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giovedì 24 marzo 2011

24/3/1999: BOMBE NATO SULLA SERBIA

Belgrado: l'edificio del ministero della
difesa non ancora ricostruito dal 1999
(da landedinbelgrade.blogspot.com)
La sera del 24 marzo 1999, verso le 8 di sera, gli aerei della Nato cominciarono a colpire la Serbia per fermare la pulizia etnica contro la popolazione albanese del Kosovo. I bombardamenti, come si sa, andarono avanti per 78 giorni, fino alla resa del dittatore Slobodan Milosevic. Il Kosovo rimase formalmente territorio serbo, ma divenne un protettorato dell'Onu, fino alla proclamazione unilaterale dell'indipendenza. Dodici anni dopo “siamo costretti ad assistere al ripetersi di uno scenario quasi identico in un altro paese [la Libia, n.d.r.] che ora non solo è alle prese con la guerra civile, ma anche con raid aerei e missilistici mostruosamente distruttivi”, scrive oggi sul quotidiano Politika l'autorevole commentatore, Misa Djurkovic. "Di nuovo nel caso della Libia c'è una molto controversa risoluzione del Consiglio di sicurezza della Nazioni unite da cui recuperare il mandato per un intervento militare" scrive Djurkovic non risparmiando critiche a Cina e Russia per non aver opposto il veto e concludendo con amarezza che "dei poveri disgraziati […] ancora muoiono a causa delle esigenze delle grandi potenze occidentali".

Il parallelo tra le Serbia del 1999 e la Libia odierna è stato evocato anche dal premier russo Vladimir Putin che ieri da Belgrado, dove si trovava in visita ufficiale, ha criticato "la facilità con cui in questi ultimi anni si è ricorso all'uso della forza per la soluzione delle questioni internazionali". Parole che rivelano una notevole sfrontatezza, considerando cosa la Russia ha combinato in Cecenia. Forse però quello non conta, visto che si tratta di affari interni della Russia che evidentemente può massacrare e sterminare impunemente le proprie popolazioni. Come Milosevic con i kosovari non serbi. O Gheddafi con i libici. Al fianco di Putin, il presidente serbo, Boris Tadic, rievocando l'esperienza del suo Paese ha espresso "profonda preoccupazione per le sofferenze dei civili" in Libia. Nelle stesse ore da noi in Italia abbiamo ripreso ad ascoltare tutto il trito armamentario del popolo pacifista, piuttosto silente nei confronti del regime di Gheddafi (come lo fu con Milosevic), ma pronto a scattare come un sol uomo non appena vede garrire al vento le bandiere stars&stripes.

Sull'intervento Nato in Serbia mi sembra utile rileggere quanto diceva proprio due anni fa Sonja Biserko, in un'intervista di Lucia Manzotti intitolata “L'inevitabilità dell'intervento”, pubblicata il 24 marzo 2009 sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso. Alcune considerazioni, fatte le debite differenze e cambiando quello che c'è da cambiare, possono valere anche nel caso della Libia.

Ps: a scanso di equivoci vorrei precisare che l'intervento armato in Libia non mi entusiasma per niente e che mi piace anche meno il modo con cui esso è stato gestito in questi primi giorni. Ma trovo anche francamente insopportabili le ennesime giaculatorie pacifiste.

sabato 27 marzo 2010

UNDICI ANNI FA LE BOMBE NATO SU BELGRADO

Sonja Biserko
"L'intervento Nato? Lo abbiamo visto arrivare in modo chiaro, non era questione di essere a favore o essere contro: era inevitabile. Per me lo shock vero fu la guerra in Slovenia, quella alla fine più breve e innocua, ma per la nostra generazione fu il vero colpo. Dopo ci fu la Croazia, la Bosnia, il Kosovo... si trattò per noi solo di assistere ad un'escalation che portò all'intervento della Nato".
Il 24 marzo del 1999 iniziavano i bombardamenti della Nato sulla Serbia che posero fine alla guerra del Kosovo. Undici anni dopo trovo molto utile rileggersi l'intervista di Lucia Manzotti a Sonja Biserko pubblicata un anno fa su Osservatorio Balcani e Caucaso a proposito dell'inevitabilità dell'intervento, non esente per altro da limiti ed errori.
Sonja Biserko è la presidente dell'Helsinki Committee for Human Rights di Belgrado. Per le sue posizioni anti-nazionaliste, insieme ad altri attivisti dei diritti umani viene periodicamente accusata dai revanchisti turboserbi di essere una traditrice del popolo. Ma anche molti altri suoi connazionali (e non solo) mal sopportano le sue argomentazioni.
Mentre i Balcani sembrano essersi finalmente avviati sulla strada della ricerca lunga e faticosa, di un futuro comune che chiuda definitivamente la stagione delle guerre e dell'odio etnico, mi pare molto interessante rileggere le sue considerazioni sui bombardamenti di dieci anni fa