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sabato 28 aprile 2012

ELEZIONI IN SERBIA: PARTITI, SLOGAN E PROGRAMMI

Qui di seguito un nuovo articolo di Filip Stefanovic per Eastjournal.net sulle elezioni del 6 maggio in Serbia pubblicato ieri. Quello precedente lo si può leggere qui.

Illusioni: da una parte o dall'altra sempre al macello finisci

Cercando quante più informazioni possibili in merito alle prossime elezioni del 6 maggio, due cose balzano velocemente all’occhio:
  1. La campagna elettorale per le prossime legislative è molto tesa e combattuta;
  2. C’è una sostanziale mancanza programmatica che accomuna la maggior parte dei partiti, rendendo difficile stabilire delle rilevanti differenze d’intenti, almeno tra i candidati principali.
Due dei maggiori contendenti, il Partito Democratico (DS) di Boris Tadić e il Partito Socialista di Serbia (SPS) di Ivica Dačić, addirittura non hanno un programma ad hoc per le elezioni del 2012, rifacendosi semplicemente ai generali programmi di partito. Il Partito Progressista Serbo (SNS) di Toma Nikolić spicca in questo vuoto abissale, forte di un Libro bianco (Bela knjiga), sottotitolo “Con un programma verso i cambiamenti”, che sviscera in 20 punti i progetti per il paese (economia, investimenti, politica estera, Kosovo, UE, decentramento, politiche energetiche, agricole, sociali, della cultura e dello sport, e così via). Allo stesso modo, la coalizione Preokret! (Capovolgimento!) del Partito Liberal Democratico (LDP) e Movimento Serbo di Rinnovamento (SPO), parla di decentramento e autonomia della Vojvodina, azionariato delle grandi imprese pubbliche, rafforzamento del settore privato, e – unica tra i partiti in corsa – di un radicale mutamento della politica serba nei confronti del Kosovo, con il definitivo sganciamento e accettazione dell’indipendenza dell’ex provincia.
Il “capovolgimento!”, così come i “cambiamenti!” (Promene!), slogan favorito dal Partito Progressista, si riferiscono apertamente a un vulnus fondamentale della Serbia di Tadić: la dilagante corruzione e opacità delle istituzioni pubbliche, e l’importanza degli agganci di partito per trovare un posto di lavoro. Mentre la disoccupazione serba, complice la crisi globale, lievitava da un già sostanziale 16% al 23% nell’arco dell’ultimo triennio, la spesa pubblica (e l’indebitamento del paese), crescevano di pari passo per creare nuovi posti di lavoro nel settore pubblico, come miope ammortizzatore e creatore di consenso sociale. Allo stesso tempo, tali incarichi, dalle poltrone più pagate agli uffici, così come gli appalti ai privati, venivano conferiti perlopiù secondo gli appoggi politici di cui disponevano i singoli cittadini. In uno spot televisivo del Partito Progressista, una giovane ragazza si chiede: “Perché ho finito l’università se oggi si trova lavoro solo tramite il partito? Ciò deve finire!
Il Partito Socialista di Dačić, che dopo la svolta del 2008 presiede il ministero dell’interno, nel governo di coalizione postelettorale col Partito Democratico, punta ha costruirsi l’immagine di un partito europeo e di una sinistra moderna, improntata alla giustizia sociale senza rinunciare ad un’economia di mercato, e all’integrazione della Serbia nell’Unione Europea. Recentemente Dačić ha dichiarato che il voto all’SPS è un voto sicuro, in quanto sia che vincano i democratici, sia che vincano i progressisti, per formare una maggioranza di governo sarà necessario passare proprio da loro, dai socialisti. Una dichiarazione che dimostra spudoratamente il machiavellismo dei partiti, facilitato sia dalla genericità degli impegni programmatici, che dalla disponibilità dei principali leader a scendere a qualsiasi compromesso pur di ottenere il potere. Lo stesso machiavellismo che ha fatto sì che Boris Tadić per primo, come presidente della Serbia e del suo Partito democratico, si riappacificasse nel 2008, senza rendere conto né al paese né al suo elettorato, con il Partito socialista, colpevole e criminale protagonista dei più cupi anni della storia serba e regionale recente, il decennio 1990.
Il Partito Democratico, nonostante la indiscutibile prevalenza mediatica – innanzitutto televisiva – sugli avversari, dovrà affrontare una durissima prova. Al centro della sua campagna, “Lavoro. Investimenti. Sicurezza.” (Posao. Investicije. Sigurnost.), stanno la democratizzazione delle istituzioni, la volontà di risolvere pacificamente qualsiasi problema (chiaro il riferimento al Kosovo), l’accostamento all’Unione Europea. Purtroppo, Tadić ha già ampiamente dimostrato di aver fallito su tutti questi fronti, e la fiducia degli elettori, già estremamente bassa verso la classe politica nell’insieme, è naturalmente più consumata proprio nei confronti di chi ha detenuto il potere fino a oggi. La tattica del “sia Europa che Kosovo”, sbandierata a ogni passo dai democratici, è venuta a costare alla Serbia entrambe: la candidatura all’UE, agognata, rimandata e a stento ottenuta questa primavera, senza alcuna idea su quando partiranno realmente le negoziazioni per l’ingresso, e i continui, protratti scontri al confine kosovaro hanno fatto perdere ulteriori preziosi anni al paese, mentre la crisi economica dava il colpo di grazia ai progressi già conseguiti.
Più che gli esiti, perciò, ancora vaghi, è difficile prevedere anche solo le strade possibili che potrebbe imboccare la Serbia dopo le urne. Il rischio concreto, in realtà, è che nulla cambi, se non le sigle di governo.

venerdì 27 aprile 2012

ELEZIONI IN SERBIA: PARTITI, CANDIDATI E PREVISIONI

Qui di seguito un articolo di Filip Stefanovic pubblicato ieri da Eastjournal.Net


Domenica 6 maggio si terranno sia le elezioni parlamentari che presidenziali in Serbia. Sono chiamati al voto 7.058.683 elettori iscritti alle liste, e secondo il più recente sondaggio del 23 aprile, dell’agenzia Faktor Plus, l’affluenza si attesterà attorno al 55%, di cui un 8% si dichiara ancora indeciso su chi votare, mentre l’1% opta per annullare la scheda. A contendersi la maggioranza del paese sono il Partito Democratico (DS – Demokratska Stranka) di Boris Tadić (28,3%), già presidente del paese dimessosi il 5 aprile scorso, e il Partito Progressista Serbo (SNS – Srpska Napredna Stranka), guidato da Toma Nikolić, al momento in testa con un margine di ben 5 punti (33,5%).

Segue, in ordine e con un notevole distacco, la coalizione guidata dal socialista Ivica Dačić (SPS – Socijalistička Parija Srbije), attuale ministro dell’interno nel governo di coalizione DS-SPS, che unisce al Partito Socialista di Serbia i minoritari Partito dei Pensionati Uniti Serbi (PUPS – Partija ujedinjenih penzionera Srbije) e Serbia Unica (JS – Jedinstvena Srbija), all’11,8%. A superare la soglia di sbarramento del 5% sarebbe anche la coalizione Preokret (“Capovolgimento”, al 6,2%), che unisce il Partito Liberal Democratico di Čedomir Jovanović (LDP – Liberalno Demokratska Stranka) ed il Movimento Serbo di Rinnovamento di Vuk Drašković (SPO – Srpski Pokret Obnove), che ad oggi detiene ancora solo quattro seggi parlamentari dei complessivi 250, il Partito Democratico di Serbia dell’ex presidente Vojislav Koštunica (DSS – Demokratska Stranka Srbije), al 5,7%, ed il Partito Radicale Serbo (SRS – Srpska Radikalna Stranka) di Vojislav Šešelj, oggi in custodia presso il tribunale internazionale dell’Aja, fermo al 5,5%. Le Regioni Unite di Serbia (URS – Ujedinjeni Regioni Srbije), dell’economista Mlađan Dinkić, già governatore della Banca Nazionale Serba dal 2000 al 2003, e successivamente ministro delle Finanze prima (2004-2006), dell’Economia e dello Sviluppo regionale poi (2007-2011), non dovrebbe superare lo sbarramento, attestandosi al 3,3%. Infine, i clerofascisti di Dveri, che a febbraio 2011 avevano annunciato la propria partecipazione indipendente alle elezioni, trasformando il proprio movimento in partito (sebbene essi preferiscano definirsi come “famiglia”), puntano all’1%.

Per quanto riguarda le presidenziali, il quadro cambia, sebbene non di molto: il testa a testa tra Boris Tadić (DS) e Toma Nikolić (SNS) è all’ultimo voto (rispettivamente 35,7% contro il 36,1%), un 11,3% per Ivica Dačić (SPS), 5,7% per Čedomir Jovanović (LDP), 4,5% per Vojislav Koštunica (DSS) e sotto il 3% l’unica candidata donna, la radicale Jadranka Šešelj (SRS).

Per concludere è interessante citare un’altra indagine, ad opera dell’agenzia Kliping, che confrontando i telegiornali nazionali nel periodo tra l’1 ed il 14 aprile ha rilevato come il secondo telegiornale della principale rete televisiva nazionale, RTS1, abbia dedicato uno spazio di gran lunga preponderante al partito del presidente Tadić, quasi doppio rispetto a quello di tutti gli altri candidati (1587 secondi contro, ad esempio, i 901 di Toma Nikolić, i 755 di Vojislav Koštunica e così via), rimarcando un notevole squilibrio nella possibilità di accesso equo ai media nazionali.