicato e quindi presumibilmente più lungo di quanto indicato dal premier serbo. I problemi sul tappeto sono tanti e di non poco conto a cominciare da quello dello status del Kosovo. 
A questo proposito ecco qui l'interessante post di Davide Denti pubblicato su Eastjournal.net, che abbiamo citato nella puntata di Passaggio a Sud Est di ieri. 
Tanti auguri alla Serbia e buona lettura.
 
Serbia: iniziano i negoziati adesione. Nell'UE entro il 2020?
di Davide Denti - da Eastjournal.net
“Oggi è l’inizio di capitolo interamente nuovo nelle relazioni UE-Serbia, ed un successo significativo, – ha commentato il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. – Elogio la Serbia per le sue riforme, sforzi e progressi compiuti negli scorsi anni. I cittadini serbi hanno forti aspirazioni europee, e noi continueremo a sostenere la Serbia affinché continui a fare progressi, passo a passo, nel suo cammino europeo.”
“E’ un giorno storico per la Serbia”, ha dichiarato il primo ministro Ivica Dačić. “Probabilmente è il più importante dalla seconda guerra mondiale”, ha aggiunto il vicepremier Aleksandar Vučić. Dopo anni di ritardo, dovuto alle reticenze della leadership di Belgrado a collaborare con il tribunale dell’Aja e a normalizzare i propri rapporti con il Kosovo, la Serbia si avvia quindi nell’ultima fase del suo cammino di integrazione europea. La fase forse più complessa, e che prenderà ancora diversi anni, durante la quale Belgrado dovrà introdurre sostanziali riforme per portare la propria legislazione in linea con gli standard europei (l’acquis comunitario). Ma Belgrado punta in alto.

Nell’UE entro il 2020? La scommessa di Dačić

“Sono sicuro che la Serbia sarà il prossimo Stato membro”: entrare nell’UE entro il 2020 è l’obiettivo dichiarato del primo ministro serbo Ivica Dačić.  Il governo di Belgrado vorrebbe concludere i negoziati entro il 2018, così da incassare le ratifiche dei 28 stati membri in un paio d’anni e sedere da pari ai tavoli di Bruxelles entro il 2020.
Una previsione che appare azzardata: ci sono voluti otto anni alla Croazia per “entrare in Europa”, dal 2005 al 2013, difficile che Belgrado (che si trova davanti anche lo scoglio del Kosovo) possa mettercene la metà. Di certo la Serbia punta a diventare il nuovo pupillo di Bruxelles nei Balcani e riconquistare un ruolo di leader regionale anche per quanto riguarda il processo d’integrazione europea. Non dovrebbe esserle difficile, viste le secche in cui si trovano oggi la Macedonia, il Montenegro, o l’Albania, per non parlare della Bosnia.
Inoltre i partiti di governo a Belgrado, progressisti (SNS) e socialisti (SPS), ci hanno messo la faccia nel puntare verso Bruxelles, ed è probabile che vogliano far valere i risultati ottenuti “in Europa” nella campagna elettorale che si aprirà a breve in Serbia in vista delle elezioni anticipate, non ancora confermate ma da molti previste per il 16 marzo. Per non perdere una preziosa occasione di visibilità il presidente della repubblica serba e capo del partito progressista Tomislav Nikolić, che non era presente a Bruxelles con Dačić e Vučić, ha fatto diffondere un video con lo slogan “Un presidente responsabile, cittadini soddisfatti, Serbia di successo”, in cui si rimarca il suo contributo alla lotta a crimine e corruzione, all’accordo fra Belgrado e Pristina e all’affermazione della pace e della stabilità nella regione. Il video si chiude con il messaggio “Insieme fino alla piena adesione all’Ue – il presidente serbo Tomislav Nikolić.”
Infine,  la data non sembra scelta a caso: nel 2020 si conclude il ciclo budgetario settennale UE appena iniziato, se la Serbia per allora fosse stato membro potrebbe sedere al tavolo della negoziazione budgetaria e garantirsi in anticipo la sua fetta di fondi strutturali. Ma sarà ben difficile che l’orizzonte UE 2020 si concretizzi per Belgrado: una data più realistica potrebbe essere il 2022-2025, con otto anni di negoziati e due-tre di ratifiche, dando per scontata la non ovvia risoluzione della questione dello status del Kosovo.

Quando il gioco si fa duro…

Dopo lo storico accordo Dačić-Thaçi sulla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo, e dopo i tentennamenti del Consiglio UE di giugno 2013, oltre che dopo la telenovela dell’accordo di associazione Serbia-UE (entrato in vigore a settembre, a cinque anni dalla firma, per via di una birreria contesa con la Lituania) la Serbia si avvia così nell’ultima parte del suo percorso di avvicinamento all’Unione Europea. L’apertura dei negoziati conferma la prospettiva europea della Serbia e l’accelerazione impressa dall’amministrazione conservatrice Nikolić-Dačić alle relazioni con Bruxelles.
I negoziati si apriranno con alcuni dei capitoli più controversi, come il capitolo 23 su Magistratura e diritti fondamentali e il 24 su Giustizia, libertà e sicurezza: quei capitoli che, come appreso dalla Commissione nell’esperienza della Croazia, sono particolarmente di rilievo per i paesi dei Balcani occidentali. Meglio iniziare a lavorarci il prima possibile quindi, sapendo che servirà prendersi tutto il tempo necessario per verificare l’introduzione e la messa in atto di profonde riforme: è il nuovo approccio di Bruxelles, che precedentemente preferiva carburare con i capitoli meno problematici (nel caso del Montenegro, che ha anch’esso appena aperto i negoziati sui capitoli 23 e 24, la Commissione aveva iniziato un anno fa con i capitoli su scienza, ricerca, educazione e cultura). “Sarà un esercizio impegnativo ma equo e obiettivo”, ha assicurato il Commissario UE all’allargamento Štefan Füle, “che non si limiterà a ‘barrare le caselle’ ma andrà a verificare l’effettiva messa in pratica delle riforme”.
I capitoli su giustizia e diritti, assieme a quelli su ambiente, agricoltura e controlli finanziari, erano già stati individuati dalla Commissione europea nel suo screening iniziale come i più impegnativi per la Serbia, che dovrà allinearli all’acquis legislativo europeo. Belgrado dovrà introdurre riforme profonde del suo sistema giudiziario, inclusa la lotta alla corruzione e al crimine organizzato, e la protezione dei diritti umani (i casi contro la Serbia presso la Corte europea dei diritti umani danno una casistica delle questioni aperte), inclusa una significativa protezione della libertà d’espressione delle minoranze (è il caso del Gay Pride di Belgrado, che da anni non può tenersi per le minacce e violenze degli ultranazionalisti). Dovranno anche terminare i casi di intimidazione dei giornalisti, serbi e stranieri, di cui ha recentemente fatto esperienza Lily Lynch del portale Balkanist. 

Il nodo Kosovo

L’avvio dei negoziati d’adesione è la ricompensa attesa e meritata che Belgrado incassa per il suo impegno nel dialogo bilaterale con il Kosovo e per aver adempiuto a tutte le altre condizioni, inclusa la piena cooperazione con il tribunale penale internazionale dell’Aja per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia. Se Bruxelles avesse mancato di ricompensare la Serbia, dopo già sei mesi di ritardo rispetto alla prima occasione disponibile per farlo, avrebbe inviato a Belgrado il messaggio che gli stati membri UE non sono seri nel loro approccio e coerenti con le proprie promesse, mandando all’aria il funzionamento della strategia di condizionalità applicata dall’Ue.
I negoziati d’adesione della Serbia e la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo procederanno in parallelo  rinforzandosi a vicenda. Da parte sua, il Kosovo sta negoziando con l’Ue un accordo d’associazione e stabilizzazione che possa portare anche alla liberalizzazione del regime dei visti. La Commissione europea continuerà a verificare la messa in atto degli accordi dell’aprile 2013 sulla normalizzazione delle relazioni durante il processo negoziale, così come la messa in atto dell’accordo d’associazione Ue-Serbia e l’impegno di Belgrado nella cooperazione regionale. D’altronde le sfide non mancano, come hanno dimostrato le dimissioni prima ancora di assumere l’incarico del tanto anelato sindaco serbo di Mitrovica Nord, Krstimir Pantić, definite irrilevanti dal ministro serbo per Kosovo e Metohija, Aleksandar Vulin, ma che costringeranno ad un nuovo turno elettorale a Mitrovica e che ritarderanno la costituzione della Comunità dei comuni serbi del Kosovo prevista dall’accordo. E presto si porrà anche la questione della partecipazione al voto dei serbi del Kosovo  alle legislative serbe.

domenica 12 gennaio 2014

L'UNIONE EUROPEA SOMMERSA DALL'EUROSCETTICISMO?

Martedì scorso ho proposto un pezzo di Massimo Nava uscito sul Corriere della Sera lo scorso 20 dicembre che esprimeva, in maniera fondata e argomentata, la preoccupazione su ciò che potrebbe accadere a maggio prossimo alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo che potrebbero segnare il successo di movimenti antieuropei, populisti e xenofobi che si sono difusi in questi ultimi anni in molti Paesi europei. Per bilanciare quella preoccupante prospettiva, e per la mia inguaribile inclinazione euro-ottimista, propongo oggi l'interessante analisi di Davide Denti, pubblicata il 23 dicembre su East Journal. Buona lettura e di nuovo auguri Europa e auguri a tutti noi.

Unione Europea: saremo sommersi dagli euroscettici?

“Stiamo andando a cento all’ora a sbattere contro un muro”, commentavano solo qualche mese fa nei corridoi dell’europarlamento a Bruxelles. Il riferimento era alla marea montante dei partiti populisti ed euroscettici, che in tutta Europa si stanno mobilitando in vista delle elezioni europee previste per il prossimo 25-26 maggio nei 28 stati membri dell’Unione, mentre la crisi dell’eurozona ancora morde le loro società.

Le elezioni europee del 2014 sembrano destinate a essere ricordate per due cose, forse contraddittorie tra loro: l’inevitabile declino della partecipazione al voto, e la crescita dei partiti populisti ed euroscettici. Il rischio, qualcuno ha paventato, è che l’istituzione dedicata alla rappresentanza dei cittadini si trovi incapace di funzionare nel suo prossimo mandato. Una diagnosi così negativa è giustificata? Forse no, sostiene in un suo documento Yves Bertoncini, direttore di Notre Europe. Vediamo perché.

Affluenza alle urne: l’importanza di mettere l’asticella al livello giusto

Le elezioni europee, da quando si sono tenute a suffragio dirette a partire dal 1979, hanno dato risultati paradossali per quanto riguarda la partecipazione alle urne. Mentre i poteri del parlamento europeo sono costantemente cresciuti, da una camera puramente consultiva com’era ad un co-decisore su un piano di parità con il Consiglio UE nella stragrande maggioranza dei dossier (fanno ancora eccezione allargamento e politica estera), il tasso di affluenza alle urne dei cittadini europei è costantemente diminuito, dal 62% del 1979 al 43% del 2009. Il timore è che nel 2014 non si arrivi a superare la barra del 40%.

Un dato preoccupante, se si considera che la partecipazione alla urne alle elezioni politiche nei diversi paesi europei varia tra il 65% e il 95%. Ma sarebbe un paragone corretto? Le elezioni europee non sono come le elezioni nazionali. In primo luogo, perchè non si elegge un governo. Votare per il Parlamento europeo ha un effetto sostanziale sulla composizione delle leggi stabilite in sede UE, e da quest’anno dovrebbe avere un chiaro legame anche con la scelta del presidente della Commissione, ma non influenza la composizione dell’altro organo legislatore, il Consiglio, nè le politiche perseguite dalla BCE, che sono stabilite nei trattati. E’ meno evidente per l’uomo della strada capire come la sua scelta possa produrre un cambiamento sostanziale a livello europeo.

In secondo luogo, una delle ragioni del calo costante degli elettori all’europarlamento è dato dalla diminuzione del peso degli stati con sistemi di voto obbligatorio rispetto al totale: da 3 su 9 nel 1979 (inclusa l’Italia), a 3 su 28 (Belgio, Grecia e Lussemburgo).

Inoltre, è sbagliato paragonare le elezioni europee alle elezioni nazionali. Se paragonate alle elezioni federali di sistemi politici come la Svizzera o gli Stati Uniti, il quadro cambia: solo il 48% degli americani (e ancor meno in caso di elezioni di mid-term) o il 54% degli svizzeri si è recato a votare per le elezioni federali, in media, tra il 1965 e il 1995. Eppure nessuno si sogna di contestare per questo l’assenza di democrazia parlamentare degli Stati Uniti o della Svizzera. Segno che l’astensione è una sfida accettabile per un livello politico meno vicino al cittadino di quanto possano essere le elezioni comunali o politiche nazionali.

Infine, una serie di fattori di circostanza sembrano convergere nel fare delle elezioni del 2014 una possibile eccezione: le elezioni si terranno in maggio anziché, come solito, in giugno, con minor rischio che la gente “vada al mare”. In secondo luogo, in diversi casi le elezioni europee saranno simultanee ad altre tornate elettorali, nazionali o locali. Si voterà lo stesso giorno delle europee in Belgio, Irlanda, Grecia e Lituania, oltre che in 10 Länder tedeschi e in diverse constituency britanniche. Infine, l’eurocrisi ha portato l’Europa ad essere un tema di dibattito quotidiano in molti stati membri. La politicizzazione delle questioni europee potrebbe aiutare a convincere i cittadini a recarsi alle urne per esprimere la loro opinione – non necessariamente positiva – su come l’UE ha gestito la crisi. La sinistra in particolare, come partiti di minoranza a livello europeo e nazionale nell’ultimo periodo, ha l’opportunità e la responsabilità di puntare il dito contro il magro bilancio dell’ultimo mandato europeo del centrodestra, e al contempo articolare una visione alternativa per l’Europa unita dei prossimi cinque anni.

Dell’inutilità degli euroscettici a Bruxelles

Ma che fare se, anche con una partecipazione al voto a livelli decenti, un gran numero di europarlamentari si rivelassero euroscettici o populisti? Il Parlamento europeo potrebbe restarne in scacco? In realtà, sarebbe molto più grave per l’UE se partiti euroscettici o populisti andassero al governo in più stati membri (e le relazioni di Cameron, Orban, e dell’ex presidente céco Klaus con l’UE lo dimostrano). Euroscettici e populisti, infatti, hanno ben poca influenza sul processo decisionale europeo, e questo perché l’influenza è in funzione non solo del numero di seggi, ma anche della coesione interna dei gruppi politici e della loro capacità di coalizzarsi con altre forze politiche.

In primo luogo, gli euroscettici e populisti sono profondamente divisi tra loro. I loro temi di battaglia possono essere simili: il deficit democratico dell’UE, la difesa delle identità nazionali contro Bruxelles e spesso anche contro immigrati e Islam, identificati come “altro da sè“, e talvolta la denuncia dell’agenda neoliberista dell’UE. Ma a parte un generale rigetto delle istituzioni europee, i vari partiti populisti ed euroscettici hanno ben poco in comune. Così, si trovano frammentati tra tre gruppi diversi nell’emiciclo di Bruxelles e Strasburgo: i conservatori più mainstream nell’ECR (Tories britannici, il PiS dei Kaczynski, l’ODS céco di Klaus), la destra autonomista nel gruppo EFD (Lega Nord, UKIP, Veri Finlandesi, Popolari danesi, TT lituani, SNS slovacco), la sinistra radicale nel gruppo GUE/NGL (Die Linke, Syriza, Front de Gauche, Izquierda Unida, Sinn Fein, comunisti céchi). Fuori da ogni gruppo sono rimasti, all’ultimo giro, i partiti di estrema destra (Front National, FPOE, il PVV di Geert Wilders, Ataka, Jobbik), incapaci di trovare una sintesi tra diversi nazionalismi: il loro gruppo Identità, tradizione, sovranità si è frantumato nel 2007 per via delle offese che gli eurodeputati del Partito della Grande Romania ritenevano di aver subito dalla collega italiana Alessandra Mussolini.

Un gruppo europeo della destra potrebbe risorgere a questo giro (prova ne sia l’attivismo europeo di Marine Le Pen), ma ciò non costituirebbe una grave minaccia per il Parlamento europeo. Infatti, la coesione interna e la partecipazione ai lavori  dei gruppi euroscettici sono più basse di quelle degli altri gruppi politici, e ciò ne riduce l’influenza nell’europarlamento, diminuendo il valore del numero dei seggi conquistati alle elezioni.

Inoltre, se oggi gli euroscettici al Parlamento europeo possono contare su circa 140 eurodeputati su un totale di 766 (il 20%), nel 2014 il loro numero potrebbe salire fino a circa 200 su 751 (il 25%), ma non oltre. Ciò poiché gli equilibri del prossimo europarlamento dipendono soprattutto dai sette stati che raccolgono due terzi dell’elettorato e determinano il 60% dei seggi. E in alcuni di questi (Spagna, Polonia) non si prevede un’aumento del voto populista, mentre in altri (UK, Romania) gli euroscettici avevano già ottenuto ottimi risultati nel 2009. L’aumento previsto verrebbe quindi da quei paesi in cui il voto populista o euroscettico è in ascesa: Francia, Italia e Germania.

Ma, come spiegato sopra, l’aumento numerico non corrisponderebbe necessariamente ad un aumento d’influenza di tali gruppi. In mancanza di una dinamica ben definita tra maggioranza e opposizione, le decisioni al Parlamento europeo vengono prese il 70% delle volte per consenso tra i due gruppi maggiori, popolari (PPE) e socialisti (S&D), con l’eventuale aggiunta dei liberali (ALDE). Al contrario, il 15% delle volte le decisioni passano con una maggioranza di centrosinistra (liberali, socialisti e verdi) e il restante 15% con una maggioranza di centrodestra (liberali, popolari e conservatori). La crescita dei gruppi euroscettici di destra e di sinistra, che costituiscono l’opposizione alla “grande coalizione” europea tra popolari, liberali e socialisti, potrebbe avere l’effetto paradossale di rafforzarla, aumentando la propensione alla coesione tra i 550 eurodeputati dei gruppi centrali.

Porre le sfide nella giusta prospettiva

Il Parlamento europeo affronta delle sfide difficili in vista delle elezioni del 2014, conclude Yves Bertoncini, ma le cose vanno messe nella giusta prospettiva. Per quanto riguarda l’astensionismo, il 2014 potrebbe portare ad una inversione di tendenza, o potrebbe confermare quelli che sono considerati livelli accettabili in elezioni federali paragonabili quali quelle in Svizzera e Stati Uniti. Per quanto riguarda l’ascesa dei populisti, nonostante il loro numero crescerà quasi per certo, la loro influenza sul processo decisionale europeo non aumenterà; la loro presenza farà più danno all’immagine del loro paese di provenienza, che all’UE.

Una possibile conseguenza è che i gruppi politici centrali – popolari, socialisti e liberali – siano spinti dalla presenza di un maggior numero di euroscettici nell’emiciclo europeo a discutere, difendere e spiegare meglio le tematiche europee alle opinioni pubbliche dei 28 stati membri, formulando e mettendo in atto alternative alle politiche del centrodestra che ha governato la maggioranza degli stati membri nell’ultimo decenni. Il dibattito che ne conseguirà potrebbe risultarne più politicizzato, ma anche in grado di creare per la prima volta quella sfera pubblica transnazionale che è da molti considerata il prerequisito per una vera democrazia europea.

mercoledì 26 settembre 2012

CROAZIA: RICATTO SLOVENO SUI DEBITI DELLA LJUBLJANSKA BANKA

Articolo di Davide Denti pubblicato su Eastjournal.net
La Slovenia rischia la faccia a Bruxelles: l’ultima mossa del governo Janša è vista in sede europea come un vero ricatto. Lubiana non ratificherà il trattato di adesione della Croazia (mossa già compiuta da 14 stati UE su 27) se Zagabria non cederà sulla questione dei debiti della Ljubljanska Banka di jugoslava memoria.
A seguito del fallimento della Ljubljanska Banka negli anni ’90, 172 milioni di euro di risparmi di 130.000 cittadini croati finirono direttamente nel debito pubblico sloveno. L’istituzione-figlia, la Nova Ljubljanska Banka (NLB), è stata citata in giudizio da due banche croate per riottenere il denaro. Ma secondo la Slovenia l’intera vicenda va giudicata nel contesto degli accordi di successione alla Jugoslavia, direttamente in sede della Bank of International Settlements (BIS) di Basilea in Svizzera. Il governo HDZ di Kosor nel 2010 aveva accettato il principio dei negoziati in sede BIS, ma a fronte di pochi progressi sulla questione l’attuale governo socialdemocratico sembra essere tornato all’idea della risoluzione bilaterale. Nel frattempo, lo scorso mese di giugno la Slovenia ha versato altri 382 milioni di euro nelle casse della NLB per impedirne una nuova bancarotta.
Il ministro degli esteri sloveno Karl Erjavec aveva già sottolineato la questione in giugno e vi è tornato in settembre: “Personalmente mi auguro che la Croazia acceda all’Unione Europea il prima possibile e che l’accordo sia ratificato… ma la precodizione a ciò è che venga risolta la questione della Ljubljanska Banka“.
La comunità diplomatica europea di Bruxelles tuttavia non è affatto felice della mossa slovena: la Commissione e i funzionari degli stati membri vedono come fumo negli occhi questa intromissione di una questione bilaterale in una complessa procedura pluriannuale di rilevanza continentale. La Slovenia sembra sempre più fare la figura del rompiscatole che cerca di far pesare il proprio status di paese membro per risolvere i suoi problemi bilaterali, a scapito dell’interesse generale. Un po’ come Cipro, la cui questione avvelena le fondamentali relazioni tra l’Unione e la Turchia. Per questo la pressione su Lubiana aumenterà a partire dal 10 ottobre, con la pubblicazione dell’ultimo rapporto della Commissione sull’allargamento alla Croazia. Se, come plausibile, questo sarà positivo, la Slovenia non avrà più alibi per tenere in sospeso la ratifica del trattato d’adesione.
Secondo l’analista politico croato Davor Gjenero, inoltre, la questione potrebbe essere gonfiata da entrambe le parti per fini elettoralistici. La Slovenia va alle urne in ottobre per eleggere un nuovo capo di stato, la società è molto divisa e il paese è sull’orlo della bancarotta: riattizzare un “nemico esterno” è una strategia populista che potrebbe servire gli interessi elettorali dell’attuale governo a Lubiana. Se così fosse, il contenzioso dovrebbe rientrare una volta passata la stagione elettorale (pur senza una soluzione in vista per i risparmiatori della LB), e Zagabria non dovrebbe subire eventuali ritardi nel suo accesso all’Unione, previsto per luglio 2013.
Le relazioni bilaterali avevano già messo i bastoni tra le ruote all’adesione della Croazia all’UE nel 2008, quando Lubiana minacciò di bloccare i negoziati per via del contenzioso sui confini marittimi nel golfo di Pirano – questione che la Croazia si impegnò a risolvere tramite arbitrato internazionale, ma che resta ancora aperta. Ancora, l’anno scorso la Slovenia si era messa in cattiva luce quando gli interessi economici di una azienda slovena di costruzioni avevano spinto il governo di Lubiana a mettere il veto ad ulteriori sanzioni contro la Bielorussia, attirandosi l’ira della Polonia e venendo infine costretta a fare un passo indietro.
C’è da augurarsi che la Croazia abbia appreso la lezione e che non si comporti allo stesso modo una volta fatto il suo ingresso nell’UE. I propositi sembrano buoni: dopo la questione del golfo di Pirano, Zagabria dichiarò solennemente che non avrebbe mescolato questioni bilaterali e multilaterali impedendo l’integrazione degli altri stati balcanici. E ultimamente sembra essere vicina alla soluzione anche la questione croato-bosniaca del corridoio di Neum / ponte di Peseljac, grazie alla mediazione UE.