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martedì 3 febbraio 2015

IL PAPA A SARAJEVO: UNO SCRITTO DI ALEXANDER LANGER DEL 1994

Papa Francesco ha annunciato a sorpresa che il prossimo 6 giugno si recherà in visita a Sarajevo, la capitale della Bosnia-Erzegovina, che da simbolo dell'incrocio tra culture e religioni diverse è diventata il teatro della difficile convivenza tra le etnie che si sono combattute nella guerra del 1992-1995. Si tratta della secondo viaggio europeo di papa Bergoglio (oltre alla visita alle istituzioni europee a Strasburgo) dopo che anche il primo, lo scorso anno, ha riguardato non casualmente un Paese balcanico: l'Albania. "Vi chiedo fin d'ora di pregare affinché la mia visita a quelle care popolazioni sia di incoraggiamento per i fedeli cattolici, susciti fermenti di bene e contribuisca al consolidamento della fraternità e della pace", ha detto il papa domenica all'Angelus in piazza San Pietro.

Prima di Bergoglio, papa Wojtyla compì una visita pastorale a Sarajevo il 12 e il 13 aprile del 1997. In uno dei molti tra discorsi e omelie che pronunciò nella sua breve visita, Giovanni Paolo II disse che "le tensioni, che possono crearsi fra gli individui e le etnie come eredità del passato e come conseguenza della vicinanza e della diversità", avrebbero dovuto "trovare nei valori della religione motivi di moderazione e di freno, anzi di intesa in vista di una costruttiva cooperazione". Non pare che in Bosnia Erzegovina questo sia ancora accaduto, ma forse, più che per causa delle religioni, per colpa dei politici locali che continuano a sfruttare le appartenenza etniche per scopi elettorali condannando il Paese ad una perenne impasse.

Papa Wojtyla avrebbe dovuto recarsi a Sarajevo già nel 1994, quando ancora il conflitto era in corso. A quella visita, che poi non si realizzò, lavorò con discrezione anche Alexander Langer. Qui di seguito il testo che scrisse in quella occasione (ringrazio Edi Rabini per la segnalazione), così com'è riportato sul sito della Fondazione.

Alexander Langer sulla mancata visita del Papa a Sarajevo
"Non per pusillanimità Wojtyla ha rinunciato a Sarajevo - ci riprovi come pellegrino ecumenico!"
No, non lo si può ritenere pusillanime per aver disdetto la visita a Sarajevo. Il Papa ha rinunciato, in questo momento, ad un gesto storico, sicuramente non per paure personali.
Giovanni Paolo II aveva scelto di fare quello che tutte le grandi istituzioni internazionali avrebbero dovuto fare da tempo: andare a Sarajevo, non lasciare sola la città accerchiata, riconoscere e valorizzare l'unità pluri-religiosa e pluri-culturale della Bosnia Herzegovina, oggi massacrata da una feroce spartizione ed epurazione etnica. Un gesto tanto più significativo, in quanto da parte di molte gerarchie cattoliche troppi incoraggiamenti erano venuti alla voglia di "stare per conto proprio" e di "disfarsi degli altri, con i quali è impossibile convivere".
Spero che il Papa non si lasci scoraggiare da questa disdetta, e che porti avanti con profetica determinazione quello che comunque si annunciava come il gesto umano, europeo e politico più alto e pregnante che si potesse compiere. Ma perchè non "alzare il livello", rendendo ancor più significativo - e forse anche meno attaccabile - la sua azione, trasformando con tutta umiltà e pazienza il suo viaggio "apostolico" in una visita "ecumenica", da preparare e da compiersi insieme ad esponenti religiosi di fede cristiana ortodossa, di fede musulmana, di fede israelita, di altre confessioni cristiane (evangeliche e riformate) europee?
Oltre all'esplicita proposta che in questo senso ha manifestato il Patriarca Alessio di Mosca, vi era già stato un precedente: nel novembre 1991 una missione inter-religiosa, iniziata dal presidente delle comunità israelitiche francesi Jean Kahn, aveva riunito ecclesiastici cattolici, protestanti, musulmani in un viaggio a Belgrado ed a Zagabria. Si è svolto pure un incontro inter-religioso nell'ottobre 1993 a Sarajevo, in presenza del cardinale Etchegaray e del vescovo Monterisi, del Reis islamico di Sarajevo Efendi Mustafa Ceric, di esponenti ortodossi ed israeliti (al quale ho avuto l'onore di essere invitato, come esponente del Parlamento europeo e del Forum di Verona per la riconciliazione nell'ex-Jugoslavia). E non dimentichiamo la preziosa disponibilià già manifestata a proposito dal rabbino Elio Toaff.
Spero che il Papa voglia considerare l'opzione ecumenica, per dare al tempo stesso soddisfazione a chi lo attende con ansia, e per rendere più fruttuoso e permanente l'impatto della sua visita. Se infatti nell'ex-Jugoslavia le religioni, da bandiere di guerra quali attualmente vengono impugnate, si trasformassero in elementi per ricostruire ponti di convivenza e di tolleranza, qualche speranza di uscire dal tremendo conflitto potrebbe rinascere.
Bruxelles, 8.9.1994 Alexander Langer

domenica 15 dicembre 2013

UN FUMETTO PER ALEX LANGER


Recentemente ho parlato di "In fondo alla speranza. Ipotesi su Alex Langer", un bel racconto a fumetti (o graphic novel, come si dice oggi) scritto da Jacopo Frey e Nicola Gobbi e pubblicato dalle edizioni Comma 22. Attraverso il racconto di un viaggio in un paese in guerra (l'ex Jugoslavia) l'opera ripercorre la vicenda umana di Alex Langer, politico, pensatore, militante della pace (ma non necessariamente pacifista ad ogni costo), sostenitore del dialogo tra i popoli e del superamento delle frontiere fisiche e mentali, morto suicida il 3 luglio del 1995. Usando le parole dello stesso Langer, insieme ai ricordi di chi lo ha conosciuto e ne ha condiviso la vicenda umana e politica, Frey e Gobbi, pagina dopo pagina trasformano quella missione di pace in un viaggio in cui Lamger va alla ricerca dei fili da riannodare per tentare di ritrovare una convivenza possibile tra le persone ma anche con sé stesso. Ora l'intervista che ho fatto ai due autori per Radio Radicale la potete leggere sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso che ringrazio per l'ospitalità.
 

domenica 24 novembre 2013

IN FONDO ALLA SPERANZA: UNA IPOTESI SU ALEX LANGER

Raccontare una storia con il fumetto: oggi si parla di "graphic novel", all'inglese, ma è una forma letteraria non nuovissima che in Italia ha avuto alcuni grandi maestri (basti pensare a Hugo Pratt e a Guido Crepax). Con i fumetti si può raccontare anche la Storia: e anche in questo ambito l'Italia ha una grande tradizione con artisti del calibro di Dino Battaglia o Sergio Toppi. In questo solco si inserisce l'opera di due giovani autori italiani: la storia di un uomo che ha sullo sfondo la storia europea di venti anni fa.

Sto parlando di "In fondo alla speranza. Ipotesi su Alex Langer", un racconto a fumetti di Jacopo Frey e Nicola Gobbi, pubblicato dalle edizioni Comma 22. La storia è, appunto, quella di Alex Langer, politico, pensatore, militante della pace (ma non pacifista ad ogni costo), sostenitore del dialogo tra i popoli e dell'abolizione delle frontiere fisiche e mentali, morto suicida il 3 luglio del 1995. Jacopo Frey (sceneggiatore) e Nicola Gobbi (disegnatore) compongono non una biografia classica, ma piuttosto il racconto di un viaggio in un paese in guerra (l'ex Jugoslavia, anche se non è esplicitamente indicata) che da missione di pace diventa la personale ricerca dei fili da riannodare per tentare di ritrovare una convivenza possibile. La scrittura di Frey e i disegni in bianco e nero di Gobbi danno così corpo alle riflessioni di Langer, ma anche alla stanchezza, alle paure e alla disperazione che lo porteranno a togliersi la vita il 3 luglio 1995. E piuttosto che spiegare, preferiscono, molto più utilmente, suscitare domande e curiosità, tracciando appunto una "ipotesi" su una personalità di grande spessore umano e politico come quella di Alex Langer e sulla sua storia personale da troppi e troppo presto accantonata.

Un racconto che vi consiglio caldamente di leggere: per ricordare chi è stato Alex Langer attraverso l'ottimo lavoro di Jacopo e Nicola che potete ascoltare qui nell'intervista per Radio Radicale




Jacopo Frey e Nicola Gobbi sono entrambi di Ancona. Jacopo Frey si è laureato in storia all'Università di Bologna. Nicola Gobbi si è diplomato all'Accademia di Belle Arti di Bologna dopo aver studiato alla Scuola Comics di Jesi. Con "In fondo alla speranza" hanno vinto il premio "Reality Draws", promosso dall'Anci, dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e dal Comune di Ravenna per promuovere giovani talenti del fumetto. Proprio questo riconoscimento ha permesso loro di portare a termine e di pubblicare questa che è la loro prima opera lunga dopo varie esperienze in riviste indipendenti e autoproduzioni italiane ed europee in cui hanno concentrato la passione del fumetto con l'impegno sociale.

Per contattare gli autori o ordinare copie del volume scrivete a Jacopo Frey
jacopofrey@gmail.com

giovedì 5 luglio 2012

PASSAGGIO IN ONDA

E' on-line la puntata di Passaggio a Sud Est trasmessa oggi da Radio Radicale. La trasmissione è riascoltabile nella sezione "In Onda" del blog oppure, insieme a quelle precedenti, sul sito di Radio Radicale.

martedì 3 luglio 2012

UOMO DI FRONTIERA SENZA FRONTIERE


Alex Langer e Gandhi
Diciassette anni fa Alexander Langer decideva di porre fine alla sua esistenza terrena. Era nato a Sterzing/Vipiteno 49 anni prima. Giornalista, traduttore, insegnante, esponente politico, credo si possa dire che prima e al di là di tutto questo, Langer sia stato una persona ed un cittadino. E come tale fin da giovanissimo ha sentito profondamente il dovere civico di partecipare e impegnarsi. Anche “sporcandosi le mani”, al di qua e al di là delle frontiere politiche, culturali, ideologiche e materiali, anzi andando oltre i confini che troppo spesso, prima ancora che sulle carte geografiche stanno nella testa delle persone.

Resta emblematico, secondo me, il suo rifiuto – per lui che si era sempre dichiarato di madre lingua tedesca - di aderire al censimento nominativo del 1981 e del 1991 che rafforzava la politica di divisione etnica. Non comune e coerente con questa sua visione è stata la volontà di dialogo e di confronto anche con aree diverse dalle sue e la disponibilità alle idee originali e non conformiste che emergevano in gruppi e movimenti non compresi nell'abituale panorama politico.

Dopo la caduta del muro di Berlino Langer si impegnò ancora di più per contrastare i contrapposti nazionalismi che emergevano nell'Europa ex “oltre cortina” e soprattutto in Jugoslavia, sostenendo e schierandosi al fianco chi si batteva per la conciliazione interetnica. Anche in questo caso non ebbe paura di andare controcorrente, assumendo anche posizioni scomode rispetto ad un certo pacifismo che pretendeva di mantenersi equidistante tra aggrediti ed aggressori e rifiutava aprioristicamente ogni ipotesi di intervento, anche militare, per fermare il bagno di sangue in corso nei Balcani.

Il 26 giugno del 1995, con altri parlamentari, esponenti politici, militanti e profughi dell'ex Jugoslavia, si recò a Cannes, in occasione del Consiglio europeo, per portare ai capi di stato e di governo l'appello "L'Europa muore o rinasce a Sarajevo", che resta tutt'oggi un testo di grande valore morale e politico. Un manifesto che mostra ancora la sua attualità in questi mesi di crisi non solo economica e istituzionale dell'Unione Europea, ma finanche dello stesso progetto politico di unione concepito sulle macerie della seconda guerra mondiale.

Pochi giorni dopo, il 3 luglio, Alex Langer decideva di interrompere la sua vita. Nemmeno due settimane più tardi il mondo avrebbe conosciuto l'orrore di Srebrenica, che sembrava rappresentare, nella maniera più tragica e sanguinaria, il fallimento di ogni idea di tolleranza e di convivenza pacifica e che denunciava nel peggior modo possibile l'assenza politica dell'Europa e l'ignavia dei suoi vertici politici nazionali.

Alex Langer è stato davvero, come ha scritto qualcuno, “un uomo di frontiera senza frontiere”, che ha saputo fare delle sue radici etniche e culturali non un elemento di chiusura e di separazione, ma lo stimolo di una nuova idea di appartenenza, un mattone da mettere in comune per costruire un nuovo concetto di cittadinanza, facendo delle differenze e delle specificità un elemento di unione e non di separazione, al di là delle frontiere fisiche e dei confini mentali.

Il sito della Fondazione Alexander Langer

martedì 29 giugno 2010

L'EUROPA MUORE O RINASCE A SARAJEVO

Quindici anni fa, il 3 luglio del 1995, Alexander Langer poneva fine alla sua esistenza terrena. Aveva 49 anni. Non vide quello che una settimana dopo sarebbe accaduto a Srebrenica, ma aveva già visto e previsto abbastanza di quello che stava succedendo in quegli anni nella ex Jugoslavia. Da anni era impegnato, anche come parlamentare europeo, per una politica estera di pace, per relazioni più giuste tra Nord e Sud del mondo e tra Est e Ovest. Dopo la caduta del muro di Berlino si era battuto per contrastare i contrapposti nazionalismi che andavano via via emergendo, sostenendo la conciliazione interetnica nell’ex-Jugoslavia ormai avviata verso la disgregazione. Il suo impegno convinto per la pace non gli impedì tuttavia di prendere posizioni critiche verso un certo pacifismo neutralista ed equidistante che non sapeva o non voleva distinguere tra aggressori e aggrediti, tra vittime e carnefici. Il 26 giugno Langer si recò a Cannes, con altri parlamentari, per portare ai capi di stato e di governo europei un drammatico appello: "L'Europa muore o rinasce a Sarajevo". Pochi giorni dopo lasciava questa terra. Vorrei ricordarlo con un suo testo scritto in quei giorni preso dal sito della Fondazione che porta il suo nome.

L'Europa muore o rinasce a Sarajevo
25.6.1995, La terra vista dalla luna

Siamo andati a Cannes, dunque, a manifestare davanti ai capi di stato e di governo, per la Bosnia-Erzegovina. "Basta con la neutralità tra aggrediti ed aggressori, apriamo le porte dell'Unione europea alla Bosnia, bisogna arrivare ad un punto di svolta!" Non eravamo tantissimi - qualche migliaio appena -, e dall'Italia prevalevano i pannelliani. Il grosso dei militanti della solidarietà per l'ex Jugoslavia non avevano saputo e forse neanche voluto.

Dalla Spagna, invece, sono venuti in parecchi, dalla Catalogna soprattutto; dalla Francia molti comitati, pochi o pochissimi invece da Belgio, Olanda, Svezia, Gran Bretagna e Germania. Dei parlamentari europei molti avevano firmato - la maggioranza dei verdi e dei radicali, significativi democristiani e socialisti, qualche esponente della sinistra, diversi rappresentanti dei berlusconiani europei ("Forza Europa", ora integrati nei gaullisti), liberali e regionalisti. Tanti bei nomi tra i firmatari, dall'ex commissario ONU José Maria Mendiluce (socialista spagonolo) a Otto d'Asburgo, da Daniel Cohn-Bendit a Corrado Augias, Francisca Sauquillo, Michel Rocard, Arie Oostlander, Giorgio La Malfa, Pierre Carniti, Glenys Kinnock, Antonio Tajani, Catherine Lalumière, Bernard Kouchner. Solo una ventina viene poi effettivamente a Cannes, il 26 giugno 1995. Oltre cento rifugiati bosniaci che dall'Italia vogliono raggiungere Cannes, restano invece bloccati alla frontiera di Ventimiglia: "ecco, ancora una volta l'Europa non ci vuole", è l'amaro commento. Una manifestazione al confine rende almeno visibile il loro intento.

Dopo la manifestazione in piazza, ci riceve Jacques Chirac in persona, una dozzina di noi vengono ammessi a riunirsi con lui e con il ministro degli esteri Hervé de la Charette, mezz'ora prima dell'inizio del vertice: al nostro appello risponde che sì, liberare Sarajevo dall'assedio è una priorità, ma che non esistono buoni e cattivi, e che non bisogna fare la guerra. Ci guardiamo, la deputata verde belga Magda Aelvoet e io, entrambi pacifisti di vecchia data: che strano sentirsi praticamente tacciare di essere guerrafondai dal presidente neo-gollista che pochi giorni prima aveva annunciato la ripresa degli esperimenti nucleari francesi nel Pacifico!

Ed ecco quanto avevamo elaborato e firmato in tanti:

"Dopo tre anni tutti noi, umili o potenti, assistiamo al quotidiano ormai banalizzato di una guerra i cui bersagli sono donne, bambini, vecchi, deliberatamente presi di mira da cecchini irraggiungibili o colpiti da obici mortali che sparano dal nulla.

Ci volevano dunque tre anni e, soprattutto, una presa di ostaggi dei caschi blu, fatto senza precedenti nella storia della comunità internazionale, perché leadership politiche e media europei riconoscano che in questa guerra ci sono aggressori ed aggrediti, criminali e vittime.

Tre anni di una politica inutile di "neutralità" che ci ha privato di ogni credibilità presso i bosniaci e di ogni rispetto da parte degli aggressori.

Ormai siamo arrivati a un punto di non-ritorno.

O tiriamo le conseguenze che si impongono e rafforziamo la nostra presenza - mandato dei caschi blu, presa di posizione netta di fronte agli aggressori - e, in fin dei conti, rifiutiamo di essere complici della strategia di epurazione e di omogeneizzazione della popolazione della Bosnia, oppure cediamo al ricatto intollerabile delle forze serbo-bosniache, ritirandoci dalla Bosnia ed infliggendo così alle Nazioni Unite la loro più grande umiliazione proprio mentre si celebra il cinquantenario della fondazione dell'ONU.

Oggi più che mai in passato dobbiamo armarci di dignità e di valori. E soprattutto ripetere quel "mai più" che risuona in tutta Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

Oggi più che mai in passato dobbiamo difenderci, in Bosnia, contro coloro che spingono all'epurazione etnica e religiosa come ideale politico e lo impongono perpetrando crimini contro l'umanità.

Se la situazione attuale è il risultato delle politiche disordinate, rinunciatarie e contraddittorie dei nostri governi, l'Unione europea in quanto tale è rimasta muta, impotente, assente.

Bisogna che l'Europa testimoni e agisca!

Bisogna che grazie all'Europa l'integrità del territorio bosniaco e la sicurezza delle sue frontiere siano finalmente garantite. Ma ciò non è, non è più sufficiente. Per recuperare un credito assai largamente consumato, l'Unione europea deve oggi dar prova di un coraggio e un'immaginazione politica senza precedenti nella sua storia. L'Europa può farlo, l'Europa deve farlo. Lo deve tanto ai bosniaci quanto a se stessa. Perché ciò è condizione della sua rinascita.

Andiamo dunque in tanti a Cannes a manifestare ai capi di Stato e di governo che:

- le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, in particolare quelle che garantiscono il libero accesso degli aiuti alle vittime, devono essere applicate;
- l'assedio a Sarajevo e alle altre città accerchiate deve essere levato e le zone di sicurezza effettivamente protette;
- i caschi blu non devono essere ritirati, il loro mandato non deve essere ristretto, al contrario la presenza internazionale in Bosnia fa rinforzata;
- di fronte ad una politica di sedicente neutralità, noi stiamo dalla parte degli aggrediti e delle vittime;
- nello spirito di solidarietà che deve animare l'Europa che noi vogliamo, la repubblica di Bosnia-Erzegovina, internazionalmente riconosciuta, venga invitata ad aderire pienamente ed immediatamente all'Unione europea.

L'Europa, infatti, muore o rinasce a Sarajevo."

Tuzla, maggio 1995


Esattamente un mese prima era stata bombardata la città di Tuzla: di una generazione si è fatta strage, oltre 70 giovani ammazzati durante il passeggio, centinaia di altri giovani feriti. Quattro giorni prima avevo congedato il sindaco (musulmano e riformista, cioè socialdemocratico) Selim Beslagic, dopo averlo accompagnato per diversi giorni - insieme al deputato Sejfudin Tokic, suo compagno di partito - a Strasburgo, a Bolzano e a Bologna. Il sindaco Beslagic e l'amministrazione "civica, non etnica" di Tuzla - come fieramente amano definirsi - sono considerati universalmente come riferimento di pace e di convivenza, di democrazia e di tolleranza. Bene: il giorno dopo il cannoneggiamento della sua città, Beslagic mi ha inviato per fax copia del suo messaggio al Consiglio di sicurezza dell'ONU, con la preghiera di diffonderlo al Parlamento europeo. "Voi state a guardare e non fate niente, mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici, è impossibile che non vi rendiate conto".

E se a Strasburgo, a Bolzano e a Bologna avevamo lavorato con gli ospiti per portare verso la sua realizzazione l'apertura di un'"ambasciata delle democrazie locali" a Tuzla (ne esiste già una a Osijek) e per progredire con altri progetti (acquedotto, parti di ricambio per fabbriche, impianto de-ionizzatore, scambi di giovani, ecc.), di colpo tutto questo perdeva non poco senso e speranza: a che poteva servire tutto ciò, se l'aggressione finiva per seminare l'odio etnico a Tuzla come a Mostar?

Si può fare qualcosa?

Certo, soluzioni facili non esistono. E guardarsi indietro serve a poco: non si troverà convergenza tra chi (come il sottoscritto) è convinto che l'Europa abbia fatto malissimo a favorire la disintegrazione della vecchia Jugoslavia e chi invece accoglieva con entusiasmo le proclamazioni di nuove indipendenze (anche da sinistra: il vocabolo magico "autodeterminazione nazionale" aveva un forte corso legale in molti ambienti democratici e di sinistra).

Così bisognerà trovare una linea di demarcazione che aiuti a scegliere chi e cosa sostenere, chi e cosa contrastare. Questa linea non separa di per sè i serbi dai croati o i cosiddetti musulmani da entrambi, ma potrebbe essere un'altra: è la distanza che separa le diverse politiche dell'esclusivismo etnico (epurazione, espulsioni, omogeneizzazione nazionale, ghettizzazione, discriminazione ed oppressione delle minoranze, integralismo etnico o religioso....) dalle politiche della convivenza, della democrazia, del diritto, della possibilità di essere diversi e far parte di un ordinamento comune, con pari dignità e pari diritti, e senza che trovarsi in minoranza debba essere una disgrazia cui sfuggire quanto prima attraverso la costituzione di un'entità in cui si sia maggioranza.

Nella direzione di quanto si può fare per ricostruire condizioni di convivenza possibile, vi sono alcuni passi necessari. Tutti includono, innanzitutto, che si lavori non "per", ma con gli ex jugoslavi, ed una proposta, una politica sarà tanto più credibile, quanto più riuscirà a convincere insieme dei democratici serbi e croati, bosniaci e macedoni, albanesi e sloveni, ungheresi ed istriani.

Bisognerà quindi considerare:

* Ristabilire il valore del diritto: non deve stupire l'insistenza di tanti cittadini dell'ex Jugoslavia sul Tribunale internazionale per i crimini contro l'umanità! La separazione delle responsabilità individuali dalle generalizzazioni etniche o politiche e la supremazia del diritto contro l'arbitrio (e quindi la possibile tutela dei deboli contro i forti) è di cruciale importanza. Come può altrimenti rinascere la fiducia in un ordinamento giusto? Quante volte nell'est europeo si chiede "quali sono le norme europee, quali sono gli standard europei?" per affrontare questo o quel problema! Si vuole una legge che non sia fatta ed imposta semplicemente dal più forte.

* La politica di pace più efficace è oggi l'offerta di integrazione: più che qualunque altra proposta o piano di pace, funziona il semplice invito "vieni con noi, unitevi a noi". La smania degli europei dell'est di entrare a far parte della NATO, si spiega facilmente come ricerca di sicurezza (e in fondo la NATO è riuscita a contenere contemporaneamente greci e turchi!). Se si vuole promuovere pace in una regione nella quale la precedente casa comune si è dissolta, l'offerta più credibile è quella di entrare sotto un tetto comune più ampio e meno condizionato dai rispettivi nemici preferiti. Ecco perchè a tutti i paesi successori dell'ex Jugoslavia bisogna aprire le porte dell'Europa, a condizione che scelgano la convivenza, al posto dell'esclusivismo etnico, lo Stato democratico invece che etnico. (Naturalmente questa prospettiva implica che si lavori forte alla costruzione della casa comune europea, e che l'Unione europea come tale evolva rapidamente in tal senso.)

* Offrire il massimo sostegno a chi decide di dialogare, a chi sa reintegrare: tutte le cosiddette trattative di pace hanno, in realtà, rafforzato i signori della guerra, legittimando la loro leadership, consolidando il loro potere, emarginando i loro avversari democratici. Niente o quasi nulla è stato fatto, invece, per sostenere le forze del dialogo, della reintegrazione, della ricerca di soluzioni comuni. Bisognerebbe definire dei veri e propri "premi o incentivi di reintegrazione" (bonus) e sanzioni all'esclusione etnica (malus); sostenere, p.es., quei comuni che permettono il rientro dei profughi o quei gruppi che organizzano iniziative pluri-etniche o pluri-confessionali o quei mezzi d'informazione che ospitano anche voci "degli altri", ecc. Anche il sostegno ai disertori del conflitto, a coloro che sottraggono la loro forza personale alla guerra (e per questo meriterebbero l'asilo politico), dovrebbe far parte di questa strategia. Bisogna che il dialogo paghi e porti riconoscimenti e sostegni, e che l'esclusione etnica invece si attiri sanzioni e conseguenze negative.

* Massimo sostegno quindi alle diverse reti organizzate che ricostruiscono legami: dai network di studenti e professori ai gemellaggi tra città, dai comitati per i diritti umani alle organizzazioni degli operatori dell'informazione. Molto potrebbe essere fatto anche tra l'emigrazione ex jugoslava.

* Il ruolo della prevenzione del conflitto: ci sono oggi situazioni di pre-guerra, dove l'esplosione violenta del conflitto può essere, forse, ancora evitata (Kosovo, Macedonia, Vojvodina...), ma dove occorre concentrare grande attenzione, forte presenza internazionale, intensa opera politica e civile. In questi casi si tratta di influenzare l'evoluzione delle cose in un senso o nell'altro, e nulla dovrebbe essere troppo complicato o troppo "costoso" per non essere tentato, visto che in ogni caso un conflitto armato comporterebbe costi umani, politici, economici e materiali assai più alti. Sostenere in queste regioni le forze della possibile convivenza e scoraggiare l'esclusivismo etnico, dovrebbe avere oggi un'alta priorità nell'opera di pace.

* Perché non organizzare almeno una parte del volontariato in corpo civile europeo di pace? Esistono oggi decine di migliaia di volontari della solidarietà con l'ex Jugoslavia, che in questi anni hanno accumulato conoscenze ed esperienza. Molti di loro sono frustrati dall'essere un po' come la Croce rossa che può solo assistere le vittime, senza fare nulla per fermare la guerra. Oggi c'è una forte domanda politica nel volontariato, molti non si accontentano della funzione di tampone che oggettivamente ricoprono. Perché non trasformare questa straordinaria esperienza in un "corpo europeo civile di pace", adeguatamente riconosciuto ed organizzato ed assunto da parte dell'Unione europea per svolgere - sotto una precisa responsablità politica - compiti civili di prevenzione, mitigazione e mediazione dei conflitti, attraverso opera di monitoraggio, dialogo, dispiegamento sul territorio, promozione di riconciliazione o almeno di ripresa di contatti o negoziati, ecc.? Il Parlamento europeo si è recentemente (18-5-1995) pronunciato in favore di una simile "corpo civile europeo di pace", e nulla potrebbe meglio assomigliargli che la ricca e diversificatissima esperienza del volontariato europeo per l'ex Jugoslavia, che in quasi tutti i paesi ha sviluppato straordinarie capacità, iniziative, competenza e generosità.

Ma....

Resta purtuttavia un "ma", ed è quel "ma" da cui prende avvio l'appello di Cannes. Se, infatti, non arriva qualche segnale chiaro che l'aggressione non paga e che a nessuno può essere lecito partire per le proprie conquiste territoriali e conseguenti omogeneizzazioni etniche, allora ogni altro sforzo civile si sgretola o si logora. A Sarajevo la parola Europa è ormai associata alla parola cetnik, e nulla nella politica europea lascia pensare che davvero si preferiscano stati democratici piuttosto che etnici.

Chi non vuole prendere atto di questa realtà, continua a mettere sullo stesso piano Karadzic e Izetbegovic (come fa omai il manifesto), e sventola il pur assai promettente inizio di dialogo tra moderati bosniaci e serbi moderati di Pale come dimostrazione che esiste un'alternativa a ciò che viene chiamata la militarizzazione del conflitto.

Sejfudin Tokic è uno dei promotori del dialogo di cui sopra. Tokic è il compagno politico di quel Selim Belsagic che ci ricorda che chi non fa niente contro "i fascisti che ci bombardano, è loro complice". Con che faccia continueremo a blaterare di ONU e OSCE come futura architettura di pace e di sicurezza, se poi i soldati dell'ONU diventano ostaggi ed il loro mandato consente loro solo la forza necessaria per proteggere se stessi ed i loro compagni?